[N. d. B.] Nel terzo paragrafo di "Gli insiemi infiniti", leggiamo: "3) l’insieme formato da tutti quei punti dell’intervallo (α … β), le cui ascisse sono numeri razionali della forma 2n + 1 (dove n e m sono numeri razionali interi).” 2m" A causa del format, la frazione 2n +1 / 2m è stata resa in maniera distorta, essendo il denominatore 2m finito incongruamente alla fine della frase, e non allineato sotto il numeratore 2n + 1. Questa Nota era dovuta per tutti i lettori che avevano rilevato l’incongruenza, tranne sicuramente uno. Chi? Tu. E ti pareva! Ehi, dèmone, sveglia! Eh? La luna è tramontata da quattro ore circa, H 01.15. Ma sorge tra circa 10 ore, H 17,33. E allora? Abbiamo tempo. Certo, nel frattempo, parliamo della mezzaluna. Come? Eudoxian. Ah!
EUDOXIAN Ho bussato alla porta e sono rimasto in attesa, poco dopo Annamaria è venuta ad aprire la porta. “Ah, sei tu, Eudosso! Entra.” Si è spostata e mi ha fatto entrare. Poco dopo, in salotto, ho detto: “Scusa il ritardo”. “Non ti preoccupare” mi ha rassicurato. Ho tirato fuori dalla tasca la cartolina da Istanbul di Ettorino e l’ho mostrata a lei. Non si è molto scomposta, Elisea, la madre, lo sapeva già. Che cosa? Che Ettorino mi aveva mandato la cartolina? “No,” Annamaria mi ha guardato, un’espressione sconfortata, che io conosco (voi uomini non capite niente), “che stava ad Istanbul” ha aggiunto stancamente. Noi uomini, Annamaria hai ragione, non capiamo niente, quindi spiegami perché Ettorino, tuo nipote, mi manda una cartolina da Istanbul. Allora, è vero? Che cosa? Che voi uomini, che tu, Eudosso, non capisci niente. Annamaria non è una che in genere ride, poi dopo la morte di Evaristo, bisogna risollevarle il morale, ha soltanto fatto la smorfia di un sorriso: “Tu, non dici che sei un matematico?” Mai detto! Ma come fanno “queste” a farmi dire cose che non ho mai detto? “Queste” chi? Voi nobildonne, cara. Ah! È già meglio. Battute scambiate con lo sguardo. Comunque io sono agheōmètrētos. Che cosa? Non posso accedere all’Accademia di geometria. E perché? Perché non sono gheōmètrētos. E diventalo! Annamaria digitava sullo smartphone. Ma con chi stati chattando? “Con Elisea, tra poco viene qui.” Mi sono alzato in piedi: “Allora, io me ne vado.” Non ha distolto lo sguardo dallo smartphone, Annamaria, ha soltanto detto: “Siediti!” Io mi sono seduto. Poco dopo è arrivata Elisea, allora io ho cominciato a spiegare la situazione, ma prima ho dato la cartolina da Istanbul di Ettorino a sua madre. In quel momento, ho capito, con l’aria di sufficienza di Elisea nel prendere la cartolina, che era stata lei a suggerire al figlio di spedirmi i suoi saluti dalla città dei sette colli, sul Bosforo, fondata da Costantino, la Roma d’Oriente. Ho quindi dato la mia spiegazione. “Ettorino non si è mai mosso da Roma.” Le due donne mi hanno guardato prima con sorpresa, subito dopo con indifferenza: “Se Ettorino si muove, nell’istante, non può stare in un luogo più avanti a dove non sta, essendo egli sempre in sé stesso, quindi, come una freccia scoccata da un arco che non si muove nello spazio, per raggiungere il bersaglio, occupando sempre il suo spazio proprio nell’istante e così di seguito, allo stesso modo, Ettorino, quando è scoccata la sua ora, da Roma non si è mosso, rimanendo egli sempre nello spazio occupato da sé stesso.” Nemmeno fosse paralitico! Quest’ultima battuta l’ho pensata sorridendo sarcastico, ma guardandomi bene dal pronunziarla, anzi addirittura dal pensarla, questo Eudosso che sono io, più propriamente Eudoxian, tipo spiritoso, certo non tanto in consonanza con il significato del nome, l’uomo dalla “giusta (eu) opinione (doxa)”. Le due donne mi guardavano, senza parlare, pensavano ad altro, anche se avevano davanti a loro la mia sagoma, la sagoma, ripeto, di Eudosso. Ma non era come in quel flashback, in cui vedo l’anziano uomo brillo, che a tavola guardando il vuoto, a beneficio dei convitati silenziosi, così si esprime: “Non parlano, ti guardano in silenzio, forse ti stanno giudicando.” E poi rideva di questa sua battuta, l’anziano uomo brillo.
Forse, io mi trovavo nella stessa situazione, in cui si trovava costantemente lui, il pagliaccio che non faceva ridere o muoveva al riso soltanto quegli astanti, che vogliono ridere, ascoltando i suoi discorsi clowneschi. Non era così per me o lo era? Annamaria e la sorella non pensavano a me, mi guardavano parlare, sì, è corretto dirlo: guardavano il mio parlare senza ascoltarlo. Era un suono indistinto quello che raggiungeva le loro distanti orecchie, in ascolto di altri lontani echi. Non mi restava che proseguire: “È il paradosso della freccia di Zenone, tramandatoci da Aristotele…” Avevo ripreso a parlare, ma subito tacqui. Cambiai discorso: “Se Ettorino sta a Istanbul e si sposta verso Roma, senza muoversi, come fa a trovarsi qui?” Avevo rovesciato la situazione. “Roma?” disse Annamaria. Eh già! Mi sembra che avesse fatto eco la sorella. Ma non avevo capito bene. Come? Mi sporsi verso Elisea. “Jaipur!” gridò la madre di Ettorino in tono isterico. Mi ritirai di colpo, colpito dal grido. “Va in India” spiegò Annamaria. Non sapevo che dire, e tacqui. Infine, mi alzai: “Bene, io vado” dissi. Le donne non si alzarono dal divano. “Fammi mandare altre cartoline dall’Oriente” dissi ad Elisea. Non rispose. “Dove stai andando, agheōmètrētos?” Mi voltai sorpreso, più dalla corretta pronuncia che non dall’ironia. “Ho sentito bene?” dissi. “Certo” rispose Annamaria. Arrivai alla porta, ma tornai indietro, il defunto Evaristo era tra noi: “Ciao, Annamaria” dissi, con l’aria commossa. Lei si alzò in piedi e mi abbracciò, aveva il viso bagnato. Si alzò anche Elisea e mi sfiorò entrambe le gote con il suo viso. Io avevo gli occhi che mi brillavano. “Vi chiederò notizie di Ettorino” dissi prima di uscire. Quando Evaristo era improvvisamente morto, io mi trovavo a Puspo, no, non quella lontana d’Indonesia, Giava orientale, dove peraltro non sono mai stato, ma nella località omonima delle Puglie, Puspo, contrada di Carovigno, vicino a Ostuni, la città bianca. Era arrivata nel porto di Brindisi la “Griechenland”, nave da crociera tedesca di un armatore greco, su cui lavorava come wedding planner Maria Alfonsina, la figlia di Annamaria e Alfonso, il suo primo marito, da cui aveva divorziato, ma poi era morto, in un tempo malaugurato. Sarà stato un caso, ma Alfonso era anche il nome del suocero, l’Alfonso Vitali Fonseca, padre di Evaristo. Era stata la giovane ad avvertirmi della morte del patrigno, era in rotta con la madre da tempo, non ne aveva mai approvato il divorzio. Io sono cugino di Alfonso, non il suocero, ma l’ex-marito di Annamaria, e mi sono trovato in mezzo tra Maria Alfonsina e sua madre, dopo la morte di Alfonso. Quando arrivai a Roma, Evaristo era già stato seppellito sulla collina degli asfodeli, e Fernandez era diventato di casa, ma poi era caduto in depressione ed era finito in “psichiatria”. E le due donne, la madre e la zia di Ettorino, mi avevano coinvolto in queste vicende di studi di matematica e geometria, ereditate da Evaristo, così mi sono dato allo studio della logica e della logica matematica, ecco perché ero preparato sui paradossi di Zenone. Uscito dalla loro casa, stavo attraversando la strada, quando sono stato avvicinato da un giovane in livrea, Pierandrea, autista dell’Accademia di Geometria. Era fermo a bordo dell’automobile di servizio, mi ha chiamato e mi ha consegnato l’invito del matematico Pitodoro, che teneva una conferenza in Accademia sui solidi regolari di Teeteto. Un caso? Chi manovrava alle mie spalle? Ho accettato. L’autista ha salutato con un gesto della mano ed è ripartito. Io ho guardato in alto verso le finestre della casa di Annamaria. Stavano spiando dai vetri le due sorelle? Comunque dovevo concentrarmi sui paradossi di Zenone, ne avrei parlato a Silvia Napolitano, donna elegante e intrigante e anche molto intelligente, interessata ai linguaggi della matematica e alle conversazioni di logica.
L’AEROPLANO E LA NAVE “Infatti Zenone l’eleata, opponendosi a coloro che mettevano in ridicolo l’opinione del suo maestro Parmenide, che l’ente è uno, e difendendo l’opinione del maestro, tentò di dimostrare che è impossibile che ci sia una molteplicità di enti. Se infatti, dice, vi è la molteplicità , poiché la molteplicità è costituita di molte unità, è necessario che vi siano le molte unità di cui è composta la molteplicità. Ora, se riuscissimo a dimostrare che è impossibile che ci siano più unità, è chiaro che è impossibile che ci sia la molteplicità: infatti la molteplicità è costituita di unità. Se è impossibile che ci sia la molteplicità (ed è necessario che vi sia o l’unità o la molteplicità; ma che ci sia la molteplicità è impossibile) resta che ci sia l’unità…” Qui il testo di Giovanni Filopono, erudito e scienziato bizantino del VI secolo, può essere confrontato con quello di Eudemo di Rodi, ἑταῖρος ovvero compagno di Aristotele, alla maniera di Teofrasto, il successore del fondatore nella direzione del Peripato, quindi non discepolo, diremmo alla maniera inglese, un “pari” del Peripato. “Si narra che Zenone abbia detto che se qualcuno gli avesse saputo mostrare che cosa mai era l’unità avrebbe potuto affermare la molteplicità degli enti. L’aporia da lui sollevata consiste, come pare, in questo, che da un lato ciascuna delle cose sensibili è dichiarata molteplice e per la molteplicità dei predicati e per divisione, e dall’altro lato il punto non è, per lui, neppure unità.” Questo frammento di Eudemo è riportato in Simplicio, filosofo e matematico bizantino del VI secolo. Dico questo non per un’esibizione di erudizione o per acribia intellettuale, ma per mostrare da quanti grandi studiosi del passato le tesi di Zenone fossero tenute in considerazione e siano giunte fino a noi. Ora, di fronte ad una tale attenzione di studio della migliore tradizione antica e bizantina, io mi domando: “Ma non può apparire, non dico ridicolo e buffonesco, ma quanto meno discutibile l’atteggiamento tenuto da Antistene il cinico, il quale per confutare i cinque argomenti con cui Zenone provò la tesi del suo grande maestro Parmenide, che l’essere è immobile, che cosa fece? Si alzò in piedi e si mise a camminare.” Certo, è vero, anche Russell andava cercando dietro il divano del salotto i rinoceronti di cui gli stava dicendo imperturbabile Wittgenstein, ma il filosofo e matematico inglese dubitava delle facoltà mentali di quel giovane austriaco, logico e matematico, in cui si era illuso di aver incontrato un suo epigono, questa matematica che dà alla testa. Ma vogliamo mettere a confronto Russell con Antistene il cinico? (Segue)
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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[N. d. B.]
Nel terzo paragrafo di "Gli insiemi infiniti", leggiamo: "3) l’insieme formato da tutti quei punti dell’intervallo (α … β), le cui ascisse sono numeri razionali della forma 2n + 1 (dove n e m sono numeri razionali interi).” 2m"
A causa del format, la frazione 2n +1 / 2m è stata resa in maniera distorta, essendo il denominatore 2m finito incongruamente alla fine della frase, e non allineato sotto il numeratore 2n + 1.
Questa Nota era dovuta per tutti i lettori che avevano rilevato l’incongruenza, tranne sicuramente uno. Chi? Tu. E ti pareva! Ehi, dèmone, sveglia! Eh? La luna è tramontata da quattro ore circa, H 01.15. Ma sorge tra circa 10 ore, H 17,33. E allora? Abbiamo tempo. Certo, nel frattempo, parliamo della mezzaluna. Come? Eudoxian. Ah!
EUDOXIAN
Ho bussato alla porta e sono rimasto in attesa, poco dopo Annamaria è venuta ad aprire la porta. “Ah, sei tu, Eudosso! Entra.” Si è spostata e mi ha fatto entrare. Poco dopo, in salotto, ho detto: “Scusa il ritardo”. “Non ti preoccupare” mi ha rassicurato. Ho tirato fuori dalla tasca la cartolina da Istanbul di Ettorino e l’ho mostrata a lei. Non si è molto scomposta, Elisea, la madre, lo sapeva già. Che cosa? Che Ettorino mi aveva mandato la cartolina? “No,” Annamaria mi ha guardato, un’espressione sconfortata, che io conosco (voi uomini non capite niente), “che stava ad Istanbul” ha aggiunto stancamente. Noi uomini, Annamaria hai ragione, non capiamo niente, quindi spiegami perché Ettorino, tuo nipote, mi manda una cartolina da Istanbul. Allora, è vero? Che cosa? Che voi uomini, che tu, Eudosso, non capisci niente. Annamaria non è una che in genere ride, poi dopo la morte di Evaristo, bisogna risollevarle il morale, ha soltanto fatto la smorfia di un sorriso: “Tu, non dici che sei un matematico?” Mai detto! Ma come fanno “queste” a farmi dire cose che non ho mai detto? “Queste” chi? Voi nobildonne, cara. Ah! È già meglio. Battute scambiate con lo sguardo. Comunque io sono agheōmètrētos. Che cosa? Non posso accedere all’Accademia di geometria. E perché? Perché non sono gheōmètrētos. E diventalo!
Annamaria digitava sullo smartphone. Ma con chi stati chattando? “Con Elisea, tra poco viene qui.” Mi sono alzato in piedi: “Allora, io me ne vado.” Non ha distolto lo sguardo dallo smartphone, Annamaria, ha soltanto detto: “Siediti!” Io mi sono seduto. Poco dopo è arrivata Elisea, allora io ho cominciato a spiegare la situazione, ma prima ho dato la cartolina da Istanbul di Ettorino a sua madre. In quel momento, ho capito, con l’aria di sufficienza di Elisea nel prendere la cartolina, che era stata lei a suggerire al figlio di spedirmi i suoi saluti dalla città dei sette colli, sul Bosforo, fondata da Costantino, la Roma d’Oriente. Ho quindi dato la mia spiegazione.
“Ettorino non si è mai mosso da Roma.” Le due donne mi hanno guardato prima con sorpresa, subito dopo con indifferenza: “Se Ettorino si muove, nell’istante, non può stare in un luogo più avanti a dove non sta, essendo egli sempre in sé stesso, quindi, come una freccia scoccata da un arco che non si muove nello spazio, per raggiungere il bersaglio, occupando sempre il suo spazio proprio nell’istante e così di seguito, allo stesso modo, Ettorino, quando è scoccata la sua ora, da Roma non si è mosso, rimanendo egli sempre nello spazio occupato da sé stesso.” Nemmeno fosse paralitico! Quest’ultima battuta l’ho pensata sorridendo sarcastico, ma guardandomi bene dal pronunziarla, anzi addirittura dal pensarla, questo Eudosso che sono io, più propriamente Eudoxian, tipo spiritoso, certo non tanto in consonanza con il significato del nome, l’uomo dalla “giusta (eu) opinione (doxa)”. Le due donne mi guardavano, senza parlare, pensavano ad altro, anche se avevano davanti a loro la mia sagoma, la sagoma, ripeto, di Eudosso. Ma non era come in quel flashback, in cui vedo l’anziano uomo brillo, che a tavola guardando il vuoto, a beneficio dei convitati silenziosi, così si esprime: “Non parlano, ti guardano in silenzio, forse ti stanno giudicando.” E poi rideva di questa sua battuta, l’anziano uomo brillo.
Forse, io mi trovavo nella stessa situazione, in cui si trovava costantemente lui, il pagliaccio che non faceva ridere o muoveva al riso soltanto quegli astanti, che vogliono ridere, ascoltando i suoi discorsi clowneschi. Non era così per me o lo era? Annamaria e la sorella non pensavano a me, mi guardavano parlare, sì, è corretto dirlo: guardavano il mio parlare senza ascoltarlo. Era un suono indistinto quello che raggiungeva le loro distanti orecchie, in ascolto di altri lontani echi. Non mi restava che proseguire: “È il paradosso della freccia di Zenone, tramandatoci da Aristotele…” Avevo ripreso a parlare, ma subito tacqui. Cambiai discorso: “Se Ettorino sta a Istanbul e si sposta verso Roma, senza muoversi, come fa a trovarsi qui?” Avevo rovesciato la situazione. “Roma?” disse Annamaria. Eh già! Mi sembra che avesse fatto eco la sorella. Ma non avevo capito bene. Come? Mi sporsi verso Elisea. “Jaipur!” gridò la madre di Ettorino in tono isterico. Mi ritirai di colpo, colpito dal grido. “Va in India” spiegò Annamaria. Non sapevo che dire, e tacqui. Infine, mi alzai: “Bene, io vado” dissi. Le donne non si alzarono dal divano. “Fammi mandare altre cartoline dall’Oriente” dissi ad Elisea. Non rispose. “Dove stai andando, agheōmètrētos?” Mi voltai sorpreso, più dalla corretta pronuncia che non dall’ironia. “Ho sentito bene?” dissi. “Certo” rispose Annamaria. Arrivai alla porta, ma tornai indietro, il defunto Evaristo era tra noi: “Ciao, Annamaria” dissi, con l’aria commossa. Lei si alzò in piedi e mi abbracciò, aveva il viso bagnato. Si alzò anche Elisea e mi sfiorò entrambe le gote con il suo viso. Io avevo gli occhi che mi brillavano. “Vi chiederò notizie di Ettorino” dissi prima di uscire.
Quando Evaristo era improvvisamente morto, io mi trovavo a Puspo, no, non quella lontana d’Indonesia, Giava orientale, dove peraltro non sono mai stato, ma nella località omonima delle Puglie, Puspo, contrada di Carovigno, vicino a Ostuni, la città bianca. Era arrivata nel porto di Brindisi la “Griechenland”, nave da crociera tedesca di un armatore greco, su cui lavorava come wedding planner Maria Alfonsina, la figlia di Annamaria e Alfonso, il suo primo marito, da cui aveva divorziato, ma poi era morto, in un tempo malaugurato. Sarà stato un caso, ma Alfonso era anche il nome del suocero, l’Alfonso Vitali Fonseca, padre di Evaristo. Era stata la giovane ad avvertirmi della morte del patrigno, era in rotta con la madre da tempo, non ne aveva mai approvato il divorzio. Io sono cugino di Alfonso, non il suocero, ma l’ex-marito di Annamaria, e mi sono trovato in mezzo tra Maria Alfonsina e sua madre, dopo la morte di Alfonso. Quando arrivai a Roma, Evaristo era già stato seppellito sulla collina degli asfodeli, e Fernandez era diventato di casa, ma poi era caduto in depressione ed era finito in “psichiatria”. E le due donne, la madre e la zia di Ettorino, mi avevano coinvolto in queste vicende di studi di matematica e geometria, ereditate da Evaristo, così mi sono dato allo studio della logica e della logica matematica, ecco perché ero preparato sui paradossi di Zenone. Uscito dalla loro casa, stavo attraversando la strada, quando sono stato avvicinato da un giovane in livrea, Pierandrea, autista dell’Accademia di Geometria. Era fermo a bordo dell’automobile di servizio, mi ha chiamato e mi ha consegnato l’invito del matematico Pitodoro, che teneva una conferenza in Accademia sui solidi regolari di Teeteto. Un caso? Chi manovrava alle mie spalle? Ho accettato. L’autista ha salutato con un gesto della mano ed è ripartito. Io ho guardato in alto verso le finestre della casa di Annamaria. Stavano spiando dai vetri le due sorelle? Comunque dovevo concentrarmi sui paradossi di Zenone, ne avrei parlato a Silvia Napolitano, donna elegante e intrigante e anche molto intelligente, interessata ai linguaggi della matematica e alle conversazioni di logica.
L’AEROPLANO E LA NAVE
“Infatti Zenone l’eleata, opponendosi a coloro che mettevano in ridicolo l’opinione del suo maestro Parmenide, che l’ente è uno, e difendendo l’opinione del maestro, tentò di dimostrare che è impossibile che ci sia una molteplicità di enti. Se infatti, dice, vi è la molteplicità , poiché la molteplicità è costituita di molte unità, è necessario che vi siano le molte unità di cui è composta la molteplicità. Ora, se riuscissimo a dimostrare che è impossibile che ci siano più unità, è chiaro che è impossibile che ci sia la molteplicità: infatti la molteplicità è costituita di unità. Se è impossibile che ci sia la molteplicità (ed è necessario che vi sia o l’unità o la molteplicità; ma che ci sia la molteplicità è impossibile) resta che ci sia l’unità…” Qui il testo di Giovanni Filopono, erudito e scienziato bizantino del VI secolo, può essere confrontato con quello di Eudemo di Rodi, ἑταῖρος ovvero compagno di Aristotele, alla maniera di Teofrasto, il successore del fondatore nella direzione del Peripato, quindi non discepolo, diremmo alla maniera inglese, un “pari” del Peripato. “Si narra che Zenone abbia detto che se qualcuno gli avesse saputo mostrare che cosa mai era l’unità avrebbe potuto affermare la molteplicità degli enti. L’aporia da lui sollevata consiste, come pare, in questo, che da un lato ciascuna delle cose sensibili è dichiarata molteplice e per la molteplicità dei predicati e per divisione, e dall’altro lato il punto non è, per lui, neppure unità.” Questo frammento di Eudemo è riportato in Simplicio, filosofo e matematico bizantino del VI secolo. Dico questo non per un’esibizione di erudizione o per acribia intellettuale, ma per mostrare da quanti grandi studiosi del passato le tesi di Zenone fossero tenute in considerazione e siano giunte fino a noi. Ora, di fronte ad una tale attenzione di studio della migliore tradizione antica e bizantina, io mi domando: “Ma non può apparire, non dico ridicolo e buffonesco, ma quanto meno discutibile l’atteggiamento tenuto da Antistene il cinico, il quale per confutare i cinque argomenti con cui Zenone provò la tesi del suo grande maestro Parmenide, che l’essere è immobile, che cosa fece? Si alzò in piedi e si mise a camminare.”
Certo, è vero, anche Russell andava cercando dietro il divano del salotto i rinoceronti di cui gli stava dicendo imperturbabile Wittgenstein, ma il filosofo e matematico inglese dubitava delle facoltà mentali di quel giovane austriaco, logico e matematico, in cui si era illuso di aver incontrato un suo epigono, questa matematica che dà alla testa. Ma vogliamo mettere a confronto Russell con Antistene il cinico?
(Segue)
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