domenica 28 giugno 2026

Pagine letterarie

 

                 Faccia 'ngialluta



6 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

FUTURI POSSIBILI
Fra tutti i futuri possibili, FACCIA ‘NGIALLUTA è l’unico futuro reale, ed infatti seguirà questa Nota introduttiva nella pubblicazione del giorno, questo giorno. È un po' l’immagine del Palazzo dei Destini, che troviamo nel celebre Saggio di Teodicea (1710), del filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz, dove egli espone la teoria del "migliore dei mondi possibili", utilizzando l'allegoria del Palazzo dei Destini. Questo palazzo è descritto come un'immensa piramide al cui vertice si trova il nostro mondo reale, scelto da Dio tra infinite alternative. Ovviamente, quest’allegoria trascende il fine della mia scelta opzionale nella pubblicazione quotidiana, che appare molto, ma molto più modesta. Nell’universo creativo, in cui secondo il canone artistico dell’ironia romantica, l’autore fa e disfa continuamente la sua opera, la mia scelta non era quella del miglior mondo possibile, secondo il leibniziano “principio di ragion sufficiente” del progetto divino della creazione, di cui parleremo meglio altrove. Ho optato per associazione di idee non sul tema, ma sull’autore: Victor Hugo.
In verità, nel discutere la scelta, non avevo pensato di riferirmi a Leibnitz (Teodicea) o Schlegel e Schleiermacher (ironia romantica), ma al nostro autore preferito, Borges, il mio Whitman – Walt Whitman (1819–1892) is widely celebrated as the "father of American poetry" and the inventor of free verse. His masterpiece, Leaves of Grass (first published in 1855), revolutionized literature by celebrating the human body, democracy, and nature in a bold, direct style. Che cosa significa questo, lo spiego un’altra volta, adesso torniamo a Borges, (da cui ho avuto per la prima volta contezza di Whitman) e parliamo della scelta dei futuri possibili, di cui tratta nel suo racconto: “Il giardino dei sentieri che si biforcano", titolo originale: “El jardín de senderos que se bifurcano”, (1941). Mi avvalgo della sintesi della IA: “Il Tempo Plurale: Il tempo non è una linea retta, ma una rete infinita di tempi divergenti, convergenti e paralleli.Il Labirinto: Simbolo universale del caos che nasconde un ordine segreto e indecifrabile. Il Destino: La coesistenza di infinite possibilità in cui gli stessi personaggi sono, a seconda del sentiero, amici, nemici, vivi o morti.” Io mi sono riletto il racconto, e forse lo commentiamo meglio un’altra volta, ora cito un passo, conforme a questo presente discorsetto messo su da me come prologo improprio alla pubblicazione odierna, che vale come nuovo elaborato rispetto alla mia opera precedente, quella del passato, da cui vado a diseppellire reperti archeologici, sempre attuali, secondo me.
Ed ecco, ora, il passo del giardino con i sentieri biforcuti, e capisco che l’aggettivo “biforcuti” colora di sinistra ironia il racconto di Borges, un virtuosismo della parola.
“Ero in perplessità, quando mi fecero avere da Oxford l’autografo che lei ha esaminato. Mi colpì, naturalmente, la frase: “Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano”. Quasi immediatamente compresi: “Il giardino dei sentieri che si biforcano” era il romanzo caotico; le parole a diversi futuri (non a tutti) mi suggerirono l’immagine della biforcazione nel tempo, non nello spazio. Una nuova lettura di tutta l’opera mi confermò in questa idea . In tutte le opere narrative, ogni volta che si è di fronte, si decide per una e si eliminano le altre; in quella del quasi inestricabile Ts’ui Pên, si decide simultaneamente per tutte. Si creano così diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.”
Perché Borges introduce la proposizione parentetica: non a tutti? È la contraddizione tra finito (tutti) e infinito (non tutti). Ne riparliamo in sede di commento al racconto.

Silvio Minieri ha detto...

FACCIA ‘NGIALLUTA
Il primo dei cinque volumi, di cui si compone l’opera principale di Victor Hugo, “I miserabili”, è dedicato alla storia di Fantine. Di questa figura pronuncerà l’epitaffio Jean Valjean alla fine della sua vita ed a conclusione della lunga narrazione di fatti e avvenimenti, in cui consiste il monumentale romanzo: “Cosette, ecco arrivato il momento di dirti il nome di tua madre. Si chiamava Fantine. Ricorda questo nome: Fantine, e inginocchiati ogni qual volta lo pronuncerai. Ella ha molto sofferto, ti ha molto amata, ed ha avuto in dolore tutto quello che tu hai in felicità. Sono questi i disegni di Dio. Egli vede tutti noi, sa bene quello che fa, lassù tra le sue grandi stelle.”
Abbiamo anticipato la fine, ma leggiamo l’inizio, il ritratto di Fantine giovane e bella: “Fantine, era la gioia in persona. I suoi splendidi denti avevano certo ricevuto da Dio la funzione di ridere. Teneva in mano, più volentieri che in testa, il suo cappellino di paglia dai lunghi nastri bianchi, ed i folti capelli biondi, pronti a ondeggiare e facili a slegarsi, tanto che bisognava riassettarli spesso, sembravano fatti per la fuga di Galatea sotto i salici. Le labbra rosee erano incantevoli nel parlare e gli angoli della bocca rialzati voluttuosamente, come nelle antiche maschere d'Erigone, avevano l'aria d'incoraggiare le audacie; ma le lunghe ciglia piene d'ombra si chinavano con discrezione su quel capriccio del viso, come a frenare. Tutto il suo abbigliamento pareva cantare e ardere; portava un abito violetto di lana leggera, un paio di scarpette a coturno, grigio cangianti, con i nastri a ics sulle finissime calze bianche traforate, e quella specie di spencer di mussola, invenzione marsigliese, il nome del quale, canezou, dalle parole quinze août, quindici agosto, come vengono pronunciate nella Canebière, significa bel tempo, calore e luce. […] Il canezou della bionda Fantine, con le sue trasparenze, indiscrezioni e reticenze, che nasconde e mette in mostra nello stesso tempo, sembrava di un provocante pudore; tanto che la famosa corte d'amore, presieduta dalla viscontessa di Cette, dagli occhi verdi come il mare, avrebbe dato il premio della civetteria a quel canezou, concorrente in nome della castità. Talvolta il più ingenuo è il più sapiente. Il volto luminoso e delicato di profilo, gli occhi d'un azzurro profondo, le palpebre morbide, i piedini lievemente ad arco, i polsi e le caviglie mirabilmente affusolati, la bianca pelle che lasciava scorgere qua e là le azzurrine arborescenze delle vene, le gote infantili e fresche ed il collo robusto delle Giunoni di Egina, la nuca forte e flessibile, le spalle che parevano modellate da Coustou ed avevano al centro una voluttuosa fossetta, ben visibile attraverso la mussola, d'un'allegria temperata dalla meditazione, scultorea e perfetta: così era Fantine. Sotto a quei poveri panni ed a quei nastri s'indovinava una statua, in quella statua un'anima. Fantine era bella, quasi senza saperlo. Quei pochi pensatori, misteriosi sacerdoti del bello, che confrontano in silenzio ogni cosa con la perfezione, avrebbero intravisto in quella povera operaia, attraverso la trasparenza della grazia parigina, l'antica sacra eufonia.

Silvio Minieri ha detto...

Quella figlia dell'ombra era di razza; bella sotto i due aspetti dello stile e del ritmo, lo stile, forma dell'ideale, e il ritmo, che ne è il moto. Abbiamo detto che Fantine era la gioia; ma era anche il pudore. Gli occhi d'un osservatore che l'avesse studiata attentamente avrebbero visto sprigionarsi da lei, attraverso tutta quell'ebbrezza dell'età, della stagione e delle passioncelle, una invincibile espressione di sostenuta modestia. Sembrava sempre un po' stupita di quel casto pudore, sfumatura che separa Psiche da Venere, bianche dita affusolate e fini da vestale che rimuove le ceneri del fuoco sacro con uno spillone d'oro. Sebbene, come si vedrà purtroppo, non avesse nulla ricusato a Tholomyès [uno studente parigino] il suo viso, a riposo, era austeramente verginale; una specie di dignità seria e quasi austera l'invadeva all'improvviso in certe ore e nulla era più singolare e conturbante del vedere all'improvviso spegnervisi sopra l'allegria e il raccoglimento tener dietro alla serenità. Quella subitanea gravità, talvolta severamente marcata, somigliava allo sdegno d'una dea. La fronte, il naso e il mento offrivano un equilibrio di linee, distinto dall'equilibrio delle proporzioni, donde l'armonia del volto; nell'intervallo così caratteristico che separa la base del naso dal labbro superiore aveva quella piega impercettibile ed incantevole, misterioso segno della castità, che fece innamorare il Barbarossa d'una Diana trovata negli scavi d'Iconio. L'amore è una colpa? Sia. Ma Fantine era l'innocenza che affiora sulla colpa.” Che cosa concede (“sia”) Hugo, quando s’interroga: “L'amour est une faute”? Come riflette la contrapposizione con innocenza, “faute”, comunemente “errore”, viene qui tradotto con “colpa”, significando trasgressione alla regola morale, al dovere, cattiva azione: “Commettre une faute.” Noi sappiamo la cura delle parole e lo scrupolo nel loro impiego da parte dell’autore, che non poche volte si ferma a darne spiegazione, come ad esempio per il termine “canezou” nel brano su Fantine. Victor Hugo ammette la colpa, ma subito aggiunge a sigillo del ritratto appena concluso: “Fantine era l'innocenza che affiora sulla colpa.” Non poteva trovare una definizione migliore per un giudizio assolutorio, che precede le traversie e le sofferenze patite dalla donna nel resto della sua vita, subito a conclusione di questa sua prima giovinezza, la primavera della vita. Abbiamo parlato di giudizio assolutorio, ma per quale colpa?
“Sebbene, come si vedrà purtroppo, non avesse nulla ricusato a Tholomyès” aveva anticipato Hugo nel ritratto della giovane. Nei dizionari francesi moderni, “fauter” è voce antiquata che significa “faire une faute morale”, ma anche come scherzo (plaisanterie) riferito a una jeune fille, se laisser séduire, lasciarsi sedurre. In lingua italiana il verbo “fauter” si può tradurre con “cadere”, in senso morale, cadere in tentazione, in colpa, in peccato. Sin dai tempi di Adamo ed Eva, si presume, chi seduce è la donna, eppure nel 1817, l’anno dei fatti in narrazione, cedere all’amore, “nulla ricusare”, per una fanciulla, è una colpa? L'amour est une faute? Ma perché su questo punto Hugo prima dubita e poi conviene per il sì. La morale si modifica con i tempi? “La faccia dei secoli è composta della fisionomia degli anni. In quell'anno 1817, quattro giovani parigini fecero «un bello scherzo» («une bonne farce»)”.

Silvio Minieri ha detto...

Riassumiamo la storia del “Doppio quartetto”: I quattro venivano dalla provincia, “ma erano studenti – dice Hugo – e chi dice studente dice parigino, studiare a Parigi è nascere a Parigi.” Erano giovanotti insignificanti, naturalmente, ognuno aveva la propria amante: Tholomyès aveva Fantine, detta la bionda, per via dei suoi bei capelli color del sole. Hugo traccia uno schizzo delle quattro ragazze e dei loro idilli giovanili: “I giovanotti erano compagni, le fanciulle amiche. Quel genere di amori è sempre ricoperto da quel genere d'amicizia. Saggio e filosofo sono due cose diverse; e lo prova il fatto che, con ogni riserva su quelle relazioni irregolari, Favourite, Zéphine e Dahlia erano ragazze filosofe e Fantine era una ragazza saggia. «Saggia?» si dirà. «E Tholomyès?» Salomone avrebbe risposto che l'amore fa parte della saggezza. Noi ci limitiamo a dire che l'amore di Fantine era un primo amore, unico, fedele. Ella sola delle quattro era trattata con il tu da uno solo.”
Hugo si sofferma a tratteggiarne la storia di vita: “Fantine era uno di quegli esseri come sbocciano talvolta, per così dire, dal fondo del popolo. Uscita com'era dalle più insondabili tenebre sociali portava in fronte l'impronta dell'anonimo e dell’ignoto. Era nata a Montreuil-sur-mer. Da quali genitori? Nessuno potrebbe dirlo; non si erano mai conosciuti suo padre e sua madre. Si chiamava Fantine, e perché? All'epoca della sua nascita, esisteva ancora il Direttorio; perciò ella non aveva nome di famiglia, essendone priva, né aveva avuto nome di battesimo, non essendoci più la chiesa ad imporli. Si chiamò dunque come piacque al primo passante che l'incontrò piccolina, mentre vagava per le strade a piedi nudi; ricevette un nome, come l'acqua delle nubi, quando pioveva. La chiamarono la piccola Fantine; nessuno ne sapeva altro, e quella creatura s'era presentata in quel modo nella vita. A dieci anni, Fantine lasciò il paese e andò a servire presso alcuni fattori dei dintorni; a quindici, venne a Parigi a «cercar fortuna». Era bella e rimase pura più a lungo che poté. Graziosa, bionda, bei denti, aveva per dote oro e perle, ma l'oro era sul suo capo e le perle nella bocca. Lavorò per vivere e poi, sempre per vivere, poiché anche il cuore ha fame, amò. Amò Tholomyès, e se per lui si trattò d'un’avventura, per lei fu una passione. Le vie del Quartiere Latino, formicolanti di studenti e sartine, videro il principio di quel sogno; Fantine, in quei dedali della collina del Pantheon in cui s'intrecciano e sciolgono tante avventure, aveva fuggito a lungo Tholomyès, per tornarlo sempre ad incontrare. V'è un modo d'evitare molto simile al cercare; in breve, l'egloga (églogue) ebbe luogo.”
Fantine ebbe quindi la sua storia d’amore con Tholomyès, che del quartetto maschile era il capo e il trascinatore della compagnia. Era il tipo perfetto dell'eterno studente, ricco di famiglia, un fisico niente affatto avvenente: “Era un gaudente trentenne, mal conservato, grinzoso e sdentato”, la calvizie incipiente, la giovinezza in decadenza. “Gli avevano rifiutato una commedia al Vaudeville e di tanto in tanto scriveva versi; per di più, dubitava di tutto, grande forza, questa, agli occhi dei deboli. Quindi ironico e calvo, era il capo. “Iron” è una parola inglese che vuol dire ferro; deriverebbe forse da questo, ironia?” E qui Hugo gioca con l’etimo di ironia, (εἰρωνεία), dissimulazione, per suggerire la caricatura del personaggio, un “iron man”, un burlone.
E infatti lo vediamo subito all’opera, quando raduna i suoi amici e con tono oracolare rivela il suo piano: «Da quasi un anno Fantine, Dahlia, Zéphine e Favourite ci chiedono di far loro una sorpresa; e noi abbiamo solennemente promesso di farla. Ce ne parlano sempre, a me soprattutto. Nello stesso modo che a Napoli le vecchie gridano a San Gennaro: Faccia 'ungialluta fa o' miracolo [1], le nostre belle mi dicono di continuo: 'E quando partorirai la tua sorpresa, Tholomyès?'. Nel frattempo i nostri genitori ci scrivono. È un bel fastidio; ma pare sia giunto il momento buono.”

Silvio Minieri ha detto...

[1] In napoletano nel testo. L’invocazione era diretta all’icona del santo, la faccia dorata. Durante la catastrofica eruzione del Vesuvio (1794), che provocò distruzioni e morte, i napoletani invocavano il loro patrono: “Faccia ‘ngialluta, accurre e stuta ‘sta vampa de ‘nfierno.” (“Faccia ingiallita, accorri e spegni questo fuoco d’inferno.”)

Silvio Minieri ha detto...

Messo alle strette dalle fanciulle, benché non sia una “faccia ‘ngialluta”, Tholomyès deve fare il miracolo e assieme agli amici organizza la goliardata nell’ombra di una taverna: “Il risultato di queste tenebre fu una splendida gita la domenica dopo alla quale i quattro giovanotti invitarono le quattro fanciulle.”
Hugo ci racconta la scampagnata spensierata delle quattro coppie al culmine della loro gioventù, rilevando la differenza urbanistica tra la Parigi del 1817 di cui ci narra e quella del 1862 in cui egli narra: “Che cosa fosse una scampagnata di studenti e sartine, quarantacinque anni or sono, è difficile raffigurarselo, oggi. Parigi non ha più gli stessi dintorni e la figura di quella che potrebbe chiamarsi la vita del circondario parigino è del tutto cambiata da mezzo secolo; dove c'era la carrozza, c'è il treno, e al posto del barcone, il battello a vapore. Si dice oggi Fécamp come si diceva Saint-Cloud.
La Parigi del 1862 è una città, che ha la Francia come periferia.” Quella di oggi, chi la conosce e la ritrova sulla mappa, segue l’itinerario della scampagnata delle nostre quattro coppie bohémiennes da Saint-Cloud, lungo il bordo del Bois de Boulogne, fino agli Champs-Elysées. Quella taverna in cui si conclude la loro avventura non c’è più, anche se da una sua finestra di allora si poteva vedere la Cupole des Invalides e il Lungo Senna. Si sono dati un ultimo bacio tra loro, prima del congedo, i giovani della gita domenicale: “Ognuno depose gravemente un bacio sulla fronte della sua amante; poi si diressero verso la porta, tutt'e quattro in fila con un dito sulle labbra. […] Le fanciulle, rimaste sole, s'appoggiarono coi gomiti a due a due sul davanzale delle finestre, chiacchierando, sporgendo il capo e parlandosi da una finestra all'altra. Videro così i giovanotti uscire a braccetto dalla taverna di Bombarde; essi si voltarono e fecero loro dei cenni, ridendo, per scomparire infine in quella polverosa calca domenicale, che invade settimanalmente gli Champs-Elysées.”
Poi viene recapitata loro la lettera: “Sappiate che abbiamo dei genitori. Forse, voi non capite di che cosa si tratta; ma nel codice civile, infantile ed onesto, essi si chiamano padri e madri. Ora, questi genitori gemono, questi vecchi ci reclamano, questi uomini dabbene e queste degne donne ci chiamano figli prodighi e invocano il nostro ritorno, offrendoci d'immolare qualche vitello. Noi, che siamo virtuosi, ubbidiamo; mentre leggerete la presente, cinque focosi cavalli ci staranno riportando ai nostri papà e alle nostre mamme. Così tagliamo la corda, partiamo, siamo bell'e partiti; fuggiamo fra le braccia di Lafitte e sulle ali di Caillard; la diligenza di Tolosa ci strappa all'abisso, e l'abisso siete voi, belle piccine! Rientriamo nella società, nel dovere e nell'ordine al gran trotto, in ragione di tre leghe all'ora; poiché alla patria importa che noi siamo, come tutti, prefetti, padri di famiglia, guardie campestri e consiglieri di stato. Venerateci, perché ci sacrifichiamo; piangeteci in fretta e sostituiteci presto. Se questa lettera vi strazierà, fatele altrettanto: addio. Per circa due anni v'abbiam rese felici: non serbatecene rancore.” Seguono le firme.
Le fanciulle rimangono sorprese, si guardano, rompono il silenzio, alla fine ridono, felice gioventù. “E Fantine rise, come le altre. Ma un'ora dopo, quando fu rientrata nella sua camera pianse. Era il suo primo amore, come abbiam detto; s'era data a quel Tholomyès come ad un marito e la poveretta era madre d'una bambina.”