giovedì 7 dicembre 2023

Filosofia

                           

           I principi primi



3 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

LA METAFISICA DI TEOFRASTO

L’Universo greco comprendeva i mortali corruttibili e i divini incorruttibili, in cui ricercare le tracce di un suo principio (archè) generatore, quella technè divina che Prometeo con gesto sacrilego aveva sottratto agli dèi per donarla agli uomini. Andare oltre le tracce dei mortali e dei divini significa guardare dalla terra al cielo: “Noi uomini non siamo come le piante della terra, perché la nostra patria è il cielo, dove fu la prima origine dell'anima e dove il dio, tenendo sospesa la nostra testa, ossia la nostra radice, tiene sospeso l'intero nostro corpo in posizione eretta.” (Timeo, 90ab) E nel tenere lo sguardo sollevato verso il cielo, si avvertirà la nostalgia per quel luogo oltre il cielo (Iperuranio), che “Nessuno dei poeti di quaggiù lo cantò mai, né mai lo canterà in modo degno… È infatti l’essere che realmente è, incolore e privo di figura e non visibile, e che può essere contemplato solo dalla guida dell’anima, l’intelletto, e intorno a cui verte il genere della conoscenza vera che occupa tale luogo… [l’anima] dopo che ha contemplato tutti gli esseri che veramente sono [Idee] e se ne è saziata, di nuovo penetra all’interno del cielo, e torna a casa.” (Fedro, 247 c-e)
Lo slancio platonico verso l’Alto, meno evidente in Aristotele, che nel Movente Immobile indica la causa finale volta a spingere il desiderio dei cieli nel loro perfetto circolo eterno, sta a significare il discrimine tra “scienza” e “filosofia”, rivelatosi già all’inizio della storia del pensiero e della civiltà occidentale. Talete e i suoi successori si definivano naturalisti, “fisici”, ma in realtà, interrogandosi sull’archè, erano dei “metafisici” non consapevoli di essere tali. Quest’oscillazione tra desiderio di sapere (filosofia) ed episteme ossia il sapere certo (scienza) trova la sua classica instabilità nell’interpretazione che si fa del pensiero di Teofrasto, il successore di Aristotele nella guida del Liceo, il Peripato (322-287 a.C.). Tirtamo, chiamato dal suo maestro Teofrasto, colui che parla come un dio, si contraddistinse per il carattere di ricerca naturalistica (non filosofica), scientifica diremmo oggi, che egli diede alla Scuola, lasciandoci due opere importanti di botanica. Sono pervenuti a noi ampi frammenti di un suo trattato sulle pietre, mineralogia, e sull’opinione dei fisici, nonché uno scritto su “I caratteri”, trenta tipi di uomo, un’opera dai tratti ironici prima ancora che etici. Scrisse Leopardi: “Teofrasto vide nella qualità nei costumi degli uomini così addentro, che pochissimi scrittori antichi gli possono stare a lato per questo rispetto, se non forse i poeti.”
Il testo, però, per il quale ci andiamo così diffondendo sulla figura di Teofrasto, uno scienziato filosofo tutto sommato poco conosciuto, è quella sua opera, che ci è pervenuta con il titolo di “Metafisica”. Lo scritto è impreziosito dalla presenza di uno scolio, non presente in tutti i codici, riportante l’indicazione: Θεοφράστου τῶν μετὰ τὰ φυσικά (Metafisica di Teofrasto). Questo titolo è assente nella traduzione araba di Isḥāq Ibn-Ḥunayn (manoscritto Ψ) e nella traduzione latina di Bartolomeo da Messina (manoscritto Λ, De principiis). Verosimilmente deve essere stato Nicola Damasceno, peripatetico vissuto tra il II e il I secolo a.C., a intitolare così l’opera, sulla scorta dell’edizione dei testi aristotelici, ad opera di Andronico di Rodi.

Silvio Minieri ha detto...

“C’è una scienza (episteme) che considera l’essere in quanto essere e le proprietà che gli competono in quanto tale. Essa non s’identifica con nessuna delle scienze particolari. Infatti, nessuna delle altre scienze considera l’essere in quanto essere in universale, ma dopo avere delimitato una parte di esso, ciascuna studia le caratteristiche di questa parte.” È questo l’incipit del IV libro della “Metafisica” di Aristotele, in cui viene posta la questione dell’Essere in quanto tale. L’investigazione non è più di carattere scientifico, epistemico, ma squisitamente filosofico: “Orbene, poiché ricerchiamo le cause e i principi supremi, è evidente che questi devono essere cause e principi di una realtà che è per sé (causa sui). Se, dunque, anche coloro [i “Naturalisti” o “Fisici”] che ricercavano gli elementi degli esseri, ricercavano questi principi supremi, necessariamente quegli elementi non erano elementi dell’essere accidentale, ma dell’essere come essere (sostanza).” Vengono qui tracciati da Aristotele, in maniera chiara e distinta, i confini tra scienza (episteme) e filosofia (metafisica), e viene poi indicato il percorso da seguire: “Dunque, anche noi dobbiamo ricercare le cause prime dell’essere in quanto essere.”
Sulla stessa linea d’esordio del problema dell’essere si muove all’inizio lo scritto di Teofrasto: “In che modo e con quali criteri dobbiamo definire lo studio intorno ai principi primi? Lo studio della natura infatti è più multiforme nei suoi aspetti, come almeno sostengono alcuni [Platone], più confuso, poiché comprende cambiamenti di ogni genere (divenire). La scienza che verte intorno ai principi primi è invece ben delimitata e sempre identica nelle sue caratteristiche.” Quindi la riflessione segue l’impianto concettuale iniziato da Platone e portato a compimento da Aristotele, con la prima distinzione tra conoscenze sensibili e soprasensibili: “Per questo motivo essa [scienza] viene descritta come concernente ciò che si percepisce con l’intelletto e non con i sensi, in quanto immobile e immutabile.”
Sulla scia del suo maestro, una certa razionalità nell’Universo non viene affatto disconosciuta da Teofrasto: “È più ragionevole supporre che vi sia un qualche collegamento e che l’universo non sia una mera serie di episodi, ma per così dire, alcune cose siano anteriori, altre posteriori, e che le une siano principi, le altre invece dipendano da questi.” La concezione finalistica dell’Universo tipicamente aristotelica viene accolta, ma con un certo scetticismo. Infatti, quando Teofrasto afferma che “il principio da cui partire si pone nella domanda se vi sia una connessione e una unione reciproca fra gli oggetti della ragione e le realtà naturali o se non ve ne sia alcuna”, il termine archè usato non sta a significare un principio metafisico, quella condizione d’origine causa dell’Universo, confusamente intuita e ricercata dai primi naturalisti, ma soltanto l’inizio di un discorso per accertare se quella causa sia o meno da rintracciare. Non è quindi un principio indiscusso e presupposto, ma soltanto un oggetto d’indagine di cui accertare e valutare la consistenza. Giudicando con le nostre moderne categorie, possiamo affermare che quello di Teofrasto è un atteggiamento mentale più da scienziato che da filosofo.

Silvio Minieri ha detto...

Egli dà per scontato il principio, ma per metterlo subito in discussione. Non scartando l’ipotesi che il suo scritto consista in una serie di appunti raccolti come Scolarca per le sue lezioni al Liceo sulla “Metafisica” di Aristotele, è comprensibile che il suo commento metta in discussione le teorie ivi esposte, ponendo dei dubbi lasciati irrisolti. Queste aporie rispecchiano lo stesso metodo dialettico-aporetico, indicato da Aristotele nel II libro della “Metafisica” (995a 25-30): “È necessario, in relazione alla scienza di cui siamo in cerca, che noi esaminiamo i problemi, dei quali bisogna innanzitutto cogliere le difficoltà. Si tratta dei problemi intorno a cui alcuni filosofi hanno fornito soluzioni contrastanti e inoltre di altri problemi che sono stati finora trascurati. Ora, per chi vuole risolvere bene un problema, è utile cogliere adeguatamente le difficoltà che esso comporta: la buona soluzione finale, infatti, è lo scioglimento delle difficoltà precedentemente accertate.”
Rinviando ad altra sede un discorso più approfondito sugli interrogativi e i nodi lasciati irrisolti (aporie) da Teofrasto, nel suo scritto sulla metafisica, è opportuno riassumere qui le sue principali obiezioni alla teoria del Movente Immobile (teologia) e al finalismo universale (teleologia) di Aristotele sul movimento dei cieli. Ammessa l’esistenza di principi soprasensibili o un principio primo, si tratta di vedere quali siano e come possano influenzare la sfera sensibile: “Dunque, quale sia questa realtà … è necessario presumibilmente concepirla come sopravanzante le altre cose per una certa potenza e superiorità come se dovessimo concepire Dio (Theon). Divino infatti è il principio (archè) di tutte le cose, attraverso cui ogni cosa è, e permane nella sua essenza.” Quest’affermazione di Teofrasto non deve essere intesa, a dirla nel nostro odierno linguaggio, come un atto di fede nell’esistenza di Dio, in base alla dottrina aristotelica del Movente Immobile. Essa rappresenta, invece, soltanto un’ipotesi su cui fondare il ragionamento, un dato positivo (positum), che la scienza pone per discuterne la validità. Nel caso in argomento, si tratta di stabilire se è ammissibile che il principio causa del movimento dei cieli sia in quiete piuttosto che in movimento, una volta ammesso che esista. Inizia, in questo modo, un progressivo allontanamento di Teofrasto dalle dottrine aristoteliche sull’esistenza di una causa finale dell’Universo (teoria finalista), che genera il movimento dei cieli, a cominciare da quello del circolo perfetto del primo cielo. È una critica rivolta al desiderio (efesis) dei cieli, la loro tendenza all’ottimo, sul principio professato da Aristotele che nella natura vi sia un fine da raggiungere. Come è possibile spiegare un desiderio nei cieli, se non si ammette una loro intrinseca anima, che li spinge a muoversi, come ad esempio negli animali, dotati di vita propria? In tal modo viene a cadere la necessità di dover prevedere una causa finale che, attraendo a sé, genera il movimento dei cieli. Il discorso va quindi perdendo il suo carattere metafisico, per acquistarne uno più squisitamente fisico. Il problema si sposta sull’astronomia, in relazione al moto imperfetto degli altri cieli (Aristotele ne prevedeva cinquantasei), rispetto a quello circolare perfetto del primo cielo. Il discorso, in Teofrasto, perde la sua prospettiva metafisica, la filosofia si fa scienza.
Scrive Giovanni Reale, nella sua “Storia della filosofia”: “La natura resta ormai separata dal principio primo, contro le stesse intenzioni espresse da Teofrasto. I ponti con la metafisica di Aristotele sono stati rotti. Ed è chiaro perché, subito dopo Teofrasto, nel Peripato non si parlerà più di “metafisica” o di “filosofia prima”, e la fisica prenderà il posto della metafisica.”