sabato 6 giugno 2026

Mimo

 

            Delle divine apparizioni



7 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

PROLOGO
Ormai sto rincorrendo il mio personita scomparso (estinto) poco più di vent’anni fa, grazie al mio orologio biologico, che riesce, in grazia di una sua carica naturale (o extranaturale), a segnare un’ora sempre più tarda. E dopo il primo mimo storico, “Il grigio della ragione”, che ancora non riesco a rileggere con attenzione, mi trovo a ripubblicare, e quindi a rileggere anche il secondo mimo di quella età (arcaica) di una serie divenuta poi man mano così numerosa, ché io ne ho perso il conto, e se avrò tempo, mi riprometto di catalogarla. “Delle divine apparizioni”, giudico sia migliore di “Il grigio della ragione”, più leggibile, più scorrevole per una sua maggiore parte narrativa, e quindi meno pedante, e in tal senso non più alla ricerca di sottigliezze o bizantinismi e di ornata pretenziosità di linguaggio nel dialogo tra i due interlocutori. Quindi, penso che la lettura sarà più invitante e gradita, come a me risultata a vent’anni e oltre di distanza, anche se non ho diseppellito il testo solo ora, avendolo fatto anche in recenti anni trascorsi.

Silvio Minieri ha detto...

DELLE DIVINE APPARIZIONI
(Dialogo tra due viaggiatori sul treno da Roma Termini a Firenze Campo di Marte)

- Ecce me ab imo pectore.
- Ave, Decio.
- Sono bene dunque arrivato, o Traseo Nera.
- Con leggero ritardo, caro Livio, come tuo costume.
- Ah, il costume!
- Sì, l’ethos, il carattere: ethos antropon daìmon, il demone è il carattere dell’uomo; ma di questo argomento avremo forse una diversa occasione per parlarne: prendi posto, ora; vedi, il treno parte.
- Ma non dobbiamo preoccuparcene molto: abbiamo tutto il tempo per parlare del tema che mi avevi annunciato per questo nostro viaggio da Roma Termini a Firenze Campo di Marte.
- E ricordi qual era il tema che ti avevo annunciato, Decio Livio?
- Certo, Traseo Nera: “Nel regno delle sfere rotanti e delle candele accese”, ovvero il bruciare consumandosi delle candele nel buio ed i movimenti delle sfere rotanti fra quelle luci. Dico bene?
- Dici bene, mio ottimo amico.
- Dovevi narrarmi di un avvenimento che ti era capitato.
- Sì, certo: è un racconto, il mio, che ti prego di ascoltare.
- Attentamente e con devozione, Traseo Nera, come si addice all’ascolto di parole in cui risuona il timbro originario del dio.
- È proprio un avvenimento straordinario quello di cui vengo a narrarti, mio caro Livio, e che io definisco soprannaturale, sebbene le circostanze in cui si è svolto possano apparire abbastanza scontate e naturali.
- Parla, dunque, Traseo, perché io sono impaziente di ascoltarti.
- Accadde questo. Era verso la fine di giugno o agli inizi di luglio ed io scendevo tutto solo da via Veneto giù fino a piazza Barberini, giacché la mia consorte era partita in villeggiatura per il mare, come tu ben sai.
- Certo, Nera, prosegui.
- Giunsi, dunque, sul limitare della piazza proprio mentre questa veniva avvolta dalla luce d’oro del tramonto. Era uno spettacolo incantevole ed io sostai nell’angolo ad osservare la chiarità della sera estiva, illuminata dagli ultimi pallidi riflessi dorati; contemplavo la statua bianca del Tritone innalzato sulle due conchiglie sostenute dai quattro delfini nella vasca centrale ed il getto d’acqua spumeggiante verso l’alto, ero fermo accanto all’altra scultura del Bernini, la fontana delle Api; mi chinai dunque a bere dallo zampillo laterale, prossimo all’orlo della vaschetta, poi mi rialzai, per continuare a contemplare lo spettacolo di quella piazza trasfigurata nella mia anima: non era piazza Barberini ed ora io lo sapevo. Ed allora fui colto da una impercettibile folata di nostalgia per una piazza, come quella incantata nella prossimità del vespro, ma situata in un’altra città, una città lontana, dove allora nella mia anima si era realizzato quello stato di quiete, nominato dagli antichi greci Sophrosyne. Io, Decio Livio…
- Mi sembri leggermente commosso, Traseo Nera.
- Io, Decio Livio, ero lì, sul limitare di quella piazza, nella pallida luce d’oro del sole al tramonto, in quello stato d’animo di Nostalghìa e di Sophrosyne, quando sentii una mano amica poggiarsi dolcemente sulla mia spalla: allora mi voltai ed ebbi la visione.
- Vedesti, dunque, il dio, Traseo Nera?

Silvio Minieri ha detto...

- Aveva le sembianze di un giovane dall’aria accattivante, con i capelli lunghi inanellati sul collo, di un colore castano scuro, gli occhi azzurri, il viso abbronzato, l’espressione sorridente, il corpo se non proprio massiccio di certo niente affatto magro; ispirava con tutta la sua persona un senso di fiducia ed amicizia. Colsi anche alcuni aspetti particolari del suo abbigliamento: indossava, sebbene fosse estate, un leggero soprabito color antracite, allacciato con una cinta di stoffa, su un vestito composto da un paio di pantaloni blu ed una maglietta bianca a girocollo; ed anche un altro particolare mi colpì: calzava ai piedi scarpe da ginnastica. Il giovane mi guardò a lungo negli occhi, esprimendo tutta la sua comprensione ed amicizia per il mio stato d’animo, preda di Nostalghìa e di Sophrosyne a un tempo, ed espresse tali suoi sentimenti in una maniera così intensa e fraterna che io fui colto da un sincero senso di gratitudine, che m’invase l’animo, cancellando per il momento ogni impronta delle due dee che brevemente si eclissarono. Poi il giovane mi parlò e questo mi raccontò, come io lo racconto a te ora: “Un giorno, Traseo Nera, anche il mio animo fu preda di quei sentimenti, che tu hai ipostatizzato nella figura delle due dee sorelle Sophrosyne e Nostalghìa, figlie di Olympos e Mnemosyne, come racconta il mito. Ma, ascoltami: il mio racconto, seppure dovrà sembrarti proveniente dall’ombra oscura del mito, puoi ben riportarlo nel tuo linguaggio, il logos a te assegnato dalla sorte divina, e riferire che esso è illuminato dalla luce di Aletheia, la Verità. Io non voglio che tu mi creda, ma con il mio racconto voglio rasserenare il tuo animo e vederti felice, come quando contemplavi i tetti spioventi di nera ardesia e la bianca statua della nobildonna reale circondata alla base da sculture animate di fontane zampillanti che tu sai, nell’aiuola al centro dell’amata piazza prima del vespro.” Mentre egli pronunciava queste parole, io riflettevo con stupore che quel giovane dall’aspetto così stranamente familiare compartecipava ai miei stati d’animo più intimi e segreti e conosceva anche i miei pensieri più reconditi. Egli dolcemente sorrise, comprendendo la mia meraviglia e continuò: “Esiste un regno della luce e quello sottostante delle tenebre, ma nulla sovrasta l’Uno, lo Spirito invisibile ed incorruttibile, superiore al tutto, che esiste nella sua luce ineffabile. Lo Spirito non va però ritenuto un dio esistente in una maniera determinata. Egli è da preferirsi agli dèi, è una signoria (arché) su cui nulla domina. Nulla è a lui preesistente e nulla gli manca, essendo egli da sempre perfezione. È l’eterno che da sempre esiste, è luce incommensurabile e illimitabile; è invisibile, perché nessuno l’ha mai visto ed indescrivibile, perché nessuno può descriverlo. Il suo nome non è pronunciabile, perché non esiste nessuno prima di lui che possa dargli un nome. Egli non partecipa ad eone (aion, tempo) alcuno; non c’è tempo per lui, perché chi è partecipe del tempo è stato formato da altri. Il suo eone è indistruttibile. È lui che comprende sé stesso. Egli esiste prima del tutto ed è a capo di ogni eone, se eoni si possono dire non dimoranti in lui. Egli è la luce incommensurabile, la purezza santa, limpida, indescrivibile, perfetta, indistruttibile. È lui che comprende sé stesso nella sua propria luce che lo circonda, lui che è la sorgente delle acque di vita, la luce piena di purezza. La sorgente dello Spirito fluì dall’acqua viva della luce. Egli riconobbe la propria immagine, vedendola nell’acqua luminosa pura, che lo circondava. La sua mente (noùs) divenne attiva e si manifestò. Resistette di fronte a lui, fuori dello splendore della luce.

Silvio Minieri ha detto...

È questa la forza anteriore al tutto, la quale si manifestò; è la prescienza perfetta del tutto, la luce, la somiglianza della luce, l’immagine dello Spirito invisibile. Dall’acqua viva della luce sgorgarono altre infinite onde di luce e tra le prime Sophia. Ella concepì all’interno da sola un pensiero, che poi volle manifestare, senza il consenso dello Spirito, compiendo la sua opera; ma venne fuori un’immagine imperfetta del cielo, priva di bellezza nel sembiante. Si formò una cortina sotto il cielo, il regno della luce, e sotto la cortina comparve un’ombra, il regno delle tenebre; quell’ombra divenne la materia, la sua forma divenne un’opera nella materia ed ebbe espressione dall’ombra; un essere (plasma) arrogante venne fuori dalla materia, aprì gli occhi, vide la materia estesa senza confini, divenne egli presuntuoso e disse: “Io sono dio e fuori di me non c’è alcun altro.” Dicendo questo, peccò contro il tutto, perché non era a conoscenza che dalla sorgente infinita della luce dello Spirito erano sgorgate altre onde luminose, con infiniti altri eoni e credeva che sua madre Sophia fosse la sola Grande Madre del tutto. Una voce però risuonò dall’alto dell’assoluto e gridò: “Tu t’inganni, Jadalbaoth” Egli disse: “Se esiste qualcun altro prima di me, si riveli a me.” Subito Sophia stese il suo dito e introdusse la luce nella materia, seguendola fin dentro al regno delle tenebre, quindi si volse indietro per tornare alla sua luce.” Nell’oscurità della materia, pertanto, Jadalbaoth, il principe delle tenebre, traendo forza dalla nube luminosa della madre, creò un eone di luce fiammeggiante di una grandezza senza confini e creò altre potenze sotto di sé: i dodici arcangeli, signori delle dodici costellazioni dello zodiaco; i sette re dei cieli, che hanno nome Ishis, Arethès, Hermas, Zoah, Aphredith, Sabbath, Helioth; infine, i 360 angeli della luce del giorno. Quando l’Archighenitor vide il creato sotto di lui, i dodici arcangeli, i sette arconti e la moltitudine di angeli sottostanti, venuti ad esistenza per mezzo suo, disse loro: io sono un dio geloso, non avrete altro dio fuori di me! In tal modo già lasciava intendere agli angeli sotto di lui che esiste pure un altro dio. Se infatti non ce ne fosse un altro, rispetto a chi dovrebbe essere geloso? Ma un giorno il principe degli arconti Hermas, che ere riuscito a trattenere una scintilla della luce di Sophia, scese più in basso verso la materia, nel regno delle tenebre e creò un eone fiammeggiante ad imitazione di quello di Jadalbaoth, facendo esplodere un iniziale punto di luce che si andò espandendo sempre più e formò l’intero universo fisico. Le tenebre si riempirono di infiniti fuochi, le stelle, da cui si sprigionarono allontanandosi a velocità siderali un numero infinito di meteoriti di ogni grandezza, propagandosi per l’universo intero in un moto senza fine. Si formò così “il regno buio delle sfere rotanti e delle candele accese” e su un pianeta azzurro, inserito in un sistema di altri pianeti che ruotava attorno ad una stella, il sole, si riprodusse un’immagine del regno della luce, il giorno, in contrapposizione al regno delle tenebre, la notte. Poi, un giorno, Hermas fu raggiunto dal canto di Sophrosyne e Nostalghìa e come messaggero celeste decise di scendere su Ghenès, il pianeta azzurro che ha una lontana parentela con l’azzurro della luce del cielo e muovendosi nell’oscurità dello spazio-tempo raggiunse il luogo, dove le figlie di Mnemosyne lo avevano attirato con il loro dolcissimo canto. Giunse così nel giardino di Europa, quella terra della sera, Esperia, dove il sole tramonta in una luce d’oro.”

Silvio Minieri ha detto...

Il giovane dallo sguardo cilestre ora velato di leggera malinconia, la voce suadente, tacque ed io ne approfittai per interrogarlo: “Angelo divino, spirito del cielo, quale io immagino tu sia, perché sei volato quaggiù fino a me per rivelarmi tutto questo? Io vedo il tuo sguardo limpido di azzurro attraversato da una leggera ombra di malinconia, perché?” Allora il celeste messaggero riprese il suo racconto e disse: “Io sono Hermas e mi rivelo a te umana creatura, ora, nel tempo della storia del mondo, qui, nel giardino di Europa, in questa romana e moderna piazza Barberini, accanto alla fontana delle Api, perché in quest’ora di luce dorata del tramonto tu sei rimasto preda del fascino di Sophrosyne e Nostalghìa e non delle Sirene, che con il loro ingannevole canto ammaliano i naviganti, distogliendoli dalla via del ritorno alla loro vera patria, il Cielo. Tu, Traseo Nera, uomo della civiltà occidentale, hai una cultura classica e ricordi bene come diceva il pensatore greco del quarto secolo nella sua mirabile opera, il Timeo, invaso com’era dall’amore e dal desiderio per Sophia, mia madre: “E’ l’anima che c’innalza, perché noi non siamo come le piante della terra, in quanto la nostra vera patria è il cielo, là dove l’anima ha tratto la sua prima origine”. Ed io interruppi l’Angelo e dissi: “O divino arconte, anche il nostro grandissimo poeta espresse la stessa convinzione: “Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza.” Il principe degli arconti però, Hermas, disceso sulla Terra (Ghenès), sembrò non volere preoccuparsi di questa mia interruzione e dopo avere pronunciato le parole “Arethès” e “Sophia”, quasi un commento alla mia citazione poetica, disse: “Dal giorno in cui l’anima cadde in esilio sulla terra, lontano dal suo luogo d’origine, si aggirò smarrita per luoghi che non riconosceva come propri e che viveva come estranei, acquistando quindi la condizione di anima straniera; da allora, dal giorno della sua caduta, l’anima esiliata anela a ritornare al regno della luce, suo vero luogo d’origine: ecco perché la sua patria è il cielo.” Io rimasi a lungo a contemplare la piazza nella luce dorata del tramonto, poi mi voltai e vidi che egli era sparito. Questo è dunque il racconto, o Decio Livio, dell’apparizione del divino arconte Hermas, il terzo inviato, che nell’imminenza del vespro estivo di fine giugno o inizio di luglio, non ricordo bene, si rivelò a me in sembiante umana nella luce dorata di piazza Barberini a Roma, la nostra città da cui siamo partiti questa mattina per il nostro viaggio con destinazione Firenze. Ma io ti guardo e leggo nell’espressione dei tuoi occhi un certo fondo di scetticismo; non è così, mio caro?”

Silvio Minieri ha detto...

- Traseo Nera, non è forse la scepsi, il dubbio, il fecondo germe nella semina della ragione?
- È tuo il logos, e ne puoi scegliere il destino, Livio! Oppure, a dirla in termini più appropriati al linguaggio odierno: “Hai ragione da vendere!”
- E dunque?
- Dimmi, orsù, dove il mio mitico racconto non ti persuade.
- Tutto il tuo racconto sulla rivelazione di Hermas, o Nera, spande intorno a sé un forte odore di bruciato: in primo luogo, nel senso di dare l’impressione della presenza sospetta di un inganno, vale a dire di “falso” ed in secondo luogo, perché trattando di “eresia” gnostica, riporta alle nostre nari il fumo acre dei roghi medioevali accesi dall’Inquisizione. Io dubito della certezza delle tue parole.
- E perché, Decio, non hai fede in quello che dico?
- Il tuo racconto, Traseo, è inverosimile non tanto perché siamo nel terzo millennio ed oggi quindi, di fronte al progresso scientifico, non è più lecito credere in miracolose apparizioni, anche se magari più avanza la conoscenza razionale e più abbiamo bisogno dell’irrazionale, quanto perché contiene numerosi indizi, i quali conducono più alla tua persona, Traseo Nera, che non alla figura del dio Hermas.
- E quali questi riferimenti, se è lecito?
- Cominciamo dall’appellativo: “il terzo inviato”.
- Ti ascolto.
- Due mi sembrano i motivi per cui tu hai accostato la figura del dio Hermas e non dico di questo “inesistente Hermas”, per non dover offendere la tua tanto ricca immaginosità ed ancor più ricchissima fantasia. Hermas, dunque, è il terzo inviato, perché il suo nome sta per Hermes, il messaggero degli dèi e nella configurazione dei giorni della settimana, che prendono nome dai corpi celesti, Mercurio, il corrispondente dio latino, dà nome a mercoledì, se vogliamo cominciare il conto dal lunedì, come hai fatto tu.
- Come ho fatto io?
- Mostri molto una faccia da “pupo”, Traseo, nell’interloquire con quest’interrogativo ed infatti vedo che te la ridi, proprio come un “pupo” incosciente. Dunque, quando tu hai elencato le sette potenze celesti di Jadalbaoth, vale a dire gli arconti, li hai messi in fila nel modo seguente: Ishis, Arethès, Hermas, Zoah, Aphredith, Sabbath, Helioth. Ishis è Iside, la Luna; Arethès è Marte, la Virtù; Hermas è Mercurio, l’Enigma (o Inganno); Zoah è Zeus, Giove; Aphredith, Afrodite, Venere; Sabbath è Sabato, e qui hai usato quasi l’originale Sciabbath ebraico, saltando Saturno (Satur-day); Helioth è Elio, il Sole, Domenica, come si rivela nell’inglese Sun-day e nel tedesco Sonne-tag, il giorno del Sole. Se dunque il nostro sabato prende il nome dal Sciabbath ebraico, il giorno del riposo, mentre la domenica prende il nome dal latino “Dominica”, giorno del Signore (Dominus), gli altri giorni della settimana sono in riferimento ai pianeti, gli antichi theoi, gli dèi dei Greci.
- Decio carissimo, sei stato molto attento al mio discorso, che però io preferirei nominare: “Il discorso di Hermas”.
- Se dici: “discorso di Hermas”, invece di “rivelazione di Hermas”, posso accontentarti e su questo convenire con te.
- Grazie, mio ottimo Livio.
- Ma anche altri improbabili particolari davano adito al sospetto e davano segno di “odore di bruciato”.
- E quali?
- Non vorrei soffermarmi sull’abbigliamento umano del dio, che tu hai voluto rendere giustamente moderno, ma colgo solo il particolare delle “scarpe da ginnastica” quali calzari del divino Hermas o, dico io, Hermes.
- E dunque?
- Il messaggero degli dèi ha le ali ai piedi e tu ovviamente hai reso il simbolo della necessità di spostarsi velocemente con le scarpe sportive. Ma qui, consentimi di cogliere per un attimo un aspetto quanto meno buffo di questo particolare.
- E quale?

Silvio Minieri ha detto...

- Non ti stupire, Traseo, se ladri e ingannatori indossino scarpe da ginnastica, per fuggire via più lesti, come si addice agli scaltri ed a quelli che comportandosi da scaltri sono appunto nominati lestofanti e in tale guisa vengono inseguiti, quando sono costretti a fuggire colti in flagranza delle loro malefatte.
- Un lestofante, il mio dio Hermas, dunque?
- E non solo, ma come bene si addice alla schiera degli arconti, le malvagie potenze celesti della tradizione gnostica, tra cui tu l’hai inserito, anche un dominus creatore inaffidabile.
- Ecco, su questo discuterei.
- Sono pronto al confronto, Traseo Nera, ma visto che avevamo nominato gli arconti, ritengo più proficuo confrontarci ora sul secondo aspetto, che io ho colto del tuo racconto.
- “L’eresia gnostica?”
- Eh già!
- Vorrei sussurrarti ad un orecchio che forse puoi cominciare di nuovo dalla denominazione del dio Hermas come “terzo inviato”.
- Non avrei infine dimenticato questo aspetto del discorso, che pure stavo trascurando.
- Dimmi dunque, Livio, del “terzo inviato”.
- Vorrei, ma debbo un momento interrompermi: non vedi, Traseo, che giunge fino a noi il controllore e già a me si rivolge per primo, per chiedere dei titoli di viaggio?
- Oh già, lo vedo!
- Signori, per favore, i biglietti.
- Prego! Ah, scusi, ci conferma che questo treno ferma a Firenze Campo di Marte?
- Oh, no, signore, lei si sbaglia, non Firenze Campo di Marte, ma Firenze Porta Mercurio.
- Porta Mercurio?
- Ma è già un po’ di tempo che la stazione ha cambiato nome!
- Non sapevo…
- Bene, tenga. E lei, anche il suo biglietto, per favore.
- Oh, scusi! Ecco il biglietto.
- Grazie Signori e… buon viaggio!
- Traseo: ma io sto sognando!
- No, Decio Livio, non stai sognando: quello che accade è reale.
- Eppure… quell’invisibile raggio di luce che l’ha colpito all’occhio sinistro nel mentre ci augurava ‘buon viaggio!’…
- Luce invisibile? Ma di che cosa dunque parli, Livio!
- Traseo Nera, se improvvisamente un raggio di luce viene a ferirti gli occhi, qual è la tua reazione?
- Di colpo, per riflesso automatico, chiudo sbattendo le palpebre e stringo le ciglia.
- Ed è quello che è capitato al nostro controllore, un istante fa, al suo occhio sinistro.
- Un tic, probabilmente.
- Certo, Traseo Nera. Ed il fatto che calzasse scarpe da ginnastica? Un vezzo, questo?
- Non un vezzo, ma una scorrettezza contro il Regolamento: disordine nell’indossare l’uniforme di servizio da ferroviere.
- Il Regolamento, il Nomos ferroviario! No, Nera, non è così.
- E come, dunque?
- Firenze Porta Mercurio, la strizzatina d’occhio, le scarpe da ginnastica: un insieme di indizi, che senza tema conducono a…
- Al dio Hermas! I travestimenti del dio, violazioni del Nomos celeste, non di un banale ed umano regolamento… Un insieme di indizi che costituiscono una prova, ora valida anche per te, Decio Livio, della verità delle divine apparizioni.
- O dei divini imbrogli, direi invece io, Traseo Nera. Io comunque dubito.
- Dubito, ergo sum.
- No, amico: sum, ergo dubito.
- Dubitando ad veritatem pervenimus.
- Et in Arcadia ego.