martedì 30 giugno 2026

L'aforisma

 


                        I felici fannulloni




2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

I FANNULLONI DELLA FELICITÀ
“Nulla è più adatto a farci conoscere la miseria degli uomini che considerare la vera causa della continua agitazione in cui essi trascorrono la loro vita… Le necessità quotidiane occupano l’uomo per la maggior parte del tempo, e non gliene resta che molto poco a disposizione. Ma questo poco che gli resta lo mette grandemente a disagio e lo imbarazza stranamente così tanto da non pensare che a perderlo. È un peso insopportabile per lui essere obbligato a vivere con il proprio sé e pensare al suo io. Così ogni suo sforzo è di dimenticarsi di sé stesso e di lasciar trascorrere questo tempo così breve e così prezioso senza dover riflettere, occupandosi di cose che gli impediscano di dover pensare. È questa l’origine di tutti gli affanni e le occupazioni degli uomini e di tutto quello che si chiama “divertissement” o passatempo, in cui si non si ha altro scopo che lasciar passare il tempo, senza sentirlo o meglio senza stare con sé stessi.” Blaise Pascal, Pensieri, XXVI, Miseria dell’uomo, 1671.
“Divertissement” è uno dei pensieri guida della raccolta dei “Pensieri” di Pascal, ed è diventato un termine filosofico, che merita un approfondimento particolare. La sua traduzione letterale è “divertimento”, “diversione”, “distrazione” o anche in maniera più estensiva “spensieratezza”. Tali traduzioni però non rendono appieno il senso del “divertissement” pascaliano, una fuga da sé stessi, dalla propria miseria spirituale.
Il termine è stato ripreso da Nietzsche, per il quale il “divertissement” è la scienza: “Nell’essenza dell’uomo scientifico (prescindendo completamente dalla sua figura attuale) c’è infatti un vero paradosso: si comporta come il più orgoglioso fannullone della felicità, come se l’esistenza non fosse una cosa terribile e preoccupante, bensì un saldo possesso garantito per un tempo eterno. Gli sembra permesso sprecare una vita in problemi, la cui soluzione potrebbe in fondo essere importante solo per colui a cui fosse assicurata un’eternità. All’intorno fissano lo sguardo su di lui, l’erede di poche ore, i più spaventosi precipizi, ogni passo gli dovrebbe ricordare: a che scopo? Verso dove? Da dove?” Nietzsche, “Considerazioni inattuali”, I,8. Più avanti prosegue: “Ora, Pascal ritiene in genere che gli uomini si dedichino così assiduamente ai loro affari e alle loro scienze solo per sfuggire in tal modo ai problemi più importanti, che ogni solitudine, ogni vero ozio imporrebbe loro, ossia a quei problemi circa lo scopo, il donde e il verso dove.” Per Nietzsche, i “Pensieri” di Pascal ci dicono dell’inutilità della scienza: “[L’uomo di scienza] si comporta come se la vita fosse per lui soltanto otium, ma sine dignitate.”

Silvio Minieri ha detto...

Nietzsche si richiama a Pascal anche nella forma dell’espressione del pensiero, l’aforisma: “I libri più profondi e inesauribili avranno senza dubbio sempre qualche cosa del carattere aforistico e improvviso dei “Pensieri” di Pascal”. In verità se i “Pensieri” non sono altro che un insieme di bozze di un lavoro in corso, non per questo sono privi di una loro sistematicità. “Scriverò i miei pensieri senza un ordine – dice Pascal – e forse non in una condizione senza un disegno. È il vero ordine e segnerà sempre il mio lavoro attraverso il disordine stesso.”
Lo stile frammentario della scrittura si rivela come un elemento soltanto formale, perché mette in gioco lo statuto stesso del linguaggio e del discorso, la razionalità del reale. Ogni scrittura che si svolge secondo la grammatica e la logica di una lingua si fonda sul presupposto che essa raccolga nel suo dire l’ordine stesso del mondo. Lo stile aforistico e frammentario al contrario è la prova costante dell’impotenza della lingua ad esprimere tutta la pienezza del reale, la sua infinita trascendenza rispetto a ogni dire del linguaggio. Il destino di una tale impossibilità sembra testimoniata dai “Pensieri”, che affermano continuamente la sproporzione tra la ragione e gli infiniti abissi dell’universo. Da qui “l’ultima maniera di procedere della ragione è quella di riconoscere che vi è un’infinità di cose che la sorpassano.” La scrittura aforistica è il segno di una sobrietà del pensiero, l’unico modo di affrontare la profondità del reale, senza dovergli imporre un ordine che non gli appartiene e riconoscere l’impotenza e i limiti della ragione. In Pascal come in Nietzsche, l’aforisma è il lampo di luce che rischiara l’oscurità degli abissi nella subitaneità dell’istante, senza nessuna pretesa di illuminare in maniera completa la totalità del reale.