Alfonso Maria Di Nola, “Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani.” (2009)
Lo specchio rotto – Anticamente si pensava che lo specchio catturasse l'anima del riflesso; romperlo significava danneggiare la propria essenza vitale. L'olio (e il sale) versato – Legato al valore economico e vitale di questi beni preziosi nell'antichità; sprecarli era un segno di sventura e miseria imminente. Il gatto nero – Retaggio del Medioevo, quando i gatti neri erano associati alla stregoneria, ai demoni e alla notte. In tredici a tavola – Di chiara origine cristiana, legata all'Ultima Cena con i dodici apostoli e Gesù, culminata con il tradimento di Giuda. Toccare ferro – Deriva dall'antica credenza nel potere protettivo dei metalli contro gli spiriti maligni o le forze avverse. Il malocchio – L'invidia sociale oggettivata nello "sguardo cattivo", capace di gettare influssi negativi sulle persone o sui raccolti.
I MALIGNI DÈI
In merito a tale ultima superstizione, diciamo “Lo sguardo cattivo”, riporto un piccolo brano tratto dal mio libro “I barbieri invisibili” (2007), quasi un aneddoto.
“Ed io andai a fare il biglietto all'edicola. Ma quando entrai nell'atrio della stazione, vidi che il giornalaio stava sistemando tutta una costruzione poliedrica di libri. Poi, staccandosi da quella sua torre di volumi così terminata, si rivolse a me. Ed io chiesi un biglietto per la corsa in autobus Fovea Ponte ed in quel momento tutta la costruzione di libri rovinò sul ripiano delle riviste e dei quotidiani ed un giovane accanto a me si ritrasse e subito precisò al giornalaio: "Non li ho toccati!" Ma l'altro rispose, con sottile sarcasmo: "Bastano gli occhi!" E capii che entrambi si conoscevano e che l'avventore, usando il suo "malocchio", aveva disturbato il giornalaio nel suo lavoro. Ed ecco perché la costruzione dei libri era crollata. E se fosse così anche per altre ben più importanti opere edificatorie, come palazzi, città, civiltà, mondi? Io non mi sentirei affatto turbato se il nostro mondo fosse disertato dai maligni dèi. Via il turbolento divino dal mondo! Avanti con un gigantesco ferro di cavallo alto quanto l'intero universo delle cose sane, i pianeti e le stelle e gli infiniti mondi!”
GLI OCCHI ADDOSSO Stesso significato di “sguardo cattivo” ha l’espressione: “Mettere gli occhi addosso”. Nella lingua italiana, in verità, l’espressione significa: “adocchiare, osservare qualcuno con forte interesse, desiderio o con l'intenzione di sedurlo e bramarlo.” ma in alcuni contesti dialettali, come a Napoli, frasi come "tenere gli occhi addosso" o "l'uocchie 'ncuoll" possono richiamare anche il concetto del malocchio o di sguardi malevoli.
‘O re, film 1989, commedia drammatica, con Giancarlo Giannini, Ornella Muti, Carlo Croccolo, sceneggiatura e regia di Luigi Magni.
ll re Francesco II, alias Franceschiello, e la moglie Maria Sofia sono in esilio a Roma, dopo la cacciata dal Regno di Napoli, nel 1861. La regina tenta di riorganizzare un esercito per riprendere il trono.
LA PUPILLA DOPPIA Durante una festa di Natale, tenuta dai “commedianti”, il re viene avvicinato da una ragazza, che mentre ballano gli dice di essere venuto ad ucciderlo, per vendicare la morte del padre, Agesilao Milano. [1] Il re risponde che, come uomo del Sud, capisce il desiderio di vendetta della ragazza, ma non di giustizia, perché anche in un esercito di soldatini di piombo chi dà una baionettata al re viene impiccato. Poco dopo, nel bosco, mentre passeggia da solo, il re viene avvicinato dalla giovane, che dichiarando di averlo giurato, lo colpisce con una coltellata al petto. Il re cade a terra e vedendo accorrere gli altri, intima alla ragazza di buttare il coltello e fuggire. Poi viene circondato da commedianti e cortigiani, sorretto sanguinante a terra tra le braccia della regina: “Maestà chi è stato?” Il re respira a fatica, non sa chi indicare, poi punta il dito su una maschera dei commedianti: “È stat’e iss’… il rospo… avete visto che occhi…” L’accusato si difende, stava lontano di guardia al cancello. “Sì, ma è uguale, vuje emanate a distanza…”, “Io che faccio?” replica scandalizzato il rospo. Interviene un altro commediante: “La ciucciuvettola!” “Stateve accort’e… quell’e emana… ten’e pure ‘a pupilla doppia…” mormora il re prima di accasciarsi. Parla solenne il Segretario di Corte: “Signori, il re è morto! Viva il re!” Il re alza la testa: “Don Rafe’…” mormora, mostrando le corna con le dita macchiate di sangue, e sviene. Nella scena seguente, steso nel suo letto e assistito dalla consorte, il re malato si lamenta e invoca la mamma. “E t’e parev’e, che cercav’e ‘a mamma!” dice la regina, poi lo consola: “Francesco, non hai niente. È solo un graffio. Il dottore ha detto che è stata più che altro la paura.” E sentendolo ancora lamentarsi, decide di guarirlo, dichiarando che da quella stanza nuziale sarebbero usciti o lui morto oppure in tre.
[1] L'8 dicembre 1856, a Napoli, durante una rassegna delle truppe, il re Ferdinando II, padre di Francesco II, venne ferito con una baionettata dal militare Agesilao Milano, che rompendo le righe, gli si era scagliato contro. L’attentatore non riuscì a dare un secondo colpo, fu arrestato, processato e impiccato qualche giorno dopo.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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SUPERSTIZIONI
Alfonso Maria Di Nola, “Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani.” (2009)
Lo specchio rotto – Anticamente si pensava che lo specchio catturasse l'anima del riflesso; romperlo significava danneggiare la propria essenza vitale.
L'olio (e il sale) versato – Legato al valore economico e vitale di questi beni preziosi nell'antichità; sprecarli era un segno di sventura e miseria imminente.
Il gatto nero – Retaggio del Medioevo, quando i gatti neri erano associati alla stregoneria, ai demoni e alla notte.
In tredici a tavola – Di chiara origine cristiana, legata all'Ultima Cena con i dodici apostoli e Gesù, culminata con il tradimento di Giuda.
Toccare ferro – Deriva dall'antica credenza nel potere protettivo dei metalli contro gli spiriti maligni o le forze avverse.
Il malocchio – L'invidia sociale oggettivata nello "sguardo cattivo", capace di gettare influssi negativi sulle persone o sui raccolti.
I MALIGNI DÈI
In merito a tale ultima superstizione, diciamo “Lo sguardo cattivo”, riporto un piccolo brano tratto dal mio libro “I barbieri invisibili” (2007), quasi un aneddoto.
“Ed io andai a fare il biglietto all'edicola. Ma quando entrai nell'atrio della stazione, vidi che il giornalaio stava sistemando tutta una costruzione poliedrica di libri. Poi, staccandosi da quella sua torre di volumi così terminata, si rivolse a me. Ed io chiesi un biglietto per la corsa in autobus Fovea Ponte ed in quel momento tutta la costruzione di libri rovinò sul ripiano delle riviste e dei quotidiani ed un giovane accanto a me si ritrasse e subito precisò al giornalaio: "Non li ho toccati!" Ma l'altro rispose, con sottile sarcasmo: "Bastano gli occhi!" E capii che entrambi si conoscevano e che l'avventore, usando il suo "malocchio", aveva disturbato il giornalaio nel suo lavoro. Ed ecco perché la costruzione dei libri era crollata. E se fosse così anche per altre ben più importanti opere edificatorie, come palazzi, città, civiltà, mondi? Io non mi sentirei affatto turbato se il nostro mondo fosse disertato dai maligni dèi. Via il turbolento divino dal mondo! Avanti con un gigantesco ferro di cavallo alto quanto l'intero universo delle cose sane, i pianeti e le stelle e gli infiniti mondi!”
GLI OCCHI ADDOSSO
Stesso significato di “sguardo cattivo” ha l’espressione: “Mettere gli occhi addosso”.
Nella lingua italiana, in verità, l’espressione significa: “adocchiare, osservare qualcuno con forte interesse, desiderio o con l'intenzione di sedurlo e bramarlo.” ma in alcuni contesti dialettali, come a Napoli, frasi come "tenere gli occhi addosso" o "l'uocchie 'ncuoll" possono richiamare anche il concetto del malocchio o di sguardi malevoli.
CINEMATOGRAFIA
‘O re, film 1989, commedia drammatica, con Giancarlo Giannini, Ornella Muti, Carlo Croccolo, sceneggiatura e regia di Luigi Magni.
ll re Francesco II, alias Franceschiello, e la moglie Maria Sofia sono in esilio a Roma, dopo la cacciata dal Regno di Napoli, nel 1861. La regina tenta di riorganizzare un esercito per riprendere il trono.
LA PUPILLA DOPPIA
Durante una festa di Natale, tenuta dai “commedianti”, il re viene avvicinato da una ragazza, che mentre ballano gli dice di essere venuto ad ucciderlo, per vendicare la morte del padre, Agesilao Milano. [1] Il re risponde che, come uomo del Sud, capisce il desiderio di vendetta della ragazza, ma non di giustizia, perché anche in un esercito di soldatini di piombo chi dà una baionettata al re viene impiccato.
Poco dopo, nel bosco, mentre passeggia da solo, il re viene avvicinato dalla giovane, che dichiarando di averlo giurato, lo colpisce con una coltellata al petto. Il re cade a terra e vedendo accorrere gli altri, intima alla ragazza di buttare il coltello e fuggire. Poi viene circondato da commedianti e cortigiani, sorretto sanguinante a terra tra le braccia della regina: “Maestà chi è stato?” Il re respira a fatica, non sa chi indicare, poi punta il dito su una maschera dei commedianti: “È stat’e iss’… il rospo… avete visto che occhi…” L’accusato si difende, stava lontano di guardia al cancello. “Sì, ma è uguale, vuje emanate a distanza…”, “Io che faccio?” replica scandalizzato il rospo. Interviene un altro commediante: “La ciucciuvettola!” “Stateve accort’e… quell’e emana… ten’e pure ‘a pupilla doppia…” mormora il re prima di accasciarsi. Parla solenne il Segretario di Corte: “Signori, il re è morto! Viva il re!” Il re alza la testa: “Don Rafe’…” mormora, mostrando le corna con le dita macchiate di sangue, e sviene.
Nella scena seguente, steso nel suo letto e assistito dalla consorte, il re malato si lamenta e invoca la mamma. “E t’e parev’e, che cercav’e ‘a mamma!” dice la regina, poi lo consola: “Francesco, non hai niente. È solo un graffio. Il dottore ha detto che è stata più che altro la paura.” E sentendolo ancora lamentarsi, decide di guarirlo, dichiarando che da quella stanza nuziale sarebbero usciti o lui morto oppure in tre.
[1] L'8 dicembre 1856, a Napoli, durante una rassegna delle truppe, il re Ferdinando II, padre di Francesco II, venne ferito con una baionettata dal militare Agesilao Milano, che rompendo le righe, gli si era scagliato contro. L’attentatore non riuscì a dare un secondo colpo, fu arrestato, processato e impiccato qualche giorno dopo.
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