[N. d. B.] “Appena un poco di quello che è già accaduto”: questo è quello che sa il cuore, il ricordo, il ritornare su alla coscienza dei momenti della nostra vita, “la nostra vita”, come dire il fluire degli eventi. Hillman chiama questa intelligenza del cuore “pensiero immaginale”, e tra le immagini della nostra vita ci sono tutti i drammi del reale, con la loro scia di dolore, rimpianti e nostalgie, ma anche la commedia con le sue allegrie a volte grottesche o surreali, e le ilari scene o scenette che accompagnano questo nostro cammino di incerta e provvisoria esistenza. Tra queste ilarità ve ne sono alcune o molte che appartengono all’immaginario collettivo dei ricordi, ed altre meno pubbliche, riguardanti l’accaduto di protagonisti e testimoni di ristrette e fugaci vicende, in napoletano “fattarielli”, non per questo meno sintomatiche delle altre.
CHARLOT Nel film “Giorno di paga” (1922), Charlie Chaplin interpreta una celebre scena di un assalto a un tram straripante di passeggeri. È una scena oggi da cineteca, spesso ricordata come la "scena del tram" o del trasporto pubblico. Charlot cerca di tornare a casa di notte dopo aver speso parte della paga in una serata brava con gli amici. Tenta l'assalto a un tram (o streetcar) straripante di passeggeri, e quando finalmente riesce a salire per primo a bordo di una vettura successiva, la folla infernale lo spinge e lo schiaccia all'interno. L'ultimo passeggero a salire – un uomo molto corpulento (interpretato dal fidato attore John Rand) – si incastra sulla pedana posteriore. Con un vigoroso colpo di pancia genera un effetto domino devastante tra i passeggeri stipati, finché Charlot non viene letteralmente espulso ad alta velocità dalla parte opposta del mezzo, ritrovandosi daccapo sul marciapiede. Indimenticabile!
O’ CHIATTONE E noi non l’abbiamo dimenticato, anzi forse ricordato, quando ci è accaduto di essere testimoni di un fatto non dico simile ma quasi. Siamo nella Napoli degli anni Sessanta ed un autobus, ricordo ancora il numero, il 118, e come potrei non ricordarlo? era quello che noi si prendeva per andare al mare a Mergellina, oggi credo proprio non più. Proveniente da Piazza Mazzini, l’autobus delle linee urbane imbocca il corso Vittorio Emanuele, una via panoramica di 4,5 chilometri, che si snoda sinuosamente a mezza costa sotto il Vomero. L’autobus giunge alla fermata poco prima della stazione della funicolare Montesanto, dove sono in attesa un gruppetto di persone, il mezzo pubblico è già molto affollato. Quando si spalanca la porta posteriore tutti si affollano disordinatamente a salire – non siamo certo a Londra dove tutti aspettano rigorosamente in fila. L’autobus ormai è straripante di passeggeri, un ultimo ragazzo, un adolescente molto tondo, diciamo un cicciottello, insomma un grassone, tenta di salire, direi meglio arrampicarsi come può sul mezzo, ostacolato da una folla di schiene, rimanendo in bilico a mezz’aria, un piede sul predellino, l’altro penzolante all’esterno. Le porte non si possono chiudere, e l’autobus non può ripartire. Ed ecco, all’improvviso arriva il deus ex machina, con un balzo il robusto giovane sopraggiunto afferra il montante in acciaio laterale della porta a soffietto, salta su dando una vigorosa spinta con i pettorali al ciccione, che finisce dentro addosso agli altri, quindi dal predellino si sporge in avanti e grida in direzione dell’autista: “Vaje, vaje, o’ chiattone o manteng’io!” L’impasse è risolta. Un ultima vigorosa spinta in avanti del robusto giovane, ma nessuno schizza fuori dalla porta davanti, come Charlot, e infine l’autobus riparte. Ed io lo vedo allontanarsi lungo il corso con il suo carico straripante di passeggeri nella luce mediterranea del giorno, per poi svoltare e sparire dietro la curva. Ed il mio ricordo sfuma e si confonde con quello nebbioso di un mattino di neve di cinquant’anni dopo, in un’altra grande metropoli del nord, lungo l’immaginaria linea gialla del margine strada, che si perde nel fondo indistinto del viale e scompare. Ma questa è un’altra storia, la storia di un personaggio esiliato nel tempo, che forse deve essere già stata raccontata e ora attende soltanto di compiersi nella sua fine.
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
2 commenti:
[N. d. B.]
“Appena un poco di quello che è già accaduto”: questo è quello che sa il cuore, il ricordo, il ritornare su alla coscienza dei momenti della nostra vita, “la nostra vita”, come dire il fluire degli eventi. Hillman chiama questa intelligenza del cuore “pensiero immaginale”, e tra le immagini della nostra vita ci sono tutti i drammi del reale, con la loro scia di dolore, rimpianti e nostalgie, ma anche la commedia con le sue allegrie a volte grottesche o surreali, e le ilari scene o scenette che accompagnano questo nostro cammino di incerta e provvisoria esistenza. Tra queste ilarità ve ne sono alcune o molte che appartengono all’immaginario collettivo dei ricordi, ed altre meno pubbliche, riguardanti l’accaduto di protagonisti e testimoni di ristrette e fugaci vicende, in napoletano “fattarielli”, non per questo meno sintomatiche delle altre.
UN POCO DI “ACCADUTO”
CHARLOT
Nel film “Giorno di paga” (1922), Charlie Chaplin interpreta una celebre scena di un assalto a un tram straripante di passeggeri. È una scena oggi da cineteca, spesso ricordata come la "scena del tram" o del trasporto pubblico.
Charlot cerca di tornare a casa di notte dopo aver speso parte della paga in una serata brava con gli amici. Tenta l'assalto a un tram (o streetcar) straripante di passeggeri, e quando finalmente riesce a salire per primo a bordo di una vettura successiva, la folla infernale lo spinge e lo schiaccia all'interno. L'ultimo passeggero a salire – un uomo molto corpulento (interpretato dal fidato attore John Rand) – si incastra sulla pedana posteriore. Con un vigoroso colpo di pancia genera un effetto domino devastante tra i passeggeri stipati, finché Charlot non viene letteralmente espulso ad alta velocità dalla parte opposta del mezzo, ritrovandosi daccapo sul marciapiede.
Indimenticabile!
O’ CHIATTONE
E noi non l’abbiamo dimenticato, anzi forse ricordato, quando ci è accaduto di essere testimoni di un fatto non dico simile ma quasi. Siamo nella Napoli degli anni Sessanta ed un autobus, ricordo ancora il numero, il 118, e come potrei non ricordarlo? era quello che noi si prendeva per andare al mare a Mergellina, oggi credo proprio non più. Proveniente da Piazza Mazzini, l’autobus delle linee urbane imbocca il corso Vittorio Emanuele, una via panoramica di 4,5 chilometri, che si snoda sinuosamente a mezza costa sotto il Vomero. L’autobus giunge alla fermata poco prima della stazione della funicolare Montesanto, dove sono in attesa un gruppetto di persone, il mezzo pubblico è già molto affollato. Quando si spalanca la porta posteriore tutti si affollano disordinatamente a salire – non siamo certo a Londra dove tutti aspettano rigorosamente in fila. L’autobus ormai è straripante di passeggeri, un ultimo ragazzo, un adolescente molto tondo, diciamo un cicciottello, insomma un grassone, tenta di salire, direi meglio arrampicarsi come può sul mezzo, ostacolato da una folla di schiene, rimanendo in bilico a mezz’aria, un piede sul predellino, l’altro penzolante all’esterno. Le porte non si possono chiudere, e l’autobus non può ripartire. Ed ecco, all’improvviso arriva il deus ex machina, con un balzo il robusto giovane sopraggiunto afferra il montante in acciaio laterale della porta a soffietto, salta su dando una vigorosa spinta con i pettorali al ciccione, che finisce dentro addosso agli altri, quindi dal predellino si sporge in avanti e grida in direzione dell’autista: “Vaje, vaje, o’ chiattone o manteng’io!” L’impasse è risolta. Un ultima vigorosa spinta in avanti del robusto giovane, ma nessuno schizza fuori dalla porta davanti, come Charlot, e infine l’autobus riparte. Ed io lo vedo allontanarsi lungo il corso con il suo carico straripante di passeggeri nella luce mediterranea del giorno, per poi svoltare e sparire dietro la curva. Ed il mio ricordo sfuma e si confonde con quello nebbioso di un mattino di neve di cinquant’anni dopo, in un’altra grande metropoli del nord, lungo l’immaginaria linea gialla del margine strada, che si perde nel fondo indistinto del viale e scompare. Ma questa è un’altra storia, la storia di un personaggio esiliato nel tempo, che forse deve essere già stata raccontata e ora attende soltanto di compiersi nella sua fine.
Posta un commento