sabato 16 novembre 2024

Filosofia

 

         L'idea della libertà



10 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

L'IDEA DELLA LIBERTÀ
Le chimere oltre il cielo

“Pur nella grande ricchezza delle nostre lingue, il pensatore si trova spesso in imbarazzo nella ricerca di un’espressione che risponda esattamente al suo concetto… Coniare nuovi termini è come una pretesa di dettar leggi nella lingua.” Così si esprime Immanuel Kant nella “Critica della Ragion pura”, e precisamente nel paragrafo “Delle idee in generale” della “Dialettica trascendentale”, dove tratta il “concetto” d’idea. Qui, il filosofo di Königsberg sembra criticare quello che nelle sue opere compie a getto continuo, ossia creare un nuovo linguaggio filosofico, tanto che i suoi esegeti hanno dovuto compilare un glossario per interpretarlo.
“Pertanto, se per un certo concetto si trova soltanto un termine unico, che nel significato già in corso risponda esattamente a questo concetto… conviene conservargli il suo significato peculiare.” Così continua Kant, risalendo un po’ alla fonte di chi per primo, nella storia del pensiero, aveva creato e fissato un linguaggio concettuale: “Platone si servì dell’espressione ‘idea’ in modo che si vede bene che per essa egli intendeva qualcosa che non soltanto non è ricavato mai dai sensi, ma sorpassa anche di gran lunga i concetti dell’intelletto, di cui si occupò Aristotele, in quanto che nell’esperienza non s’incontra mai nulla che vi sia adeguato.”
Un po’ più avanti, nel testo, così continua: “Platone osservò molto bene, che la nostra attività conoscitiva sente un bisogno un po’ più alto di compitare semplici fenomeni secondo un’unità sintetica, per poterli leggere come esperienza, e che la nostra ragione s’innalza a conoscenze, che vanno troppo in là perché un qualunque oggetto, che l’esperienza può dare, possa mai adeguarvisi, ma che, ciò nondimeno, hanno la loro realtà, e non sono per nulla semplici chimere.”
In questo passo, parlando del filosofo antico, Kant espone il suo pensiero sulle possibilità e i limiti delle nostre facoltà conoscitive: sensibile, intellettiva e razionale. Se con i sensi noi conosciamo i fenomeni intuitivamente e poi con l’intelletto li raccogliamo nell’unità sintetica a priori, con la ragione andiamo al di là del fenomeno, dove sappiamo dell’esistenza di una realtà noumenica, che il fenomeno rivela, ma di cui non possiamo avere esperienza (la prova).
Osserviamo che “il bisogno più alto di compitare semplici fenomeni” della ragione di Kant non è altro che “il capo sospeso verso l’alto, con cui ci formò il dio” di Platone, uno sguardo verso il “cielo stellato”, “dove fu la prima origine dell’anima, perché la nostra patria è il cielo” (Timeo, 90 ab).
In entrambi i pensatori riconosciamo quel nostro desiderio d’infinito (de-sidera), le stelle infinitamente lontane, che ci rivelano l’insoddisfazione della nostra condizione finita, un sentimento dell’anima cantato dai poeti romantici dell’Ottocento, in Italia più di tutti da Giacomo Leopardi.

Silvio Minieri ha detto...

Nel Collegium Fredericianum, dove Kant aveva studiato (1732-40), s’insegnava il latino, l'ebraico dell’Antico Testamento ed il greco del Nuovo Testamento, pertanto egli non ebbe modo di conoscere le dottrine di Platone e Aristotele direttamente dalle fonti, ma attraverso l’uso di un qualche compendio di filosofia. I dialoghi di Platone, infatti, furono tradotti in tedesco soltanto nel secolo successivo da Schleiermacher. Ritornando al suo giudizio sul filosofo antico, Kant così prosegue: “Platone trovava segnatamente le sue idee in tutto ciò che è pratico, che cioè si fonda sulla libertà; la quale, dal canto suo, sta tra le conoscenze, che sono un prodotto proprio della ragione.” Qui, siamo arrivati al punto in cui Kant pone l’idea della libertà tra i prodotti della ragione, un qualcosa in sé non esperibile con i sensi. Ed osservando come Platone abbia esteso il suo concetto delle idee anche alle conoscenze speculative, dichiara di non poterlo seguire su questo terreno e nella deduzione mistica delle idee, che venivano da lui ipostatizzate. Quindi, con l’esempio della virtù, afferma che una tale idea è variabile secondo i tempi e le circostanze e non adoperabile come regola. Se invece viene proposto come modello un uomo virtuoso, allora ognuno potrebbe apprezzarlo nel confronto con l’idea che ha nella propria testa. “Il fatto che un uomo non agirà mai in un modo adeguato al contenuto dell’idea pura della virtù, non dimostra per nulla un che di chimerico in tale pensiero. Ogni giudizio sopra il valore o il disvalore morale è infatti possibile soltanto mediante questa idea”, ma soltanto come approssimazione, a causa degli impedimenti propri della natura umana, come dire i dati empirici. Kant non esclude l’esistenza di un mondo ideale di possibili forme perfette, che per lui è un prodotto della ragione: “La Repubblica platonica è diventata proverbiale come un preteso esempio, che salta agli occhi, di perfezione fantastica, che non può avere sua sede se non nel cervello del pensatore sfaccendato.” Questa critica viene però subito temperata con il riconoscimento che porre il principio di libertà a fondamento della costituzione politica dello Stato è un’idea necessaria per avvicinare il più possibile un grado supremo di perfezione.
Infine, su Platone, così conclude: “Se si toglie quello che vi è di esagerato nell’espressione, lo slancio spirituale del filosofo per sollevarsi dall’osservazione della copia nell’ordine fisso dell’Universo al suo sistema architettonico secondo scopi, cioè secondo idee, è uno sforzo che merita di essere rispettato e imitato. Ma per quanto riguarda i principi della moralità, della legislazione e della religione, in cui le idee, prima di tutto, rendono possibile la stessa esperienza (del bene), sebbene non vi possano trovare piena espressione, egli ha il merito del tutto particolare, che non si riconosce soltanto perché si giudica attraverso regole empiriche, la validità delle quali come principii viene appunto distrutta dalle idee.”
Quindi afferma il suo punto di vista: “Quanto alla natura, infatti, l’esperienza ci fornisce la regola ed è la fonte della verità; ma rispetto alle leggi morali, l’esperienza (ahimè) è la madre delle illusioni, e niente è più riprovevole che voler determinare o limitare la legge di quel che io devo fare guardando a quello che si fa.”
Per Platone, la libertà è un bene così prezioso tanto da essere collocato più in alto del cielo, nella verità delle Idee, laddove per Kant volano soltanto le chimere.

Silvio Minieri ha detto...

GLI ABITANTI DELLA LUNA
Pensare e conoscere tra metafisica e scienza

“Gli oggetti dell’esperienza non sono mai in sé, ma soltanto dati nell’esperienza e non esistono punto fuori di essa. Che nella luna ci possano essere abitanti, benché nessun uomo li abbia mai percepiti, deve certamente ammettersi, ma questo non significa altro se non che nel progresso possibile dell’esperienza noi potremmo incontrarci in essi; giacché reale è tutto quello che sta in un contesto con una percezione, secondo le leggi del progresso empirico.” Così Kant esemplifica la sua dottrina dell’idealismo trascendentale, che non nega l’esistenza delle cose esterne alla coscienza, ma le dichiara conoscibili (intellegibili), soltanto quando se ne ha la prova attraverso i sensi. In questa prospettiva, tutto quello che si conosce si può pensare, ma non tutto quello che si può pensare si può conoscere, e quindi dirsi realmente esistente, come ad esempio Dio, l’anima e il mondo. Erano questi ultimi i tre temi di fondo di cui trattava la Metafisica, ai tempi di Kant, distinti nella Teologia razionale, Psicologia razionale e Cosmologia razionale, e costituenti per il filosofo le tre idee fondamentali, oggetto di discussione e critica nella sua “Dialettica trascendentale”.
Al dogmatismo di questi tre insegnamenti egli oppone la sua critica della ragion pura, che avventurandosi nel territorio meta-empirico mostra i limiti della ragione. Quando siamo di fronte a queste tre idee trascendentali, non abbiamo possibilità di farne esperienza. Dice Kant: “La denominazione di concetto razionale dimostra già fin da principio, che questo non vuole essere limitato dentro l’esperienza, poiché esso concerne una conoscenza, di cui ogni conoscenza empirica (e forse la totalità dell’esperienza possibile o della sua sintesi empirica) è soltanto una parte, e alla quale poi invero non c’è esperienza reale che si adegui mai pienamente, benché tuttavia vi appartenga.” Noi in definitiva, possiamo concepire (pensare) non soltanto oggetti esperibili e quindi percepibili, ma anche quelli che non soggetti ad una tale condizione di esperienza. Se i concetti razionali “contengono l’incondizionato, riguardano qualcosa, sotto cui sta ogni esperienza, ma che per sé stesso non è mai oggetto dell’esperienza”. La condizione di tali oggetti del pensiero è di non dover essere condizionati dall’esperienza, ed in questo senso si può parlare di “incondizionato”.
La conoscenza limitata all’esperienza diventa ricerca scientifica, quella che verificando le ipotesi con la prova sperimentale, conduce alla scoperta. Se in ipotesi, la prova è esclusa, non vi è conoscenza, “scienza”, ma pensiero razionale, “metafisica”, di cui nella “Dialettica trascendentale” si dimostrano le contraddizioni e i conflitti, un confronto dialettico inconciliabile fra tesi opposte.
Gli astronauti del Novecento sbarcati sulla luna non hanno incontrato abitanti fino ad allora sconosciuti, di cui poter fare esperienza e quindi conoscenza, come quando ci viene presentato da un amico incontrato per strada qualche suo accompagnatore, di cui magari avevamo sentito parlare, ma che non avevamo mai “conosciuto” prima. Ed infatti, stringendogli la mano diciamo: “Piacere di conoscerla”.
Ecco, per Kant, questo incontro nell’esperienza quotidiana con Dio, l’anima o il mondo non è possibile, anche se è pensabile, essendo la ragione (non l’esperienza) la fonte inesauribile del pensiero.

Silvio Minieri ha detto...

I GIGLI SULL'ACQUA
La Libertà ai confini del Nulla

In genere si critica Kant per la sua distinzione tra “fenomeno” e “noumeno”, obiettando che non si capisce la necessità di distinguere un oggetto reale dalla sua rappresentazione nella nostra coscienza, trattandosi sempre dello stesso oggetto, tranne i casi d’inganno dei sensi, in cui si mostrano come reali aspetti illusori, per i quali comunemente si distingue tra realtà ed apparenza, ad esempio nel miraggio dello specchio d’acqua sull’asfalto d’estate, in realtà una diversa rifrazione dei raggi di luce dovuta al calore. Tranne quest’ultima distinzione, non sembra esserci nessuna differenza in un oggetto, che certo non cambierà, se percepito con i sensi oppure soltanto con il pensiero. Perché distinguere la cosa da come appare (fenomeno) dalla cosa in sé (noumeno)? Vediamo che cosa risponde Kant: “E qui il presupposto, certo comune, ma fallace della realtà assoluta dei fenomeni mostra subito la sua funesta azione sconcertatrice della ragione. Se, infatti, i fenomeni sono cose in sé, non c’è più scampo per la libertà. Allora la natura è la causa completa e in sé sufficientemente determinante di ogni avvenimento, e la condizione di questo è contenuta sempre solo nella serie dei fenomeni, che, al pari dei loro effetti, sono necessariamente subordinati alla legge naturale.” Identificare la rappresentazione della realtà nella nostra coscienza con la realtà esterna, di cui quella interna è il riflesso colto dall’intelligenza, significa togliere ogni possibile libertà non solo al pensiero, ma anche all’azione, che su quella libertà si fonda.
Così prosegue Kant, nel suo ragionamento: “Se, invece, i fenomeni non sono presi per nulla più di quello che sono in fatto, non per cose in sé, ma semplici rappresentazioni, legate fra loro secondo leggi empiriche, allora devono avere essi stessi delle cause che non siano fenomeni.” Le cause di cui parla Kant sono i fondamenti (Gründe), non l’abisso del nulla, ma un solido terreno dell’intellegibile. “Ma una tale causa intelligibile, rispetto alla sua causalità, non è determinata da fenomeni, benché i suoi effetti siano fenomeni, e perciò possano essere determinati da altri fenomeni. Essa, dunque, con la sua causalità, è fuori della serie; al contrario i suoi effetti rientrano nella serie delle condizioni empiriche.”
Qui il discorso di Kant, che deve conciliare la libertà con la necessità, comincia a divenire oscuro, come egli stesso riconosce: “L’effetto pertanto può, rispetto alla sua causa intelligibile, essere considerato libero, e al tempo stesso tuttavia, rispetto ai fenomeni, come una conseguenza di essi secondo la necessità della natura.”
L’equivocità dell’effetto, ad un tempo libero e necessario, non sfugge al giudizio del suo autore: “La distinzione, che si propone in generale e in modo del tutto astratto, deve sembrare straordinariamente sottile ed oscura, ma si chiarirà nell’applicazione.”
La dimostrazione di come conciliare libertà e necessità serviva, dunque, per spiegare il perché della distinzione tra il fenomeno e la cosa in sé, da una parte il determinismo del mondo fenomenico, dall’altra la libertà del mondo del pensiero, da un punto di vista speculativo ai confini del nulla, dal punto di vista pratico fondamento dell’azione.
Ed in verità l’azione pratica può nascere (essere causata) soltanto dalla libertà, un oggetto trascendentale, come dire un ente di ragione o noumeno, che fonda la sua esistenza su un terreno inconoscibile.
Non sappiamo, per usare una suggestiva immagine kantiana, se i gigli affioranti sullo specchio d’acqua di uno stagno abbiano il gambo legato al fondo.

Silvio Minieri ha detto...

IL LEGNO STORTO
L’ideale della perfezione morale

“Il concetto della libertà, in quanto la sua realtà è dimostrata da una legge apodittica della ragion pratica, costituisce ora la chiave di volta dell’intero edificio di un sistema della ragion pura, anche della ragione speculativa. E tutti gli altri concetti (di Dio e dell’immortalità), che come semplici idee nella ragion pura, rimangono senza punto d’appoggio, si legano ora a quello, e con esso e per esso ricevono consistenza e realtà oggettiva: in altri termini, la loro possibilità viene dimostrata per il fatto che la libertà è reale. Infatti questa idea si manifesta attraverso la legge morale.” La legge apodittica (necessaria) della ragion pratica è la legge morale.
Nel mondo fisico, tutto accade seguendo le leggi della natura, almeno questo ci dice la scienza, di cui la metafisica fissa i limiti della conoscenza, nella prospettiva kantiana della critica della ragion pura. Quando piove, tanto per fare un esempio, piove non perché dal cielo Giove pluvio ha deciso di rovesciare l’acqua sulla terra, come dire a causa di una decisione “celeste”, una libera scelta divina, ma per un fenomeno naturale. I nostri sensi percepiscono l’acqua che cade dal cielo e bagna la terra ed il nostro intelletto giudica questo fenomeno “pioggia”. La scienza moderna ci spiega che la pioggia è causata dall’aumento del volume e quindi del peso delle goccioline d’acqua, di cui sono composte le nubi. Quando la loro forza di gravità diviene maggiore delle forze ascensionali che sollevano la nube, comincia a piovere.
Nel mondo dell’agire umano, tutto quello che accade non è dovuto alla meccanica di leggi naturali, come dire una successione determinata di fatti, di cui non si scorge l’origine; il tutto, invece, è causato da scelte compiute dalla volontà dell’uomo, il quale liberamente compie le azioni produttive di quegli effetti che noi osserviamo. Nella prospettiva della conoscenza teoretica, gli effetti delle azioni si presentano come fenomeni, vale a dire ricadono sotto il governo di leggi naturali. Se io rovescio dell’acqua dalla finestra di un piano alto della casa sulla strada di sotto, il fenomeno della caduta dell’acqua segue la legge fisica della forza di gravità, ma la caduta non è un fatto dovuto ad una causa, che diciamo naturale ossia necessaria, ma per una libera scelta da me operata.
Questa libertà non è osservabile nel mio gesto che rovescia un secchio d’acqua, un fenomeno del mondo sensibile, ma appartiene ad un mondo intellegibile, un noumeno (idea) che si può cogliere soltanto con l’intelletto. In questo senso il mondo pratico non è governato da leggi naturali necessarie, ma da un principio di libertà, proprio dell’uomo. Questi con la sua azione dà inizio alla serie causale dei fatti produttivi di quegli effetti, che nel mondo sensibile sono osservati come fenomeni dalla facoltà conoscitiva della ragione. In conseguenza quello che accade in un certo modo poteva accadere in modo diverso, a seguito di una diversa scelta dell’agente, di un diverso modo di atteggiarsi della sua volontà.

Silvio Minieri ha detto...

Quindi, nel giudizio sulla bontà delle azioni dell’uomo, ovvero nel giudicare se esse siano buone o meno, il problema della libertà umana si rivela come problema morale.
Tornando al mio gesto di rovesciare un secchio d’acqua dalla finestra, se di sotto c’erano dei ragazzini che giocavano a pallone o giovani che facevano scorribande in motocicletta, l’azione appare immediatamente riprovevole o nel secondo caso quanto meno eccessiva; se c’era un fuoco che danneggiava persone o cose, l’azione risulta subito provvidenziale. Ma in base a quale criterio possiamo decidere se un’azione sia morale? Quale principio regola il mondo morale?
Kant distingue la “massima” dalla “legge”: la massima è una regola “soggettiva” di comportamento, a cui l’uomo si attiene nell’agire; la legge è una regola “oggettiva”, a cui l’uomo “deve” attenersi nell’agire. La differenza consiste nel fatto che la massima ha un contenuto particolare, relativa al soggetto che la formula per sé, onde attuarla, mentre la legge deve avere un contenuto universale, valido per tutti. Ma come rintracciarla? Dice Kant: “Agisci secondo quella massima che tu puoi volere, al tempo stesso, che divenga una legge universale.” E andando avanti nel suo ragionamento, tendente a regolare il mondo pratico con leggi deterministiche, come quelle naturali che governano il mondo fisico, suggerisce l’imperativo universale: “Agisci come se la massima della tua azione dovesse, per la tua volontà, divenire una legge universale di natura.”
Ora, noi sappiamo come il filosofo, nell’esporre la sua dottrina della ragion pura teoretica, abbia la costante preoccupazione di escludere qualsiasi possibilità di contaminazione dell’intelletto con i dati empirici, al fine di una corretta critica della facoltà conoscitiva. Uguale preoccupazione egli mostra nella critica della ragion pura pratica, escludendo qualsiasi possibilità di influenza di fattori eteronimi sulla volontà nel suo determinarsi all’azione, come dire esterni rispetto alla sua autonomia di ragion pratica, facoltà dell’agire. La volontà deve essere indipendente da qualsiasi desiderio o inclinazione personale o scopo particolare dell’azione, che non sia quello di adempiere al precetto della legge morale, il comando contenuto nella norma, un imperativo categorico, se si vuole accostare l’ideale della perfezione morale.
In questo senso, non sarà mai possibile trovare nell’esperienza un esempio di azione morale, che possa valere come modello, a cui ispirarsi per il proprio comportamento. “Ogni elemento empirico, che volesse aggiungersi al principio di moralità, non solo sarebbe a ciò del tutto inadatto, ma porterebbe un danno estremo alla chiarezza dei costumi. Qui il genuino valore di una volontà assolutamente buona - valore che si eleva al di sopra di tutto ciò che ha un prezzo - consiste appunto nel fatto che il principio dell’azione sia libero da tutti gli influssi di motivi accidentali, quelli forniti appunto dall’esperienza.” Quello che importa per il giudizio di moralità di un’azione non è tanto l’atto della volontà, quanto l’intenzione, la volontà buona.
Deve osservarsi che il pensiero di Kant, nel campo della condotta morale dell’uomo, era abbastanza influenzato dall’educazione ricevuta della madre, fedele osservante della religione pietista, la corrente del calvinismo che s’ispira alla pietas, una forma particolare di rispetto del culto. Si può dire che egli, nella sua attività speculativa, pur prendendo le distanze dalle convinzioni religiose, rifletta in maniera laica la dottrina protestante del male radicale, e questo lo induce a considerare come prevalente nelle singole persone l’inclinazione a compiere azioni malvagie, in riferimento al concetto teologico della “natura lapsa”, la natura umana decaduta, spogliata della grazia divina. “Da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può ricavare niente di perfettamente dritto.”

Silvio Minieri ha detto...

NOTA
Non si può fare a meno di notare come nell’allusione al legno storto, rintracciabile negli “Scritti politici” di Kant, risuoni l’eco dell’affermazione di Aristotele, relativa al giusto mezzo, contenuta nella “Etica Nicomachea” (II 9, 1109 b): “Perciò chi mira al giusto mezzo anzitutto deve tenersi lontano da ciò che gli è soprattutto contrario… Invero dei due estremi uno è più colpevole, l’altro meno… è bene scegliere la seconda rotta, come si suol dire, cioè il minore dei mali… infatti allontanandoci di molto dall’errore, giungeremo al giusto mezzo, proprio come fanno quelli che raddrizzano i legni storti.”

Silvio Minieri ha detto...

VIRTUALITÀ DELL'IMPERATIVO CATEGORICO
Dubbi sulla moralità dell’azione di salvataggio di un passeggero in pericolo

Il convoglio della linea “B” della metro, proveniente da “Termini”, viaggia in direzione “Laurentina” e si ferma alla stazione “Circo Massimo”. Sulla carrozza già abbastanza affollata salgono altri passeggeri, poi al segnale di partenza, quando le porte si stanno per chiudere, un ultimo affrettato viaggiatore corre sulla banchina e tenta di salire, ma rimane incastrato tra le porte chiuse, mentre il convoglio lentamente riparte. L’uomo cade, mentre il treno comincia ad acquistare velocità. Tutti nello scompartimento si agitano, si sentono delle grida, i più vicini tentano di forzare l’apertura delle porte automatiche con le mani, un giovane alza la mano verso la maniglia del freno di emergenza, posto sopra la sua testa, ma rimane indeciso. Dal centro dello scompartimento un anonimo passeggero urla un comando: “Abbassa! Abbassa!” Il giovane stringe la maniglia e la tira giù. Il treno si va a fermare con uno stridore sulle rotaie a pochi metri dal termine della banchina, le porte si aprono, il malcapitato si rialza, nello scompartimento si tira un sospiro di sollievo. Poco dopo accorre una guardia giurata, in servizio alla stazione, per verificare l’accaduto, qualche minuto di attesa, infine il treno riparte regolarmente. Che cosa è accaduto?
Da un punto di vista generale della cittadinanza, l’episodio risulterà un contrattempo, criticato dai più come il solito ingiustificato disservizio pubblico. E da un punto di vista morale, la nostra ragione come giudica l’ordine urlato di tirare giù la maniglia del freno di emergenza? Un imperativo categorico?
La risposta più immediata è affermativa, senza alcun dubbio, soprattutto riflettendo sull’aggettivo, “categorico”, che nel linguaggio comune indica risolutezza ed obbligo di obbedienza assoluta, senza possibilità di discussione. E nel linguaggio filosofico?
L’espressione fu coniata da Kant, nella sua “Critica della ragion pratica”, dove però conserva un suo significato ancora più particolare. Noi sappiamo che il filosofo, nella “Analitica trascendentale” della “Critica della ragion pura”, ha delineato una tavola delle “categorie”, strutture logiche del pensiero, che servono all’intelletto per unificare i dati sensibili ricavati dall’esperienza, una funzione questa necessaria per avere conoscenza degli oggetti esteriori alla nostra coscienza. Tra queste categorie, egli fa riferimento, per la sua teoria dell’imperativo categorico, alla classe modale, ossia alla “possibilità”, “realtà”, “necessità”. Le prime due modalità sono proprie dell’imperativo ipotetico, la terza di quello categorico.
Seguiamo il ragionamento attraverso cui Kant arriva a formulare la sua dottrina morale. Egli osserva: “Ogni cosa di natura agisce secondo leggi. Solo un essere razionale ha la capacità di agire secondo la rappresentazioni delle leggi, cioè secondo principi ovvero con una volontà. Poiché, per desumere le azioni dalle leggi, si richiede la ragione, la volontà altro non è che la ragion pratica.”

Silvio Minieri ha detto...

Quello che accade in natura segue leggi necessarie, mentre gli avvenimenti umani non sono soggetti alla necessità, ma ad una libera scelta, espressione di una volontà che può essere conforme o meno ad una legge morale, vale a dire quello che la ragione riconosce necessario nell’azione umana come buono, come dire una volontà buona. Dice Kant: “È impossibile pensare nel mondo, e in genere anche fuori di esso, una cosa che possa considerarsi come buona senza limitazioni, salvo, unicamente la volontà buona.” Ma quando una volontà deve considerarsi buona?
“La volontà buona è buona, non per ciò che produce o costruisce, non per la sua attitudine a raggiungere un qualsiasi scopo prestabilito, bensì per il volere come tale… in questa idea del valore assoluto e della volontà pura e semplice… non entra in gioco nessuna valutazione di una qualsiasi utilità.”
Qui, si evidenzia la preoccupazione di Kant che la ragion pratica non sia contaminata da nessun dato empirico, vale a dire sia pura, una ragion pura pratica, come in campo teoretico si ha una ragion pura speculativa. Ecco allora che un’azione è moralmente buona, quando adempie soltanto a questo suo dovere di realizzare il bene assoluto, ossia quello scevro da ogni relazione con dati empirici, i fini particolari di chi agisce. Per chiarire il concetto di volontà buona, Kant ricorre al concetto di dovere, seguendo quel suo filo del discorso, che ascrive alla natura la necessità di quello che accade ed alla volontà dell’uomo gli effetti della sua azione. A suo modo di vedere, infatti, se la filosofia naturale ha il compito di definire le leggi, in base a cui tutto avviene, la filosofia morale ha quello di definire le leggi secondo le quali tutto “deve” avvenire. “Dovere è la necessità di un’azione che va compiuta per rispetto della legge (morale)”. Se dunque un’azione viene fatta soltanto per dovere, escludendo qualsiasi altro oggetto alla volontà, a questa non rimane null’altro che possa determinarla se non la legge, e il puro rispetto del soggetto per essa acquista il valore di una massima, che va seguita anche contro le proprie inclinazioni particolari. In conclusione, nel dover tenere un comportamento in conformità alla legge, “io non devo mai comportarmi in modo tale da non poter volere che la mia massima divenga una legge generale.” Solo in questo modo, il principio, a cui ispiro la mia azione, risulterà sganciato da ogni interesse particolare. La legge contiene quindi un comando da eseguire, tale comando è nella sua forma un imperativo, e gli imperativi, come distingue Kant, comandano o ipoteticamente o categoricamente.
Possiamo adesso riprendere il discorso su questi imperativi, secondo l’impostazione che ne viene data dall’autore: “Poiché ogni legge pratica ci presenta una possibile azione come buona… se l’azione si presenta buona solo per altro, in quanto mezzo, l’imperativo è ipotetico, mentre se è rappresentata come buona in sé… l’imperativo è categorico.” Dopo questa distinzione, Kant chiarisce: “L’imperativo ipotetico dice, dunque, soltanto che l’azione è buona per una qualche finalità, possibile o reale. Nel primo caso, esso è un principio problematicamente pratico, nel secondo assertoriamente pratico. L’imperativo categorico, che proclama oggettivamente necessaria per sé l’azione, senza riferimento a una qualche finalità, cioè anche senza un qualche altro scopo, vale come principio apoditticamente pratico.”

Silvio Minieri ha detto...

Le modalità illustrate dell’azione, rispecchiano le categorie della possibilità, realtà, necessità, che appunto corrispondono ai giudizi problematici, assertori, apodittici.
Se il suggerimento all’azione contiene la necessità del raggiungimento di un qualche fine possibile, l’imperativo può definirsi di abilità: “Le prescrizioni per un medico che vuol guarire, su base scientifica, il suo malato, e per un avvelenatore, che vuole ucciderlo con sicurezza, in questo senso hanno lo stesso valore: entrambe servono allo scopo perfettamente.” Secondo l’esempio fatto, in questo imperativo, osserva Kant, non è questione se lo scopo sia ragionevole o buono, ma solo come fare per realizzarlo.
Segue l’esame dello scopo che si presenta come reale in ogni essere razionale, quello che è un obiettivo di tutti ovvero il raggiungimento della felicità: “L’imperativo ipotetico che rappresenta la necessità pratica di un’azione come mezzo per promuovere la felicità è assertorio.” Qui la finalità non è possibile, ma reale, in quanto è da presumersi che questo fine appartenga ad ogni essere razionale, e “saggezza” può definirsi la scelta dei mezzi, per raggiungere un tale scopo, pertanto non assoluto, ma relativo a quello che è il proprio benessere. Nella “Critica della ragion pratica”, Kant include la dottrina della felicità di Epicuro tra quelle che prevedono una finalità materiale, quindi i suoi precetti non possono definirsi morali, ma più semplicemente pragmatici, perché l’imperativo contenuto in essi non è categorico, ma soltanto assertorio.
Categorico invece è l’imperativo che comanda un comportamento come immediato, vale a dire non mediato dal raggiungimento di un fine: “Esso non concerne la materia dell’azione e ciò che da essa può risultare, bensì la forma e il principio a cui l’azione ubbidisce; e la bontà essenziale dell’azione stessa consiste nell’intenzione, qualunque ne sia poi il risultato.” Lasciando da parte ogni possibile commento su quest’ultima proposizione, osserviamo soltanto che in base alla sua definizione, non è possibile formulare un esempio di imperativo categorico, come lo stesso Kant riconosce: “Non dobbiamo mai desumere da un esempio, e cioè empiricamente, se in genere vi sia un imperativo siffatto, bensì preoccuparci che tutti gli imperativi, che sembrano categorici, potrebbero tuttavia essere occultamente ipotetici.”
Ora possiamo tornare alla linea “B” della metropolitana di Roma, alla stazione “Circo Massimo”, dove un giovane ha tirato giù la maniglia del freno di emergenza, per salvare la vita di un passeggero in pericolo. Alla luce della dottrina di Kant, rimane il dubbio se quell’azione sia morale o soltanto pragmatica. Il giovane ha obbedito ad un imperativo categorico o soltanto al comando urlato dall’anonimo passeggero, al centro del vagone, che gli ha sciolto ogni dubbio?
Si è tentati di rispondere che forse l’imperativo categorico di Kant non sia tanto categorico, ma ipotetico, nel senso di una semplice ipotesi del filosofo di Königsberg, che peraltro non si meraviglierebbe affatto di una tale obiezione sull’esistenza del suo imperativo. Infatti, egli così si esprime: “Noi dobbiamo, dunque, indagare la possibilità di un imperativo categorico interamente a priori, poiché in questo caso, noi non disponiamo del vantaggio di trovarne, data la realtà dell’esperienza, sicché scoprirne la possibilità non serve a stabilire che c’è, ma soltanto a spiegarlo.”
Data questa considerazione, è lecito affermare che l’esistenza, e quindi l’ammissibilità dell’imperativo categorico, non è affatto reale, ma soltanto virtuale?