SUPERSTIZIONE Nella voce “Superstizione” del suo Dizionario di Filosofia(1983), Nicola Abbagnano distingue due aspetti del fenomeno: 1) L’eccesso o le aberrazioni della religione; 2) la forma di religione non condivisa. Per il primo aspetto cita Cicerone e San Tommaso d’Aquino; per il secondo, Hobbes. Quindi conclude: “Ovviamente “Superstizione” è termine polemico: per lo studio obiettivo (antropologico o sociologico) delle credenze non ci sono superstizioni. E quando si parla di superstizione, lo si fa in riferimento a un determinato sistema di credenze religiose che si ritiene come l’unico vero. Perciò ogni religione appare come superstizione ai seguaci di una religione diversa. Quindi, sotto questo profilo, l’unica descrizione esatta del termine è quella data da Hobbes. Esaminiamo le fonti citate: Cicerone, Tommaso d’Aquino, Hobbes, a cui aggiungiamo Teofrasto e Plutarco, trattandoli in ordine cronologico.
TEOFRASTO Teofrasto (371 a.C. – 287 a.C.), allievo di Aristotele e suo successore alla guida del Liceo, gioca un ruolo fondamentale nella storia del concetto di superstizione. È proprio lui a offrirci il primo grande "ritratto" psicologico del superstizioso nel mondo antico. Nel capitolo XVI della sua celebre opera, i “Caratteri”, Teofrasto definisce la superstizione come δειλία πρὸς τὸ δαιμόνιον (deilía pròs tò daimónion), ossia "paura/codardia di fronte al soprannaturale". Mentre la filosofia classica considerava la devozione religiosa una virtù di equilibrio, Teofrasto descrive il superstizioso non come un malvagio, ma come una figura comica, ridicola e priva di tatto, ossessionata da presagi minimi e costantemente impegnata in rituali compulsivi per placare le divinità. “Per la verità, la superstizione parrebbe essere paura di fronte al soprannaturale; ed il superstizioso un tale che, dopo essersi lavato ben bene le mani ad una fonte ed essersi tutto spruzzato di acqua da una sacra urna lustrale, si mette in bocca una foglia di lauro e così passeggia tutto il giorno. E se una donnola lo sfiora correndo, egli non continua a procedere sulla sua strada, se prima non sia passato di là un altro o non abbia egli stesso gettato tre sassi oltre il ciglio della strada. E qualora veda in casa un serpente, invoca Sabadio, se è un saettone; se, invece, è una serpe sacra, erige subito in quello stesso luogo un'edicola per le anime dei defunti. E sulle pietre unte, che sono nei trivi, trovandosi a passarvi accanto, versa olio dall'ampollina, e se ne va soltanto dopo essere caduto ginocchioni ed averle adorate. E se un topo gli ha rosicchiato un sacco pieno di farina, va dall'interprete sacro a chiedere che cosa bisogna fare; e se gli risponde che dia il sacco al cuoiaio perché lo rattoppi, non dà retta a questo responso, ma volta le spalle e compie un sacrificio espiatorio. Ed è capace di purificare ripetutamente la casa, dicendo che con arti magiche gli hanno attirato dentro Ecate. E se vi sono civette sul suo cammino, si agita tutto ed esclama: «Atena è più forte!», e solo così passa oltre. Ed evita di mettere i piedi su un sepolcro e di andare ad un funerale o da una partoriente, ma dice che è suo interesse mantenersi puro da ogni contaminazione. Ed il quattro ed il sette del mese ordina ai suoi domestici di far bollire il vino e poi esce a comprare ramoscelli di mirto, incenso, focaccette rituali, e rincasato si mette durante l'intera giornata ad incoronare gli Ermafroditi. E se fa un sogno, va dagli oniromanti, dagli indovini, dagli auguri per chiedere a quale dio o dea debba innalzare preci. E per farsi iniziare ai misteri, va ogni mese dagli Orfeotelesti con la moglie (o, se la moglie non è disponibile, con la balia) e i figlioletti. E costui parrebbe essere uno di quelli che fanno accuratamente abluzioni sulla riva de mare. E qualora veda incoronata di aglio una di quelle divinità che sono nei trivi, scappa via a versarsi acqua in testa, convoca le sacerdotesse, e le prega di purificarlo girandogli intorno con una cipolla marina o con un cagnolino. E se vede un pazzo o un epilettico, rabbrividisce dalla paura e si sputa in seno.”
Plutarco (46 d.C. – 120 d.C.) filosofo platonico e sacerdote di Apollo a Delfi, autore di numerose opere di carattere filosofico e religioso, tra cui il saggio: De superstitione / Περὶ δεισιδαιμονίας, contenuto nei suoi Moralia.
DELLA SUPERSTIZIONE “È la scarsa conoscenza e l’ignoranza nostra intorno agli dèi che fa discendere sin dall’inizio due ruscelli: da un lato, in certi ingegni, su un terreno un po’ duro e rozzo, l’empietà; dall’altro, su suolo più tenero e molle, lascia impressa la superstizione. Onde ogni opinione falsa , che nasce da qui nuoce grandemente, e tanto più, quanto viene accompagnata da qualche alterazione d’animo. E pertanto ogni alterazione si trova a guisa d’ infermità con qualche ardore. E nella maniera che gli slogamenti delle giunture aggiuntavi la ferita sono più gravi, così gl’inganni dell'animo seguiti dalle alterazioni portano seco maggior pericolo assai.” È questo l’incipit del trattato breve sulla superstizione, di cui Plutarco illustra gli aspetti, mettendola a confronto con l’ateismo.
ATEISMO
1. L'ateismo come "falsa opinione" ma non dolorosa
"Crede alcuno che dagli atomi e dal vuoto derivino i principi dell’Universo. Falsa opinione è questa; nondimeno senza cagione di ferita, di morso, ovvero di dolore, che ci offenda." • La critica all'Atomismo: Plutarco fa un chiaro riferimento alla fisica di Democrito e di Epicuro (l'universo composto di atomi e vuoto). Dal punto di vista del platonismo di Plutarco, l'assenza di una provvidenza divina o di un disegno razionale è un errore dottrinale evidente ("falsa opinione"). • La neutralità emotiva dell'ateismo: Nonostante sia un errore, questa visione cinica o materialista del mondo non produce di per sé un tormento interiore. L'ateo, non credendo agli dèi o vedendo l'universo come un meccanismo cieco, commette un errore intellettuale che però lo lascia in uno stato di quiete morale, senza infliggergli ansie, paure o dolori psicosomatici ("senza cagione di ferita... o di dolore").
2. L'avarizia e l'attaccamento ai beni materiali
"Un altro stima che il maggior bene siano le ricchezze. Questo errore è velenoso: presta cibo al pensiero, lo leva del suo stato, non lascia dormire, empie di furore..." • L'errore accompagnato da passione: A differenza del materialismo filosofico, l'avidità di ricchezze è un errore pratico inficiato dalle passioni umane. Plutarco definisce questa falsa opinione "velenosa" perché non resta un concetto astratto, ma corrompe l'anima. • Gli effetti distruttivi: L'ossessione per il denaro altera la salute mentale e fisica dell'uomo ("non lascia dormire"), genera paranoia e "furore", spingendo l'individuo ad azioni disperate o criminali ("precipita giù dei sassi, affoga"). Toglie la pace e, soprattutto, la libertà interiore di esprimersi ("né permette liberamente di favellare").
3. La crisi della virtù e il pessimismo morale
"Si sentono parimente altri vizi, ed altri pensieri somiglianti, come: O misera virtute In altro non fondata, che in parole; Come opra io t’ onorai , E posi in bando ogni guadagno ingiusto , E la lussuria madre D’ogni diletto e d’opre oscure ed adre [atre, nere, malvagie].” • La citazione letteraria: Il testo si chiude con una celebre citazione (attribuita tradizionalmente al sussulto tragico di Eracle o di Bruto prima di morire a Filippi). Rappresenta il momento di disperazione in cui l'uomo virtuoso, di fronte al trionfo dell'ingiustizia o della sventura, dubita del valore reale del bene. • Il contrasto tra parole e fatti: Chi sperimenta questo crollo valoriale crede che la virtù sia solo un concetto astratto ("in parole") e non una forza reale. Il lamento nasce dal rimpianto di aver rinunciato ai piaceri materiali ("la lussuria") e ai profitti disonesti ("guadagno ingiusto") in nome di una condotta retta che, all'apparenza, non ha portato alcun premio o felicità terrena.
"Onde l’impietà non è altro, che un falso pensiero, e la superstizione un affetto dell’animo da falsi discorsi nato." Plutarco stabilisce un confine filosofico netto: • L'impietà (ateismo): È un puro errore intellettuale ("un falso pensiero"). L'ateo ragiona male sulle cose divine, ma la sua è un'errata convinzione fredda, che non muove passioni distruttive. • La superstizione: Non è solo un errore logico, ma un'alterazione emotiva ("un affetto dell’animo"). Nasce da ragionamenti distorti, ma si traduce in un sentimento travolgente: il terrore irrazionale.
2. L'anatomia della paura: Il "Legamento" dell'anima
“Solo il timore, che non tanto è privo d’ardire , quanto di consiglio, con la stupidità si accompagna vile, incerta, irresoluta ; e perché turba l’animo, e lo lega con lo spavento, in greco, δεῖμα (deima) , quasi legamento nominato. Ma fra tutti i timori, il più vile e irresoluto è la superstizione. Non teme il mare chi non naviga ; non la guerra chi non è soldato; non gli assassini chi non parte da casa; non le male lingue il povero; non l’invidia l’uomo privato; non il terremoto chi abita in Galazia, né il fulmine chi in Etiopia. Nondimeno colui che ha paura di Dio teme ogni cosa: la terra , il mare , l’aria, il cielo , le tenebre , la luce, il rumore, il silenzio…”
Plutarco compie un'acuta analisi psicologica ed etimologica. Molte passioni (anche l'ira o l'audacia sconsiderata) lasciano all'uomo una parvenza di forza o di azione ("sublime... in operando"), pur limitando la ragione. Il timore, invece, paralizza. Sfruttando un gioco etimologico greco, Plutarco associa il timore all'atto di legare: la paura incatena l'anima, rendendola vile e irresoluta. La superstizione è la forma più estrema di questo legame, perché non ha confini. Mentre i timori umani hanno cause e confini geografici o sociali precisi (chi non naviga non teme il mare, il povero non teme i ladri, chi vive in Etiopia non teme i fulmini), il superstizioso teme ogni cosa: l'universo intero diventa una minaccia perché ovunque vede un Dio pronto a punirlo ("teme ogni cosa; la terra, il mare, l’aria, il cielo...").
3. La profanazione del sonno e l'Incubo perenne
"Non lascia così dire la superstizione. Perché sola essa non fa tregua col sonno... dal sonno ci leva con i sogni" Il sonno è storicamente il rifugio universale dai dolori. Plutarco cita implicitamente il teatro antico (Euripide) per ricordare che persino i prigionieri in catene, i malati terminali e le persone straziate dal dolore trovano sollievo nel sonno. La superstizione viola anche questo rifugio. Il superstizioso non trova pace nemmeno dormendo: i suoi sogni si popolano di mostri, spettri e punizioni divine. Al risveglio, anziché razionalizzare l'incubo come una finzione della mente, il superstizioso prolunga il tormento nella realtà, ed è preda di ciarlatani, indovini e finti purificatori.
4. La degenerazione dei riti e la critica alla civiltà
"O Grecia che rovine hai procacciato a te medesma con la superstizione. Rivolgersi nel fango, nello sterco... adorare nel modo, che non si conviene." Qui Plutarco esprime tutto il suo sdegno di filosofo platonico e sacerdote di Delfi. La superstizione corrompe la dignità dell'uomo e la purezza della religione tradizionale: • Pratiche umilianti: I superstiziosi si rotolano nel fango e nello sterco, si gettano a terra in posture indegne, distruggendo il decoro dell'essere umano. • Corruzione del linguaggio: Proprio come i musicisti si "sciacquano la bocca" prima di cantare per rispetto dell'arte, la preghiera dovrebbe essere formulata con lingua semplice, limpida e razionale. Invece, i superstiziosi usano "nomi strani e voci barbare" (formule magiche esotiche, orientali o indecifrabili), infettando la lingua e violando la nobile tradizione dei padri.
Per Plutarco, il superstizioso commette un peccato gravissimo contro l'idea stessa di Dio. Se l'ateo sbaglia dicendo "Dio non esiste", il superstizioso fa di peggio: dice "Dio esiste, ma è un tiranno crudele, sadico, vendicativo e bizzarro", un despota che si compiace di vedere l'uomo umiliato nel fango o terrorizzato da formule barbare. La superstizione non è un eccesso di religione, ma la sua totale antitesi e perversione psicologica.
IL NUCLEO CONCETTUALE DEL SAGGIO
L’obiettivo del trattato quello di dimostrare una gerarchia dei mali dell'anima: 1. L'ateismo (errore della mente): È un'ignoranza fredda che rende immobili e indifferenti davanti al divino, ma non genera panico. 2. Le passioni materiali (es. avarizia): Generano tormento e alterano l'equilibrio psicofisico dell'uomo. 3. La superstizione (errore + passione distruttiva): Viene definita come il male peggiore. Essa unisce l'errore intellettuale dell'ateo all'angoscia della passione, portando l'uomo a credere negli dèi, ma a considerarli entità crudeli, capricciose e vendicative, annullando così ogni possibilità di serenità.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
5 commenti:
SUPERSTIZIONE
Nella voce “Superstizione” del suo Dizionario di Filosofia(1983), Nicola Abbagnano distingue due aspetti del fenomeno:
1) L’eccesso o le aberrazioni della religione; 2) la forma di religione non condivisa.
Per il primo aspetto cita Cicerone e San Tommaso d’Aquino; per il secondo, Hobbes. Quindi conclude: “Ovviamente “Superstizione” è termine polemico: per lo studio obiettivo (antropologico o sociologico) delle credenze non ci sono superstizioni. E quando si parla di superstizione, lo si fa in riferimento a un determinato sistema di credenze religiose che si ritiene come l’unico vero. Perciò ogni religione appare come superstizione ai seguaci di una religione diversa. Quindi, sotto questo profilo, l’unica descrizione esatta del termine è quella data da Hobbes. Esaminiamo le fonti citate: Cicerone, Tommaso d’Aquino, Hobbes, a cui aggiungiamo Teofrasto e Plutarco, trattandoli in ordine cronologico.
TEOFRASTO
Teofrasto (371 a.C. – 287 a.C.), allievo di Aristotele e suo successore alla guida del Liceo, gioca un ruolo fondamentale nella storia del concetto di superstizione. È proprio lui a offrirci il primo grande "ritratto" psicologico del superstizioso nel mondo antico. Nel capitolo XVI della sua celebre opera, i “Caratteri”, Teofrasto definisce la superstizione come δειλία πρὸς τὸ δαιμόνιον (deilía pròs tò daimónion), ossia "paura/codardia di fronte al soprannaturale".
Mentre la filosofia classica considerava la devozione religiosa una virtù di equilibrio, Teofrasto descrive il superstizioso non come un malvagio, ma come una figura comica, ridicola e priva di tatto, ossessionata da presagi minimi e costantemente impegnata in rituali compulsivi per placare le divinità.
“Per la verità, la superstizione parrebbe essere paura di fronte al soprannaturale; ed il superstizioso un tale che, dopo essersi lavato ben bene le mani ad una fonte ed essersi tutto spruzzato di acqua da una sacra urna lustrale, si mette in bocca una foglia di lauro e così passeggia tutto il giorno. E se una donnola lo sfiora correndo, egli non continua a procedere sulla sua strada, se prima non sia passato di là un altro o non abbia egli stesso gettato tre sassi oltre il ciglio della strada. E qualora veda in casa un serpente, invoca Sabadio, se è un saettone; se, invece, è una serpe sacra, erige subito
in quello stesso luogo un'edicola per le anime dei defunti. E sulle pietre unte, che sono nei trivi, trovandosi a passarvi accanto, versa olio dall'ampollina, e se ne va soltanto dopo essere caduto ginocchioni ed averle adorate. E se un topo gli ha rosicchiato un sacco pieno di farina, va dall'interprete sacro a chiedere che cosa bisogna fare; e se gli risponde che dia il sacco al cuoiaio perché lo rattoppi, non dà retta a questo responso, ma volta le spalle e compie un sacrificio espiatorio. Ed è capace di purificare ripetutamente la casa, dicendo che con arti magiche gli hanno attirato dentro Ecate. E se vi sono civette sul suo cammino, si agita tutto ed esclama: «Atena è più forte!», e solo così passa oltre. Ed evita di mettere i piedi su un sepolcro e di andare ad un funerale o da una partoriente, ma dice che è suo interesse mantenersi puro da ogni contaminazione. Ed il quattro ed il sette del mese ordina ai suoi domestici di far bollire il vino e poi esce a comprare ramoscelli di mirto, incenso, focaccette rituali, e rincasato si mette durante l'intera giornata ad incoronare gli Ermafroditi. E se fa un sogno, va dagli oniromanti, dagli indovini, dagli auguri per chiedere a quale dio o dea debba innalzare preci. E per farsi iniziare ai misteri, va ogni mese dagli Orfeotelesti con la moglie (o, se la moglie non è disponibile, con la balia) e i figlioletti. E costui parrebbe essere uno di quelli che fanno accuratamente abluzioni sulla riva de mare. E qualora veda incoronata di aglio una di quelle divinità che sono nei trivi, scappa via a versarsi acqua in testa, convoca le sacerdotesse, e le prega di purificarlo girandogli intorno con una cipolla marina o con un cagnolino. E se vede un pazzo o un epilettico, rabbrividisce dalla paura e si sputa in seno.”
PLUTARCO
Plutarco (46 d.C. – 120 d.C.) filosofo platonico e sacerdote di Apollo a Delfi, autore di numerose opere di carattere filosofico e religioso, tra cui il saggio: De superstitione / Περὶ δεισιδαιμονίας, contenuto nei suoi Moralia.
DELLA SUPERSTIZIONE
“È la scarsa conoscenza e l’ignoranza nostra intorno agli dèi che fa discendere sin dall’inizio due ruscelli: da un lato, in certi ingegni, su un terreno un po’ duro e rozzo, l’empietà; dall’altro, su suolo più tenero e molle, lascia impressa la superstizione. Onde ogni opinione falsa , che nasce da qui nuoce grandemente, e tanto più, quanto viene accompagnata da qualche alterazione d’animo. E pertanto ogni alterazione si trova a guisa d’ infermità con qualche ardore. E nella maniera che gli slogamenti delle giunture aggiuntavi la ferita sono più gravi, così gl’inganni dell'animo seguiti dalle alterazioni portano seco maggior pericolo assai.”
È questo l’incipit del trattato breve sulla superstizione, di cui Plutarco illustra gli aspetti, mettendola a confronto con l’ateismo.
ATEISMO
1. L'ateismo come "falsa opinione" ma non dolorosa
"Crede alcuno che dagli atomi e dal vuoto derivino i principi dell’Universo. Falsa opinione è questa; nondimeno senza cagione di ferita, di morso, ovvero di dolore, che ci offenda."
• La critica all'Atomismo: Plutarco fa un chiaro riferimento alla fisica di Democrito e di Epicuro (l'universo composto di atomi e vuoto). Dal punto di vista del platonismo di Plutarco, l'assenza di una provvidenza divina o di un disegno razionale è un errore dottrinale evidente ("falsa opinione").
• La neutralità emotiva dell'ateismo: Nonostante sia un errore, questa visione cinica o materialista del mondo non produce di per sé un tormento interiore. L'ateo, non credendo agli dèi o vedendo l'universo come un meccanismo cieco, commette un errore intellettuale che però lo lascia in uno stato di quiete morale, senza infliggergli ansie, paure o dolori psicosomatici ("senza cagione di ferita... o di dolore").
2. L'avarizia e l'attaccamento ai beni materiali
"Un altro stima che il maggior bene siano le ricchezze. Questo errore è velenoso: presta cibo al pensiero, lo leva del suo stato, non lascia dormire, empie di furore..."
• L'errore accompagnato da passione: A differenza del materialismo filosofico, l'avidità di ricchezze è un errore pratico inficiato dalle passioni umane. Plutarco definisce questa falsa opinione "velenosa" perché non resta un concetto astratto, ma corrompe l'anima.
• Gli effetti distruttivi: L'ossessione per il denaro altera la salute mentale e fisica dell'uomo ("non lascia dormire"), genera paranoia e "furore", spingendo l'individuo ad azioni disperate o criminali ("precipita giù dei sassi, affoga"). Toglie la pace e, soprattutto, la libertà interiore di esprimersi ("né permette liberamente di favellare").
3. La crisi della virtù e il pessimismo morale
"Si sentono parimente altri vizi, ed altri pensieri somiglianti, come:
O misera virtute
In altro non fondata, che in parole;
Come opra io t’ onorai ,
E posi in bando ogni guadagno ingiusto ,
E la lussuria madre
D’ogni diletto e d’opre oscure ed adre [atre, nere, malvagie].”
• La citazione letteraria: Il testo si chiude con una celebre citazione (attribuita tradizionalmente al sussulto tragico di Eracle o di Bruto prima di morire a Filippi). Rappresenta il momento di disperazione in cui l'uomo virtuoso, di fronte al trionfo dell'ingiustizia o della sventura, dubita del valore reale del bene.
• Il contrasto tra parole e fatti: Chi sperimenta questo crollo valoriale crede che la virtù sia solo un concetto astratto ("in parole") e non una forza reale. Il lamento nasce dal rimpianto di aver rinunciato ai piaceri materiali ("la lussuria") e ai profitti disonesti ("guadagno ingiusto") in nome di una condotta retta che, all'apparenza, non ha portato alcun premio o felicità terrena.
1. EMPIETÀ vs SUPERSTIZIONE
"Onde l’impietà non è altro, che un falso pensiero, e la superstizione un affetto dell’animo da falsi discorsi nato."
Plutarco stabilisce un confine filosofico netto:
• L'impietà (ateismo): È un puro errore intellettuale ("un falso pensiero"). L'ateo ragiona male sulle cose divine, ma la sua è un'errata convinzione fredda, che non muove passioni distruttive.
• La superstizione: Non è solo un errore logico, ma un'alterazione emotiva ("un affetto dell’animo"). Nasce da ragionamenti distorti, ma si traduce in un sentimento travolgente: il terrore irrazionale.
2. L'anatomia della paura: Il "Legamento" dell'anima
“Solo il timore, che non tanto è privo d’ardire , quanto di consiglio, con la stupidità si accompagna vile, incerta, irresoluta ; e perché turba l’animo, e lo lega con lo spavento, in greco, δεῖμα (deima) , quasi legamento nominato. Ma fra tutti i timori, il più vile e irresoluto è la superstizione. Non teme il mare chi non naviga ; non la guerra chi non è soldato; non gli assassini chi non parte da casa; non le male lingue il povero; non l’invidia l’uomo privato; non il terremoto chi abita in Galazia, né il fulmine chi in Etiopia. Nondimeno colui che ha paura di Dio teme ogni cosa: la terra , il mare , l’aria, il cielo , le tenebre , la luce, il rumore, il silenzio…”
Plutarco compie un'acuta analisi psicologica ed etimologica. Molte passioni (anche l'ira o l'audacia sconsiderata) lasciano all'uomo una parvenza di forza o di azione ("sublime... in operando"), pur limitando la ragione.
Il timore, invece, paralizza. Sfruttando un gioco etimologico greco, Plutarco associa il timore all'atto di legare: la paura incatena l'anima, rendendola vile e irresoluta. La superstizione è la forma più estrema di questo legame, perché non ha confini.
Mentre i timori umani hanno cause e confini geografici o sociali precisi (chi non naviga non teme il mare, il povero non teme i ladri, chi vive in Etiopia non teme i fulmini), il superstizioso teme ogni cosa: l'universo intero diventa una minaccia perché ovunque vede un Dio pronto a punirlo ("teme ogni cosa; la terra, il mare, l’aria, il cielo...").
3. La profanazione del sonno e l'Incubo perenne
"Non lascia così dire la superstizione. Perché sola essa non fa tregua col sonno... dal sonno ci leva con i sogni"
Il sonno è storicamente il rifugio universale dai dolori. Plutarco cita implicitamente il teatro antico (Euripide) per ricordare che persino i prigionieri in catene, i malati terminali e le persone straziate dal dolore trovano sollievo nel sonno.
La superstizione viola anche questo rifugio. Il superstizioso non trova pace nemmeno dormendo: i suoi sogni si popolano di mostri, spettri e punizioni divine. Al risveglio, anziché razionalizzare l'incubo come una finzione della mente, il superstizioso prolunga il tormento nella realtà, ed è preda di ciarlatani, indovini e finti purificatori.
4. La degenerazione dei riti e la critica alla civiltà
"O Grecia che rovine hai procacciato a te medesma con la superstizione. Rivolgersi nel fango, nello sterco... adorare nel modo, che non si conviene."
Qui Plutarco esprime tutto il suo sdegno di filosofo platonico e sacerdote di Delfi. La superstizione corrompe la dignità dell'uomo e la purezza della religione tradizionale:
• Pratiche umilianti: I superstiziosi si rotolano nel fango e nello sterco, si gettano a terra in posture indegne, distruggendo il decoro dell'essere umano.
• Corruzione del linguaggio: Proprio come i musicisti si "sciacquano la bocca" prima di cantare per rispetto dell'arte, la preghiera dovrebbe essere formulata con lingua semplice, limpida e razionale. Invece, i superstiziosi usano "nomi strani e voci barbare" (formule magiche esotiche, orientali o indecifrabili), infettando la lingua e violando la nobile tradizione dei padri.
LA DISTORSIONE DELL’IMMAGINE DIVINA
Per Plutarco, il superstizioso commette un peccato gravissimo contro l'idea stessa di Dio. Se l'ateo sbaglia dicendo "Dio non esiste", il superstizioso fa di peggio: dice "Dio esiste, ma è un tiranno crudele, sadico, vendicativo e bizzarro", un despota che si compiace di vedere l'uomo umiliato nel fango o terrorizzato da formule barbare. La superstizione non è un eccesso di religione, ma la sua totale antitesi e perversione psicologica.
IL NUCLEO CONCETTUALE DEL SAGGIO
L’obiettivo del trattato quello di dimostrare una gerarchia dei mali dell'anima:
1. L'ateismo (errore della mente): È un'ignoranza fredda che rende immobili e indifferenti davanti al divino, ma non genera panico.
2. Le passioni materiali (es. avarizia): Generano tormento e alterano l'equilibrio psicofisico dell'uomo.
3. La superstizione (errore + passione distruttiva): Viene definita come il male peggiore. Essa unisce l'errore intellettuale dell'ateo all'angoscia della passione, portando l'uomo a credere negli dèi, ma a considerarli entità crudeli, capricciose e vendicative, annullando così ogni possibilità di serenità.
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