lunedì 11 dicembre 2023

Filosofia

                          


              Le cose ultime




8 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LE COSE ULTIME
Come immaginare la nostra morte? Il prendere coscienza della notte? Una notte popolata di sogni o incubi oppure una notte di sonno senza immagini notturne?
“Morte è quanto vediamo stando svegli, sonno quanto vediamo dormendo.” Così suona un detto di Eraclito (frammento 21). Ci si aspettava “vita” invece di “morte” e “sogno” invece di “sonno”, e facilmente avremmo immaginato che Eraclito voleva dirci che la vita è sogno, parvenza, illusione; la sentenza, invece, dice tutt’altro. Viviamo come morti, senza comprendere quello che vediamo, cioè senza pensare e riflettere sulle nostre esperienze di vita, come quando dormiamo senza prendere vera cognizione di quello che vediamo in sogno. La morte è una vita senza coscienza così come il sonno è un dormire senza avere percezione dei sogni. [1] Vivere è coscienza, altrimenti si è come morti. La morte è la perdita della coscienza, passare dalla vita alla morte è passare dalla coscienza alla perdita della coscienza. In questo stesso senso si esprime un altro frammento (88) di Eraclito: “La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente.” In queste sentenze non ci sono sogni o immagini illusorie, ma viene colta soltanto l’unità dei contrari nella loro opposizione. Soprattutto manca nella concezione eraclitea della morte quell’alternativa di Socrate di un viaggio verso un altro luogo rispetto a un sonno senza risveglio, preludio a quella “morte cristiana” che parla non tanto di immortalità platonica dell’anima, come ciclo di trasmigrazioni in altri corpi, ma di una vera e propria resurrezione dell’uomo dopo la morte.
Riteniamo, a tale proposito, esporre brevemente il pensiero della “morte cristiana”, attraverso una sommaria rassegna delle riflessioni del teologo Romano Guardini, riportate nella sua opera: “Le cose ultime”. [2]


[1] Nel sonno il dormiente sogna ogni notte, anche se al risveglio in genere non ricorda o non rievoca le visioni oniriche. I sogni, si sa, svaniscono all’alba. Il materiale psichico che viene raccolto dalla immaginazione e razionalmente ordinato dalla mente da svegli, nel sonno si presenta disordinatamente, e soltanto l’interpretazione successiva può dare ai sogni un significato razionale. A questa attività psichica l’essere umano può essere più o meno attento nella vita quotidiana, quando è affaccendato attorno alle cose prossime, e così anche quando dorme. La sentenza di Eraclito dice che chi vive senza pensare o riflettere è come quello che dorme senza vedere e registrare nella mente le immagini dei sogni, mostrando un parallelo tra la morte e il sonno.

[2] Romano Guardini, teologo e scrittore tedesco di origine italiana (Verona 1885 - Monaco di Baviera 1968). Nel 1923, divenne titolare all’Università di Berlino della cattedra: "Katholische Weltanschauung", “Visione cattolica del mondo”, come fu da lui denominata. Nel gennaio del 1939, convocato al Ministero del Culto, gli venne comunicato che avendo lo Stato tedesco una diversa “Weltanschauung”, non era possibile proseguire in quell’insegnamento. In seguito tenne un ciclo privato di conferenze, raccolte nel testo del 1940: “Die letzen Dinge”, nel 1951, tradotto in italiano: “Le cose ultime”. Nel 1945, Guardini riprese il suo insegnamento prima a Tubinga e poi a Monaco di Baviera.

Silvio Minieri ha detto...

È la dottrina sulla fine della vita, articolata in cinque temi: 1. morte, 2. purificazione, 3. resurrezione, 4. giudizio, 5. eternità. [3]

1. LA MORTE, contrariamente alla tradizione greco-occidentale, non è la fine della vita, ma risponde al messaggio biblico di Paolo: “Come a causa di un uomo solo, il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché [in quel primo] tutti hanno peccato.” Il riferimento è ai versetti della “Genesi”, la disobbedienza di Adamo che mangiò il frutto proibito, soggiacendo alla morte. “Secondo le intenzioni originarie del Creatore l’uomo non avrebbe dovuto morire,” afferma Guardini. L’uomo non è il “mortale”, non è la morte la cosa ultima, il fine, l’eskaton, ma la vita. All’autore non sfugge il paradosso: “Al lettore moderno la tesi appare semplicemente assurda.” Poi esamina le varie possibilità del fenomeno morte, nel suo aspetto biologico, psicologico, biografico, rispettivamente come cessazione della vita, sopravvenuta assenza del gusto di vivere, sentimento di avere esaurito il proprio compito esistenziale. Morire è dunque un evento naturale, e con la fine della vita non ha senso andare oltre. Neppure la dottrina dell’immortalità dell’anima corrisponde al messaggio cristiano: “Ciò che interessa non è l’anima o lo spirito, ma l’uomo. L’anima avrà una fine o vivrà in eterno? Non è su questo che verte il problema della morte, bensì sulla presenza della morte nella vita dell’uomo concreto: se essa sia una necessità di natura, o solo di fatto, e quindi superabile.” L’uomo non è stato creato per la morte, ma per la vita. La morte è qualcosa che non doveva accadere, non ha carattere “naturale”, ma “storico”. Un’idea dell’uomo non è riferibile soltanto al concetto di natura, come per gli animali, che seguono il ciclo compiuto di crescita, maturazione, decadenza e morte. L’uomo non si compie in natura, ma ha una sua “storia”. “Anche se l’uomo non avesse peccato, la vita sarebbe finita, in quanto appartenente al tempo; ma questa fine non sarebbe stata la morte che noi conosciamo. Non sappiamo come si sarebbe configurata, perché non è avvenuta. Possiamo solo dire che quella fine sarebbe stata al contempo un principio, un passaggio, una trasformazione.”

[3] Nell’elencazione dei temi delle cose ultime, abbiamo mantenuto l’ordine della successione dei capitoli del libro edito nel 1951; se per essi, però, vogliamo stabilire un ordine di successione logica per gradi, la resurrezione e il giudizio precedono la purificazione. È quest’ultimo un tema, che l’autore tratta, considerando sciolti i nodi essenziali degli altri due, per i quali riteniamo sufficienti la comune conoscenza della dottrina cattolica. Quindi, nel commento al tema della morte seguirà quello della purificazione, un grado intermedio tra la morte eterna (su cui ci riserviamo una nostra osservazione) e la vita eterna, ultimo tema di trattazione sulle cose ultime.

Silvio Minieri ha detto...

Insorge il pentimento: “Nel pentimento l’uomo accoglie il passato, ne prende coscienza e lo giudica con intelligenza, volontà e intenzione – ma dinanzi a Dio, il Vivente e il Santo. In questo processo avviene qualcosa di più di una presa di posizione nei confronti del passato. Il passato viene nuovamente assunto nella libertà, che ne determina un cambiamento radicale; è coinvolto e rigenerato nel principio della nuova creazione, che avviene per opera dello Spirito Santo…” I puntini sospensivi sono dell’autore, che subito dopo fa l’esempio della psicoterapia, per poi dire: “Queste sono solo indicazioni, nient’altro. Né prove né modelli, perché qui ci troviamo di fronte al mistero della grazia che perdona e ricrea.”
Pur rimarcando che mettendo in evidenza il pentimento, si è lasciato in ombra il problema dell’espiazione, questa è la conclusione di Guardini, interprete della dottrina della Chiesa cattolica: “L’istante mancante viene offerto di nuovo, l’errore è riparato. Il male è rivissuto e tradotto nel bene. Non si tratta di un miglioramento esteriore: attraverso il mistero della grazia rigeneratrice che opera nel pentimento tutto rinasce a nuova vita.”
Prima di procedere oltre, vorremmo qui proporre un’osservazione sul giudizio definitivo della perdizione: la morte eterna. Pur facilmente pensabile, dobbiamo definirlo un difficile pensiero, sulla scorta del suggerimento che Paul Ricoeur, filosofo francese di formazione religiosa protestante, avanza in “Tempo e Racconto”, la sua opera principale: “L’interrogativo più grave che questo libro potrà sollevare resta quello di sapere fino a che punto una riflessione filosofica sulla narratività e il tempo può aiutare a pensare insieme l’eternità e la morte.” Il tema merita una riflessione a parte, che qui non discutiamo, ma che affronteremo oltre, rappresentando proprio la visione “poetica”, non quella filosofico-religiosa, seppure alla religione e alla filosofia ispirata, il tentativo di superare l’aporia di una morte che si risveglia alla vita.
5. L’ETERNITÀ Quella di cui tratta Guardini, nell’ultimo capitolo del suo testo sulle “cose ultime”, non è l’eternità, ma l’eternità cristiana. “La Scrittura dice cose come queste: “In principio era il Verbo, il Verbo era rivolto verso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio”. È l’incipit del Vangelo di Giovanni: l’apostolo prediletto, affascinato dalla luce divina di Gesù di Nazareth, lo ascolta parlare, e questa parola divina, il Verbo, è il Figlio che racconta il Padre. Per parlare del Padre, Egli volge lo sguardo verso di Lui: “Il Verbo era rivolto verso Dio”. E nella sua qualità di Figlio di Dio è Dio: “Il Verbo era Dio”. Questa è la visione di Giovanni, che aggiunge: “Egli era in principio presso Dio.” E questa è l’eternità cristiana.

Silvio Minieri ha detto...

Dopo la morte, non si ha soltanto la sopravvivenza dell’anima, ma quella dell’uomo, “il rinnovamento dell’uomo in virtù della potenza creatrice di Dio.” “La nuova vita che deve venire dopo la morte non è il prolungamento della vita terrena nell’aldilà; non è la semplice realizzazione della volontà di vivere originaria.” Guardini si accorge della difficoltà di illustrare il messaggio cristiano, che si può fondare soltanto su questa affermazione: “La nuova vita che dovrà seguire la morte affonda le proprie radici nel rapporto personale con Cristo.” [4]
Dopo la morte, viene la “vita eterna”, quella che senza il peccato originale si sarebbe configurata non come “morte”, ma “passaggio” dalla vita temporale a quella eterna. “La vita eterna è una partecipazione al compimento della vita di Cristo, nella quale egli è entrato attraverso la sua morte.” Se non si comprende questo passaggio, non si può capire il fenomeno storico religioso del cristianesimo. Nell’Antico Testamento, per il peccato di Adamo, noi tutti suoi discendenti siamo diventati mortali; nel Nuovo Testamento, un’eresia per l’ebraismo, noi esseri mortali siamo stati redenti e abbiamo la possibilità, seguendo Cristo, di entrare nella vita eterna. Quello che Dio fatto Uomo ha testimoniato con la sua vita e con la sua morte è un esempio da seguire, per i suoi fedeli.
2. LA PURIFICAZIONE. “Dopo la morte la storia esce dalla limitatezza, cessa la possibilità di scelta. Avvenimenti e azioni hanno fine. Dio si fa incontro all’uomo nel suo santo essere originario… lo sguardo che rivolge all’uomo diventa giudizio, e il giudizio condizione della sua realtà e forma del suo destino eterno… Questo giudizio è definitivo, perché è verità. E in fondo ha solo due forme: accoglienza o rifiuto.” [5] Che cosa mitiga la durezza di quest’alternativa?
Scrive Guardini: “Queste considerazioni esaurirebbero la trattazione di ciò che segue la morte, se la vita dell’uomo si risolvesse semplicemente nel bene o nel male. Ma non è così. Ogni uomo è un mondo complesso, in cui bene e male coesistono. Il lungo cammino che egli percorre è un susseguirsi di azioni giuste e ingiuste.”
Si rende necessario allora un processo di sofferenza purificatrice, come dire che oltre all’Inferno e al Paradiso c’è il Purgatorio. “Quando l’uomo muore, abbandona il tempo… Ora non può più fare, può solo essere. Non cambia più nulla in lui?”

[4] Il messaggio “cristiano” si fonda sul dogma di fede della persona divina di “Cristo”, storicamente Gesù di Nazareth, ignorando il quale non si può proseguire il discorso neppure per confutarlo. Qui, possiamo soltanto dire che, con l’affermazione storica del cristianesimo, alla figura divina dell’imperatore romano, si è sostituita quella di un ebreo crocifisso, di cui gli apostoli hanno testimoniato la Resurrezione. La rivoluzione cristiana ha sancito che tutti gli uomini sono uguali e che l’unico a cui devono rendere conto della loro condotta non è “Cesare”, ma “Dio”.

[5] Chi giudica è “Dio”, non “Cesare”. In questa irriducibilità del verdetto possiamo comprendere il dramma della giustizia divina. Per i musulmani Allah è infinitamente misericordioso, ma è anche infinitamente giusto. È da questo dramma esclusivamente divino che discende il divieto di mangiare i frutti dell’albero del bene e del male.

Silvio Minieri ha detto...

Così l’autore risponde al suo interrogativo: “Non in colui che muore in stato di perfezione; confermato per il giudizio divino, egli sta nel puro presente della vita eterna. Tanto meno in chi ha concluso una vita segnata dalla cattiva volontà: Dio lo respinge e lo relega nella perdizione della morte eterna. Ma che ne è dell’uomo di buona volontà, una volontà tuttavia che non è riuscita – almeno non del tutto – a padroneggiare il suo essere?”
Insorge il pentimento: “Nel pentimento l’uomo accoglie il passato, ne prende coscienza e lo giudica con intelligenza, volontà e intenzione – ma dinanzi a Dio, il Vivente e il Santo. In questo processo avviene qualcosa di più di una presa di posizione nei confronti del passato. Il passato viene nuovamente assunto nella libertà, che ne determina un cambiamento radicale; è coinvolto e rigenerato nel principio della nuova creazione, che avviene per opera dello Spirito Santo…” I puntini sospensivi sono dell’autore, che subito dopo fa l’esempio della psicoterapia, per poi dire: “Queste sono solo indicazioni, nient’altro. Né prove né modelli, perché qui ci troviamo di fronte al mistero della grazia che perdona e ricrea.”
Pur rimarcando che mettendo in evidenza il pentimento, si è lasciato in ombra il problema dell’espiazione, questa è la conclusione di Guardini, interprete della dottrina della Chiesa cattolica: “L’istante mancante viene offerto di nuovo, l’errore è riparato. Il male è rivissuto e tradotto nel bene. Non si tratta di un miglioramento esteriore: attraverso il mistero della grazia rigeneratrice che opera nel pentimento tutto rinasce a nuova vita.”
Prima di procedere oltre, vorremmo qui proporre un’osservazione sul giudizio definitivo della perdizione: la morte eterna. Pur facilmente pensabile, dobbiamo definirlo un difficile pensiero, sulla scorta del suggerimento che Paul Ricoeur, filosofo francese di formazione religiosa protestante, avanza in “Tempo e Racconto”, la sua opera principale: “L’interrogativo più grave che questo libro potrà sollevare resta quello di sapere fino a che punto una riflessione filosofica sulla narratività e il tempo può aiutare a pensare insieme l’eternità e la morte.” Il tema merita una riflessione a parte, che qui non discutiamo, ma che affronteremo oltre, rappresentando proprio la visione “poetica”, non quella filosofico-religiosa, seppure alla religione e alla filosofia ispirata, il tentativo di superare l’aporia di una morte che si risveglia alla vita.
5. L’ETERNITÀ Quella di cui tratta Guardini, nell’ultimo capitolo del suo testo sulle “cose ultime”, non è l’eternità, ma l’eternità cristiana. “La Scrittura dice cose come queste: “In principio era il Verbo, il Verbo era rivolto verso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio”. È l’incipit del Vangelo di Giovanni: l’apostolo prediletto, affascinato dalla luce divina di Gesù di Nazareth, lo ascolta parlare, e questa parola divina, il Verbo, è il Figlio che racconta il Padre. Per parlare del Padre, Egli volge lo sguardo verso di Lui: “Il Verbo era rivolto verso Dio”. E nella sua qualità di Figlio di Dio è Dio: “Il Verbo era Dio”. Questa è la visione di Giovanni, che aggiunge: “Egli era in principio presso Dio.” E questa è l’eternità cristiana.

Silvio Minieri ha detto...

Per sottolineare la distanza temporale dall’eternità, Guardini così commenta il passo: “[Giovanni] non dice: “prima” era il Verbo, o semplicemente “una volta”; queste sarebbero indicazioni temporali. Dice “in principio”. Questo principio non è il primo dei momenti, ma il principio per eccellenza, l’ambito originario di Dio. È il modo di essere di Dio, l’eternità.” Nel suo Vangelo, più avanti, Giovanni recita: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Qui, l’apostolo annuncia che il Verbo diventò uomo, Gesù di Nazareth, e discese nel mondo: non solo parola divina, ma uomo in carne e ossa. È questa l’eternità cristiana, la possibilità dell’ingresso nel mondo divino per la stirpe dei discendenti di Adamo, divenuti mortali a causa del peccato originale del loro progenitore, ma redenti grazie al sacrificio di Cristo.” È evidente che solo i cristiani possano raggiungere la salvezza, grazia che ottengono tramite il sacramento del Battesimo, quando lo Spirito Santo, la terza persona della Trinità, l’Amore che lega il Padre al Figlio, discende sull’uomo divinizzandolo, nel senso di ispirare (soffiare) la condizione di vita divina nel corpo umano, che avrà così la possibilità di risorgere dopo la morte e partecipare dell’eternità divina.
“Straordinario – commenta Guardini – è innanzi tutto che una creatura limitata possa essere assunta nella comunione con Dio. Straordinario per chiunque si sia affrancato dal disordine panteistico, e abbia compreso che il presupposto di ogni purezza spirituale consiste nel riconoscere chiaramente che solo Dio è Dio; che l’uomo è creatura, e solo creatura; che tra Dio e l’uomo si spalanca l’abisso della diversità assoluta.” Ma come è possibile questo? “È necessario che intervenga qualcosa di totalmente nuovo: la grazia nella purezza e pienezza del suo significato…” Non è lo spirito dell’uomo che entra in comunione con Dio, ma l’uomo nella sua interezza, con la sua vita e la sua storia. Sono affermazioni così straordinarie che lo stesso Guardini si pone l’interrogativo e compie un atto di fede: “Non è una favola? Se lo è, anche la resurrezione di Gesù è una favola, e anche la sua ascensione, perché colui che è con il Padre nell’eternità non è solo il Verbo, ma l’uomo-Dio, Gesù Cristo, nella pienezza della sua vita redentrice. Si è cercato di eliminare questo scandalo, perché non si poteva tollerare l’idea che il corpo umano di Cristo dovesse essere assunto nella purezza del Dio spirituale; ma la tenacia e la vigile attenzione con cui la Chiesa ha condotto la sua battaglia su questo terreno, dimostrano che era in gioco la cosa ultima. Che Cristo è veramente risorto, è rimasto uomo e come tale è entrato nell’eternità; che nell’intimità di Dio non vive solo il Verbo, ma Gesù di Nazareth trasfigurato – tutto dipende da questo.” Dio ha voluto e creato l’uomo, dice Guardini, in modo che ciò fosse possibile, ossia che il corpo resuscitasse. Ecco perché la cosa ultima non è la morte, ma la vita.
Questo è il messaggio sulla morte cristiana, a cui si può aggiungere un’ultima postilla, sempre dovuta all’autore, ispirata al messaggio paolino: “Nel santo rapporto di cui abbiamo cercato di parlare non sarà assunto solo l’uomo, ma tutte le creature. Si tratta della redenzione dell’uomo; dell’uomo nuovo, ma anche del “nuovo cielo e della nuova terra”. È la Città di Dio di Agostino, la Gerusalemme celeste.
“Questa dottrina – dice Guardini – non annuncia un livello superiore dell’ordine del mondo, ma dice che se l’uomo, credendo, entra in sintonia con la volontà del Padre, le cose intorno a lui avranno un ordinamento nuovo. Ovunque questo accada, si schiuderà un nuovo principio e si attuerà la nuova creazione.”

Silvio Minieri ha detto...

LA MORTE E LA NUOVA VITA
Questa illustrazione della morte cristiana, dove la cosa ultima si rivela non la morte, ma la vita, una nuova vita, induce a un breve riepilogo storico del cristianesimo, nell’ottica del non credente. Quando Gesù di Nazareth, che si era opposto alla casta dominante del popolo ebraico, soggetto all’autorità politica dell’impero romano, fu processato e crocifisso, i suoi discepoli rimasero sconvolti dalla sua morte. Com’era possibile che il loro Maestro, il Messia, l’inviato di Dio e Lui stesso Dio, Cristo, il quale era andato predicando la vita eterna fosse morto? Allora trafugarono la salma e diffusero la notizia tra i loro fedeli che Gesù era risorto ed asceso al cielo. Nel desiderio di rivincita (ogni sconfitta contiene in sé il seme della rivincita), soprattutto ad opera dell’apostolo Paolo, fu elaborata la dottrina che presto, alla fine dei tempi, Gesù Cristo sarebbe ritornato per giudicare tutti i vivi e tutti i morti. I primi cristiani erano convinti che il Giudizio Universale fosse imminente, nel frattempo furono perseguitati dai Romani come rivoluzionari. Soltanto tre secoli dopo riuscirono ad affermarsi, quando l’imperatore Costantino si spostò in Oriente, ed essi uscirono dalle catacombe, insediando il Pontefice a Roma. In tal senso, la religione assumeva un primato politico, ingenerando un conflitto tra il Papato e l’Impero nel corso del Medio Evo.
Mentre si andava affermando storicamente, la religione cristiana, attraverso i Padri della Chiesa, andò formulando i suoi dogmi, verità di fede, che non possono essere messi in dubbio dai fedeli. Chi non crede è fuori dalla Ecclesia, la comunità cristiana, e perde la possibilità della grazia della vita eterna: “Extra ecclesiam, nulla salus”.
Questo conflitto tra credenti e non, qui lo si può riassumere, raccontando un episodio tra i mille, consistente in un breve scambio di battute tra una suora e un giovane gaudente. Alla religiosa che lo invitava a un comportamento più consono ai dettami cristiani, prospettandogli come compenso il Paradiso, il giovane obiettò: “Suora, il paradiso mio è il cinema”, volendo intendere che era attratto più dai piaceri terreni che dalle gioie celesti. Perché abbiamo voluto raccontare questo aneddoto?
L’aneddoto serve a introdurre il discorso sull’istante di libertà, in cui consiste la vita, un discorso che sottintende la libertà per ognuno di scegliere il proprio destino. In proposito, nella sua “Introduzione” al testo sulle cose ultime, scrive Guardini: “L’esistenza si attua nel tempo. In questa dimensione temporale si evidenziano in forma decisiva tre elementi: l’inizio, la fine e l’attimo transeunte. Inizio e fine delimitano la figura complessiva dell’esistenza; nell’attimo essa si concentra, si accosta al vivente e gli si affida, ricevendo dalla sua libertà il significato durevole.” La vita è l’istante di vita, l’età (aetas, eternità) del tempo della vita dell’uomo. Sulla particolarità dell’istante e della libertà noi rimandiamo alla pubblicazione dello scritto: “Exaiphnes”. Intanto, ritorniamo all’aneddoto e spostiamoci nell’ottica cristiana: “Che cosa sarebbe accaduto, se il giovane fosse morto con quella sua convinzione?” Nel suo “istante” di libertà, la sua vita, il giovane avrebbe forse consumato la sua perdizione. Se fosse morto fuori della grazia di Dio, avrebbe potuto pensare sgomenta la suora, si sarebbe perduto. Ed ecco la riflessione di Guardini, in tema di “purificazione”, dopo la morte: “L’istante mancante viene offerto di nuovo, l’errore è riparato. Il male è rivissuto e tradotto nel bene. Non si tratta di un miglioramento esteriore: attraverso il mistero della grazia rigeneratrice che opera nel pentimento tutto rinasce a nuova vita.”

Silvio Minieri ha detto...

Se il giudizio di morte decretato da “Cesare” trova appello nel giudizio di “Dio”, quest’ultimo giudizio, che sancisce la morte eterna è inappellabile, mancando una superiore Dike, Giustizia, o Ananke, Necessità. Se una giustizia superiore a quella divina è impensabile, anche una Necessità (Legge) superiore dovrebbe esserlo.
Ma avanziamo la seguente ipotesi: se Dio fosse “costretto” a condannare tutte le sue creature, non avendo trovato un solo Giusto, allora rimarrebbe solo e nella sua solitudine non potrebbe impazzire? Aristotele risponde di no, o almeno così sembra.
“Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio (Theos) si trova per sempre, è meraviglioso; e se si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. Ma Egli di fatto si trova in tale condizione.” (Metafisica, XII,7,1072 b 24-30) La felice condizione di Dio all’uomo tocca soltanto qualche volta, ossia l’attività contemplativa, la “theoria”, il puro pensare. Non essendo l’uomo puro pensiero, non coincidendo in lui potenzialità ed atto, il suo vivere non coincide con il puro pensare. Questo avviene in Dio. Così continua Aristotele: “Egli è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quest’attività. L’attività che di per sé gli è propria è vita ottima ed eterna. Diciamo infatti che Dio è vivente, eterno e ottimo, cosicché a Dio appartiene una vita e un tempo continuo ed eterno: questo, dunque, è Dio.” (XII, 7, ibidem) Ma il muovere del Movente gli altri cieli è una necessità o una scelta? una necessità, sembra; il Dio cristiano invece è libero.
In proposito, Guardini osserva: “Dio ha voluto e creato l’uomo in modo che ciò fosse possibile; e Dio è tale da volerlo e renderlo possibile. Non è il Dio della filosofia, o della devozione del solo spirito, ma è tutt’Altro, sconosciuto all’uomo e rivelato solo in Cristo. E sconosciuto era anche il mistero dell’uomo, che solo Cristo ha rivelato.”
Aristotele, Guardini e tutti noi abitiamo il mondo sublunare di “quaggiù” da dove possiamo guardare al mondo di “lassù”, un mondo “altro”.
Nell’Ottocento, Nietzsche, venuto a raccogliere il messaggio platonico-cristiano di un mondo “altro”, ne decreterà la fine: “Dio è morto”. Ovviamente, ne annuncerà uno nuovo, la parola di Zarathustra, scrivendo un nuovo vangelo, parodia di quello sacro, a dimostrazione che distruggendo la tradizione antica, è necessario inaugurarne una nuova, attraverso il sacrificio di sé stessi. Il filosofo tedesco, impazzito, si firmava, nei suoi biglietti della follia: Dioniso, il Crocifisso, l’Anticristo.
Noi, ultimi eredi dell’Occidente, avvertiamo che la nostra civiltà si radica nella cultura della Grecia classica, ereditata dalla Roma antica, e nella tradizione religiosa giudaico-cristiana che dal vicino Oriente ha raggiunto e conquistato il nostro mondo.