giovedì 24 settembre 2026

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                μετέωρα

                                              

2 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

PROLOGO NOTTURNO
Ti ho sentito ridere stanotte. – È ancora stanotte. – Ancora per poco. – Non ancora “alba a breve”. – Insomma che ore sono? – Ore in fuga. – Certo, come sempre, ma ferma l’ora fuggitiva. – Subito! – E allora? Che ora è quella che hai acciuffato? – È fuggita di nuovo. – Incapace. – Bloccala tu. – Ecco! È l’ora in cui, nel cielo notturno di Roma, la luna è tramontata. – Le H 04.21, dici? – Sì, bravo. – Allora, possiamo proseguire. – Ricominciamo daccapo. – Va bene. – Ti ho sentito ridere stanotte, quando ti sei svegliato, e la luce splendente d’oro della luna filtrava attraverso le persiane della tua finestra. – Vuoi sapere perché ridevo? – Sì. – Pensavo ai sempliciotti come te. – Ehi, buffone di corte! Siamo in ritardo con “Il significato del cielo”. – In grave ritardo, dovuto al computer che non riusciva a caricare il sistema operativo. – Vecchio e desueto come te! – Ma da un altro computer, ho saputo che poteva trattarsi del blocco di un aggiornamento. – Ieri sera, prima di andare a dormire, però si è “appicciato”. –Spiegheremo dopo questo improvviso irrompere del termine dialettale napoletano, ora diciamo: ho fatto la prova, ho acceso il computer e finalmente ha caricato il sistema operativo, vecchio e desueto come te o me, non fa differenza. – E invece la fa. – Della “differenza” un’altra volta. – E sono due. – Per ora. – Alla fine, facciamo un piccolo promemoria, ora dobbiamo correre. – Va bene, riprendiamo da Epicuro, e poi dobbiamo fermarci. – D’accordo.

Silvio Minieri ha detto...

I FENOMENI CELESTI
Ma prima di lui, un filosofo materialista, Epicuro, così istruiva i suoi discepoli, non sui modi, ma sui fini. “Prima di tutto, bisogna essere persuasi che dalla conoscenza dei fenomeni celesti, in qualsiasi modo se ne tratti, o unitamente ad altre dottrine o separatamente, non può derivare altro scopo se non la tranquillità e la sicurezza dell’anima, ciò che del resto è pure [86] lo scopo di ogni altra ricerca. Bisogna ritenere pure che non devesi cercare di raggiungere, ad ogni costo, conoscenze irraggiungibili e [senza risultati pratici], e che [su questi argomenti] non si deve seguire la medesima via d’indagine che si segue nelle dottrine morali, od in quelle che si propongono la soluzione degli altri problemi fisici, come ad esempio questi: “che l’universo consiste di corpi e di vuoto”, oppure “che gli elementi di cui si compongono le cose sono indivisibili [atomi]” e tutte le questioni simili che ammettono una sola soluzione in accordo con i fenomeni.”
Epicuro ha qui indicato i lineamenti generali della sua filosofia atomista, che ha lo scopo di tranquillizzare e rassicurare gli animi, come dire le inquietudini dell’anima. Quindi, passa a discutere dei fenomeni celesti, quelli che in greco antico venivano definiti “meteore”, affermando che la loro trattazione non può avvenire alla stessa stregua della sua filosofia, verità certe, quelle “che ammettono una sola soluzione in accordo con i fenomeni”. Infatti, egli dice, per questi ultimi, i metéora (μετέωρα), [plurale neutro dell'aggettivo metéoros (μετέωρος), che significa "che sta in alto nell'aria" o "sospeso in cielo"], ovvero i fenomeni celesti o atmosferici, quelli che si verificano in alto, nell’aria, si danno molteplici modi di origine, e in accordo con l’attestazione dei sensi, si possono recare diverse spiegazioni del loro modo di essere.
In tal modo, Epicuro distingue la verità, “unica”, della “filosofia” rispetto alle verità probabili, “molteplici”, di quelle che noi chiamiamo “scienze”, diciamo così, tanto per semplificare, usando la parola verità in maniera non del tutto improprio.
(Segue)

Interrompiamo qui la stesura del testo, rinviando al post: “Un principio di libertà” del 28 febbraio 2026, per uno sguardo più ampio sulla dottrina di Epicuro, seppure vista in maniera indiretta, nell’ottica del saggio (la sua tesi di laurea) di Karl Marx. Il discorso interrotto sui “fenomeni celesti” verrà comunque ripreso e svolto dal punto in cui viene lasciato, tenuto conto peraltro del quadro organico di trattazione dei temi, in cui esso si è trovato ad essere inserito.