L'OCCASIONE DELLE CILIEGIE In un’intervista rilasciata a Radio Alma, a Bruxelles, il 12/02/2008 [1], il cantautore italiano Franco Battiato, scomparso nel maggio di alcuni anni fa (2021), raccontava che oltre a fare musica, in quel periodo si era dedicato al cinema, presentando storie al di fuori degli schemi tradizionali di una trama cinematografica. E parlava dell’ultimo suo soggetto, un antropologo smarritosi in un bosco capita in una casa, dove in una stanza si trova ad affrontare con altri ospiti una discussione sul perché dell’esistenza, dividendosi in quelli che credono in Dio e altri atei. Alla domanda se si trattava del tema del viaggio e dello smarrimento dello straniero, l’intervistato osservava che in tale condizione ci si dimentica dell’importanza dell’esistenza, del perché siamo qui e raccontava la scena finale del film: il protagonista, un ateo, a un certo punto coglie delle ciliegie e dice: “Mah! Io sono qui per questo.” Il problema delineato nell’intervista è squisitamente filosofico e riguarda la domanda esistenziale: “Perché sono qui?” Una pennellata Zen, l’aveva definita l’intervistato. In Occidente, la domanda esistenziale, Blaise Pascal la pone in questi termini: “Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà.” (“Pensieri”, n.194) Chi interroga qui è il cuore, l’intelligenza del cuore, che produce le immagini che noi chiamiamo ricordi. Nella nostra esistenza, noi abbiamo il ricordo di Dio? Pascal parla del Dio biblico, quello di Abramo, Isacco e Giacobbe. È il Dio delle religioni monoteiste, di cui il nostro ricordo è la Storia visibile e invisibile, e la cui esistenza per il filosofo francese è una scommessa: “Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l'esistenza di Dio. Esaminiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.” (“Pensieri”, n. 233) Oltre che filosofo e teologo, Pascal era un matematico, che s’interessò allo studio della cicloide (“roulette”), la figura geometrica costituita da un cerchio che rotola (“roule”) su una linea retta e al calcolo della probabilità. In proposito, può dirsi che un evento, l’uscita di testa o croce dal lancio di una moneta, viene considerato un “caso”, se lo si considera singolo, mentre comincia a delineare un “legge”, una “ratio”, se lo si inserisce in una serie successiva di eventi dello stesso genere.
[1] L’intervista è reperibile sul web, YouTube: “Radio Alma Brussellando intervista Franco Battiato.”
IL PAESE DELLA CUCCAGNA “Nihil est sine ratione sufficiente, cur potius sit, quam non sit.” “Niente esiste senza una ragione sufficiente, per cui esista piuttosto che non esista.” La frase in latino si trova nell’opera del filosofo e giurista tedesco Christian Wolff: “Philosophia prima sive Ontologia”. Quest’opera viene considerata dall’autore come la metafisica generale, sulla scorta di quella aristotelica e scolastica, preliminare alle tre metafisiche speciali su anima, mondo e Dio: psicologia, cosmologia, teologia, definite razionali, perché né empiriche né dogmatiche. Wolff, che nella storia del pensiero tedesco si pone tra Leibnitz e Kant, rappresenta la sistematizzazione delle dottrine filosofiche tradizionali, nell’ottica leibniziana. Questo sistema delle tre metafisiche corrisponde alle idee razionali, che nella Dialettica Trascendentale, ossia la logica della parvenza razionale, della “Critica della Ragion Pura”, Kant giudica prive di ogni valore conoscitivo. Le idee razionali, liberate dall’esperienza sensibile, volano nel vuoto dello spazio intellegibile noumenico e non più sorrette dall’esperienza fenomenica precipitano in errori e contraddizioni. In questo senso, sono simili alla colomba che senz’aria crede di poter volare meglio ed è invece proprio l’aria che le permette di volare. Wolff si esprimeva in tedesco, ma per farsi meglio conoscere, al di fuori della sua cultura, scriveva spesso in latino, ecco perché l’enunciazione del principio di ragion sufficiente suona come una sentenza della Scolastica medievale. In verità, nell’enunciare questo principio, Wolff non ha fatto altro che tradurre nella lingua romana antica il pensiero espresso da Leibnitz, ricalcando assieme a questo principio anche l’altro, quello di non contraddizione. Infatti li presenta entrambi nella prima sezione della sua opera, quella relativa ai principi della filosofia prima: “De principiis philosophiae primae”, suddivisa in due capitoli: “De principio contradictionis” e “De principio rationis sufficientis”. [2]
[2] Nella “Philosophia prima sive Ontologia”, Wolff scrive: “Tolto il principio di ragione sufficiente, il mondo vero se ne va in un mondo di favola, nel quale la volontà dell’uomo sta al posto della ragione delle cose che accadono.” Quindi spiega che il mundus fabulosus, a cui porta l’eliminazione del principio di ragione, è quella finzione quae lingua nobis vernacula “paese della cuccagna” appellatur.
I due principi sono stati esposti da Leibnitz nella “Monadologia” (31-32), opera scritta in lingua francese, come un terzo circa della sua produzione, per dare maggiore diffusione alle sue idee. C’è da dire che, leggendo la Teodicea di Leibnitz, Voltaire colse l’occasione per una divertentissima satira, in “Candido”, della sua teoria del migliore dei mondi possibili. “Nos raisonnements sont fondés sur deux grands principes, celui de la contradiction, en vertu duquel nous jugeons faux ce qui en enveloppe, et vrai ce qui est opposé ou contradictoire au faux.” “I nostri ragionamenti sono fondati su due grandi principi, quello della contraddizione, in virtù del quale giudichiamo falso quello che implica contraddizione (si avviluppa), e vero quello che è opposto o contraddittorio al falso.” “Et celui de la raison suffisante, en vertu duquel nous considérons qu'aucun fait ne saurait se trouver vrai ou existant, aucune énonciation véritable, sans qu'il y ait une raison suffisante pourquoi il en soit ainsi et pas autrement, et quoique ces raisons le plus souvent ne puissent point nous être connues, nous ne laissons pas d’entrevoir qu’il y en a.” “Il principio di ragion sufficiente, in virtù del quale consideriamo che qualsiasi fatto non potrebbe essere vero o esistente, e qualsiasi enunciato non potrebbe essere vero, se non ci fosse una ragion sufficiente del perché è così e non altrimenti, e benché le ragioni il più delle volte non possono essere conosciute, non possiamo fare a meno di intravedere che ve ne siano.” Il filosofo tedesco Heidegger, che nella speculazione filosofica, a differenza di Pascal e Leibnitz prescinde da ogni tema o fede religiosa, osserva che solo con l’enunciazione di Leibnitz il principio di ragione è venuto alla luce, e non sottrae il suo pensiero alla sfida che il principio pone: “Nihil sine ratione, niente senza fondamento: così suona la formula pressoché inespressa per una opinione ovunque determinante, a cui noi affidiamo il nostro modo di pensare. Nondimeno, nella storia del pensiero occidentale che inizia nel VI secolo avanti Cristo, ci sono voluti duemila e trecento anni perché l’idea familiare “niente senza fondamento” venisse posta espressamente come principio… Soltanto nel XVII secolo, infatti, Leibnitz ha riconosciuto come una tesi determinante l’idea, da tempo comunemente nota, che niente è senza fondamento e l’ha esposta come il principio di ragione.” (Heidegger, Conferenza, 25 maggio1956) Leibnitz e Heidegger sono gli attori principali del film sulle “ciliegie”, l’uno credente in Dio, l’altro “ateo”, nel senso di pensatore estraneo al tema religioso. Per Leibnitz, il principio di ragione è il principium magnum, grande et nobilissimum. “Leibnitz eleva il nihil sine ratione, niente senza fondamento, a principio sommo, mostrando in che misura la tesi del fondamento fonda tutte le proposizioni, fonda cioè innanzitutto e primo luogo ogni proposizione in quanto proposizione.” Per Leibnitz il fondamento ultimo di ogni evento è Dio, che ha creato il migliore dei mondi possibili, quello deriso da Voltaire nel “Candido”. Per Heidegger, e per chi ne conosce il pensiero, l’evento di dà (es gibt) in maniera impersonale. Le ciliegie sono là, la loro “ratio” è quella di essere là sui rami. Quando l’ateo coglie le ciliegie dal ramo rivela che la “ratio” della sua esistenza sta nel cogliere l’occasione (evento, caso). È il nostro modo felice di vivere nel paese della cuccagna.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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L'OCCASIONE DELLE CILIEGIE
In un’intervista rilasciata a Radio Alma, a Bruxelles, il 12/02/2008 [1], il cantautore italiano Franco Battiato, scomparso nel maggio di alcuni anni fa (2021), raccontava che oltre a fare musica, in quel periodo si era dedicato al cinema, presentando storie al di fuori degli schemi tradizionali di una trama cinematografica. E parlava dell’ultimo suo soggetto, un antropologo smarritosi in un bosco capita in una casa, dove in una stanza si trova ad affrontare con altri ospiti una discussione sul perché dell’esistenza, dividendosi in quelli che credono in Dio e altri atei. Alla domanda se si trattava del tema del viaggio e dello smarrimento dello straniero, l’intervistato osservava che in tale condizione ci si dimentica dell’importanza dell’esistenza, del perché siamo qui e raccontava la scena finale del film: il protagonista, un ateo, a un certo punto coglie delle ciliegie e dice: “Mah! Io sono qui per questo.”
Il problema delineato nell’intervista è squisitamente filosofico e riguarda la domanda esistenziale: “Perché sono qui?” Una pennellata Zen, l’aveva definita l’intervistato.
In Occidente, la domanda esistenziale, Blaise Pascal la pone in questi termini: “Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà.” (“Pensieri”, n.194) Chi interroga qui è il cuore, l’intelligenza del cuore, che produce le immagini che noi chiamiamo ricordi. Nella nostra esistenza, noi abbiamo il ricordo di Dio? Pascal parla del Dio biblico, quello di Abramo, Isacco e Giacobbe. È il Dio delle religioni monoteiste, di cui il nostro ricordo è la Storia visibile e invisibile, e la cui esistenza per il filosofo francese è una scommessa: “Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l'esistenza di Dio. Esaminiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.” (“Pensieri”, n. 233) Oltre che filosofo e teologo, Pascal era un matematico, che s’interessò allo studio della cicloide (“roulette”), la figura geometrica costituita da un cerchio che rotola (“roule”) su una linea retta e al calcolo della probabilità. In proposito, può dirsi che un evento, l’uscita di testa o croce dal lancio di una moneta, viene considerato un “caso”, se lo si considera singolo, mentre comincia a delineare un “legge”, una “ratio”, se lo si inserisce in una serie successiva di eventi dello stesso genere.
[1] L’intervista è reperibile sul web, YouTube: “Radio Alma Brussellando intervista Franco Battiato.”
IL PAESE DELLA CUCCAGNA
“Nihil est sine ratione sufficiente, cur potius sit, quam non sit.” “Niente esiste senza una ragione sufficiente, per cui esista piuttosto che non esista.” La frase in latino si trova nell’opera del filosofo e giurista tedesco Christian Wolff: “Philosophia prima sive Ontologia”. Quest’opera viene considerata dall’autore come la metafisica generale, sulla scorta di quella aristotelica e scolastica, preliminare alle tre metafisiche speciali su anima, mondo e Dio: psicologia, cosmologia, teologia, definite razionali, perché né empiriche né dogmatiche. Wolff, che nella storia del pensiero tedesco si pone tra Leibnitz e Kant, rappresenta la sistematizzazione delle dottrine filosofiche tradizionali, nell’ottica leibniziana. Questo sistema delle tre metafisiche corrisponde alle idee razionali, che nella Dialettica Trascendentale, ossia la logica della parvenza razionale, della “Critica della Ragion Pura”, Kant giudica prive di ogni valore conoscitivo. Le idee razionali, liberate dall’esperienza sensibile, volano nel vuoto dello spazio intellegibile noumenico e non più sorrette dall’esperienza fenomenica precipitano in errori e contraddizioni. In questo senso, sono simili alla colomba che senz’aria crede di poter volare meglio ed è invece proprio l’aria che le permette di volare.
Wolff si esprimeva in tedesco, ma per farsi meglio conoscere, al di fuori della sua cultura, scriveva spesso in latino, ecco perché l’enunciazione del principio di ragion sufficiente suona come una sentenza della Scolastica medievale. In verità, nell’enunciare questo principio, Wolff non ha fatto altro che tradurre nella lingua romana antica il pensiero espresso da Leibnitz, ricalcando assieme a questo principio anche l’altro, quello di non contraddizione. Infatti li presenta entrambi nella prima sezione della sua opera, quella relativa ai principi della filosofia prima: “De principiis philosophiae primae”, suddivisa in due capitoli: “De principio contradictionis” e “De principio rationis sufficientis”. [2]
[2] Nella “Philosophia prima sive Ontologia”, Wolff scrive: “Tolto il principio di ragione sufficiente, il mondo vero se ne va in un mondo di favola, nel quale la volontà dell’uomo sta al posto della ragione delle cose che accadono.” Quindi spiega che il mundus fabulosus, a cui porta l’eliminazione del principio di ragione, è quella finzione quae lingua nobis vernacula “paese della cuccagna” appellatur.
I due principi sono stati esposti da Leibnitz nella “Monadologia” (31-32), opera scritta in lingua francese, come un terzo circa della sua produzione, per dare maggiore diffusione alle sue idee. C’è da dire che, leggendo la Teodicea di Leibnitz, Voltaire colse l’occasione per una divertentissima satira, in “Candido”, della sua teoria del migliore dei mondi possibili.
“Nos raisonnements sont fondés sur deux grands principes, celui de la contradiction, en vertu duquel nous jugeons faux ce qui en enveloppe, et vrai ce qui est opposé ou contradictoire au faux.” “I nostri ragionamenti sono fondati su due grandi principi, quello della contraddizione, in virtù del quale giudichiamo falso quello che implica contraddizione (si avviluppa), e vero quello che è opposto o contraddittorio al falso.”
“Et celui de la raison suffisante, en vertu duquel nous considérons qu'aucun fait ne saurait se trouver vrai ou existant, aucune énonciation véritable, sans qu'il y ait une raison suffisante pourquoi il en soit ainsi et pas autrement, et quoique ces raisons le plus souvent ne puissent point nous être connues, nous ne laissons pas d’entrevoir qu’il y en a.” “Il principio di ragion sufficiente, in virtù del quale consideriamo che qualsiasi fatto non potrebbe essere vero o esistente, e qualsiasi enunciato non potrebbe essere vero, se non ci fosse una ragion sufficiente del perché è così e non altrimenti, e benché le ragioni il più delle volte non possono essere conosciute, non possiamo fare a meno di intravedere che ve ne siano.”
Il filosofo tedesco Heidegger, che nella speculazione filosofica, a differenza di Pascal e Leibnitz prescinde da ogni tema o fede religiosa, osserva che solo con l’enunciazione di Leibnitz il principio di ragione è venuto alla luce, e non sottrae il suo pensiero alla sfida che il principio pone: “Nihil sine ratione, niente senza fondamento: così suona la formula pressoché inespressa per una opinione ovunque determinante, a cui noi affidiamo il nostro modo di pensare. Nondimeno, nella storia del pensiero occidentale che inizia nel VI secolo avanti Cristo, ci sono voluti duemila e trecento anni perché l’idea familiare “niente senza fondamento” venisse posta espressamente come principio… Soltanto nel XVII secolo, infatti, Leibnitz ha riconosciuto come una tesi determinante l’idea, da tempo comunemente nota, che niente è senza fondamento e l’ha esposta come il principio di ragione.” (Heidegger, Conferenza, 25 maggio1956) Leibnitz e Heidegger sono gli attori principali del film sulle “ciliegie”, l’uno credente in Dio, l’altro “ateo”, nel senso di pensatore estraneo al tema religioso. Per Leibnitz, il principio di ragione è il principium magnum, grande et nobilissimum. “Leibnitz eleva il nihil sine ratione, niente senza fondamento, a principio sommo, mostrando in che misura la tesi del fondamento fonda tutte le proposizioni, fonda cioè innanzitutto e primo luogo ogni proposizione in quanto proposizione.” Per Leibnitz il fondamento ultimo di ogni evento è Dio, che ha creato il migliore dei mondi possibili, quello deriso da Voltaire nel “Candido”. Per Heidegger, e per chi ne conosce il pensiero, l’evento di dà (es gibt) in maniera impersonale. Le ciliegie sono là, la loro “ratio” è quella di essere là sui rami. Quando l’ateo coglie le ciliegie dal ramo rivela che la “ratio” della sua esistenza sta nel cogliere l’occasione (evento, caso). È il nostro modo felice di vivere nel paese della cuccagna.
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