[N. d. B.] Il presente testo costituisce la parte finale del racconto "La morte di Legret" del 4 agosto scorso e del seguito "Il cortese portinaio" del successivo 6 agosto. Il filo narrativo si ricollega ai due saggi danteschi del 14 e 18 gennaio 2022.
DIECI Si stava avvicinando il giorno delle stelle cadenti, non mi ero ancora ripreso dai miei vecchi orari, e la sera la computer, facevo tardi con l’apocrifo dantesco, e la sorpresa parigina mi rimandava sempre la stessa un’immagine: Crystel, l’amica di Legret. Una sera, decisi di interrogare l’ Intelligenza Artificiale, ero molto scettico, non sapevo se comunicare che i versi erano un apocrifo, sicuramente avrebbe riconosciuto che si trattava del Purgatorio dantesco, non ricordavo però se le avessi già posto il quesito.
“Come “di marmo fosse ‘l suo costume, dissemi ‘l duca voltosi col busto, ora convien su questo che t’allume.
Lo gran veglio che fu del verso giusto a guardia sta de lo diverso foco, foglia caduta dal violato arbusto.
L’assoluto voler, che in santo loco per tutto amor di grazìa assurga, ancor lo tien intra cotesto gioco,
tal che mondo lo spirito resurga luce beata nel divino regno a tempo pieno, ché infinito urga.
Or lesti siam al suo mostrar ’l segno tosto che ’l peso di ragion assume che tu possa varcar fattone degno.”
Questi versi riproducono fedelmente lo stile, la metrica e l'atmosfera della Divina Commedia di Dante Alighieri, pur non essendo parte dell'opera originale. Il testo descrive una guida che spiega a Dante la natura del Purgatorio e la condizione di un'anima in purificazione, citando la grazia divina e la meta finale del Paradiso.
Rimasi stupefatto, ed espressi la mia ammirazione: “Grazie, la tua risposta è perfetta.”
Grazie a te! Sono felice che la spiegazione sia stata chiara e di tuo gradimento. Se desideri approfondire l'analisi del testo, posso aiutarti in diversi modi. Fammi sapere se ti interessa: Ricevere una parafrasi dettagliata riga per riga. Analizzare le figure retoriche presenti (come le metafore e le similitudini). Esaminare la metrica e la struttura delle terzine incatenate.
Confermai la richiesta delle tre opzioni, ma la risposta questa volta fu deludente.
Il passo analizzato, tratto dalla Commedia di Dante, descrive il guardiano del Purgatorio e il significato della purificazione delle anime prima di accedere al Paradiso. Attraverso le parole del duca, l'autore introduce figure retoriche come metafore e similitudini che sottolineano la sacralità e la necessità di questo percorso di ascesi. La struttura metrica si basa sulla classica terzina dantesca di endecasillabi incatenati, che conferisce al testo un ritmo solenne e circolare, perfettamente illustrato nell'analisi fornita.
Insistetti con la richiesta della parafrasi riga per riga, indicando il “fuoco purificatore”, e ricevetti la risposta giusta che cercavo.
Ecco la parafrasi dettagliata e letterale del passaggio che si riferisce al fuoco purificatore e ai versi successivi, analizzati riga per riga:
Il grande vecchio [Catone] che visse in maniera retta sta a custodia del diverso [dall’inferno] fuoco anima caduta con il peccato originale (violato arbusto).
«Lo gran veglio che fu del verso giusto» Parafrasi: Il grande vecchio che in vita fu esempio di rettitudine morale e giustizia
«a guardia sta de lo diverso foco,» Parafrasi: vigila sopra questo fuoco così differente da quello infernale (perché non punisce ma purifica),
«foglia caduta dal violato arbusto.» Parafrasi: proteggendo quest'anima che è come una foglia caduta dall'albero dell'umanità, danneggiato dal peccato originale.
La volontà di Dio, che in cielo per amore infinito e grazia concede di salire, lo tiene ancora in codesto ruolo,
«L’assoluto voler, che in santo loco» Parafrasi: La volontà divina suprema, che nel Purgatorio
«per tutto amor di grazìa assurga,» Parafrasi: si manifesta pienamente attraverso l'amore e la grazia salvifica,
«ancor lo tien intra cotesto gioco,» Parafrasi: trattiene ancora quest'anima dentro questo meccanismo di espiazione,
tale che mondato (mondo) lo spirito risorga come luce [della corona] dei beati in Paradiso alla fine (pienezza) dei tempi, quando l’eterno incalza (urga).
«tal che mondo lo spirito resurga» Parafrasi: affinché lo spirito possa risorgere completamente puro e nitido
«luce beata nel divino regno» Parafrasi: come una luce piena di beatitudine nel regno di Dio (il Paradiso)
«a tempo pieno, ché infinito urga.» Parafrasi: per l'eternità, spinto dal desiderio dell'infinito.
Smisi di colloquiare con la IA, pur avendo rilevato alcuni errori scusabili, si era fatto tardi e andai a dormire, ma rimasi sveglio ancora per diverse ore fino all’alba. Per prendere sonno, cominciai a moltiplicare numeri a quattro cifre, nell’occasione 1987 x 9178, la data di nascita di Gabri e i palindromi delle due coppie di cifre, che formavano il numero, una sorta di alternativa al “contare le pecore”. La musichetta del mio telefonino mi svegliò. Mi voltai verso il comodino nella piena luce del giorno, che invadeva la mia camera da letto, esposta a sud-ovest, erano quasi le quattro del pomeriggio. “Ciao Serra, stai dormendo?” Riconobbi la voce del capo reparto, Gabriella. “Mi hai svegliato, capo” risposi assonnato. “Roberto, stammi bene a sentire: domani a mezzogiorno arrivano i francesi.” Balzai a sedere sul letto, pronto ad alzarmi: “Chi?” domandai allarmato. “I tuoi amici, Serra.” Non capivo, o meglio, non capivo bene: “Chi sono?” “I Legret, Serra. Svegliati, datti una mossa.” Cercai di schiarirmi le idee: “Il mio turno comincia alle cinque” dissi. “Ti aspetto in ufficio, muoviti.” Mi alzai, lei aveva chiuso. I francesi? I Legret? Ma che c’entrava, lei? Che cosa accadeva? Non ero stato promosso impiegato, non ero il segretario di Gabriella Sciuto? Che giorno era? Avevo perso la cognizione del tempo.
UNDICI Mi aspettava nel suo ufficio, seduta dietro la sua scrivania, con le braccia conserte, come la vidi, quando aprii la porta. Ma non era andata in ferie? “Sono finiti i tuoi turni serali, Serra,” mi disse, “hai nuovi obblighi contrattuali.” In verità il mio contratto di impiegato iniziava a decorrere dal primo settembre, trascorse le ferie d’agosto, un periodo in cui mi trovavo nello stato, come quello in cui Dante definisce la condizione dei presenti nel limbo: “Io era tra color che son sospesi". Non esternai questo stato d’animo, dissi solo: “Capo, ma lei non è andata in ferie?” Gabriella sorrise, o forse ghignò: “Io sono in ferie, caro Roberto.” Sì, ora discernevo meglio, ghignava mentre sottolineava queste sue ultime parole. Condizione di ferie dei dirigenti, non degli impiegati, pensai, ma dissi: “Tu come fai a sapere dei francesi a Roma?” Questa volta, rise apertamente, quindi si alzò e mi venne vicino: “L’interessato è sempre l’ultimo a saperlo” disse. “I capi sanno tutto prima” replicai. “Certo” concluse. “Fatti trovare domani a mezzogiorno a Trinità dei Monti, ai piedi della scalinata,” disse. “In orario” aggiunse, con sguardo severo, e se ne andò, senza dare ulteriori spiegazioni. Rimasi lì immobile, poi andai a sedermi dietro la scrivania, e appoggiai il gomito sul tavolo, tenendo il braccio alzato e il mento fermo sulla mano. Questa donna era gelosa o voleva tenere sempre tutto sotto controllo? Ma non erano miei affari privati? Aveva letto dell’arrivo dei francesi sulla mia e-mail aziendale, e aveva risposto e concordato il rendez-vous. Ma che senso aveva questa sua intromissione? Caro Roberto Serra, ma tu usi la posta elettronica aziendale, per tuoi scopi privati, quindi perché ti lamenti se il tuo capo s’intromette, lui, lei controlla. Smisi di pensare, mi alzai e andai via. Non era né intromissione, né controllo, semplice curiosità femminile, doveva conoscere Crystel. Solo in quest’ottica, il suo comportamento rientrava nella logica. Stavamo giocando a cavaliere e dama, chi era la pedina? Io. E allora, dovevo muovermi in fretta e andare a dama, ma questa espressione era ambigua, meglio non usarla con lei, si poteva riferire a chissà quali giochi di potere, sempre pericolosi tra un uomo e una donna, e pericolosi per entrambi. Che fare? Andare al rendez-vous. Fu così che all’indomani mi recai al posto convenuto e nell’ora stabilita per l’incontro: non c’erano né Gabriella né i francesi. Dov’era Crystel? Un po' mi batteva il cuore. Una voce con la erre arrotolata mi colse alle spalle: “Siete monsieur Serra?” Mi voltai sorpreso, e vidi una biondina, uso il diminutivo non per sminuirne la figura, peraltro abbastanza aggraziata, ma ecco, forse mi aspettavo di vedere una bionda donna francese come Crystel. Con il suo accento francese, mi disse in un italiano abbastanza arrangiato che il mio rendez-vous era all’ambasciata di Francia, Caspita! Mi sentii importante. “Andiamo adesso?” dissi. Forse non capì bene. “Maintenent?” aggiunsi. “Non, pas maintenant, mais à dix-huit heures. A le hore disiotto, monsieur.” Stava per andarsene, almeno così mi parve o temetti, e dissi, per trattenerla: “Quel est votre nom, madame?” Lei sorrise: “Juliette”. “Enchanté!” dissi, tendendole la mano. Non la strinse, ma mi porse un biglietto e si limitò a dire: “Ciò, ciò”, facendo ciao, ciao, con la mano, il sorriso smagliante. Voltò le spalle e sì allontanò tra la folla della Fontana della Barcaccia. Non feci in tempo a dire: "À bientôt!", che mormorai tra me e me, e già entravo nel ruolo. Et maintenant que vais-je faire De tout ce temps que sera ma vie De tous ces gens qui m’indiffèrent Maintenant que tu es partie.
I versi ritmati della canzone con il timbro della voce di Charles Aznavour cominciarono a risuonarmi nelle orecchie, in verità la canzone è cantata ed è un successo di Gilbert Bécaud, ma io con tutti i miei fraintendimenti mi lasciavo andare ad un’atmosfera, come dire? parisienne. Et voilà! Guardai il biglietto che tenevo ancora in mano e capii si trattava di un biglietto d’ingresso per visitatori del Palazzo Farnese. Alle cinque e mezzo del pomeriggio, andai in Campo dei Fiori, e restai un po' lì confuso tra la folla, quindi decisi di andare a prendere posto al tavolino di un caffè all’aperto, nella vicina via dei Baullari, sito quasi all’angolo con piazza Farnese, da dove potevo tenere sotto osservazione il portone d’ingresso dell’Ambasciata di Francia. Ma chi stavo aspettando? A quel punto non lo sapevo bene. Chi mi aveva regalato il biglietto d’ingresso? Juliette? Mi sembrava più la mandataria. Crystel? Peut-être. Si erano fatte le sei, pagai e mi avviai verso Palazzo Farnese, il portone sempre chiuso. Ero fermo al centro della piazza e osservavo il barocco della facciata rinascimentale, lo sguardo in alto. Sentii come l’arrivo di un pulmino, nell’area pedonale, e in pochi momenti vidi scendere un gruppo di persone, che rapide si avviavano all’ingresso del palazzo, subito mi accodai. Il portone era stato aperto, e mi ritrovai con gli altri nell’atrio davanti al cancello d’entrata. Dovevamo passare attraverso un portalino elettronico, controllato da alcuni uomini della sorveglianza, dove depositai gli oggetti metallici, le chiavi e un accendino a forma di mini-pistola, che non passò inosservato. Un uomo con i capelli biondicci lo raccolse, lo portò all’altezza degli occhi per osservarlo meglio: “C’est chic!” disse. “Un briquet” dissi. E quando il controllore d’ingresso me lo riconsegnò, spinsi il pulsantino. La fiamma si accese: “Et voilà!” dissi. Più avanti, una volta entrato, riconobbi Juliette attorno a cui si andava radunando la piccola folla dei visitatori. Un po' più distante, notai un terzetto: un uomo alto, elegante in un completo estivo, con un cappello bianco a falde larghe, vicino a lui Crystel, la riconobbi, smagliante e adorabile, con accanto un adolescente smilzo un po' più alto di lei. Feci un cenno, ma lei non rispose, guardava dalla parte del gruppo in cui stavo, ma sembrava non vedermi. Non mi aveva riconosciuto? Maintenant que tu es partie Toutes ces nuits, pourquoi pour qui Et ce matin qui revient pour rien Ce cœur qui bat, pour qui, pourquoi?
Quando finirono di entrare tutti gli ultimi visitatori, il gruppo così formatosi si avviò al seguito di Juliette, il braccio sollevato a tenere in alto un’asticella, con la bandierina francese in cima. Entrammo, poi tutti insieme ci fermammo al centro del cortile a fare capannello attorno alla nostra guida, che cominciò a guardare in alto il barocco delle finestre dei due piani sovrastanti il porticato. Cercavo di distinguere la figura di Gabriella tra quella piccola folla, e mi voltai a guardare anche dietro di me, proprio nel momento in cui sentii una spinta alle mie spalle. Girai la testa in avanti e vidi Gabriella che passava insieme a un giovane, il quale si voltò a guardarmi in faccia. Chi era? Sentii l’eco delle parole pronunciate dalla nostra guida: Alessandro Farnese, il papa Paolo III, il commissionario, Sangallo il Giovane, Michelangelo, Vignola, Giacomo Della Porta, gli architetti. Dopo un breve silenzio, il gruppetto si mosse, entrammo, e cominciammo a salire lo scalone, Gabriella e il suo giovane accompagnatore avevano raggiunto il terzetto dei francesi, che salivano a fianco di Juliette, alla testa della fila dei visitatori. Quando ci trovammo nella galleria Carracci raggiunsi il gruppetto dei francesi e Gabriella, che vidi scambiava qualche parola con loro. Non si accorsero di me, o almeno non ci fecero caso, perché come quasi tutti gli altri, avevano rivolto lo sguardo in alto per ammirare la volta di venti metri, così diceva la guida, affrescata con i soggetti mitologici delle Metamorfosi di Ovidio. E quando alzai la testa anch’io, si mossero, allora mi fermai, mi sentii ridicolo in quel mio inseguimento, lei, Gabriella, si voltò a darmi un’occhiata, quasi un rimprovero, ma io restai indietro. Poco dopo eravamo nel salone d’Ercole, gli arazzi del XVII secolo, i sarcofagi, le sculture delle navi da guerra romane. Passammo oltre, la galleria di Murano, il Camerino affrescato da Annibale Caracci, la Sala dei Possedimenti, il Vestibolo, il Cortile e il Giardino.
Ero rimasto tra gli ultimi e credo che fui proprio l’ultimo del gruppo dei visitatori ad uscire dal palazzo. Fuori, la piazza era illuminata dalla luce del vespro, mi fermai a stirare le membra allargando le braccia, quando mi sentii chiamare. “Roberto!” Ebbi un sussulto e mi voltai di fianco a sinistra, da dove Gabriella aveva pronunciato il mio nome: era accanto al terzetto dei francesi e all’altro giovane, fermi lì ad aspettarmi. Mi sentii in difetto e mi avvicinai un po' intimidito. “Bonsoir” dissi, mi sentivo goffo. L’uomo alto con il cappello bianco era il padre di Legret, accanto Criystel, vicino a lei suo figlio Christophe. “E questo è Giorgio, mio fratello,” concluse le presentazioni Gabriella, indicando l’ultimo della fila, il suo giovane accompagnatore. Restammo a parlare qualche minuto, avevo rievocato la figura di Eric, il mio amico Eric, che non avevo mai conosciuto. Ora, riposava nel cimitero di Montparnasse, a Parigi, mi ripromettevo di andarvi. Potevo consultare l’archivio online, les archives, disse Crystel, su cui si trovavano gli studi su Dante di Eric . La sua compagna Geneviève era distrutta dal dolore, e non era venuta in Italia, così capii quello che Crystel diceva in francese. Sentimmo chiudere il portone del palazzo alle nostre spalle, e ci raggiunse Juliette, la ragazza che aveva fatto da guida. Nel congedarci, strinsi forte la mano al padre di Legret, Crystel mi abbracciò, baciandomi tre volte, sfiorando le gote, com’è d’uso d’oltralpe, così anche il giovane figlio per imitazione. “Ciao Giorgio”, dissi al fratello di Gabriella. Erano arrivati due taxi, sul primo salirono i quattro francesi, feci un cenno con la mano, mentre partivano. “Ci vediamo,” disse Gabriella, e mi baciò, sfiorando due volte le gote, poi salì sul taxi assieme al fratello. Anche a loro feci un cenno di saluto con la mano, mentre l’autovettura si allontanava. Ero rimasto solo, mi avviai a piedi verso Campo dei Fiori, un gran via vai di persone, e mi confusi tra loro. Dopo quella sera, non rividi più né i Legret, né Gabriella, che partì alcuni giorni dopo per Dubai, avvisandomi con un sms. Mi riservai di consultare i social per saperne di più, ma non ero sicuro di aver conservato ancora interesse, in quel periodo, per Dante e il Purgatorio, e soprattutto per l’invisibile autore dello “diverso foco”. Forse avrei potuto seguire e scoprirne le tracce a Roma oppure a Parigi, non so. Ma se un domani dovessi percorrere quest’ultimo intendimento, non mancherò certo di darne notizia in queste mie cronache, auspicando un esito felice di tutta la vicenda.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
7 commenti:
[N. d. B.]
Il presente testo costituisce la parte finale del racconto "La morte di Legret" del 4 agosto scorso e del seguito "Il cortese portinaio" del successivo 6 agosto. Il filo narrativo si ricollega ai due saggi danteschi del 14 e 18 gennaio 2022.
LO DIVERSO FOCO
DIECI
Si stava avvicinando il giorno delle stelle cadenti, non mi ero ancora ripreso dai miei vecchi orari, e la sera la computer, facevo tardi con l’apocrifo dantesco, e la sorpresa parigina mi rimandava sempre la stessa un’immagine: Crystel, l’amica di Legret.
Una sera, decisi di interrogare l’ Intelligenza Artificiale, ero molto scettico, non sapevo se comunicare che i versi erano un apocrifo, sicuramente avrebbe riconosciuto che si trattava del Purgatorio dantesco, non ricordavo però se le avessi già posto il quesito.
“Come “di marmo fosse ‘l suo costume,
dissemi ‘l duca voltosi col busto,
ora convien su questo che t’allume.
Lo gran veglio che fu del verso giusto
a guardia sta de lo diverso foco,
foglia caduta dal violato arbusto.
L’assoluto voler, che in santo loco
per tutto amor di grazìa assurga,
ancor lo tien intra cotesto gioco,
tal che mondo lo spirito resurga
luce beata nel divino regno
a tempo pieno, ché infinito urga.
Or lesti siam al suo mostrar ’l segno
tosto che ’l peso di ragion assume
che tu possa varcar fattone degno.”
Questi versi riproducono fedelmente lo stile, la metrica e l'atmosfera della Divina Commedia di Dante Alighieri, pur non essendo parte dell'opera originale. Il testo descrive una guida che spiega a Dante la natura del Purgatorio e la condizione di un'anima in purificazione, citando la grazia divina e la meta finale del Paradiso.
Rimasi stupefatto, ed espressi la mia ammirazione: “Grazie, la tua risposta è perfetta.”
Grazie a te! Sono felice che la spiegazione sia stata chiara e di tuo gradimento.
Se desideri approfondire l'analisi del testo, posso aiutarti in diversi modi. Fammi sapere se ti interessa:
Ricevere una parafrasi dettagliata riga per riga.
Analizzare le figure retoriche presenti (come le metafore e le similitudini).
Esaminare la metrica e la struttura delle terzine incatenate.
Confermai la richiesta delle tre opzioni, ma la risposta questa volta fu deludente.
Il passo analizzato, tratto dalla Commedia di Dante, descrive il guardiano del Purgatorio e il significato della purificazione delle anime prima di accedere al Paradiso. Attraverso le parole del duca, l'autore introduce figure retoriche come metafore e similitudini che sottolineano la sacralità e la necessità di questo percorso di ascesi. La struttura metrica si basa sulla classica terzina dantesca di endecasillabi incatenati, che conferisce al testo un ritmo solenne e circolare, perfettamente illustrato nell'analisi fornita.
Insistetti con la richiesta della parafrasi riga per riga, indicando il “fuoco purificatore”, e ricevetti la risposta giusta che cercavo.
Ecco la parafrasi dettagliata e letterale del passaggio che si riferisce al fuoco purificatore e ai versi successivi, analizzati riga per riga:
Il grande vecchio [Catone] che visse in maniera retta
sta a custodia del diverso [dall’inferno] fuoco
anima caduta con il peccato originale (violato arbusto).
«Lo gran veglio che fu del verso giusto»
Parafrasi: Il grande vecchio che in vita fu esempio di rettitudine morale e giustizia
«a guardia sta de lo diverso foco,»
Parafrasi: vigila sopra questo fuoco così differente da quello infernale (perché non punisce ma purifica),
«foglia caduta dal violato arbusto.»
Parafrasi: proteggendo quest'anima che è come una foglia caduta dall'albero dell'umanità, danneggiato dal peccato originale.
La volontà di Dio, che in cielo
per amore infinito e grazia concede di salire,
lo tiene ancora in codesto ruolo,
«L’assoluto voler, che in santo loco»
Parafrasi: La volontà divina suprema, che nel Purgatorio
«per tutto amor di grazìa assurga,»
Parafrasi: si manifesta pienamente attraverso l'amore e la grazia salvifica,
«ancor lo tien intra cotesto gioco,»
Parafrasi: trattiene ancora quest'anima dentro questo meccanismo di espiazione,
tale che mondato (mondo) lo spirito risorga
come luce [della corona] dei beati in Paradiso
alla fine (pienezza) dei tempi, quando l’eterno incalza (urga).
«tal che mondo lo spirito resurga»
Parafrasi: affinché lo spirito possa risorgere completamente puro e nitido
«luce beata nel divino regno»
Parafrasi: come una luce piena di beatitudine nel regno di Dio (il Paradiso)
«a tempo pieno, ché infinito urga.»
Parafrasi: per l'eternità, spinto dal desiderio dell'infinito.
Smisi di colloquiare con la IA, pur avendo rilevato alcuni errori scusabili, si era fatto tardi e andai a dormire, ma rimasi sveglio ancora per diverse ore fino all’alba. Per prendere sonno, cominciai a moltiplicare numeri a quattro cifre, nell’occasione 1987 x 9178, la data di nascita di Gabri e i palindromi delle due coppie di cifre, che formavano il numero, una sorta di alternativa al “contare le pecore”.
La musichetta del mio telefonino mi svegliò. Mi voltai verso il comodino nella piena luce del giorno, che invadeva la mia camera da letto, esposta a sud-ovest, erano quasi le quattro del pomeriggio. “Ciao Serra, stai dormendo?” Riconobbi la voce del capo reparto, Gabriella. “Mi hai svegliato, capo” risposi assonnato. “Roberto, stammi bene a sentire: domani a mezzogiorno arrivano i francesi.” Balzai a sedere sul letto, pronto ad alzarmi: “Chi?” domandai allarmato. “I tuoi amici, Serra.” Non capivo, o meglio, non capivo bene: “Chi sono?” “I Legret, Serra. Svegliati, datti una mossa.” Cercai di schiarirmi le idee: “Il mio turno comincia alle cinque” dissi. “Ti aspetto in ufficio, muoviti.” Mi alzai, lei aveva chiuso. I francesi? I Legret? Ma che c’entrava, lei?
Che cosa accadeva? Non ero stato promosso impiegato, non ero il segretario di Gabriella Sciuto? Che giorno era? Avevo perso la cognizione del tempo.
UNDICI
Mi aspettava nel suo ufficio, seduta dietro la sua scrivania, con le braccia conserte, come la vidi, quando aprii la porta. Ma non era andata in ferie? “Sono finiti i tuoi turni serali, Serra,” mi disse, “hai nuovi obblighi contrattuali.” In verità il mio contratto di impiegato iniziava a decorrere dal primo settembre, trascorse le ferie d’agosto, un periodo in cui mi trovavo nello stato, come quello in cui Dante definisce la condizione dei presenti nel limbo: “Io era tra color che son sospesi". Non esternai questo stato d’animo, dissi solo: “Capo, ma lei non è andata in ferie?” Gabriella sorrise, o forse ghignò: “Io sono in ferie, caro Roberto.” Sì, ora discernevo meglio, ghignava mentre sottolineava queste sue ultime parole. Condizione di ferie dei dirigenti, non degli impiegati, pensai, ma dissi: “Tu come fai a sapere dei francesi a Roma?” Questa volta, rise apertamente, quindi si alzò e mi venne vicino: “L’interessato è sempre l’ultimo a saperlo” disse. “I capi sanno tutto prima” replicai. “Certo” concluse. “Fatti trovare domani a mezzogiorno a Trinità dei Monti, ai piedi della scalinata,” disse. “In orario” aggiunse, con sguardo severo, e se ne andò, senza dare ulteriori spiegazioni.
Rimasi lì immobile, poi andai a sedermi dietro la scrivania, e appoggiai il gomito sul tavolo, tenendo il braccio alzato e il mento fermo sulla mano. Questa donna era gelosa o voleva tenere sempre tutto sotto controllo? Ma non erano miei affari privati?
Aveva letto dell’arrivo dei francesi sulla mia e-mail aziendale, e aveva risposto e concordato il rendez-vous. Ma che senso aveva questa sua intromissione? Caro Roberto Serra, ma tu usi la posta elettronica aziendale, per tuoi scopi privati, quindi perché ti lamenti se il tuo capo s’intromette, lui, lei controlla. Smisi di pensare, mi alzai e andai via. Non era né intromissione, né controllo, semplice curiosità femminile, doveva conoscere Crystel. Solo in quest’ottica, il suo comportamento rientrava nella logica. Stavamo giocando a cavaliere e dama, chi era la pedina? Io. E allora, dovevo muovermi in fretta e andare a dama, ma questa espressione era ambigua, meglio non usarla con lei, si poteva riferire a chissà quali giochi di potere, sempre pericolosi tra un uomo e una donna, e pericolosi per entrambi. Che fare? Andare al rendez-vous.
Fu così che all’indomani mi recai al posto convenuto e nell’ora stabilita per l’incontro: non c’erano né Gabriella né i francesi. Dov’era Crystel? Un po' mi batteva il cuore. Una voce con la erre arrotolata mi colse alle spalle: “Siete monsieur Serra?” Mi voltai sorpreso, e vidi una biondina, uso il diminutivo non per sminuirne la figura, peraltro abbastanza aggraziata, ma ecco, forse mi aspettavo di vedere una bionda donna francese come Crystel. Con il suo accento francese, mi disse in un italiano abbastanza arrangiato che il mio rendez-vous era all’ambasciata di Francia, Caspita! Mi sentii importante. “Andiamo adesso?” dissi. Forse non capì bene. “Maintenent?” aggiunsi. “Non, pas maintenant, mais à dix-huit heures. A le hore disiotto, monsieur.” Stava per andarsene, almeno così mi parve o temetti, e dissi, per trattenerla: “Quel est votre nom, madame?” Lei sorrise: “Juliette”. “Enchanté!” dissi, tendendole la mano. Non la strinse, ma mi porse un biglietto e si limitò a dire: “Ciò, ciò”, facendo ciao, ciao, con la mano, il sorriso smagliante. Voltò le spalle e sì allontanò tra la folla della Fontana della Barcaccia. Non feci in tempo a dire: "À bientôt!", che mormorai tra me e me, e già entravo nel ruolo.
Et maintenant que vais-je faire
De tout ce temps que sera ma vie
De tous ces gens qui m’indiffèrent
Maintenant que tu es partie.
I versi ritmati della canzone con il timbro della voce di Charles Aznavour cominciarono a risuonarmi nelle orecchie, in verità la canzone è cantata ed è un successo di Gilbert Bécaud, ma io con tutti i miei fraintendimenti mi lasciavo andare ad un’atmosfera, come dire? parisienne. Et voilà! Guardai il biglietto che tenevo ancora in mano e capii si trattava di un biglietto d’ingresso per visitatori del Palazzo Farnese.
Alle cinque e mezzo del pomeriggio, andai in Campo dei Fiori, e restai un po' lì confuso tra la folla, quindi decisi di andare a prendere posto al tavolino di un caffè all’aperto, nella vicina via dei Baullari, sito quasi all’angolo con piazza Farnese, da dove potevo tenere sotto osservazione il portone d’ingresso dell’Ambasciata di Francia. Ma chi stavo aspettando? A quel punto non lo sapevo bene. Chi mi aveva regalato il biglietto d’ingresso? Juliette? Mi sembrava più la mandataria. Crystel? Peut-être.
Si erano fatte le sei, pagai e mi avviai verso Palazzo Farnese, il portone sempre chiuso. Ero fermo al centro della piazza e osservavo il barocco della facciata rinascimentale, lo sguardo in alto. Sentii come l’arrivo di un pulmino, nell’area pedonale, e in pochi momenti vidi scendere un gruppo di persone, che rapide si avviavano all’ingresso del palazzo, subito mi accodai. Il portone era stato aperto, e mi ritrovai con gli altri nell’atrio davanti al cancello d’entrata. Dovevamo passare attraverso un portalino elettronico, controllato da alcuni uomini della sorveglianza, dove depositai gli oggetti metallici, le chiavi e un accendino a forma di mini-pistola, che non passò inosservato. Un uomo con i capelli biondicci lo raccolse, lo portò all’altezza degli occhi per osservarlo meglio: “C’est chic!” disse. “Un briquet” dissi. E quando il controllore d’ingresso me lo riconsegnò, spinsi il pulsantino. La fiamma si accese: “Et voilà!” dissi.
Più avanti, una volta entrato, riconobbi Juliette attorno a cui si andava radunando la piccola folla dei visitatori. Un po' più distante, notai un terzetto: un uomo alto, elegante in un completo estivo, con un cappello bianco a falde larghe, vicino a lui Crystel, la riconobbi, smagliante e adorabile, con accanto un adolescente smilzo un po' più alto di lei. Feci un cenno, ma lei non rispose, guardava dalla parte del gruppo in cui stavo, ma sembrava non vedermi. Non mi aveva riconosciuto?
Maintenant que tu es partie
Toutes ces nuits, pourquoi pour qui
Et ce matin qui revient pour rien
Ce cœur qui bat, pour qui, pourquoi?
Quando finirono di entrare tutti gli ultimi visitatori, il gruppo così formatosi si avviò al seguito di Juliette, il braccio sollevato a tenere in alto un’asticella, con la bandierina francese in cima. Entrammo, poi tutti insieme ci fermammo al centro del cortile a fare capannello attorno alla nostra guida, che cominciò a guardare in alto il barocco delle finestre dei due piani sovrastanti il porticato. Cercavo di distinguere la figura di Gabriella tra quella piccola folla, e mi voltai a guardare anche dietro di me, proprio nel momento in cui sentii una spinta alle mie spalle. Girai la testa in avanti e vidi Gabriella che passava insieme a un giovane, il quale si voltò a guardarmi in faccia. Chi era? Sentii l’eco delle parole pronunciate dalla nostra guida: Alessandro Farnese, il papa Paolo III, il commissionario, Sangallo il Giovane, Michelangelo, Vignola, Giacomo Della Porta, gli architetti. Dopo un breve silenzio, il gruppetto si mosse, entrammo, e cominciammo a salire lo scalone, Gabriella e il suo giovane accompagnatore avevano raggiunto il terzetto dei francesi, che salivano a fianco di Juliette, alla testa della fila dei visitatori. Quando ci trovammo nella galleria Carracci raggiunsi il gruppetto dei francesi e Gabriella, che vidi scambiava qualche parola con loro. Non si accorsero di me, o almeno non ci fecero caso, perché come quasi tutti gli altri, avevano rivolto lo sguardo in alto per ammirare la volta di venti metri, così diceva la guida, affrescata con i soggetti mitologici delle Metamorfosi di Ovidio. E quando alzai la testa anch’io, si mossero, allora mi fermai, mi sentii ridicolo in quel mio inseguimento, lei, Gabriella, si voltò a darmi un’occhiata, quasi un rimprovero, ma io restai indietro. Poco dopo eravamo nel salone d’Ercole, gli arazzi del XVII secolo, i sarcofagi, le sculture delle navi da guerra romane. Passammo oltre, la galleria di Murano, il Camerino affrescato da Annibale Caracci, la Sala dei Possedimenti, il Vestibolo, il Cortile e il Giardino.
Ero rimasto tra gli ultimi e credo che fui proprio l’ultimo del gruppo dei visitatori ad uscire dal palazzo. Fuori, la piazza era illuminata dalla luce del vespro, mi fermai a stirare le membra allargando le braccia, quando mi sentii chiamare. “Roberto!” Ebbi un sussulto e mi voltai di fianco a sinistra, da dove Gabriella aveva pronunciato il mio nome: era accanto al terzetto dei francesi e all’altro giovane, fermi lì ad aspettarmi. Mi sentii in difetto e mi avvicinai un po' intimidito. “Bonsoir” dissi, mi sentivo goffo. L’uomo alto con il cappello bianco era il padre di Legret, accanto Criystel, vicino a lei suo figlio Christophe. “E questo è Giorgio, mio fratello,” concluse le presentazioni Gabriella, indicando l’ultimo della fila, il suo giovane accompagnatore.
Restammo a parlare qualche minuto, avevo rievocato la figura di Eric, il mio amico Eric, che non avevo mai conosciuto. Ora, riposava nel cimitero di Montparnasse, a Parigi, mi ripromettevo di andarvi. Potevo consultare l’archivio online, les archives, disse Crystel, su cui si trovavano gli studi su Dante di Eric . La sua compagna Geneviève era distrutta dal dolore, e non era venuta in Italia, così capii quello che Crystel diceva in francese. Sentimmo chiudere il portone del palazzo alle nostre spalle, e ci raggiunse Juliette, la ragazza che aveva fatto da guida. Nel congedarci, strinsi forte la mano al padre di Legret, Crystel mi abbracciò, baciandomi tre volte, sfiorando le gote, com’è d’uso d’oltralpe, così anche il giovane figlio per imitazione. “Ciao Giorgio”, dissi al fratello di Gabriella. Erano arrivati due taxi, sul primo salirono i quattro francesi, feci un cenno con la mano, mentre partivano. “Ci vediamo,” disse Gabriella, e mi baciò, sfiorando due volte le gote, poi salì sul taxi assieme al fratello. Anche a loro feci un cenno di saluto con la mano, mentre l’autovettura si allontanava. Ero rimasto solo, mi avviai a piedi verso Campo dei Fiori, un gran via vai di persone, e mi confusi tra loro.
Dopo quella sera, non rividi più né i Legret, né Gabriella, che partì alcuni giorni dopo per Dubai, avvisandomi con un sms. Mi riservai di consultare i social per saperne di più, ma non ero sicuro di aver conservato ancora interesse, in quel periodo, per Dante e il Purgatorio, e soprattutto per l’invisibile autore dello “diverso foco”. Forse avrei potuto seguire e scoprirne le tracce a Roma oppure a Parigi, non so. Ma se un domani dovessi percorrere quest’ultimo intendimento, non mancherò certo di darne notizia in queste mie cronache, auspicando un esito felice di tutta la vicenda.
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