domenica 14 giugno 2026

Filosofia

                      

                Il sigillo dell'eternità




17 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

UN QUADRO FRAMMENTARIO
Questa nota introduttiva al presente testo: “Il sigillo dell’eternità”, una sorta di prologo, che però è più una postfazione che un prologo, trova la sua ratio nel giudizio che sto per dare a questo mio studio di qualche anno fa, più di qualche anno fa, una decina d’anni pressappoco. Si tratta di un lascito testamentario di un mio personita estinto, per esprimerci con il nuovo linguaggio dei personiti sullo svolgersi del tempo psicologico individuale. In tal senso, mi è vietato modificare il testo, che non appartiene più alla mia persona, ma soltanto commentarlo ed anche criticarlo, però benevolmente, in memoria di quella parte temporale della mia persona, oggi scomparsa. E qui esprimo il giudizio critico sul presente studio, che almeno nella prima parte mi appare ancora un po' grezzo, ed uso questo termine non in senso spregiativo, anzi diciamo che è come l’abbozzo di un’opera d’arte non completamente definita. E seppure appartiene a un lavoro formalmente definito, dobbiamo ricordare che per i grandi artisti, non è il mio caso, si conservano come opere degne di attenzione critica anche schizzi, abbozzi, disegni, soprattutto nel campo delle arti figurative. Ma siccome siamo in campo letterario, vorrei ricordare un esempio per tutti: il “Fermo e Lucia” di Manzoni, che viene considerata, ed è stata pubblicata come opera a sé. Voglio in ogni modo evidenziare che mi premeva più esprimere questi ultimi concetti che cercare di giustificare la “necessaria” incompletezza del mio studio, in tal senso definito ‘grezzo’. Ed a proposito della mancata “perfezione”, mi sembra opportuno commentare che pur essendo ogni opera perfettibile, essa raggiunge un grado di perfezione quando allo sguardo dell’artista appare completata, come ad esempio una statua. E la perfettibilità allora non va oltre misura rispetto alla perfezione? Ricordiamo il celebre aneddoto, che raccontiamo con il linguaggio, e quindi l’aiuto della IA.

Silvio Minieri ha detto...

La frase "Perché non parli?" è legata a un celebre aneddoto leggendario secondo cui Michelangelo Buonarroti, colpito dal realismo sconvolgente della sua statua del Mosè, avrebbe scagliato un martello contro il ginocchio della scultura, adirato dal fatto che all'opera mancasse solo la parola. Tuttavia, si tratta di un mito privo di fondamento storico. Di seguito vengono analizzati i fatti e le curiosità legati a questa vicenda: La leggenda del martello. L'origine: Il racconto popolare narra che Michelangelo rimase così estasiato e impressionato dalla vitalità anatomica della scultura da dimenticare che fosse marmo. Il gesto: In un momento di estasi o di finta rabbia, l'artista avrebbe urlato la famosa frase e colpito il ginocchio destro del profeta con il martello. Il segno: Per secoli si è creduto che una piccola venatura o scalfittura visibile sul ginocchio della statua fosse la cicatrice lasciata da quel colpo. La realtà storica e i restauri. Nessun riscontro nei testi: Né Giorgio Vasari né Ascanio Condivi, biografi ufficiali e contemporanei di Michelangelo, menzionano questo episodio nelle loro cronache dell'epoca. Evidenze scientifiche: I moderni restauri e le puliture digitali sul marmo hanno dimostrato che non vi è alcun segno di percussione violenta sul ginocchio. La presunta scalfittura è in realtà una naturale venatura del blocco di marmo. Dove si trova l'opera L'imponente monumento fa parte della tomba di Papa Giulio II ed è visitabile a Roma, all'interno della Basilica di San Pietro in Vincoli.
Che dire? L’artista imita o crea? Crea, vedendo nel blocco di marmo grezzo la statua.
E quindi, nel mio testo “La volontà redentrice”, avevo visto “L’eterno ritorno”, ma non la “Volontà di potenza”, un’idea di commento al pensiero di Nietzsche, che appare perfezionabile, il commento, s’intende, ed auspico di condurre a termine il lavoro.
Vorrei concludere con una breve nota sulla relazione tra la persona e i suoi personiti, un rapporto di “unità del molteplice” o “totalità e frammento”. Come parti temporali della persona sono calcolabili in misure di minuti secondi, e unità temporali inferiori, come i nani secondo, minuti primi, ore, frazioni d’ora, giorni, settimane, mesi, anni, qualche volta un secolo, e poco più, non oltre, almeno fino ad oggi, anche se in verità in antico pare di più, ma forse era semplicemente un fattore dovuto all’unità di misura temporale. Ma, dico, affronteremo meglio il problema, un’altra volta, da un punto di vista della fisica quantistica.

Silvio Minieri ha detto...

UNO SPIRITO VENDICATIVO
A che serviva scrivere “Un quadro frammentario”? Devo rispondere alla domanda con brevi battute da “teatrino”. Se tutto era già stato scritto, come potevo io scrivere ancora? Beh, la mia opera omnia già contiene tutti i miei scritti, anche quelli futuri. Come? Amor fati. Eh? Leggiamo il post in pubblicazione: “Il sigillo dell’eternità”, il cui primo paragrafo, già pubblicato il 22 maggio scorso, ma che ore scompare con quella data, avevo già indicato ieri, e sono sicuro che voi non l’avete letto, o quanto meno riletto. Quindi ora vi si presenta una nuova opportunità. Ma quale nuova opportunità? Io l’ho letto e riletto. Non è vero, bugiardo! È l’invidia che ti fa parlare perché a ritroso tu non sai andare. Sono uno spirito vendicativo, rinchiuso nella prigione del “così fu”. E ogni carcerato va fuori di senno e nella sua insensatezza trova la sua redenzione, cominciando a coltivare lo spirito di vendetta. Così la volontà, invece di liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua vendetta, per non poter volere a ritroso, è tutto quanto sia capace di soffrire. … vedi “la volontà redentrice”.
“L’eterno ritorno”, terza parte, è quello pubblicato ieri. Ciao. Fine. Così fu? No, così volli. Ehi! un momento il tuo “così volli” è diventato un “così fu”. E tanto piacere! Piglia, impacca e porta a casa. Ma che villano! Stai zitto, sciancato! O ti lascio seduto su quel sasso, spirito di gravità! Abbiamo finito il teatrino? Sì, per oggi. Ah! Ecco.

Silvio Minieri ha detto...

IL SIGILLO DELL'ETERNITÀ
Studio sulle figure caratterizzanti la filosofia di Friedrich Nietzsche: “La morte di Dio”, “L’eterno ritorno”, “Il Superuomo”.

1. La volontà redentrice
“Un giorno che passava dal grande ponte, Zarathustra fu circondato da una turba di storpi e mendicanti, e un gobbo gli parlò così: Guarda, Zarathustra! Anche i l popolo impara da te e acquista fede nella tua dottrina: ma, perché ti creda completamente, manca solo una cosa - devi ancora convincere noi storpi! Qui ne hai una bella scelta, e in verità ti si offre un'occasione per più versi! puoi risanare i ciechi e far camminare i paralitici; e a chi ha troppo dietro di sé, potresti anche levarne un poco: - questo, io penso, sarebbe il modo giusto per far credere gli storpi a Zarathustra! Ma Zarathustra rispose a quel chiacchierone: A levare la gobba al gobbo, gli si toglie il suo spirito - così insegna il popolo. E, a dare gli occhi al cieco, egli vedrà troppe cose atroci sulla terra: da maledire colui che lo guarì. Colui, poi, che fa camminare il paralitico, gli arreca il massimo danno: infatti, non appena sarà in grado di camminare, andranno insieme a lui anche i suoi vizi - questo insegna il popolo a proposito degli storpi. E perché non dovrebbe anche Zarathustra imparare dal popolo se il popolo impara da Zarathustra?”
È l’incipit del capitolo, intitolato “Della redenzione”, di “Così parlò Zarathustra”. Lo stile che compone la trama del testo è quello della parodia del Vangelo. Il profeta recante il nuovo annunzio spiega perché non è lecito fare miracoli e lo spiega trincerandosi dietro la sapienza popolare: “E perché non dovrebbe anche Zarathustra imparare dal popolo, se il popolo impara da Zarathustra?”
Il problema che Nietzsche qui introduce è quello riguardante il nodo della Necessità, il mondo è così e non può essere diversamente. Perché cambiarlo? Un fatto che accade non è già da sempre accaduto? E come potrebbe accadere se non fosse già accaduto? Per opera di una volontà creatrice, forse? Zarathustra è un profeta sceso dal monte tra gli uomini, il popolo, per insegnare il Super-uomo. L’uomo è un passaggio che deve essere superato, è un ponte verso il Super-uomo. Non a caso il capitolo inizia con un passaggio sul ponte: “Un giorno che passava dal grande ponte, Zarathustra fu circondato da una turba di storpi e mendicanti.” Va in cerca dell’uomo completo e invece incontra solo storpi e frammenti d’uomo: “Ma - da quando sono in mezzo agli uomini - questo è per me il meno che io veda: "A costui manca un occhio, a quello un orecchio, a un terzo la gamba, e altri vi sono che hanno perduto la lingua o il naso o la testa". Io vedo e ho visto ben di peggio e certe cose così ributtanti, che non vorrei parlare di ciascuna di esse e di talune neppure tacere: uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un gran ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orecchio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una cosina minuscola, era un uomo! Chi avesse guardato con la lente, avrebbe potuto persino riconoscere un visetto piccino e invidioso; e anche che dallo stelo penzolava un'animuccia enfiata. Il popolo, tuttavia, mi disse che il grande orecchio era non solo uomo, bensì un grand'uomo, un genio. Io però non credo mai al popolo, quando parla di grandi uomini - così rimasi nella mia convinzione, che cioè si trattasse di uno storpio alla rovescia, che aveva troppo poco di tutto e troppo di una cosa sola.”

Silvio Minieri ha detto...

Attraverso questa immagine Nietzsche insiste sul concetto che gli uomini sono incompleti, ma fa anche la satira di Wagner, di cui era amico e con cui aveva rotto i rapporti: “Il popolo, tuttavia, mi disse che il grande orecchio era non solo uomo, bensì un grand'uomo, un genio.” Il grande orecchio qui è la metafora del genio musicale, come il grande occhio quella del genio pittorico e così le altre parti anatomiche in cui alla maniera dantesca sono raffigurati i vizi dell’uomo, che hanno “troppo poco di tutto e troppo di una cosa sola”. Non sono completi, ma deformi, non rispecchiano l’uomo ideale, ma si caratterizzano solo come parte di uomo:
“Poi che ebbe parlato così al gobbo e a coloro di cui costui si era fatto portavoce e avvocato, Zarathustra si rivolse profondamente contrariato ai suoi discepoli e disse: In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello. E se il mio occhio rifugge dall'oggi verso il passato: sempre esso trova la stessa cosa: frammenti e membra e orride casualità - ma mai un uomo!”
Nell’ultima frase, Nietzsche riassume il quadro descritto e ne indica il significato: “orride casualità - mai un uomo.” Che cosa vuol dire? I frammenti sono come gli atomi che cadono, un cadere a caso, senza una volontà: “Mai un uomo.” Ossia Zarathustra non incontra mai l’uomo ideale, completo, il Super-uomo, ed egli stesso non si è ancora realizzato. Infatti, subito dopo soggiunge: “L'oggi e il passato sulla terra - ah, amici miei - questo è "per me" il massimo di ciò che non posso sopportare; e non saprei vivere, se non avessi anche la visione di quello che necessariamente verrà. Uno che vede e vuole e crea, egli stesso un futuro e un ponte verso il futuro - e ahimè, ancora quasi uno storpio sul ponte: tutto ciò è Zarathustra. E anche voi vi siete chiesti spesso: chi è per noi Zarathustra? Qual nome ha per noi? E, come me, avete dato a voi stessi delle domande per risposta.”
Le risposte alla domanda di chi è Zarathustra vengono date sotto forma di domanda, perché l’interrogativo è proprio dell’attesa del futuro, il senso stesso del domandare filosofico, il desiderio di conoscere quella verità di cui Zarathustra è profeta: “È uno che promette? O che adempie? Uno che conquista? O che eredita? Un autunno? O un vomere? Un medico? O un risanato? È un poeta? O uno che dice la verità? Uno che libera? O che incatena? Un buono? O un malvagio?”
Se vogliamo fare un discorso temporale per capire quello che Zarathustra sta dicendo, ci rendiamo conto del suo essere nel presente, sospeso (un ponte) tra il passato e il futuro, che deve venire (was kommen muss), quello che necessariamente verrà. Perché necessariamente? Per quel nodo della Necessità che tutto stringe nel suo giogo. Come uscirne? Con l’atto della volontà creatrice. Ecco chi è Zarathustra: “Uno che vede e vuole e crea, egli stesso un futuro e un ponte verso il futuro.”
Qui, il discorso esprime un altro dei concetti fondamentali della filosofia di Nietzsche: la volontà di potenza, un corollario dell’eterno ritorno. Se tutto è già stato come si può creare l’avvenire?

Silvio Minieri ha detto...

“Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell’'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità.” Ecco la volontà creatrice: come un artista ricomporre tutti i frammenti nell’unità del tutto, onde potere comprenderlo e dargli un senso, decifrare l’enigma dell’accadimento casuale. È un voler rispondere alle domande tradizionali: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Una domanda nelle tre scansioni temporali del presente, del passato e del futuro. Solo nella composizione unitaria di tutti gli sparsi frammenti è possibile comprendere il senso completo del tutto, liberarsi dal giogo della casualità, redimersi.
“E come potrei sopportare di essere uomo, se l'uomo non fosse anche poeta e solutore di enigmi e redentore della casualità! Redimere coloro che sono passati e trasformare ogni 'così fu' in un 'così volli che fosse!' - solo questo può essere per me redenzione! Volontà - è il nome di ciò che libera e procura la gioia: così io vi ho insegnato, amici miei!”
Tutto quello che accade accade a caso, così senza senso, dappertutto solo frammenti, enigmi da decifrare. Ma se tutto quello che accade è accaduto necessariamente (poteva non accadere quello che è accaduto?), l’accaduto, il “così fu”, il passato non può cambiarsi se non attraverso un atto di libera volontà: “Volontà il nome di ciò che libera e procura gioia”. Solo così potrà dirsi che tutto quello che è accaduto, il passato, è stato voluto e non è accaduto per necessità, ossia casualmente. Se si estrae un numero, ne sortirà uno a caso e così via; poi man mano, ricomponendo la serie, si potrà darle un ordine non casuale e dire che i numeri non sono usciti a caso, ma secondo un atto volontario libero, un piano prestabilito, decifrando tutta la serie. Il numero uscito a caso è un enigma: perché è uscito quel numero? Solo ordinato in una serie ogni frammento della serie diventa comprensibile nel tutto della serie. Ma come sarà possibile una tale interpretazione? Come sarà possibile dire che il numero non è uscito a caso, ma che nell’estrazione si è voluto far uscire proprio quel numero?
Venendo fuori dal nostro esempio e ritornando a Nietzsche, come è possibile cambiare il passato, trasformando il “così fu” in “così volli”?
“Ma adesso imparate ancor questo: la volontà, di per sé, è ancora come imprigionata. Volere libera: ma come si chiama ciò che getta in catene anche il liberatore? 'Così fu' - così si chiama il digrignare di denti della volontà e la sua mestizia più solitaria. Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non potere infrangere il tempo e la voracità del tempo, - questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria. Volere libera: ma che cosa può inventare il volere medesimo per liberarsi della propria mestizia e prendersi giuoco della sua prigione? Ahimè, ogni carcerato va fuor di senno! E, nell'insensatezza, anche la volontà imprigionata redime sé stessa. Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; 'ciò che fu' - così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere. E così fa rotolare sassi piena di malumore e di rovello, e si vendica contro tutto quanto non provi il suo stesso rovello e malumore.”

Silvio Minieri ha detto...

A questo punto la volontà si trova anch’essa imprigionata dal “così fu”. Infatti pur volendo l’istante che passa, interpretandolo liberamente, ad es. si compie un’azione invece di un’altra, si esce fuori al sole, invece di rimanere in casa, anche questa “scelta” passa e va ad accumularsi a tutti gli istanti passati, costituendo ogni volta il passato immodificabile. Allora la volontà si scaglia contro il passato, il pesante macigno che non riesce a smuovere, e nel compiere lo sforzo per smuoverlo, serra i denti, spingendo con tutte le forze, senza riuscirvi, ecco perché i denti cominciano a scricchiolare, deformando l’espressione del viso nella smorfia del “digrignare”. Abbiamo voluto descrivere in immagine figurata l’espressione nietzschiana: “il digrignare dei denti della volontà”. Quindi essa, come “ogni carcerato va fuori di senno” e nella sua insensatezza trova la sua redenzione, cominciando a coltivare lo spirito di vendetta.
“Così la volontà, invece di liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua vendetta, per non poter volere a ritroso, è tutto quanto sia capace di soffrire. Ma questo, soltanto questo, è la "vendetta" stessa: l'avversione della volontà contro il tempo e il suo 'così fu'. In verità, una grande follia alloggia nella nostra volontà; e fu maledizione per tutte le cose umane che questa follia imparasse ad avere spirito! "Lo spirito di vendetta": amici, su nient'altro finora gli uomini hanno meglio riflettuto; e dov'era sofferenza, sempre doveva essere una punizione. 'Punizione', infatti, chiama la vendetta sé stessa: con una parola bugiarda, si dà ipocritamente una buona coscienza. E poiché in colui che vuole è la sofferenza di non poter volere a ritroso, - così il volere stesso e la vita in tutto e per tutto dovrebbero essere - punizione! Ed ecco che sullo spirito si accumulò nube su nube e alla fine la demenza si mise a predicare: Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire!”
Questo passo è molto importante, perché in esso si enunciano due profonde verità, correlate tra loro: una di carattere piscologico e l’altra, se così possiamo dire, di carattere metafisico. La prima è quella che coglie il nodo inscindibile tra sofferenza e punizione, l’enigma del male celato in un “fondo tenebroso, mai completamente demistificato”. Ovviamente quest’ultima coloritura etica non appartiene al pensiero di Nietzsche, ma abbiamo voluto citare le parole di Paul Ricoeur per evidenziare la coappartenenza ai due pensatori del giudizio unico che accomuna sofferenza e punizione. La vendetta chiama sé stessa punizione, ma è una “parola bugiarda” dichiara Nietzsche, che da buon psicologo sa del fondo oscuro da cui la punizione viene fuori, per poi camuffarsi ipocritamente come “buona coscienza”. Pensando l’enigma della radice comune tra sofferenza e punizione, scrive ancora Ricoeur, nella sua indagine sulla radice del male: “Poiché la punizione è una sofferenza ritenuta meritata, chi può dire se ogni sofferenza non è, in una maniera o nell’altra, la punizione di un errore personale o collettivo, conosciuto o sconosciuto?” E questo interrogativo conclusivo, che sorge dall’esigenza di dare una risposta etica al problema del male, viene a confluire con la conclusione “metafisica”, priva quindi di ogni contenuto etico, che Nietzsche attribuisce alla follia della volontà, animata dallo spirito di vendetta: “Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire!”

Silvio Minieri ha detto...

Non possiamo non osservare qui come in entrambi i pensatori si riflette il più antico pensiero greco della Hybris, la colpa originaria, esplicitato nel detto di Anassimandro: “Da dove, infatti, gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo.” In questo senso della loro ricerca, che i primi naturalisti greci ritenevano esclusivamente appartenente alla scienza, la fisica, ma che era metafisica, deve intendersi la riflessione di Nietzsche, un passaggio per la sua dottrina dell’eterno ritorno, che egli viene enunciando annunziando il Superuomo. Infatti così prosegue: “E la giustizia stessa consiste in quella legge del tempo, per cui il tempo non può non divorare i propri figli: così andava predicando la demenza. Le cose sono ordinate moralmente in base al diritto e alla punizione. Oh, dov'è la redenzione dal flusso delle cose e dalla punizione che di 'esistenza' porta il nome? Così andava predicando la demenza. Può darsi redenzione, se v'è un diritto eterno? Ahimè, il macigno 'così fu' non si lascia smuovere: eterne debbono essere tutte le punizioni! Così andava predicando la demenza. Non v'è azione che possa essere annullata: come potrebbe la punizione rendere l'azione non compiuta! Questa, questa è l'eternità della punizione che di 'esistenza' ha nome: che l'esistenza, a sua volta, non possa non essere eternamente se non azione e colpa! A meno che la volontà non redima sé stessa e il volere diventi non volere: ma, fratelli, la conoscete già, la filastrocca della demenza! Via da tutte queste filastrocche, io vi condussi quando vi insegnai: la volontà è qualcosa che crea.”
Ma oltre alla Hybris, un topos che informa di sé tutta la cultura e civiltà greca dell’inizio da Omero a Eschilo e Aristotele, non si può non avvertire in questo pensiero il dogma cristiano del peccato originale, la colpa di Adamo, che macchia tutta la stirpe. “Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori” (Rom 5,19). “Come a causa di un uomo solo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rom 5,12).
L’eco di quest’ultima concezione della colpa la ritroviamo nelle parole di Nietzsche: “Non v'è azione che possa essere annullata: come potrebbe la punizione rendere l'azione non compiuta! Questa, questa è l'eternità della punizione che di 'esistenza' ha nome: che l'esistenza, a sua volta, non possa non essere eternamente se non azione e colpa!” Questa irrevocabilità della sentenza è da Nietzsche ascritta alla follia: “Così andava predicando la demenza. Può darsi redenzione, se v'è un diritto eterno?” E quindi gli tocca rovesciare questo editto demenziale. E come?

Silvio Minieri ha detto...

“Ogni 'così fu' è un frammento, un enigma, una casualità orrida - fin quando la volontà che crea non dica anche: ma così volli che fosse! - Finché la volontà che crea non dica anche: ma io così voglio! Così vorrò!” Ecco affermare l’impegno e la supremazia della volontà, che può imporsi sul presente (“così voglio”) e sul futuro (“così vorrò”). Resta ancora da regolare il passato, per cui nasce il dubbio: “Ma ha già detto questa parola? E quando avviene tutto ciò? Si è già liberata la volontà dalle pastoie della propria follia? È già diventata una volontà che liberi, e procuri gioia a sé stessa? Ha disimparato lo spirito di vendetta e ogni digrignar di denti? E chi ha insegnato alla volontà la conciliazione col tempo, e ciò che sta al di sopra di ogni conciliazione? Bisogna che la volontà - in quanto volontà di potenza - voglia qualcosa al di sopra di ogni conciliazione: ma come può accadere ciò alla volontà? Chi le ha insegnato il volere a ritroso?” A questi interrogativi, però, Zarathustra non dà risposta, li lascia in sospeso, anche se conosce questa risposta.
“Ma a questo punto del suo discorso avvenne che Zarathustra improvvisamente si fermasse: pareva uno che fosse terrorizzato all'estremo. Posò lo sguardo pieno di terrore sui suoi discepoli; il suo occhio perforava, dardeggiante, i loro pensieri, anche i più riposti. Ma fu un momento, e già riprese a ridere e disse placato: È difficile vivere con gli uomini, proprio perché tacere è così difficile. Specialmente per uno che ha voglia di parlare. Così parlò Zarathustra.”
Che cosa è successo? Perché questo terrore? Perché lo sguardo terrorizzato e penetrante sui discepoli? Qual è il contenuto angosciante della risposta taciuta? E perché non ha dato questa risposta?
Cominciamo a rispondere all’ultimo interrogativo, con le parole stesse di Zaratustra: “È difficile vivere con gli uomini, proprio perché tacere è così difficile. Specialmente per uno che ha voglia di parlare.” Quando si conosce una terribile verità, si ha un grande desiderio di raccontarla, ben sapendo il rischio che si corre. È un rischio simile a quello che Platone, nella “Repubblica”, dice il filosofo corre, quando riferisce ai suoi compagni rimasti incatenati nella caverna della verità contemplata alla luce del sole. La verità può spaventare a guardarla in faccia e fa paura. Ed è questa paura che paralizza Zarathustra e lo induce a posare gli occhi indagatori sui suoi discepoli, onde scrutarne le intenzioni, nel timore che abbiano indovinato il suo pensiero in merito agli interrogativi sempre più incalzanti da lui stesso posti, culminanti nell’ultimo, quello più incomprensibile, ma più prevedibile.

Silvio Minieri ha detto...

Ed infatti si capisce subito che è stato Zarathustra ad insegnare alla volontà a volere a ritroso, ma non si capisce come. Ecco perché dardeggia con lo sguardo i pensieri dei discepoli, come ad impedire loro di insorgere e domandargli conto di quella terribile verità pensata, ma non detta. Zarathustra è terrorizzato a dover rivelare questa verità ai suoi discepoli e, come vedremo, è terrorizzato dal fatto che nel rivelarla ai suoi discepoli, deve ancora una volta rivelarla a sé stesso. Ed infatti i discepoli potrebbero ben non comprenderlo, ecco perché dopo l’attimo di smarrimento, subito si rasserena: “Ma fu un momento e già riprese a ridere.” Questa situazione di smarrimento, che porta in un attimo Zarathustra dal discorso serio al riso non sfugge però al gobbo, che aveva ascoltato tutto il discorso, seppure con il volto nascosto.
“Il gobbo però, che aveva ascoltato coprendosi il volto tutto il discorso di Zarathustra, quando sentì che Zarathustra rideva, guardò in su verso di lui, pieno di curiosità, e disse lentamente: Ma perché Zarathustra parla a noi in modo diverso che ai suoi discepoli? Zarathustra replicò: Che c'è da meravigliarsi! Coi gobbi sarà pur lecito parlare gobbo! Giusto, disse il gobbo; e con gli scolari sarà pur lecito parlare in termini scolastici. Ma perché Zarathustra parla ai suoi scolari diversamente che a sé stesso?”
Il capitolo si chiude e l’interrogativo rimane inevaso, forse perché spiegare al gobbo del suo terrore non poteva essere compreso dal gobbo.
Ma qual era questo terrore, la verità non detta che aveva insospettito il gobbo? La risposta è conosciuta: il pensiero dell’eterno ritorno, in cui Nietzsche credeva sul serio e la cui verità lo spaventava realmente. Scrive Lou Andreas-Salomé, nel suo libro: “La vita di Nietzsche”: “Non potrò mai dimenticare le ore in cui me lo confidò per la prima volta come un segreto, come qualcosa di fronte alla cui dimostrazione e conferma egli provava un orrore indicibile: ne parlava soltanto con voce sommessa e con tutti i segni del più profondo sgomento.” Ed anche il fatto che lui nascondesse questo segreto ai suoi discepoli, che potevano capirlo, e al gobbo e agli altri come lui, che non lo potevano capire, è rilevato da Lou Salomé, come meglio vedremo.

Silvio Minieri ha detto...

2. La morte di Dio e l’ombra del Superuomo
È un luogo comune che l’affermazione di Nietzsche “Dio è morto” sia dimostrazione del suo ateismo. Comunque, a differenza degli atei, i quali credono che Dio non esiste ossia il rovescio dei credenti, i quali al contrario credono che Dio esiste, Nietzsche dimostra perché Dio non esiste. “Se esistessero gli dèi, come potrei sopportare di non essere un Dio? Dunque gli dèi non esistono.” Quest’affermazione apodittica, più che una dimostrazione sembra l’enunciazione di una verità di fede.
Prima di trovare la nostra spiegazione per quest’affermazione, andiamo a leggere il celebre passo in cui Nietzsche dichiara la morte di Dio. È l’aforisma 125 della “Gaia Scienza”, intitolato “L’uomo folle” (in una prima stesura l’aforisma era intitolato: “Zarathustra”): “Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. L’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non sentite il rumore che fanno i fossori nel seppellire Dio? Non avvertiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto!”
Quest’annuncio dell’uomo folle non è altro che il preannunzio del Superuomo, come predicherà in seguito Zarathustra nel libro della sua parola, che segue la “Gaia Scienza”. Intanto, osserviamo che l’espressione “Dio è morto”, già risalente a uno scritto di Lutero del Cinquecento, venne riprese da Hegel nella “Fenomenologia dello Spirito”: “La coscienza infelice è il dolore che si esprime nella dura espressione: Dio è morto.”. E se in Lutero l’espressione ha un senso religioso e in Hegel uno filosofico, in Nietzsche ha un significato più che altro storico, anche se per tutti e tre il significato ultimo è la morte del divino. Se il divino non muore, non può esistere l’uomo. Esprimeremo meglio in seguito il senso dell’annullamento della contraddizione che quest’ultima osservazione contiene, ora atteniamoci al significato che Nietzsche dà all’espressione: “Dio è morto”.

Silvio Minieri ha detto...

Nel capitolo quarto del “Crepuscolo degli idoli”, intitolato: “Come il “mondo vero” finì per diventare una favola - Storia di un errore”, egli tratteggia, in un breve schizzo, la sua storia della filosofia.
1. Il mondo vero, raggiungibile per il saggio, il pio, il virtuoso, egli vive in quel mondo, egli è quel mondo. (Platone)
2. Il mondo vero, irraggiungibile per ora, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso. (Cristianesimo)
3. Il mondo vero, irraggiungibile, indimostrabile, non promettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un dovere, un imperativo. (Kant, l’Illuminismo)
4. Il mondo vero – irraggiungibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Dunque neppure consolante, liberatorio, vincolante: a che potrebbe vincolarci qualcosa di sconosciuto? (Positivismo)
5. Il “mondo vero” – un’idea che non serve più a niente, che non vincola nemmeno più – un’idea divenuta inutile, superflua, dunque, un’idea confutata: eliminiamola! (Scienza moderna)
6. Il mondo vero lo abbiamo eliminato: quale mondo è rimasto? Quello apparente, forse? … Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente! (Nichilismo)
Ed ecco il momento di Nietzsche: “Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta; fine dell’errore più lungo; culmine dell’umanità; Incipit Zarathustra.”
L’uomo folle (Zarathustra) irrompe sulla scena e lancia il grido: “Dio è morto!” Il mondo platonico cristiano è alla fine e con esso l’idea di Dio è morta. Ed ora? “La bellezza del Superuomo giunge a me quale un’ombra. Oh, fratelli! Che m’importano ormai gli dèi!” All’idea di Dio si sostituisce quella del Superuomo. E come? “A me venne un’ombra; di tutte le cose la più leggera e silente venne un giorno a me!” A quale giorno si riferisce? Nella sua autobiografia intellettuale, “Ecce Homo”, in cui passa in rassegna le sue opere, Nietzsche così scrive a proposito di “Così parlò Zarathustra”: “Racconterò ora la storia di Zarathustra. La concezione fondamentale dell’opera, il pensiero dell’eterno ritorno, la più sublime formula di affermazione che in generale possa essere raggiunta, risale all’agosto dell’anno 1881: è stata abbozzata su un foglio di carta che porta la scritta “6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo.”
Lasciamo, per il momento, il discorso dell’eterno ritorno, per riprendere quello sulla morte di Dio, lasciato in sospeso e non ancora spiegato, che alla fine ci porterà di nuovo al pensiero dell’eterno ritorno, con cui è logicamente collegato.
“Se esistessero gli dèi, come potrei sopportare di non essere un Dio? Dunque gli dèi non esistono.” Quest’affermazione apodittica, ripetiamo, più che una dimostrazione sembra l’enunciazione di una verità di fede. In base a quale ragionamento, Nietzsche compie quel passaggio logico? “Si diceva una volta “Dio”, guardando i mari lontani, ma io vi ho insegnato a dire: Superuomo.” Il passaggio a questa nuova verità, l’abbiamo vista compiere da Nietzsche alla fine della storia di un errore, il pensiero filosofico dall’inizio fino all’arrivo di Zarathustra, con il suo nuovo insegnamento. “Dio è un’ipotesi: ma io voglio che la vostra ipotesi non vada oltre la vostra volontà creatrice.” Ecco, la volontà creatrice. È questo il fulcro della dottrina di Zarathustra. Da dove viene a Nietzsche quest’idea della volontà creatrice?

Silvio Minieri ha detto...

Si sa che il pensiero del primo Nietzsche fu influenzato dalla filosofia di Schopenhauer e dalla musica di Wagner, come appare in particolar modo nella sua opera giovanile: “Nascita della tragedia dallo spirito della musica.”
“Il più grande merito di Kant è la distinzione del fenomeno dalla cosa in sé, fondata sulla dimostrazione che tra le cose e noi sussiste sempre l’intelletto, per cui esse non possono essere riconosciute secondo quello che esse possono essere in sé stesse.” Così scrive Schopenhauer, nella sua critica alla filosofia kantiana, in appendice alla sua opera principale: “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Il mondo, quindi, è una rappresentazione del nostro intelletto e la cosa in sé altro non è che la volontà. Ora, deve osservarsi che Kant distingue il mondo fenomenico, di cui traccia i limiti della conoscenza nella “Critica della ragion pura”, in contrapposizione al mondo morale, di cui tratta nella “Critica della ragion pratica”. E se per i fenomeni del mondo sensibile il loro determinarsi nello spazio e nel tempo richiede una causa naturale, per le azioni del mondo morale la causa è la libertà. Nel mondo sensibile, ogni fenomeno è causalmente determinato da un altro fenomeno e la facoltà di conoscenza limitata al fenomeno non riesce a risalire a una causa incondizionata. Questa limitazione non toglie però alla ragion pura la possibilità di pensare la libertà, pensando il concetto di causa, una categoria dell’intelletto puro, come non condizionata da altra causa e quindi causa incondizionata, libertà. Per Kant, la libertà trascendentale è la causalità del mondo intelligibile, regno della morale. È infatti di prima evidenza che ogni azione umana è il risultato di un atto volontario, quindi libero.
Nella prospettiva della volontà come causa dell’azione, Schopenhauer può affermare che il mondo non è quello che l’intelletto esteriormente si rappresenta, ma consiste nella volontà, la vis primigenia, coperta dal velo di Maya dell’illusione. È questa l’unica autentica realtà, quella che Kant considera la “cosa in sé”.
Sulla scia di Schopenhauer, il primo Nietzsche, nella sua opera giovanile “Nascita della Tragedia”, distingue l’elemento dionisiaco, testimoniato dalla musica di Wagner, la passione che sostiene gli impulsi vitali, da quello apollineo, che attraverso le arti figurative si esprime nella bellezza di un mondo illusorio.
In seguito, si allontanò da queste posizioni e con la stesura del testo “Umano, troppo umano”, due volumi di aforismi, rifiutò recisamente ogni validità all’arte, che serve soltanto a falsificare e inventare il mondo, separandoci dalle necessità della vita Infatti, nell’Introduzione al testo, retoricamente si chiede: “E che altro hanno fatto mai i poeti? E a che scopo esisterebbe un’arte nel mondo?”
Ha inizio quell’opera di demolizione dei vecchi valori, che lo porterà a dichiarare la morte di Dio, ossia la fine di quella storia di un errore, in cui conclude: “Culmine dell’umanità, incipit Zarathustra”. È il momento del nichilismo: “Il mondo vero lo abbiamo eliminato: quale mondo è rimasto? Quello apparente, forse? … Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!” Matura il pensiero della volontà creatrice, che lo porterà a formulare la dottrina dell’eterno ritorno.
“Dio è un’ipotesi”, l’affermazione risente ancora del pensiero schopenhaueriano, la critica a Kant, che aveva negato alla conoscenza teoretica la possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio, ritenuto però un postulato della ragion pura pratica.

Silvio Minieri ha detto...

Scrive in proposito Lou Andreas-Salomé: “Ai tempi del suo wagnerismo, Nietzsche, da discepolo di Schopenhauer, aveva seguito il suo maestro nella nota interpretazione e variazione di Kant, in base alla quale le questioni intorno alle cose ultime e supreme non trovano certo la loro risposta attraverso l’intelletto, ma grazie alle sublimi ispirazioni e alle illuminazioni della volontà. In seguito Nietzsche, protestando vivacemente contro questa assunzione della metafisica schopenhaueriana, aveva aderito alla rigorosa autodelimitazione della scienza empirica che si accontenta della conoscenza intellettuale all’interno dell’ambito di sua competenza.” Ma infine si era andato ancorando all’idea della “riduzione di ogni conoscenza intellettuale alla base assolutamente pratica della vita istintuale da cui essa è originata e da cui seguita a dipendere.” È da questa forma di vitalismo così esasperato che si va affermando in Nietzsche la convinzione di una volontà creatrice: “la mia ardente volontà di creare senza posa mi spinge verso l’uomo: così il martello si sente spinto verso il sasso.” È la così detta “filosofia del martello”: una furia distruttrice, per dare modo di esprimersi alla volontà creatrice. È la follia della volontà, animata dallo spirito di vendetta: “Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire!”
Non esiste nulla di immutabile, soltanto il continuo scorrere di frammenti e orride casualità, quindi solo mettendo a confronto l’immutabilità e l’eternità di un Dio con il continuo scorrere a caso del divenire, si può intendere la dichiarazione di Nietzsche e la sua particolare logica: “Se esistessero gli dèi, come potrei sopportare di non essere un Dio? Dunque gli dèi non esistono.” Se infatti si ammettesse l’esistenza di un ente unico, immutabile ed eterno, allora tutto verrebbe assorbito da questo ente divino unisussistente, e il divenire delle cose, che è l’immediata evidenza della vita, non sarebbe possibile. Tutto passa, tutto perisce, come è possibile, allora, che in questo nostro passare e perire, non rientriamo nell’immutabilità ed eternità di quest’unicità esistente dell’ente divino? “Dunque gli dèi non esistono.”
“Dio è un’idea, che rende storto tutto ciò che è diritto, e fa girare tutto quello che è stabile. Come? Il tempo sarebbe soppresso e tutto ciò che passa sarebbe menzogna?
Un tal pensiero dà la vertigine, e desta a un tempo la nausea; io chiamo questa ipotesi il ballo epilettico. Io la chiamo malvagia e odiosa agli uomini questa dottrina dell’uno, del sufficiente, dell’immoto e dell’imperituro! L’imperituro non è che una immagine poetica. E i poeti dicono molte bugie.”
Ma questa inesistenza di Dio, la sua morte, portano ad annegare tutto nel nulla, provocando l’angoscia insostenibile del nichilismo. Ecco perché, allarmato, l’uomo folle, Zarathustra, corre a gridare alla folla atea e irridente del mercato il terribile annunzio e il suo sgomento per aver assassinato Dio: “Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?”

Silvio Minieri ha detto...

Contro questo insostenibile vuoto, l’abisso del nulla, è lo stesso Zarathustra, con un discorso più razionale e con toni meno drammatici, ad opporre la volontà creatrice, come Nietzsche riporta nel capitolo “Sulle isole beate”: “Una volta si diceva: Dio, guardando il mare lontano: ora io vi appresi a dire: il Superuomo. Dio è un’ipotesi, ma io voglio che la vostra ipotesi non vada oltre la vostra volontà creatrice. Potreste voi creare un Dio? E allora non parlate degli dèi! Bensì voi potete creare il superuomo.” E come è possibile una tale creazione, una volta cancellato l’intero orizzonte del cielo?
Qui, Nietzsche riparte dal mondo sensibile, l’uomo come ponte, un passaggio per andare oltre l’uomo, il Superuomo.
Ovviamente si può obiettare che Nietzsche non fa altro che sostituire quello che per lui è un vecchio mito, l’esistenza di un Dio uno, immutabile, eterno, con un altro mito simile, quello del Superuomo, che egli ci viene a raccontare tramite la parola di Zarathustra. L’obiezione, come vedremo, è abbastanza fondata, ora intanto vediamo in che modo egli compie quest’operazione e quali sono i passaggi logici che dalla morte di Dio conducono all’eterno ritorno, quest’altro suo mito.
Dobbiamo inoltre considerare anche la personalità e la biografia dell’uomo, che predica la sua nuova dottrina in contrasto con il Cristianesimo e con il mondo delle Idee di Platone. Nel suo schizzo sulla storia dell’errore (la metafisica), la sua ironia si appunta per prima su quest’ultimo: “Io Platone sono la verità”, “Platone rosso di vergogna; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi”.
Nietzsche si è trovato a vivere in un momento storico, quello del Romanticismo ottocentesco, successivo all’Illuminismo del Settecento, in cui le vecchie dottrine della fisica aristoteliche erano ormai state superate dalla rivoluzione scientifica iniziata con Copernico e portata a compimento da Newton e Galilei. In tale contesto, egli pensò la fine del mondo platonico cristiano, esprimendola con la formula della “morte di Dio”, una nuova epoca positivista, in cui si accanì in particolar modo contro il Cristianesimo, che avvertiva ancora imperante. Nietzsche si sentì investito di una nuova missione, come dichiara in “Ecce Homo”: “Perché sono un destino”.
Ecco come esordisce nella sua autobiografia: “Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme, una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite. E con tutto ciò non c’è nulla in me del fondatore di religioni… Non voglio essere un santo, allora piuttosto un buffone... Forse sono un buffone…”
La sua critica velenosa contro il Cristianesimo, in cui non si può non leggere anche un atteggiamento di ribellione contro la sua situazione esistenziale, essendo figlio di un pastore luterano, si esprime sin dalla prima opera: “La nascita della tragedia”. Nella dottrina cristiana, egli avverte un’avversione e un’ostilità alla vita dei sensi: “L’odio verso il “mondo”, la maledizione delle passioni, il timore della bellezza e della sensualità, un aldilà inventato, per meglio calunniare l’aldiquà, in fin dei conti il desiderio del nulla.” Una dottrina che urtava profondamente contro l’interpretazione e giustificazione del mondo come fenomeno puramente estetico, professato allora da Nietzsche. Ed in “Ecce Homo” ribadisce lo scontro: “Il concetto di «Dio» inventato in opposizione alla vita – tutto ciò che è dannoso, venefico, calunnioso, mortalmente ostile alla vita vi è raccolto in una terrificante unità! Il concetto di «al di là», di «mondo vero» inventati per svalutare l’unico mondo che esiste – per non lasciare alla nostra realtà sulla terra alcun fine, alcuna ragione, alcun compito!”

Silvio Minieri ha detto...

3. L’eterno ritorno
Demolita la vecchia concezione, ecco la nuova: la volontà creatrice. È questo il filo che conduce dalla morte di Dio all’eterno ritorno. Nel commentare queste due figure del pensiero di Nietzsche, Il filosofo Emanuele Severino parte da un’analisi del mondo contemporaneo osservando come in ogni campo culturale e civile le verità assolute hanno perduto la loro prospettiva, per cui oggi non si ha più nessuna fiducia in strutture immutabili ed eterne travolte dal divenire di ogni cosa che accade. Nel campo strettamente filosofico, egli osserva come il pensiero di Nietzsche costituisce uno dei rari spiragli (cita anche Leopardi), in cui la potenza distruttiva dei valori tradizionali viene alla luce nella forma più radicale. La morte di Dio non vuol dire semplicemente che la gente non crede più nell’esistenza di Dio, ma significa che sul fondamento della fede nel divenire è impossibile la fede nell’esistenza di qualsiasi immutabile. Se si crede che il mondo, le cose siano storia, divenire, temporalità, contingenza, allora il tentativo di tenere insieme il divenire, la libertà dell’uomo con la presenza di un Dio onnipotente e immutabile, questo tentativo fallisce. Si tratta di capire che, se esiste una struttura ontologica immutabile, allora tutto ciò che accade deve adeguarsi alla legge in cui tale struttura consiste. E però non soltanto ciò che accade, osserva Severino, ma anche tutto quello che ancora non esiste e che verrà ad esistere deve adeguarsi a questa legislazione di una verità eterna e immutabile. L’esistenza di un Dio autore del creato implica l’impossibilità di una volontà creatrice dell’uomo. Nel capitolo “Sulle isole beate”, Zarathustra afferma: “Che cosa ci resterebbe da creare se ci fossero gli dèi?” In questo discorso, l’evidenza originaria è la creatività dell’uomo, il modo in cui l’uomo s’inserisce nel divenire, è il divenire dell’uomo. E questa evidenza originaria del tutto diveniente è in contrasto con l’essere immutabile ed eterno: “Se esistessero gli dèi, come potrei io sopportare di non essere un Dio? Dunque gli dèi non esistono.”
(Vedi post di ieri)

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Il "quadro frammentario" dei miei studi su Nietzsche sarà sistemato in uno scritto unitario sul suo pensiero, seppure a grandi linee e con i suoi limiti strutturali? Forse, un giorno, un libro, chissà! I personiti ormai stanno per finire. Forse sono un autore postumo.