giovedì 5 novembre 2026

Commento


                    Il "Menesseno"



4 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA CATTEDRALE NELLA SABBIA
Non ricordo se fosse l’aeroporto di Gatwick o di Heathrow, arrivai trafelato al gate all’ultima chiamata, e quando entrai in cabina, dopo aver mostrato la carta d’imbarco all’hostess, guardai verso il mio posto: “A7”. Era occupato da una giovane donna con i capelli scuri tagliati corti e gli occhi celesti, che riconobbi subito, un volto noto della politica. il posto al centro era vuoto, quello lato corridoio occupato da un uomo dai capelli lunghi brizzolati e la barba grigia non rasata. L’assistente di volo mi scortò fino alla fila sette e aprì la cappelliera, dove infilai il mio piccolo bagaglio, dopo aver sfilato un libro dalla tasca esterna. L’uomo e la donna della mia fila intanto si erano alzati in piedi, per farmi spazio, e lei si era spostata al centro, quando avevo accennato al mio posto accanto al finestrino. “Mi scusi, onorevole,” dissi mentre le passavo davanti. Mi sedetti e finalmente mi distesi. Ero in imbarazzo per il ritardo: “Last call, ho causato un piccolo disagio per la partenza,” dissi. “Ed io le ho preso il posto,” rispose lei con un sorriso. Era come si vedeva in televisione, sempre sorridente, ma anche agguerrita. Poco dopo, chiusero il portellone e l’aereo si mosse, il rullaggio, il decollo e in breve fummo in quota. Guardavo fuori dal finestrino, stavamo attraversando la Manica, più in basso volava un aeroplano con rotta perpendicolare rispetto alla nostra.
Aprii il mio libro: “E pare, Menesseno, che sotto molti punti di vista veramente sia bello morire in guerra. Infatti, anche se chi muore è un povero, gli tocca una bella e magnifica sepoltura, e se è un incapace, gli tocca comunque un elogio pronunciato da uomini sapienti che non parlano a braccia, ma che hanno preparato i discorsi da molto tempo; essi tessono le lodi tanto bene che, mentre dicono di ciascuno le qualità che ha e anche quelle che non ha ricamando con le parole più belle, incantano le nostre anime, elogiando in tutti i modi la città, i morti in guerra e i nostri progenitori tutti che ci hanno preceduti, e lodando noi che siamo ancora vivi; tanto che anch'io, Menesseno, per le loro lodi mi sento veramente nobile e ogni volta mi ritrovo ad ascoltarli rapito, mentre ritengo all'istante di essere divenuto più grande, nobile, virtuoso. Accade spesso, poi, che mi seguano e stiano ad ascoltare con me alcuni stranieri, di fronte ai quali divento all'istante più venerabile; poiché mi sembra che anche loro siano presi dallo stesso sentimento verso di me e verso il resto della città, ritenendola di maggior meraviglia che non prima, persuasi da chi parla. E lo stesso sentimento di venerabilità rimane in me per più di tre giorni; il discorso flautato e il suono della voce di chi parla penetra nelle orecchie, tanto che a stento il quarto o il quinto giorno mi ricordo di me e mi rendo conto di essere sulla terra, mentre fino ad allora poco mancava che pensassi di abitare nelle Isole dei beati, tanto sono abili i nostri oratori.” Chiusi il testo, Socrate si divertiva con la sua solita ironia.

Silvio Minieri ha detto...

Era stato il professor Marozzi ad inviarmi a Dunkerque, quando era riuscito ad ottenere dalla Scuola degli Alti Studi Militari un invito per due persone alla cerimonia commemorativa, nel cinquantenario della famosa battaglia della Seconda guerra mondiale. Marozzi è il titolare dei corsi di Retorica che si tengono presso l’Università degli Studi di Roma, nella sede distaccata di via Savoia. E Giulia Marozzi, sua figlia, era la seconda persona destinata a partecipare all’evento. Non venne, all’aeroporto l’aspettai inutilmente: “Stefani, non posso venire, rappresentami tu.” Ero in coda al gate, quando mi giunse il suo SMS, e tirai un sospiro di sollievo. Giulia era una bionda con la carnagione bianca, a prima vista faceva colpo, con quelle labbra accuratamente truccate di rosso vermiglio. Non era tanto giovane, quasi vicino ai quaranta, anche se ne dimostrava da lontano dieci quindici di meno. Io avevo avuto la ventura di osservarla da vicino, quando una volta era venuta ad assistere ad una lezione del padre, sedendo di fianco alla cattedra, di cui era destinata ad essere la succeditrice. Alla fine della lezione, le passai accanto forse intenzionalmente, mentre uscivamo, e l’occasione fu colta da Marozzi che m’invitò assieme ad altri due o tre discenti a recarci insieme a prendere il caffè. La figlia sorrideva leggermente a noi, mentre il padre cominciò a parlare di sport, precisamente di calcio. Io intervenni per mostrare il mio interesse per il ciclismo, in quei giorni si correva la Tirreno Adriatico e fra i primi in classifica c’era il pescarese Domenico Marozzi. Il professore non colse il mio accostamento, che però non era affatto malizioso. Prima di lasciarci, la figlia ci tenne a precisare che Marozzi è un cognome molto diffuso in Abruzzo, quasi a voler prendere le distanze da “mestieri” non intellettuali (ma non è così, nel ciclismo, nello sport e in ogni attività lavorativa manuale ci vuole intelligenza) e lasciare intendere che i suoi valori principali erano quelli culturali. Mens sana in corpore sano, pensai mentre mi allontanavo, e pensai inoltre che Giulia Marozzi doveva essere una gattamorta, con quelle sue movenze flessuose e quel sorriso di finto compiacimento,
che distribuiva intorno a sé. E poi Dunkerque, dove io, Stefani, dovevo rappresentarla, ma non dovevamo entrambi rappresentare il padre? Quando l’aereo decollò e raggiunse la quota, allontanandosi in direzione nord, il ricordo di Giulia Marozzi si andò sbiadendo nel tempo man mano con l’aumentare della distanza nello spazio.
Al Leicester Square Theatre di Londra si tenne una conferenza, a cui parteciparono alti gradi militari, politici e professori anglo-americani, i contenuti di molti discorsi furono decisamente evocativi, ma anche ricchi di retorica, i toni non quelli classici, ma quelli di propaganda moderna, io ero nelle ultime file. Il giorno precedente c’era stata la cerimonia commemorativa a Dunkerque ed anche lì ero nelle ultime file. L’unica nota interessante da me appresa fu che in quella località, Sant’Eligio, nel VII secolo, aveva fondato una chiesa, da cui il nome della cittadina: Dunkerque, la “chiesa” sulle “dune”, la cattedrale nella sabbia.

Silvio Minieri ha detto...

LA MAESTRA DI RETORICA
“Menesseno?” Sono rimasto un istante interdetto, quindi ho risposto: “Sì, sono io.” Lei, l’onorevole Ludovica Barboni, si è messa a ridere, ma ha smesso subito. Sarei insincero, se dicessi che non l’avevo notata seduta in prima fila accanto al suo capopartito, il senatore Giovannini, un uomo calvo, con gli occhiali, una grande barba. Ero andato alla presentazione del libro di Vincenzo Sabatini: “Retorica e Politica. L’arte della persuasione da Gorgia di Lentini al linguaggio pubblicitario della modernità.” Il convegno si teneva a Roma, nel Salone degli affreschi dell’Accademia dei Cavalieri d’armi di via del Seminario. Era stato Marozzi, sempre lui, che mi aveva obbligato ad andare, mannaggia a lui! Perché ho imprecato? Male ne abbia ovvero male ne aggia! Perché dovevo trovare un capro espiatorio a certe mie sfortune e ho individuato in Marozzi la figura appropriata del nemico da battere. Non c’era la figlia Giulia, salita in cattedra, come “maestra di retorica”, a tenere un discorso sull’arte oratoria? Il suo intervento consisteva nel modello di una commemorazione funebre dei caduti in guerra. Buona parte del discorso si basava sull’impianto dell’orazione funebre del “Menesseno” di Platone, una bozza da me preparata e da Marozzi passata alla figlia, che l’aveva rimaneggiata e completata, in verità solo qualche ritocco.
“Signori, nella nostra celebrazione funebre, il nostro discorso dovrà incominciare dai morti. Nel loro ultimo viaggio i nostri caduti hanno già avuto nello svolgimento dei solenni funerali gli onori dovuti, accompagnati ufficialmente dai rappresentanti delle istituzioni e dai cittadini confluiti in lunghi cortei, e privatamente dai loro familiari. Ma proprio con un discorso, come prescritto dal dovere e dalla legge, bisogna rendere il resto dell'onore agli uomini valorosi. Perché con un discorso ben ordinato nasce in chi ascolta il ricordo di belle azioni e onore per chi le ha compiute. Occorre quindi un discorso tale che intessa degnamente le lodi dei defunti e che dolcemente ammonisca quelli che sono vivi, da un lato esortando figli e fratelli ad imitare la virtù dei morti, dall'altro confortando padri, madri e gli avi, se sono ancora vivi. Quale discorso, dunque, può avere per noi tali requisiti? Oppure, da dove sarebbe corretto incominciare, dovendo lodare uomini buoni, che da vivi allietarono i loro cari con la loro virtù e offrirono la loro morte in cambio della salvezza dei vivi? A me sembra che si debba lodarli secondo natura così come per natura sono stati buoni; e sono stati buoni perché creati da uomini buoni. Lodiamo dunque per prima cosa la loro buona nascita, e per seconda l'allevamento e l'educazione; dopodiché dimostreremo come la condotta del loro agire sia apparsa bella e degna della loro nascita e della loro educazione. Fondamento della loro buona nascita è stata l'origine degli antenati, che, non essendo straniera, ha fatto sì che i figli, in questo paese, non fossero dei metechi provenienti da fuori, ma autoctoni e viventi e abitanti realmente in patria, e che fossero allevati non da una matrigna, come gli altri, ma da una madre, la terra in cui abitavano, e che ora possano giacere, morti, nei luoghi familiari di colei che li ha generati, nutriti, accolti. La prima cosa da fare e la più giusta è quindi ricoprire di onori una tale madre, perché in questo modo viene celebrata contemporaneamente la loro buona nascita. Il nostro paese è degno di essere lodato da tutti gli uomini, non solo da noi, per molti e svariati motivi, di cui il primo e più importante è che gli è toccato essere il cuore della rappresentanza divina sulla terra, e allora come può essere giusto che l'intera umanità non lodi la regione che proprio la divinità ha prediletto?”

Silvio Minieri ha detto...

[N. d. B.]
Il testo pubblicato è un estratto del racconto lungo, molto lungo, "Rhetor Magister", post dell'8 settembre 2024, ancora consultabile su questo Blog.