“E quando miro quegli ancor più senz’alcun fin remoti nodi quasi di stelle ch’a noi paion qual nebbia...” (Giacomo Leopardi, La ginestra)
1. Filosofia e poesia “Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un'ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra sé stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare.” (Blaise Pascal, Pensieri n. 194) In questo che è uno dei suoi più celebri pensieri, Pascal esprime quello stato d’animo proprio di ogni uomo, quando si scopre nella sua condizione di solitudine di fronte all’infinito, lo smarrimento cosmico che ci coglie, quando ci svegliamo nel cuore della notte e nel silenzio della natura d’intorno volgiamo lo sguardo carico di meraviglia e d’incanto verso il cielo e le sue lontanissime stelle. Nel Romanticismo italiano, il poeta che più di tutti ha espresso in immagini poetiche l’angoscia esistenziale e lo smarrimento cosmico nell’infinito siderale è stato Giacomo Leopardi, nei suoi “Canti”. E già il parallelo con Pascal appare interessante, perché mostra la diversità dei percorsi o meglio la diversità d’interpretazione dei percorsi compiuti da questi due esseri umani sotto le stelle, nella loro solitudine spirituale vissuta tra tutti gli altri milioni di viventi che popolano il pianeta.
Quel senso di solitudine cosmica e di spaesamento nella riflessione del filosofo francese si traduce in un interrogativo senza immediata risposta. È una domanda, che esige conoscere il perché di un certo luogo e di un certo tempo, in cui egli è venuto a trovarsi in questo mondo e in quest’eternità infinita. La sua formulazione però già ci induce a credere che la domanda non è posta a caso, ma rivolta ad uno sconosciuto possibile Altro, a cui chiedere conto del perché abbia deciso così il destino della nostra nascita, attraverso determinati modi di tempo e di luogo. È la fede, il dialogo a tu per tu con la divinità, che nel fondo della coscienza accompagna il suo cammino di pensatore religioso, filosofo, matematico. È questo il suo destino, che a quarant’anni si risolve e ne dissolve l’esistenza sulla terra, lasciandone fin qui traccia, ai limiti di quattro secoli, un tratto di vita, “un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre” nell’eternità infinita dell’Universo. Uno spazio di anni di vita, quaranta, occupato anche da un’altra esistenza oltre un secolo e mezzo dopo, in un luogo separato da oltre mille chilometri, un diverso angolo della terra nello spazio e nel tempo, per una distanza infinitamente esigua, nulla, considerata l’irraggiungibile lontananza degli “spaventosi spazi dell'universo”, da dove potrebbe allungarsi lo sguardo a scrutare un atomo invisibile di polvere cosmica, “questo globo dove l’uomo è nulla”. Nel suo tratto di vita ricevuto in sorte, il poeta infelice di Recanati canta la meraviglia cosmica, quel “fiammeggiar le stelle / cui di lontan fa specchio / il mare, e tutto di scintille in giro” nel vuoto sereno “brillar il mondo”. Ed ecco il rovesciarsi della prospettiva, che toglie significato alla casualità del luogo e al principio di sgomento di Pascal, al suo “senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove”. È il momento di sospensione dell’angoscia nel vuoto cosmico: “E poi che gli occhi a quelle luci appunto, / ch’a lor sembrano un punto, / e sono immense, in guisa / che un punto a petto a lor son terra e mare / veracemente; a cui / l’uomo non pur, ma questo / globo, ove l’uomo è nulla, /sconosciuto è del tutto.” L’infinità cosmica non annulla le distanze, ma le mantiene intatte nel suo specchio infinito di luci remotissime, e lo sguardo si smarrisce, ma solo per quell’attimo di quiete, perché l’interrogativo diventa presto universale: “E quando miro / quegli ancor più senz’alcun fin remoti / nodi quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia, a cui… / le nostre stelle / o sono ignote, o così paion come / essi alla terra, un punto / di luce nebulosa; al pensier mio / che sembri allora, o prole / dell’uomo?” Perduto nell’infinità degli spazi delle lontanissime costellazioni, “quasi nodi di stelle”, il senso dell’esistenza si dissolve nel nulla. Perché? Il sentimento della vanità e del nulla colpisce dolorosamente il poeta per il suo infelice destino di tristezza e solitudine, ed infine egli si isola dalla comune condizione della stirpe dei mortali, intessendo un dialogo singolo con l’astro più vicino, che splende di luce d’argento nella notte. “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?” E di fronte allo sguardo imperscrutabile, all’olimpica indifferenza della luna, la sua immortale giovinezza, la risposta di silenzio induce a ripiegarsi sulla propria condizione mortale, dove il destino personale del poeta non reca però lo sgomento religioso che assale Pascal, ma un sentimento di sconsolata negazione e dolore: “Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri, / che dell'esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors'altri; a me la vita è male.”
2. Il corso degli astri “Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo” dice Pascal. In alto, lassù, le stelle che punteggiano di luci la volta notturna, “il cielo visibile ai nostri occhi e da cui risplendono i luminari e gli astri”, nello sguardo di Agostino d’Ippona, quaggiù i destini singoli delle nostre esistenze di mortali. Quale l’influsso di quelle luci divine sulle ombre della terra? Che cosa questo colloquio con gli astri, al di là della filosofia e della poesia? L’astrologia come scienza? Ora, il nostro discorso si fa meno intimista, lo sguardo diventa più disincantato. Vi è forse un ordine razionale disegnato dalle linee degli astri nel cielo? “Le figure meravigliose che compaiono nel cielo, in quanto trovano posto in una realtà visibile, possono senz’altro ritenersi le più belle.” (Platone, Repubblica, VII, 529c) La Bellezza è l’aspetto sensibile della Verità dell’Essere, il Bene, e solo investigando la traccia delle geometrie degli astri si raggiungerà la verità eterna delle Idee: “E allora dobbiamo usare le meravigliose figure del cielo, in guisa di modelli per la conoscenza.” È un modo per raggiungere la Verità che non sta in cielo, ma oltre il cielo (iperuranio). Questo passaggio conviene però al nostro discorso, per stabilire un punto fermo. Nel cosmo, l’ordine armonico tra le parti e il tutto, in quanto disegno razionale, comporta una relazione tra le stelle lassù e il mondo sublunare quaggiù. La scienza che studia questa relazione è l’astrologia. Che cosa abbiamo detto? Una scienza? Una scienza! Ma non è roba da maghi e ciarlatani, priva di ogni validità scientifica? Se consultiamo un vocabolario, troviamo questa definizione: “Utilizzo degli astri per determinarne i presunti influssi sul mondo terreno e in base a essi prevedere avvenimenti futuri o dare spiegazione di fatti passati rimasti sconosciuti.” Guardare il cielo (oroscopo) e trarne conseguenze per noi che viviamo sulla terra, che cosa ci induce a quest’atteggiamento? Perché interroghiamo le stelle? “Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara. Ogni cosa gli è nuova e tuttavia familiare, ignota come l’avventura e insieme certezza inalienabile. Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle.” È l’incipit di “Teoria del romanzo”, un saggio del filosofo ungherese di lingua tedesca, György Lukács, dove l’epos omerico si dispiega come forma iniziante della “grecità” dell’arte. È l’originaria unità, tutta “esteriore”, dell’io con il mondo, immune da quella scissura, che con l’avvento del “cristianesimo” ha condotto l’anima a scoprire l’abisso del suo essere infinito, confinandola nella sua individualità “interiore”. “Il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle”. In questa suggestiva immagine dell’unità indivisibile del cosmo è contenuta tutta la vicenda spirituale dell’Occidente, nella sua espressione culturale ed artistica, sin dall’inizio della sua sistemazione razionale nel discorso platonico. È nel “Timeo”, infatti, che Platone disegna il quadro completo dell’Universo sensibile, comprensivo del cielo, gli astri, la terra, le piante, gli animali, gli uomini e i loro destini.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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IL DESTINO E LE STELLE
“E quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle
ch’a noi paion qual nebbia...”
(Giacomo Leopardi, La ginestra)
1. Filosofia e poesia
“Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un'ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra sé stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare.” (Blaise Pascal, Pensieri n. 194)
In questo che è uno dei suoi più celebri pensieri, Pascal esprime quello stato d’animo proprio di ogni uomo, quando si scopre nella sua condizione di solitudine di fronte all’infinito, lo smarrimento cosmico che ci coglie, quando ci svegliamo nel cuore della notte e nel silenzio della natura d’intorno volgiamo lo sguardo carico di meraviglia e d’incanto verso il cielo e le sue lontanissime stelle.
Nel Romanticismo italiano, il poeta che più di tutti ha espresso in immagini poetiche l’angoscia esistenziale e lo smarrimento cosmico nell’infinito siderale è stato Giacomo Leopardi, nei suoi “Canti”. E già il parallelo con Pascal appare interessante, perché mostra la diversità dei percorsi o meglio la diversità d’interpretazione dei percorsi compiuti da questi due esseri umani sotto le stelle, nella loro solitudine spirituale vissuta tra tutti gli altri milioni di viventi che popolano il pianeta.
Quel senso di solitudine cosmica e di spaesamento nella riflessione del filosofo francese si traduce in un interrogativo senza immediata risposta. È una domanda, che esige conoscere il perché di un certo luogo e di un certo tempo, in cui egli è venuto a trovarsi in questo mondo e in quest’eternità infinita. La sua formulazione però già ci induce a credere che la domanda non è posta a caso, ma rivolta ad uno sconosciuto possibile Altro, a cui chiedere conto del perché abbia deciso così il destino della nostra nascita, attraverso determinati modi di tempo e di luogo. È la fede, il dialogo a tu per tu con la divinità, che nel fondo della coscienza accompagna il suo cammino di pensatore religioso, filosofo, matematico. È questo il suo destino, che a quarant’anni si risolve e ne dissolve l’esistenza sulla terra, lasciandone fin qui traccia, ai limiti di quattro secoli, un tratto di vita, “un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre” nell’eternità infinita dell’Universo.
Uno spazio di anni di vita, quaranta, occupato anche da un’altra esistenza oltre un secolo e mezzo dopo, in un luogo separato da oltre mille chilometri, un diverso angolo della terra nello spazio e nel tempo, per una distanza infinitamente esigua, nulla, considerata l’irraggiungibile lontananza degli “spaventosi spazi dell'universo”, da dove potrebbe allungarsi lo sguardo a scrutare un atomo invisibile di polvere cosmica, “questo globo dove l’uomo è nulla”. Nel suo tratto di vita ricevuto in sorte, il poeta infelice di Recanati canta la meraviglia cosmica, quel “fiammeggiar le stelle / cui di lontan fa specchio / il mare, e tutto di scintille in giro” nel vuoto sereno “brillar il mondo”. Ed ecco il rovesciarsi della prospettiva, che toglie significato alla casualità del luogo e al principio di sgomento di Pascal, al suo “senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove”. È il momento di sospensione dell’angoscia nel vuoto cosmico: “E poi che gli occhi a quelle luci appunto, / ch’a lor sembrano un punto, / e sono immense, in guisa / che un punto a petto a lor son terra e mare / veracemente; a cui / l’uomo non pur, ma questo / globo, ove l’uomo è nulla, /sconosciuto è del tutto.” L’infinità cosmica non annulla le distanze, ma le mantiene intatte nel suo specchio infinito di luci remotissime, e lo sguardo si smarrisce, ma solo per quell’attimo di quiete, perché l’interrogativo diventa presto universale: “E quando miro / quegli ancor più senz’alcun fin remoti / nodi quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia, a cui… / le nostre stelle / o sono ignote, o così paion come / essi alla terra, un punto / di luce nebulosa; al pensier mio / che sembri allora, o prole / dell’uomo?” Perduto nell’infinità degli spazi delle lontanissime costellazioni, “quasi nodi di stelle”, il senso dell’esistenza si dissolve nel nulla. Perché?
Il sentimento della vanità e del nulla colpisce dolorosamente il poeta per il suo infelice destino di tristezza e solitudine, ed infine egli si isola dalla comune condizione della stirpe dei mortali, intessendo un dialogo singolo con l’astro più vicino, che splende di luce d’argento nella notte. “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?” E di fronte allo sguardo imperscrutabile, all’olimpica indifferenza della luna, la sua immortale giovinezza, la risposta di silenzio induce a ripiegarsi sulla propria condizione mortale, dove il destino personale del poeta non reca però lo sgomento religioso che assale Pascal, ma un sentimento di sconsolata negazione e dolore: “Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri, / che dell'esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors'altri; a me la vita è male.”
2. Il corso degli astri
“Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo” dice Pascal. In alto, lassù, le stelle che punteggiano di luci la volta notturna, “il cielo visibile ai nostri occhi e da cui risplendono i luminari e gli astri”, nello sguardo di Agostino d’Ippona, quaggiù i destini singoli delle nostre esistenze di mortali. Quale l’influsso di quelle luci divine sulle ombre della terra? Che cosa questo colloquio con gli astri, al di là della filosofia e della poesia? L’astrologia come scienza? Ora, il nostro discorso si fa meno intimista, lo sguardo diventa più disincantato. Vi è forse un ordine razionale disegnato dalle linee degli astri nel cielo?
“Le figure meravigliose che compaiono nel cielo, in quanto trovano posto in una realtà visibile, possono senz’altro ritenersi le più belle.” (Platone, Repubblica, VII, 529c) La Bellezza è l’aspetto sensibile della Verità dell’Essere, il Bene, e solo investigando la traccia delle geometrie degli astri si raggiungerà la verità eterna delle Idee: “E allora dobbiamo usare le meravigliose figure del cielo, in guisa di modelli per la conoscenza.” È un modo per raggiungere la Verità che non sta in cielo, ma oltre il cielo (iperuranio). Questo passaggio conviene però al nostro discorso, per stabilire un punto fermo. Nel cosmo, l’ordine armonico tra le parti e il tutto, in quanto disegno razionale, comporta
una relazione tra le stelle lassù e il mondo sublunare quaggiù. La scienza che studia questa relazione è l’astrologia. Che cosa abbiamo detto? Una scienza? Una scienza! Ma non è roba da maghi e ciarlatani, priva di ogni validità scientifica? Se consultiamo un vocabolario, troviamo questa definizione: “Utilizzo degli astri per determinarne i presunti influssi sul mondo terreno e in base a essi prevedere avvenimenti futuri o dare spiegazione di fatti passati rimasti sconosciuti.” Guardare il cielo (oroscopo) e trarne conseguenze per noi che viviamo sulla terra, che cosa ci induce a quest’atteggiamento? Perché interroghiamo le stelle?
“Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara. Ogni cosa gli è nuova e tuttavia familiare, ignota come l’avventura e insieme certezza inalienabile. Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle.” È l’incipit di “Teoria del romanzo”, un saggio del filosofo ungherese di lingua tedesca, György Lukács, dove l’epos omerico si dispiega come forma iniziante della “grecità” dell’arte. È l’originaria unità, tutta “esteriore”, dell’io con il mondo, immune da quella scissura, che con l’avvento del “cristianesimo” ha condotto l’anima a scoprire l’abisso del suo essere infinito, confinandola nella sua individualità “interiore”.
“Il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle”. In questa suggestiva immagine dell’unità indivisibile del cosmo è contenuta tutta la vicenda spirituale dell’Occidente, nella sua espressione culturale ed artistica, sin dall’inizio della sua sistemazione razionale nel discorso platonico. È nel “Timeo”, infatti, che Platone disegna il quadro completo dell’Universo sensibile, comprensivo del cielo, gli astri, la terra, le piante, gli animali, gli uomini e i loro destini.
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