mercoledì 24 settembre 2025

Narrativa

          

              Il musicista di Dublino



41 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

IL MUSICISTA DI DUBLINO

1.
Erano entrambi seduti su un divano d’angolo del salone del “Londoner Hotel” di San Silvano sul mare e parlavano tra loro: l’uomo con l’impermeabile bianco, un cinquantenne magro ed asciutto, estrasse dalla tasca sinistra il telefonino e si mise in comunicazione con il maggiore Elsa Tedeschi; l’altro, un uomo apparentemente della stessa età, ma in realtà di qualche anno in più anziano, allungò una mano sul tavolino di vetro davanti a loro e diede un leggero tocco con i polpastrelli alla ceramica del samovar, per saggiarne il grado di calore, ritirandoli però subito lievemente scottato.
“Ci raggiunge qui?” interrogò l’uomo con l’impermeabile bianco, scostando il telefonino dall’orecchio e rivolgendo la domanda al suo vicino. Questi assentì con la testa e si affrettò a dire sì.
“Va bene, Tedeschi, venga: l’aspettiamo” concluse l’altro al telefono; poi chiuse la comunicazione. “Sarà subito qui,” disse ancora, riponendo il cellulare in tasca “abita poco distante.”
Un cameriere portò un vassoio con la zuccheriera, due tazze con piattini per il tè, un piattino con fette di limone e posò il tutto sul tavolino.
“Ancora una tazza” disse l’uomo con l’impermeabile bianco, mentre il cameriere serviva. Era un colonnello dell’Esercito, in servizio presso il Ministero degli Esteri; il suo compagno aveva l’incarico di capo del dipartimento affari militari per le missioni all’estero, nominato direttamente dal ministro, di cui era amico di vecchia data. Alcuni giorni prima, un elicottero dell’aviazione leggera dell’esercito era caduto in prossimità dell’abitato di San Silvano ed il pilota, il giovane capitano Silvestrini, era morto. Era stata nominata una commissione d’inchiesta, guidata dal Legato del Ministro, il capo dipartimento, Romano Antiochia, che ora conversava con il colonnello Alberti, lì nel salone del lussuoso albergo di San Silvano adriatico.
“Credo che possiamo cominciare già domani mattina, con un sopralluogo all’aeroporto di Rosanova di Teramo, presso l’unità elicotteri” disse il legato del ministro. “Senza dubbio” confermò l’ufficiale.

Silvio Minieri ha detto...

In fondo al salone era apparsa una donna alta, la figura slanciata, indossante un impermeabile bianco, i capelli rosso amaranto, l’età ancora giovane; si diresse immediatamente verso di loro. Quando la videro avvicinarsi, entrambi gli uomini si alzarono galantemente e si presentarono; quindi, tutti e tre si sedettero. Si era avvicinato anche il cameriere con la terza tazza del tè e si era fermato in piedi, attendendo. “Prego!” esortò il colonnello Alberti, rivolgendo l’invito al cameriere ed indicando la donna. Questa però si schermì, dicendo che non prendeva nulla, data l’ora quasi di cena; comunque, entrambi indicarono al servente di posare la tazza sul tavolino. Il legato del ministro intanto saggiò di nuovo con gesto prudente la ceramica del samovar, questa volta con le falangi, rimanendo per alcuni istanti a cogliere la sensazione del calore, che ora sembrava averlo soddisfatto. Infatti, prese la teiera per il manico ed incurante del gesto di diniego, appena abbozzato dall’ufficiale donna, le versò il tè fumante nella tazza, poi lo servì al colonnello Alberti e infine riempì con cura la sua tazza; ripose quindi il samovar, prese il piattino con le fettine di limone e l’offrì prima alla donna, che non prese nulla, poi al suo vicino, che gradì, prese il limone e ringraziò ed infine lo avvicinò a sé e si servì.
Il militare apprezzò molto il linguaggio diplomatico del ministro legato e sorrise compiaciuto, forse pensando inconsciamente a qualche sua promozione ad ufficiale generale. Quindi si alzò e si congedò per l’indomani, riferendo di essere stato invitato a cena da alcuni suoi colleghi ed estendendo l’invito al ministro. Questi si scusò, adducendo di essere indisposto e di avere ordinato la bevanda calda proprio per lenire il mal di testa, si alzò di nuovo, strinse la mano all’ufficiale e lo salutò cordialmente. Anche il maggiore Elsa Tedeschi, la donna ultima sopraggiunta, si alzò e si congedò, con l’intesa di ritrovarsi lì tutti e tre l’indomani mattina alle otto.
Rimasto solo, Antiochia si versò altro tè, ma non sentì il bisogno di zuccherarlo troppo, pensando di avere già la bocca dolce e forse anche un po’ preoccupato di tenere sotto controllo il colesterolo. Sotto il profilo del mal di testa, la bevanda gli parve benefica, sentendosi già cogliere da un sorprendente torpore. Pensò comunque che fosse troppo presto per ritirarsi in camera ed allora si avvicinò al televisore, collocato in un altro angolo della sala, si sedette su una poltrona e cercò di seguire il programma di quiz, che stavano trasmettendo. Il simpatico presentatore aveva letto la domanda: “Chi tra questi scrittori non ha intitolato un suo romanzo “Una vita”: Italo Svevo, Pierpaolo Pasolini, Guy de Maupassant, Ettore Schmitz”?

Silvio Minieri ha detto...

La donna che doveva rispondere, una signora di età matura, magra e bionda, appariva indecisa, poi cominciò a parlare: “Escluderei Pasolini, che mi sembra non abbia scritto “Una vita”; se non erro, un suo libro è intitolato “Una vita violenta” …” Il presentatore aveva messo le braccia conserte e ascoltava con aria sorpresa la concorrente, che continuava a pensare a voce alta: “Però sia Maupassant che Svevo hanno intitolato un loro romanzo “Una vita”: di questo sono sicura, perché quando riferirono a Svevo che il titolo “Una vita” era già stato usato per un romanzo dallo scrittore francese, lui s’intestardì a volere intitolare egualmente il suo libro: “Una vita”, forse pensando che il suo testo avrebbe avuto maggior fortuna, oscurando la fama dell’altro.” La donna si fermò e sorrise di questa sua osservazione, poi cominciò a meditare in silenzio, apparendo fortemente perplessa: “Le risposte esatte sono due, anzi tre, direi, perché Schmitz…”
Il presentatore intervenne, avendo intuito l’equivoco in cui la donna era caduta nella lettura del quiz: “Ma qual è la domanda?”
La donna guardò il pannello. La telecamera inquadrò di nuovo il presentatore: “Attenzione: chi non ha scritto, non ha scritto “Una vita” è la domanda.” Aveva sottolineato il “non”.
“Ah!” esclamò la concorrente. Poi commentò: “Schmitz, mi sembra è il nome… quindi Pasolini. Si, Ettore Schmitz è il vero nome di Italo Svevo, quindi…”
“Quindi la risposta è...?”
Il legato del ministro aveva sonno, chiuse gli occhi e vide il volto di una ragazza dai capelli rossi, con leggere efelidi sul viso, la pelle bianca, il rilucente sguardo degli occhi scuri. Claudia! Rivide il profilo sinuoso della donna con l’impermeabile bianco che stava prima con loro, allontanarsi nel salone. “Le immagini si fondono / e si smarrisce il profilo del tuo volto / dissolto nella luce della notte. /…Claudia.” Un viale d’autunno con le foglie d’oro, il ponte antichissimo sul fiume verde ed oltre la riva, la cupola della chiesa: poi giunsero altre immagini confuse. Il legato del ministro si svegliò e guardò lo schermo televisivo: stavano trasmettendo una partita di calcio. Guardò l’orologio: erano le dieci passate.
Si alzò assonnato, andò al bancone della reception e chiese di essere svegliato per le sette, prese l’ascensore e salì al quarto piano, sentendosi come uno strano sonnambulo. Avvertiva un certo sapore amaro nel palato, forse perché impastato dal sonno e molta spossatezza. In camera bevve due bicchieri d’acqua minerale, ma il senso di fiele non andò via con la sete. Sulla scrivania, annotò su un foglio bianco la scritta: “Claudia, addio!” Si spogliò, indossò in fretta il pigiama e si coricò in uno stato quasi di veglia. Lontano nel tempo, Claudia percorreva il porticato della strada nella luce della sera: una immagine longilinea, l’impermeabile bianco. Ora gli parve vicinissima, riconosceva il suo volto, che aveva le fattezze di quello del maggiore Elsa Tedeschi: le efelidi, la pelle rosea, i capelli rosso amaranto; poi la figura svanì nel buio delle ombre della sera.

Silvio Minieri ha detto...

2.
Il maggiore dell’aviazione leggera dell’esercito, Elsa Tedeschi, si presentò puntuale alle otto del mattino del giorno dopo nella hall dell’albergo per rilevare il colonnello Alberti, che infatti comparve qualche minuto dopo. Salutò sorridente e di ottimo umore la collega ed entrambi cominciarono a scambiarsi qualche chiacchiera in attesa del legato del ministro. Alberti era fresco e vivace: si era svegliato presto ed era sceso in tuta ginnica, per andare a compiere la sua quotidiana seduta di jogging mattutino, una decina di chilometri, sul lungomare adriatico invernale. Incontrò qualche sparuto compagno di corsa e qualche altro mattiniero che portava in giro il cane. L’alba era fredda, il mare abbastanza tranquillo, la spiaggia deserta. Rientrò in albergo e dopo la doccia, si recò nel salone per la prima colazione, che consumò abbondante; c’era qualche altro avventore e la televisione accesa che trasmetteva le notizie del telegiornale in sintesi. Alberti si trattenne a leggere le notizie del giornale, sperando di vedere scendere il ministro, ma inutilmente; infine risalì in camera, per essere definitivamente pronto per le otto.
Elsa Tedeschi in divisa color blu avio era forse più appariscente che in abiti civili, data la sua snella figura e la caratteristica foggia dell’uniforme, che prevedeva la camicia e cravatta e la bustina come berretto. Era in piedi nella hall e conversava con Alberti, che indossava lo stesso soprabito bianco della sera precedente. Dopo un po’, prolungandosi l’attesa, decisero di andare a prendere un caffé alla pasticceria “Dominioni” lì vicino. Tornarono dopo una decina di minuti, ma il ministro non era ancora sceso, fuori l’aviere attendeva paziente al posto di guida dell’automezzo militare. Alberti allora si decise e andò ad interrogare l’impiegato della reception; questi gli riferì della sveglia alle sette, chiesta dal ministro e dichiarò di non averlo visto né entrare nella sala della prima colazione né uscire dall’hotel.
“Si sarà attardato” commentò Alberti. Rifletté un istante e poi chiese all’impiegato se potesse telefonargli in camera. L’altro ubbidì prontamente: il telefono squillava a vuoto.
“Il signore non risponde” disse professionalmente l’impiegato, chiudendo la comunicazione.
Alberti si rivolse al maggiore Elsa Tedeschi, che intanto si era avvicinata: “Io direi di far venire un’altra automobile intanto.”
“Non aspettiamo?” interrogò la donna ufficiale.
“Sì, nell’attesa.”
Il maggiore prese il suo telefonino dalla borsa e telefonò al comando, per richiedere l’autovettura. Chiuse la comunicazione e ripose il telefonino; poi informò il colonnello che presto sarebbe giunta un’altra automobile. Dopo una ventina di minuti, in cui i due ufficiali si erano aggirati insieme un po’ per la hall ed un po’ fuori dell’hotel, giunse la seconda autovettura: era un’automobile blu, con autista in abiti civili. Alberti guardò l’orologio: erano quasi le nove. Fece un nuovo tentativo con l’impiegato per chiamare il ministro in camera con il telefono, ma Antiochia non rispondeva: verosimilmente dormiva della grossa.
“Decisamente deve essersi riaddormentato, forse aveva bisogno di riposare” commentò a voce alta il colonnello; l’impiegato abbozzò un sorriso di approvazione. Risoluto, allora, l’ufficiale si allontanò dal bancone della reception, attraversò la hall e raggiunse all’esterno la Tedeschi, che aspettava davanti all’automezzo militare, mostrando nell’atteggiamento l’aspirazione, si potrebbe dire, a venir via dal luogo.
“Deve avere ripreso sonno dopo la sveglia e si è riaddormentato, il ministro: sicuramente dorme come un ghiro. Direi di andare e di attenderlo negli uffici dell’aeroporto: possiamo così cominciare a guardare gli atti riguardanti la disgrazia di Silvestrini.”

Silvio Minieri ha detto...

Il maggiore aveva ascoltato attentamente, sembrava approvare, quindi disse con semplicità: “E non avvertiamo?”
“Ah, certo!” Il colonnello chiamò l’aviere e l’incaricò di riferire il messaggio alla reception del loro recarsi in aeroporto e dell’attesa dell’altra automobile di servizio, a disposizione del ministro. Quindi invitò il maggiore a sedere davanti, a fianco al posto di guida, mentre lui montava dietro. Poco dopo, quando l’aviere tornò, finalmente partirono.
Dopo mezzogiorno, si presentò al “Londoner Hotel” il capitano Barra; il giovane ufficiale era stato lì inviato da Alberti, su richiesta della direzione dell’albergo, che aveva espresso l’esigenza di fornire una riservata e urgente comunicazione agli organi militari in contatto con il ministro.
In breve, il direttore dell’albergo informò il capitano Barra che la donna di servizio al piano, nell’entrare per errore nella stanza del ministro con la chiave passepartout, aveva notato una strana immobilità del dormiente nel letto nella stanza in ombra, per cui aveva precipitosamente informato la direzione, che aveva provveduto ad avvertire subito gli organi militari.
“Forse può trattarsi di un malore?” interrogò il capitano.
“Sa, verso le undici, ha telefonato la moglie del ministro, dalla Spagna. Ha detto al nostro impiegato che il marito non rispondeva al telefonino portatile e che negli uffici dell’aeroporto di San Silvano, dove avrebbe dovuto trovarsi, avevano risposto che il marito era in albergo, forse ancora addormentato nella sua camera..”
“E allora?”
“Bah! Dal centralino hanno passato l’interno della stanza, ma il ministro non rispondeva. La signora allora ha lasciato un messaggio per il marito: era in partenza per Montevideo.”
“Montevideo?”
“Sì, la signora ha detto così.”
“Allora lei ha mandato a vedere?”
“Capitano, quando l’impiegato mi ha rintracciato e si è sentito in dovere di avvertirmi dell’episodio, ho pensato che forse era opportuno… lei capisce?”
“Certo! Quindi che pensa di fare?”
“Io non so; era mio dovere avvertirvi.”
“Certo, certo!”
“Quindi, capitano, lei che fa?”
“Avverto il colonnello” rispose prontamente il giovane ufficiale. Si mosse di un passo e fece la sua comunicazione al suo superiore. Poco dopo, chiuse con un “signorsì”; quindi, si rivolse al direttore dell’albergo e gli comunicò che dovevano andare a controllare in camera.
Poco dopo salirono al piano, dove la donna di servizio sembrava già attenderli, con la chiave pronta. Entrarono cautamente nella stanza in penombra dietro di lei, che sembrava muoversi con più disinvoltura. Il ministro giaceva immobile sul letto, la donna scostò leggermente una tendina e si accostò al letto, dove si erano fermati il capitano e il direttore dell’albergo; questi ultimi, non appena nella stanza si era fatta un po’ di luce, si erano istintivamente ritratti, quasi temendo che il dormiente risvegliandosi li sorprendesse irregolarmente nell’intimità della sua stanza.
Il dormiente invece non si risvegliò, rimase immobile nel suo letto: come presto si resero conto tutti insieme i tre presenti nella stanza, il professor Romano Antiochia, Legato del Ministro degli Affari Esteri, giaceva morto nel suo letto.

Silvio Minieri ha detto...

3.
Elsa Tedeschi giunse alle undici precise all’aeroporto di Fiumicino, lato arrivi, alla guida della sua automobile privata, un’alfa romeo 156 di colore grigio metallizzato. Trovò un parcheggio provvisorio alla lettera “C” e dopo avere dato un’occhiata sbrigativa alla strada, dove non scorse nelle vicinanze nessun vigile urbano, si avviò all’interno della sala dell’aerostazione. All’interno fissò subito l’attenzione sui monitor che indicavano i voli in arrivo e con soddisfazione notò che quello da Dublino era in fase di atterraggio: non le restava che attendere qualche minuto, intervallo di tempo durante il quale non avrebbe avuto necessità di dover spostare l’autovettura, per evitare una qualche contravvenzione. Subito dopo sul monitor fu segnalato che l’aereo da Dublino era definitivamente atterrato ed Elsa Tedeschi si spostò verso la porta interna da cui uscivano i passeggeri in arrivo. Non dovette aspettare a lungo, perché presto riconobbe il maestro D’Anchise, inconfondibile per quella massa di lunghi capelli bianchi, secondo un’immaginaria iconografia di scienziato artista, propria di certe reali figure del passato.
Elsa Tedeschi alzò in alto il braccio agitando la mano ed il maestro D’Anchise presto si avvide del gesto, dirigendosi sorridente verso la donna. Quando le fu vicino e si furono cordialmente salutati, lei tentò inutilmente di togliergli di mano la valigia, che l’anziano musicista ultrasettantenne abilmente difese, inducendola a desistere; la donna allora gli fece strada verso l’uscita, gli domandò del viaggio e se avesse avuto qualche disagio, mostrando di ascoltare con interesse le risposte di circostanza di lui. In breve, furono accanto all’automobile e questa volta Elsa Tedeschi ebbe buon gioco a farsi consegnare la valigia dall’anziano uomo, per riporla senza eccessiva difficoltà nel bagagliaio posteriore.
Era passata una settimana circa dalla morte di Antiochia, una notizia che aveva destato scalpore, quando era trapelata la voce che la causa del decesso poteva attribuirsi ad una forma di avvelenamento e le indagini si erano subito orientate verso il suicidio, per il ritrovamento nella camera d’albergo di quel biglietto d’addio ad una donna di nome Claudia.
Ed invero, due giorni solo dopo il fatto, un alto ufficiale dell’aviazione della Marina Militare, l’ammiraglio di squadra aerea Cerasuolo, incaricato dal Ministro degli Esteri dell’inchiesta sulla morte del suo Legato, si era recato presso l’aeroporto di Rosanova, dove aveva compiuto una ispezione della base; quindi, aveva convocato una riunione finale, a cui furono presenti tra gli altri ufficiali, anche il colonnello Alberti ed il maggiore Elsa Tedeschi. Cerasuolo era seduto alla scrivania e tutti gli altri ascoltavano rispettosamente in piedi. L’ammiraglio, abbastanza corpulento, aveva appoggiato un gomito sul bracciolo della sedia, reggendosi pensoso il mento con la mano ripiegata. Picchiettò con le dita dell’altra mano sul ripiano della scrivania, alzò lo sguardo sui presenti e pose l’interrogativo al suo uditorio: “Claudia, chi è Claudia?” Nessuno rispose ma più d’uno accennò a spostare la testa in direzione del maggiore ElsaTedeschi, l’unica donna presente alla riunione.

Silvio Minieri ha detto...

Cerasuolo la guardò e gli sembrò di cogliere sulle labbra di lei come un impercettibile sorriso, da lui decifrato come di sorpresa; allora scattò sorprendentemente in piedi e pronunciò la sua sentenza: “Suicidio, dunque! Il caso per ora è chiuso, aspettiamo eventuali novità dall’Intelligence.” Quindi si rivolse ai due capitani che avevano istruito il dossier sulla morte di Silvestrini nell’incidente dell’elicottero e li mise a disposizione del colonnello Alberti e del maggiore Tedeschi, per le risultanze della loro inchiesta. Infine, diede ordine a tutti d’informarlo di ogni emergenza al Ministero, dichiarò sciolta la seduta e si allontanò, seguito da tutti gli ufficiali, che lo accompagnarono in cortile fino alla sua autovettura, pronta con alcuni motociclisti di scorta. Prima di andarsene, l’ammiraglio guardò in alto, dove sulle loro teste volteggiava un elicottero, sembrò voler dire qualcosa, ma tacque; poi salì in macchina e partì con il suo seguito di motociclisti.
Più che alle risultanze dell’inchiesta dei due capitani sulla morte del loro collega Silvestrini, il maggiore Tedeschi era interessata alla sorte di Antiochia, meglio ancora del personaggio di una donna senza volto saltato fuori alla sua morte, di cui si aveva come brandello d’indizio soltanto il nome: Claudia. Il suo istinto femminile la spingeva a investigare in quella direzione, indubbiamente mossa da un suo interesse per il defunto Legato del Ministro, di cui senza però essere da lui notata aveva frequentato la segreteria ed appreso qualche voce di corridoio che circolava sul suo conto. Negli ambienti romani, Antiochia era un personaggio con una vita prevalentemente pubblica, al seguito del Ministro degli Esteri, ma Elsa Tedeschi appariva molto interessata al suo privato, per quella tipica forma di curiosità femminile, che comunque non escludeva un proprio tornaconto, data la posizione del soggetto. Ed ora, dopo quella morte così repentina, si sentiva portata ad investigare sulla figura di questa fantomatica donna: Claudia.
Cerasuolo aveva liquidato la faccenda come un affare privato, ma saggiamente aveva lasciato aperta la porta all’Intelligence, di cui però non si sapeva bene chi facesse parte; si era potuto capire soltanto dalle parole dell’ammiraglio che il capo dell’Intelligence doveva presumibilmente essere lui stesso, almeno relativamente a loro ufficiali presenti alla riunione. Elsa Tedeschi sapeva dalle sue frequentazioni ministeriali che Antiochia era in contatto con un musicista di fama, il maestro Vittorio D’Anchise, autore di numerose opere liriche, e sapeva anche, grazie all’amicizia stretta con la segretaria Gabriella, che in quegli ultimi tempi il legato del ministro aveva chiesto al compositore di musicargli alcuni testi poetici. Ecco, doveva venire in possesso di quei testi poetici, che Gabriella Angelini non le aveva saputo o voluto procurare. E allora, già prima della morte del legato era entrata in contatto con D’Anchise, residente a Dublino, ostentando un suo particolare interesse per la musica. Forse il maestro non era del tutto insensibile al fascino femminile, che Elsa Tedeschi indubbiamente possedeva in gran dote, o quantomeno non era riuscito a sottrarsi alle sue lusinghe, ed ora, al rientro in Italia, si lasciava accompagnare docilmente nella sua casa sull’Appia Antica.

Silvio Minieri ha detto...

Quando nel pomeriggio, alla guida della sua autovettura, la donna si avviò di ritorno dalla casa di D’Anchise, percorrendo l’antica consolare, il sole cominciava a tramontare. Si rivide nel salotto in penombra seduta sul divano a leggere il testo che il maestro le aveva gentilmente teso, dopo averlo diligentemente cercato tra le sue carte: “Ecco, signorina, tenga!” Così si era espresso l’anziano compositore nei confronti della donna, che comunque non lasciò trapelare dai tratti del suo volto una sua silenziosa ilarità, suscitatale da quell’appellativo.
Elsa Tedeschi era sposata da oltre dieci anni, ma separata già da più di qualche anno ed in attesa di divorzio o annullamento del matrimonio, essendo ormai quasi acclarato giudizialmente che il marito era affetto da turbe psichiche. In verità, qualche collega del maggiore aveva in certe occasioni sostenuto scherzosamente che forse il marito era indubbiamente oligofrenico, ma che la moglie non doveva avere certo contribuito ad alleviare il male, in riferimento al carattere abbastanza spumeggiante della donna.
“Addio, istanti” era il titolo della canzone di Antiochia, che D’Anchise aveva musicato e che Elsa Tedeschi, intrufolatasi nell’abitazione, in cui l’anziano maestro viveva da solo, leggeva con sorprendente interesse: “Nella luce della notte si dissolve / anche quel tratto di penombra / sotto il portico tra piazza Statuto / e Porta Susa….” Torino! La pista di Claudia conduceva a Torino. Elsa Tedeschi aveva ripiegato il foglietto e lo aveva sveltamente riposto nella borsetta, sotto lo sguardo di D’Anchise.
L’alfa romeo 156 di colore grigio metallizzato percorreva intanto la via Appia antica costeggiando il parco di recente inaugurato dal comune ed intitolato a “Giulia Servilia”, un personaggio dell’antica Urbe, riscoperto dal nuovo vicesindaco di Roma. Nel corso dei suoi studi, il vice primo cittadino, insigne storico e accademico, aveva rintracciato in una fonte inedita di Cicerone il riferimento all’esistenza fino ad allora ignorata di una figlia di Tertullia, matrona romana della gens Julia, che a sua volta si vuole sia figlia naturale di Caio Giulio Cesare e di Servilia Caepionis, nonché sorellastra di Marco Giunio Bruto, il congiurato cesaricida. Come la madre, Giulia Servilia era una donna bellissima, bionda e con gli occhi azzurri, dalla pelle dorata, almeno così la descriveva un’altra fonte successiva a Cicerone, secondo gli studi del vicesindaco, il quale sapeva bene che l’oratore doveva essere già stato ucciso e decapitato, quando Giulia Servilia aveva raggiunto l’età dell’adolescenza.

Silvio Minieri ha detto...

Elsa Tedeschi però non era a conoscenza di tutti questi particolari di storia e cultura che arricchivano il parco, per lei come per la quasi totalità degli abitanti del posto, frequentato per lo più da madri con bambini, accompagnatori o accompagnatrici di cani, appassionati di jogging ed altri occasionali passanti. Quando parcheggiò in un piccolo viale laterale, da cui vi era uno degli accessi al parco “Giulia Servilia”, la donna appariva pensosa. Scese dall’autovettura, la chiuse a chiave e s’incamminò lungo uno dei sentieri principali, costeggiato da due verdi prati; più avanti il sentiero s’inerpicava lungo un boschetto, per spuntare su un’altura, da dove si godeva un’ottima vista su un’ampia parte della zona dell’Appia Antica. Quando vi giunse, Elsa Tedeschi si fermò, si voltò di lato e guardò su una collinetta di fronte non molto lontana, e notò il casale, che appariva come un convento o un’abbazia incompiuta, per le numerose entrate ad arco completamente vuote e deserte. La donna fissò a lungo la costruzione e la immaginò abitata da strani frati o associò questa immagine a qualche suo confuso ricordo di un altrove abbastanza simile alla sua attuale visione; quindi, spostò lo sguardo all’indietro, dove in lontananza, all’inizio del sentiero da lei percorso vide la figura di uno jogger in tuta scura. Si voltò in avanti per riprendere il cammino e vide davanti a sé, accanto ad un piccolo ponticello, un uomo assieme al suo cane, ebbe come una piccola esitazione, poi s’incamminò con passo disinvolto. A metà strada, il cane, un elegante pinscher dal manto rosso cervo, le venne incontro giocoso e le annusò piedi e gambe, girandole intorno, più volte richiamato dal padrone poco distante. Elsa Tedeschi continuò il suo cammino e giunse al ponticello, che attraversò con calma, affrontando poi un leggero pendio in salita; procedeva molto lentamente ed aveva affrontato un viale stretto e secondario del parco; il sole era tramontato da un pezzo e già iniziava il crepuscolo. D’un tratto alla donna parve di udire nel silenzio di quella sua solitudine come un passo ritmato che veniva ad approssimarsi, si voltò, ma nell’incerta luce del giorno declinante non vide nessuno. Sembrò esitare, poi riprese il suo lento cammino lungo lo stretto sentiero in leggera salita, imboccando il tracciato della curva; il rumore del passo ritmato acquistò una maggiore consistenza. Colta da un vago senso di smarrimento, la donna accelerò il passo, poi quando sentì che il rumore cadenzato era divenuto più distinto e prossimo, aumentò ancora l’andatura. Poco dopo si voltò, ma non vide nulla al di qua della curva, sebbene la battuta del passo sul terreno a intervalli regolari la incalzasse da vicino; allora, presa da un’istintiva, ma irrazionale paura, cominciò a correre ed arrivata in cima al sentiero, si voltò affannata: a stento gli sembrò di scorgere nell’ultima grigia luce del crepuscolo, la figura di un uomo che spuntato dalla curva avanzava di corsa. In preda ad un panico ingiustificato, si buttò in una macchia di lato e si raccolse tutta raggomitolata, mugolando sordamente. Lo jogger aveva notato lo scarto laterale di quell’ombra femminile, e quando giunse anche lui in vetta al sentiero rallentò e si fermò a dare un’occhiata di lato, dove gli parve d’intuire nell’ombra la figura raggomitolata della donna, che aveva iniziato a gemere più forte, sentendo il fiato dell’uomo prossimo a lei. Sconcertato, ma anche inquieto, proseguì sbucando in un prato, dove in fondo la cancellata d’ingresso al “Giardino delle fontane” era illuminata dalle luci al neon che erano state accese qualche istante prima. L’uomo avanzò sempre correndo con passo ridotto al centro della radura, poi tornò indietro ed invece di riprendere il declivio nella direzione da cui era giunto, si spostò in un altro viale laterale.

Silvio Minieri ha detto...

Nel buio della sera, Elsa Tedeschi si distolse da quella sua innaturale posizione e rientrò sul sentiero, con l’aria di una persona al risveglio. Sostò guardando il prato che si stendeva davanti a lei e su cui si disegnavano giuochi d’ombra e di luce provocati dall’illuminazione al neon del cancello e del muro di cinta del “Giardino delle fontane”, che occupava un ampio spazio di fondo nel parco “Giulia Servilia”. La donna avanzò nel silenzio con passo esitante, in alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna; poi Elsa Tedeschi proseguì con andatura sempre più regolare e raggiunse infine il cancello chiuso del giardino illuminato. Si spostò di lato e con agile balzo, appoggiandosi ad una delle sbarre di ferro orizzontali della cancellata, saltò aggrappandosi ed aggiustandosi con i gomiti sul muro di cinta. Guardò in fondo alla radura illuminata a giorno e lesse la scritta dell’insegna luminosa in luce azzurra: “Polizia veterinaria”, che sormontava la facciata di una costruzione d’angolo. Nella radura, sbucato da un viale buio, che s’intuiva oltre il cerchio di luce, comparve un cane che si dirigeva di corsa al centro; poco dopo si udì il colpo secco di una fucilata ed il cane di colpo stramazzò a terra. Un secondo animale comparve e sempre di corsa si diresse verso il centro; subito dopo un'altra detonazione lacerò il silenzio della sera e nello spiazzo erboso illuminato a giorno, anche il secondo cane cadde abbattuto.
Elsa Tedeschi guardò in direzione della caserma della polizia veterinaria e vide una guardia in divisa grigia che rialzava il fucile in verticale. Guardò ancora e vide la stessa guardia abbassare il fucile e prendere di nuovo la mira: un altro cane correva nella radura illuminata. La donna si issò sulle braccia, saltò sul muro di cinta ed un attimo dopo balzò a terra; in quell’istante udì la fucilata e vide il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. Allora, d’istinto, prima s’incamminò e poi prese a correre verso il centro illuminato della radura, sempre più veloce, pazzamente veloce, nell’abbaglio della luce bianca, una corsa folle; poco dopo il rumore secco dello sparo lacerò il silenzio.
Nello splendore di luce, tutto si annebbiò e si rabbuiò di colpo: Elsa Tedeschi continuava a correre, ma come fluttuando nel vuoto, in lievi passi al rallentatore, nel cuore della notte nera, a cui si votava con antica devozione, andando incontro agli dèi Mani di Antiochia e D’Anchise.

Silvio Minieri ha detto...

4.
“Vi sono tre modi di intendere la libertà: come autodeterminazione o auto-causalità; come necessità, che si fonda sullo stesso concetto di autodeterminazione, attribuita però non al singolo, ma alla totalità di cui fa parte: l’ordine naturale, il mondo, la società; come possibilità o scelta, secondo cui la libertà è limitata e condizionata, vale a dire finita.” Andando oltre nella lettura del testo, era spiegata questa terza forma di intendere la libertà: “Mentre le prime due concezioni della libertà hanno un nucleo concettuale comune, la terza non fa appello a questo nucleo, perché intende la libertà come misura di possibilità, quindi scelta motivata o condizionata. In questo senso, non è che chi è causa sui o s’identifica con una totalità che è causa sui, ma chi possiede in un grado e misura determinata, possibilità determinate. Platone per primo ha enunciato il concetto che la libertà consiste in una “giusta misura” (Leggi, 603e); ed ha illustrato questo concetto nel mito di Er. In questo mito, si dice che le anime, prima di incarnarsi sono condotte a scegliere il modello di vita, a cui poi rimarranno legate. “Per la virtù, annuncia la parca Làchesi, non ci sono padroni: ciascuno ne avrà più o meno a seconda che la onorerà o la trascurerà. Ciascuno è l’autore della sua scelta, la divinità non ha colpa.” (Repubblica, X, 617e) Ma l’importante è che questa scelta, di cui ciascuno è l’autore, e la cui causalità, perciò, non può essere addossata alla divinità è limitata in un senso dalle possibilità oggettive, cioè dai modelli di vita disponibili e in un altro senso dalla motivazione giacché, come dice Platone, “la maggior parte delle anime sceglie secondo la consuetudine della vita precedente” (ibidem, 620a). La situazione mitica qui illustrata è esattamente quella di una libertà finita, cioè di una scelta tra possibilità determinate e condizionata da motivi determinanti. Una tale libertà è limitata: 1) dal rango delle possibilità oggettive, che sono sempre più o meno ristrette di numero; 2) dal rango dei motivi della scelta, che possono ancora ridurre, fino all’unità, il rango delle possibilità oggettive. Pertanto, questo concetto di libertà è una forma di determinismo, sebbene non di necessitarismo: ammette la determinazione dell’uomo da parte delle condizioni, a cui la sua attività risponde, ma non ammette che a partire da tali condizioni la scelta sia infallibilmente prevedibile.”
Il dottor Winter chiuse di botto il libro che stava leggendo, “Enciclopedia filosofica”, e guardò verso la porta del suo studio medico, dove in quell’istante qualcuno aveva bussato e aperto, mentre lui diceva “avanti”. Nel riquadro apparvero la sua segretaria e una donna alta, la figura slanciata, i capelli rosso amaranto, l’età ancora giovane, Elsa Tedeschi. Winter posò il libro sulla scrivania e si alzò in piedi, mentre Elsa Tedeschi gli andò incontro allungando la mano: “Tedeschi” disse. Winter strinse la mano: “Winter” disse, mentre congedava con lo sguardo la segretaria, che si ritirò chiudendo la porta. “Ci siamo sentiti stamattina per telefono” disse Elsa Tedeschi. “Certo, collega, ti stavo aspettando.” Winter era un colonnello medico, psichiatra, sulla quarantina, e quindi collega del maggiore, entrambi ufficiali superiori, e non era il caso di frapporre distanze, per la differenza di grado. Girò attorno alla scrivania e venne a sedersi di fronte alla donna. “Sono venuta per un consulto psicologico” disse lei. “Un consiglio” corresse lui.. Elsa Tedeschi tacque, abbassando la testa. Winter si alzò, andò all’attaccapanni, prese il camice bianco, lo indossò e andò a sedersi dietro la scrivania. Quindi fece un gesto con la mano come per dire: “Bene, sentiamo.”

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Elsa Tedeschi si raccolse sulla sedia, e sporgendosi leggermente in avanti disse: “Dottore, io ho fatto uno strano sogno, accompagnato da un vuoto di memoria.” “Vogliamo parlare prima del sogno o del vuoto di memoria?” disse Winter. Elsa Tedeschi sembrò riflettere, ma subito disse: “Il sogno”. Il dottore ripeté il cenno incoraggiante con la mano, l’invito a parlare. Elsa Tedeschi prese la borsetta che aveva a tracolla, la depose sulle ginocchia, l’aprì e trasse un foglio: “L’ho scritto” disse. Winter la invitò: “Legga.” Elsa Tedeschi cominciò a leggere: “Era pomeriggio, ma il sole tramontava e già iniziava il crepuscolo. Mi sono incamminata sul viale del parco dell’Appia Antica, quando…” s’interruppe e precisò: “Il parco “Giulia Servilia”, quello qui vicino.” “Sì, va bene” disse Winter. Elsa Tedeschi riprese a leggere “mi è sembrato che qualcuno mi seguisse. Allora, ho affrettato il passo, ma dietro di me ho sentito che anche l’altro accelerava, ho cominciato a correre spaventata e mi sono rifugiata in una macchia, a lato del viale, raggomitolandomi, e cercando di trattenere i gemiti. Ho sentito l’altro vicino a me spiarmi, poi si è allontanato.” Elsa Tedeschi smise di leggere, per riprendere fiato. “È finito?” domandò Winter. La donna scosse la testa e riprese a leggere: “Quindi, come risvegliata, sono uscita dall’ombra e mi sono incamminata sul prato illuminato dalle luci del “Giardino delle fontane”. In alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna, allora…” Il dottore aveva leggermente picchiato con le dita sul ripiano della scrivania e fatto un cenno con la mano, per interromperla. “Il “Giardino delle fontane” è l’area del parco, dove c’è una sede della polizia veterinaria,” disse Elsa Tedeschi, come a spiegare un particolare che presumeva il dottore non conoscesse. Winter guardò davanti a sé, poi abbassò lo sguardo e disse: “Sono due scene, è cambiato il quadro, come accade nei sogni.” Quindi, tornò a tornò a fissare un punto davanti a sé, mentre Elsa Tedeschi aspettava con il foglio in mano, infine lui rimise a fuoco la sua interlocutrice. In quella pausa di silenzio, qualcuno bussò e aperta la porta, si affacciò nello studio.
Era la moglie del dottore, aveva approfittato della pausa, ed era entrata. Nella sala d’attesa c’era il monitor, collegato alla telecamera interna dello studio. “Accompagno i bambini a nuoto, dopo andiamo a casa, ti aspetto per cena, non tardare.” Quindi, guardò la paziente rivolta verso di lei con il foglio in mano: “Mi scusi l’interruzione, dottoressa” disse. Quindi si rivolse di nuovo al marito: “Beh, ciao”, poi aggiunse: “Scusatemi ancora”, dando un ultimo sguardo alla paziente, prima di ritirarsi e chiudere la porta. Winter fece un gesto, come per esprimere un certo disappunto, poi disse: “Bene dottoressa Tedeschi, continui.”

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Elsa Tedeschi posò il foglio sulla scrivania: “Forse è opportuno che lo lasci a lei, così potrà leggerlo con calma, e darmi dopo il suo giudizio.” Winter guardò il foglio sulla scrivania, poi lo prese, e disse: “Mi dica del vuoto di memoria.” “Non ricordo bene quando sono rientrata a casa quella sera” rispose la donna. “La sera del sogno?” interloquì Winter. “Sì,” disse lei. “Quando è successo?” Elsa Tedeschi sembrò riflettere, poi domandò: “La passeggiata nel parco?” Winter accennò di sì. “Una settimana fa, più o meno.” Il dottore rimase ad osservare in silenzio il foglio che aveva preso poco prima, ora giacente a rovescio sulla scrivania, ovviamente non leggeva, pensava. “Quindi il sogno è di una settimana fa?” disse. “Sì,” rispose lei. “E quando l’ha scritto?” domandò lui. “Ho segnato degli appunti, la mattina dopo.” “E ha scritto il testo, prima di venire qui?” interrogò Winter. “Sì, stamattina, dopo averle telefonato.” Il medico rigirò il foglio, limitandosi a dare qualche occhiata allo scritto, poi disse: “Facciamo così, Tedeschi, tu mi scrivi le date e le ore della passeggiata e del sogno, per come le puoi ricostruire, poi me le invii per e-mail.” La donna assentì. “E adesso, scusami un momento.” Winter si alzò e andò alla porta, l’aprì e chiese della prossima visita. La paziente aveva telefonato per confermare che stava arrivando. Winter tornò al suo posto. “Collega Tedeschi, siamo d’accordo?” disse. “Sì, colonnello Winter.” Elsa Tedeschi si alzò, si strinsero la mano, poi la donna si avviò alla porta. “Ci conto,” disse Winter, mentre lei era sulla soglia. La donna sorrise: “Certo, dottore”. E si allontanò, chiudendo la porta dietro di sé. Il dottore rimase un istante a fissare la porta chiusa; si riscosse, prese il foglio sulla scrivania e cominciò a leggerlo.
“Quindi, come risvegliata, sono uscita dall’ombra e mi sono incamminata sul prato illuminato dalle luci del “Giardino delle fontane”. In alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna, allora ho proseguito con passo regolare e ho raggiunto il cancello chiuso. Sono salita sul muro di cinta, e ho guardato la radura illuminata, in fondo brillava l’insegna luminosa in luce azzurra: “Polizia veterinaria”, sulla facciata di una costruzione d’angolo. È sbucato un cane, che di corsa ha raggiunto il centro della radura, una fucilata secca, e il cane è caduto. Un secondo animale è comparso, e di corsa si è diretto anche lui verso il cerchio di luce al centro della radura. Una seconda fucilata, ed anche il secondo cane è stato abbattuto. Ho guardato in direzione, della caserma della polizia veterinaria e ho visto una guardia in divisa grigia che rialzava il fucile in verticale. Ho guardato ancora e ho visto la stessa guardia abbassare il fucile e prendere di nuovo la mira: un altro cane correva nella radura illuminata. Ho scavalcato il muro, sono balzata a terra, ho udito la fucilata e ho visto il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. D’istinto mi sono messa correre sempre più velocemente verso la luce bianca, e nell’abbaglio è risuonato ancora un colpo secco di fucile. Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto. Poi devo essermi riaddormentata.”

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5.
Winter ripose il foglio sulla scrivania, si chinò di lato, e dalla base inferiore del mobiletto, prese uno dei libri allineati nella scansia. Cominciò a sfogliarlo, poi ritrovò il passo che gli interessava: “Occorre spiegare perché la delusione ha in generale un carattere astenico, perché nei casi di delusione la nostra intera esistenza non ha più basi salde, ma soltanto un “debole” fondamento. Quando il suo accordo con il mondo viene infranto, la nostra esistenza si sente mancare sotto i piedi e rimane sospesa. L’esser sospesa della nostra esistenza assume necessariamente la direzione verso il basso, è anche possibilità di liberazione, o di ascesa; ma se la delusione continua ad essere delusione, il sentirsi sospesi diventa un vacillare, uno sprofondare, un cadere. Il linguaggio attinge a questa struttura ontologica essenziale, ma ad essa attinge anche l’immaginazione del poeta, e soprattutto il sogno.” Winter mise il segnalibro alla pagina e chiuse il volume. Poi riprese il foglio con la descrizione del sogno di Elsa Tedeschi e rilesse l’ultima riga: “Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto.” Fluttuare in aria, ecco il sentimento dell’esistenza sospesa. Winter assunse l’aria soddisfatta: alla struttura ontologica essenziale, la nostra esistenza, attinge anche il sogno. Il libro che poco prima aveva chiuso era “Sogno ed Esistenza” di Ludwig Binswanger (1930).
Bussarono alla porta, la segretaria annunciò l’arrivo della paziente successiva: “Angela Riva”. Una ragazza con i capelli neri lunghi, un elegante vestito scuro con le spalline, che arrivava al di sotto del ginocchio, il trucco del viso e le ciglia ben curate, ma lo sguardo e l’espressione sofferenti, come rivelavano le occhiaie e le labbra serrate. Winter le fece cenno di sedersi, intanto aveva intravisto dietro la segretaria, ferma sulla soglia, la figura di Elsa Tedeschi in piedi nella sala d’attesa. Allora scambiò con la sua collaboratrice un segno d’intesa, che stava a significare un no alla richiesta di pagare la visita da parte della donna. La segretaria, Claudia, assentì, si ritrasse e chiuse la porta. In sala d’attesa, andò a sedersi dietro il bancone della ricezione e comunicò ad Elsa Tedeschi che non doveva fare nessun pagamento, poi continuò a scambiare qualche informazione con lei. Nel frattempo, si sentì un vociare proveniente dallo studio, culminato in un grido: “Ma io sono la vittima!” Le due donne, Claudia e d Elsa Tedeschi, guardarono il monitor, la ragazza era seduta al suo posto e anche il dottore. Claudia scosse la testa, rispondendo allo sguardo interrogativo dell’altra. Angela Riva era stata la protagonista di un caso di cronaca giudiziaria dell’anno precedente. Giovane donna in carriera in un ramo del settore finanziario, sposata con un uomo della sua età, l’intesa con il marito in declino, dopo alcuni anni di matrimonio, aveva preso l’abitudine di andare da sola il fine settimana in discoteca, per rilassarsi dallo stress della vita lavorativa. Una di quelle volte, divenuta l’ultima, era rimasta fino a tardi nella sala da ballo, ed aveva sollecitato lei stessa un passaggio a casa da un amico conosciuto quella sera stessa. L’altro, mentre l’accompagnava a casa, aveva svoltato in una stradina laterale buia, ed approfittando della mancata resistenza dell’amica, dovuto allo stato di ubriachezza, l’aveva violentata. Subito dopo lo stupro, la vittima si era ribellata e aveva aggredito l’assalitore, ma questi l’aveva sbattuta fuori dalla sua autovettura e si era allontanato, lasciandola distesa a terra, in preda alla sbornia. Scoperta da un passante, all’alba, era stata soccorsa e accompagnata all’ospedale, dove era andata a recuperarla il marito. Lo stupratore era stato arrestato e il processo era ancora in corso, i coniugi intanto avevano iniziato una terapia di coppia presso il dottor Winter.

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Ultimamente si erano separati, ed ora Angela Riva proseguiva la cura da sola. Si sentì di nuovo che parlava a voce alta e poi gridare: “Ma io sono morta!” Questa volta Elsa Tedeschi ne approfittò per congedarsi: “Arrivederci, Claudia.” Aveva fatto amicizia con la segretaria di Winter, pensava di tornare, ma si allontanava da quell’ambulatorio psichiatrico con un vago senso d’inquietudine.
Quando Winter si era informato sul processo penale in corso, lei aveva ripetuto la descrizione della violenza subita e aveva gridato il suo dolore di vittima. Se prima si faceva bella per provocare il desiderio degli uomini, ora aveva rinunciato per sempre a questo suo ruolo, quello di essere pienamente donna.
La seduta di terapia di Angela Riva assistita dal dottor Winter durò circa un’ora, a metà lui aveva interrotto l’incontro ed aveva preso un caffè con la segretaria, la paziente aveva rifiutato l’invito a unirsi ed era rimasta seduta al suo posto a fissare il vuoto: un deserto di solitudine e disperazione, l’insopportabile sofferenza dell’anima, la luce nera della depressione. Il medico aveva rinnovato la ricetta dei farmaci antidepressivi e aveva congedato la paziente, impegnandola per la seduta successiva.
All’inizio della cura, quando i coniugi si presentavano in coppia, il marito raccontava che ogni volta, come cercava di avvicinarsi a lei, veniva respinto, e quando non lo faceva, lei diceva di essere trascurata, e il commento di Angela Riva era sempre lo stesso: ma io sono la vittima! Un ripetuto grido di dolore irreparabile e di sofferenza continua, che nessuna forma di consolazione avrebbe mai potuto lenire, soltanto una violenza inflitta poteva cancellare una violenza subita. Il freddo tra i due era andato aumentando, alla fine la paziente si era presentata da sola, dopo la rottura, senza però mostrare segni di miglioramento. Nelle sedute seguenti, non avendo più altro da raccontare del suo vissuto, erano aumentati lunghi silenzi di ghiaccio, a cui rispondeva la cura e attenzione di un empatico ascolto del terapeuta. E lei riemergeva dal deserto della sua solitudine con frammentati ricordi di quando era bambina, poi di nuovo silenzio perduto tra quei sogni e visioni, e ancora espressioni di sofferenza nel volto. Angela Riva stava diventando sempre di più, per Winter, oggetto di osservazione e di studio di psichiatria fenomenologica, la sua empatia scemava e prevaleva il distacco della vicinanza, che si esprimeva soltanto come l’immobile linguaggio del corpo. La paziente aveva avvertito questo allontanarsi e sembrava come volersi riaccostare, Winter si alzò dal suo posto, girò attorno alla scrivania e restò in piedi lì davanti: “Adesso devo avere paura anche di lei, dottore?” disse la donna alzando lo sguardo, un amaro sorriso dipinto sul volto. Winter si scostò sorpreso, di nuovo su quel viso l’espressione sofferente, e al medico non restò altro che il silenzio e l’ascolto. Con l’esperienza, lo psicologo aveva imparato a tenere la giusta distanza, per evitare il contagio emotivo, che però andava a discapito della dovuta empatia. Non riusciva a immaginarsi quella ragazza sorridente e felice, forse doveva sospendere la cura.

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IL SOGNO DEI FAGIANI
Alla fine delle vacanze estive, Winter aveva riaperto l’ambulatorio, dove si recava il pomeriggio. Non aveva avuto più notizie di Elsa Tedeschi, di cui aveva però studiato il caso e tratto le sue conclusioni. La donna aveva fatto realmente una passeggiata nel parco “Giulia Servilia”, il giorno o giorni prima della notte del sogno. Winter si era recato sul posto, per accertare la corrispondenza dei luoghi con il racconto fattone, ed aveva scoperto che non vi era affatto un’area recintata denominata “Giardino delle fontane” né tanto meno una caserma della polizia veterinaria, ma soltanto un’area cani abbastanza limitata. I luoghi della seconda scena del sogno e tutta la storia della corsa dei cani e delle fucilate nella radura illuminata dalla luna, Elsa Tedeschi se li era veramente sognati. Oppure questi ricordi e i particolari fantasticati appartenevano ad altri tempi e ad altri luoghi, verosimilmente alterati nelle immagini oniriche. Questo sogno era un vissuto esistenziale della donna, di cui soltanto lei poteva decifrare il significato concreto. In astratto, lui poteva soltanto concludere che il fluttuare in aria e il passare dalla luce all’ombra, nella parte finale del sogno, come da lei riferito, corrispondeva al passaggio da uno stato euforico ad un successivo stato disforico.
Una tale conclusione gli era suggerita dalla teoria del sogno di Binswanger, come aveva già riscontrato e annotato in relazione al fluttuare in aria e poi cadere in basso. Lo psichiatra e filosofo svizzero, inoltre, nel suo saggio, esprime questo cambiamento, oltre che con il movimento direzionale dell’alto e del basso, anche con l’oscurarsi della luce: “Altre volte il rovesciamento di un flusso di vita felice e trionfante in un altro di disagio e di timore, si esprime attraverso lo scomparire dei colori, che prima risplendevano alla luce del sole, e l’oscurarsi della luce e addirittura della vista, come mostra in modo particolarmente evidente il sogno dei fagiani nel “Viaggio in Italia” di
Goethe. – Sognai, vale a dire, che io approdava in una barca piuttosto grande, in un’isola fertile, ricca di vegetazione, dove sapevo trovarsi in abbondanza bellissimi fagiani, e tosto mi posi cogli abitanti dell’isola alla caccia di quelli, e ne facemmo larga preda, portandoli nella barca. Erano bensì fagiani, ma in quella guisa che le cose in sogno si trasformano, presentavano code lunghissime, variopinte quanto quelle del pavone, e degli uccelli del paradiso. Li allogammo nella barca, con le teste rivolte all’interno, facendone un mucchio, di cui pendevano le code al di fuori della barca, brillando alla luce del sole in modo meraviglioso, lasciando appena tanto spazio che bastasse al timoniere, ed ai remiganti. Vagammo con quel raro carico sul mare tranquillissimo, ed io stavo pensando a quanti fra miei amici avrei potuto far dono di quegli animali stupendi. Giunto in un porto abbastanza ampio, ingombro di scafi, io mi smarrii nel passare dall’uno all’altro ponte di questi, per cercare un luogo sicuro, dove io potessi approdare con la mia piccola barca.” E Goethe così conclude: “Fallaci visioni nelle quali ci dilettiamo, perché scaturendo da noi stessi, hanno di certo un’analogia con l’insieme della nostra esistenza e dei nostri destini.”
Binswanger commenta: “Questo sogno, che risale a circa un anno prima dell’inizio del viaggio in Italia e della sua stesura, il fatto che rimanga a lungo nella memoria di Goethe e che questi lo citi di continuo, sono elementi che consentono allo psicologo di vedere distintamente la labilità e la precarietà dell’esistenza di Goethe, in quel periodo, rispetto alla quale egli, con istinto sicuro, riuscì a riprendersi con la fuga in Italia, verso il sud, o il sole, i colori, verso nuovi valori dello spirito e dell’amore.”

Silvio Minieri ha detto...

Ecco, passare dai colori notturni a quelli della luce meridiana del giorno, significava passare da uno stato emotivo di labilità e precarietà esistenziale ad altro ricco di nuovi valori dello spirito e dell’amore. Le fantasie del sogno non rappresentano altro che lo specchio di “insieme della nostra esistenza e dei nostri destini” come dice Goethe.
Questa analisi esistenziale dei sogni, interpretati come rappresentativi dell’esistenza di chi sogna, di cui Binswanger coglie lo spunto nelle parole di Goethe, costituisce il fondamento della tesi portata avanti dallo psicologo svizzero, che si rifà alla filosofia esistenziale di Heidegger, in riferimento alla fenomenologia di Husserl. Questo tema, apparentemente così complesso, per chi non è addentro a tematiche di filosofia e psicologia, appariva abbastanza chiaro al dottor Winter, che ne aveva approfondito lo studio, non solo per i suoi fini professionali, ma anche per una sua propria personale erudizione. Egli, infatti, trovava diletto anche nella lettura di semplici romanzi, in cui tali temi venivano immaginosamente trattati, alla stregua di una certa analogia tra le visioni dei sogni e le fantasie dei poeti, come esplicitamente afferma lo scrittore argentino Jorge Louis Borges. In una delle trenta conversazioni da lui tenute con il giornalista Osvaldo Ferrari alla Radio municipale di Buenos Aires, nel 1984, in seguito pubblicate nel giornale “Tiempo argentino”, in quella sul sogno, rispondendo a una domanda dell’intervistatore – “Lei, negli ultimi tempi, ha identificato l’atto di scrivere con quello di sognare” – Borges specifica: “Sì, e anche l’atto di vivere con quello di sognare.” Ed ecco l’equazione tra sognare scrivere vivere: immagini dei sogni, fantasie poetiche, realtà della vita, formano un tutt’uno dell’esistenza, quel modo d’essere dell’uomo nel mondo, un Esserci (Dasein), che si caratterizza per la sua capacità di progettarsi ed esistere. Per Heidegger, le strutture fondamentali dell'Esserci, come esse si presentano nella vita quotidiana, sono: gettatezza, decisione, progettualità.
In verità, alla base delle sue convinzioni, il dottor Winter aveva un altro fondamento filosofico, che contrastava con la struttura dell’Esserci heideggeriano: trovarsi gettato nel mondo senza aver scelto le proprie condizioni. Come egli sapeva, ogni uomo sceglie il proprio paradigma di vita, quando si trova nel prato delle anime prima di incarnarsi, anche se poi in vita dimentica di essere stato lui a scegliersi, avendo oltrepassato il fiume dell’oblio. Da questa scelta, anche se limitata ai paradigmi di vita di uomini e animali, che l’araldo aveva raccolto dalle ginocchia di Lachesi e disteso sul prato, in numero pur sempre maggiore delle anime presenti, in verità, deriva la struttura heideggeriana dell’Esserci della “decisione”, descritta come la capacità di assumere decisioni e scelte in un progetto di vita. E sempre da quella scelta iniziale deriva quell’ulteriore struttura dell’Esserci, indicata come “progettualità”, ossia la dimensione di un futuro in cui l'Esserci progetta la propria esistenza. E dovendola progettare secondo un modello possibile, questo rientra nell’insieme dei modelli di vita giacenti nel grembo della Moira, Lachesi. Sull’incarnazione di un’anima nella vita animale, Winter aveva una sua particolare convinzione, che non contraddiceva comunque il mito platonico del “Fedro” combinato con quello della “Repubblica”.
Bussarono alla porta dello studio e Claudia, la segretaria, annunciò la visita di “O’ pazziariello”, così come avevano soprannominato quell’anziano paziente, che subito dopo entrò, avanzando a passettini di danza, l’aria ilare. Winter sbuffò – ma non aveva scelto lui quella vita? – la segretaria abbozzò un sorriso di circostanza e si ritirò.

Silvio Minieri ha detto...

EREIGNIS
Indipendentemente dal fatto se la scelta di sé stesso fosse stata fatta platonicamente dall’anima di Winter prima d’incarnarsi o, alla maniera di Heidegger, dopo essere stato gettato nel mondo, non si sa bene da chi, il destino (Geschick)?, un dono dell’Essere che si fa evento?, sta di fatto che adesso l’evento (Ereignis) consisteva nell’assistere allo show di “o’ pazzariello”, e il dottore rimase pazientemente in attesa. Questa volta la recita non durò molto: il maresciallo in pensione, Zennaro Esposito, entrato mimando passi di danza, gridò: “Dottore, mia figlia si sposa! Ho portato i confetti.” E così dicendo, gli porse la bomboniera. Winter la prese e disse: “Sono felice.” E Zennaro lo abbracciò e baciò due volte sulle guance. “Dottore, questa volta non vi faccio perdere tempo, là fuori una signora vi aspetta” e strizzò l’occhio sinistro, voltandosi verso la porta. “Zennaro, grazie” si limitò a rispondere Winter, mentre lo accompagnava all’uscita. Un anno prima, l’uomo si era presentato con una depressione profonda, la moglie malata e molto sofferente aveva scelto di andarsene nell’altro mondo, ed ora il vedovo sembrava avere elaborato il lutto. Era passato dallo stato disforico ad una fase di minore sconforto, fino ad un recente eccesso di euforia. Un po' come i bambini piccoli, che passano facilmente dal pianto al riso, pensò Winter.
Poco dopo, entrò la paziente in attesa, Armonia Levolle, signora quarantenne, di padre italiano e madre fiamminga. Il marito l’aveva abbandonata, lasciandola con un bambino piccolo e in uno stato di grave prostrazione. Nel corso delle sedute, una volta Winter le aveva letto alcuni brani di un romanzo, ma lei era rimasta insensibile, sembrava più un rapporto accademico tra professore e allievo, che tra medico e malato. Prima di andarsene, però, la donna aveva chiesto se poteva prendere il libro, e Winter, sebbene sorpreso, aveva subito acconsentito.

Silvio Minieri ha detto...

Ora, Armonia Levolle era venuta a consegnare il libro: “Nell’azzurro profondo”. Si trattava di un volumetto di quattro capitoli, lei indicò il passo del quarto, che il dottore le aveva letto la prima volta. Questa volta in silenzio, Winter si era messo a leggerlo: “Scendendo verso sud il paesaggio sembra mutare, ad un tratto il treno rallenta. Passano alcune case, sul pendio si raccoglie l'abitato di un paese e sullo sfondo si può osservare la distesa azzurra del mare. La viaggiatrice contempla incantata la trasparenza azzurrina dell'aria sfumata nella limpidità del cielo, avvolgente lo specchio lucente dell'azzurro del mare. Rivede Ponte, l'estate dell'anno prima, i colori perduti, la luce mediterranea e viene colta da un sentimento d'intensa nostalgia.” Smise di leggere, si era accesa la spia luminosa dell’interfono. Winter pigiò sul tasto dell’apparecchio, la lucina divenne verde, si udì la voce della segretaria: “È arrivato il signor Torriconi.” Winter guardò l’orologio, era arrivato con mezz’ora d’anticipo, un paziente complicato. “Fallo accomodare e digli di aspettare” disse. Si udì la voce di Claudia: “Va bene, ci penso io.” Il dottore spense l’interfono, con aria perplessa. Armonia Levolle fece l’atto di alzarsi, l’espressione interrogativa, ma Winter la fermò con un gesto della mano, e ostentò un segno di noncuranza, increspando leggermente il labbro inferiore. Quindi, andò a ricercare il punto della pagina del libro, in cui si era interrotto, saltò alcune righe, e riprese a leggere, questa volta, a voce alta: “Il treno si ferma e lei continua a contemplare l'incanto di luce azzurrina del mare ed i tenui colori sfumati nell'azzurro dell'aria e del cielo di quel tiepidissimo dicembre. Abbandonate le brume e la nebbia, il freddo e la notte, quando il cavaliere del Nord era giunto per la prima volta su queste sponde del Mediterraneo, doveva avere trattenuto il respiro di fronte allo spettacolo, che si presentava al suo sguardo, superiore ad ogni sua possibilità di meraviglia. Quando il treno riparte ed il paesaggio muta, scomparendo il mare e tornando la campagna e le colline, svanisce il ricordo e viene smarrito l'incanto.” Winter, che era l’autore del libro, pubblicato sotto altro nome, sapeva di avere ripreso l’immagine di stupore e di meraviglia da Scott Fitzgerald, l’autore del “Grande Gatsby”. Ed ora, nel vedere il volto della sua paziente illuminato dalla stessa espressione di meraviglia, capiva che lei aveva iniziato l’ultimo percorso della sua guarigione. In quel momento, il silenzio fu interrotto dal secco rumore di uno sparo, proveniente dalla saletta di attesa. Winter si alzò di scatto e si precipitò fuori: sulla soglia del bagno attiguo, di spalle, Claudia aveva lanciato un grido. Il dottore la scostò e guardò all’interno: il corpo di Torriconi giaceva a terra senza vita, una pozza di sangue attorno alla testa, il braccio ripiegato, la pistola scivolata di mano. L’Essere si era fatto evento (Ereignis).

Silvio Minieri ha detto...

UNA FOLATA DI VENTO
L’altro giorno ero seduto in terrazzino e stavo leggendo il racconto “Il musicista di Dublino”, quando sono stato investito da una folata di vento gelido – l’improvviso calo delle temperature, dovuto a una massa d’aria fredda proveniente dall’Est e dalla Russia siberiana. Allora, sono rientrato in casa, e sono andato a sedermi davanti al computer, per elaborare e scrivere il saggio sull’ontologia di Heidegger, derivata dalla fenomenologia di Husserl. Poco dopo ho sentito un bip, e sull’iPhone ho ricevuto un’immagine dall’America, le cascate del Niagara. Era un selfie di Winter, ritratto con la moglie Eleonora, la segretaria Claudia, e i loro due bambini, tutti sorridenti e felici, nei loro mantelli trasparenti antipioggia. Tra qualche giorno, ritorneranno da questa breve vacanza in America. Ho guardato meglio la figura di Eleonora, leggermente di profilo, mi sembrava come se avesse una certa dilatazione dell’addome, forse il vento delle cascate le gonfiava il vestito. O forse, ah! Evviva!

Silvio Minieri ha detto...

LA CONSECUTIO TEMPORUM
La mattina dopo, Winter con Claudia e la moglie finirono di ripulire e disinfettare il bagno, poi chiusero i locali e se ne andarono tutti e tre insieme. Lo studio riaprì soltanto una settimana dopo. Era ormai l’autunno, ma dopo giorni di freddo, erano ritornati il bel tempo e il sole dell’ottobre romano. Nel primo pomeriggio, quando il dottore si recò nello studio, mentre arrivava, vide una figura scura dall’altra parte del marciapiede venire in direzione contraria, e avvertì come una strana sensazione del passaggio di un’ombra, che lo investì e subito disparve. Entrando nello studio, vide Claudia seduta al banco della ricezione, che gli mostrava una busta: “È venuta Angela Riva,” disse. “Ha pagato l’intera parcella della cura,” aggiunse. “Bene,” disse Winter “abbiamo altri impegni, oggi?” Claudia gli porse la busta: “Ha lasciato un messaggio riservato a lei, dottore.” Sulla busta era scritto: “Al dottor Winter”. Non era chiusa, e mentre estraeva il foglio, Winter domandò a Claudia: “L’hai letto?” La segretaria non rispose. Sul foglio c’era scritto: “Al dottor Winter. Avrei voluto qualcuno che si fosse ricordato di me. Angela Riva.” Winter sollevò lo sguardo su Claudia. “Vuole telefonarle?” disse lei. Il dottore non rispose: “Avrei voluto qualcuno.” Ecco, lei non aveva nessuno. “No, più tardi chiamala, e chiedile se vuole continuare la cura oppure no.” Poi entrò nel suo studio, si andò a sedere dietro alla scrivania, accese il computer, e si mise a leggere la posta elettronica. Tra le tante e-mail, andò ad aprire quella con il mittente: “Elsa Tedeschi”. Era datata diversi giorni prima: “Caro dottor Winter, le scrivo da Torino, qui è autunno, e dalla città si vedono le montagne alpine imbiancate di neve. Le scrivo per definire il racconto del mio sogno sui cani. Nel parco di “Giulia Servilia” non c’è il canile e neppure la caserma della polizia veterinaria. Quelle immagini si riferivano a delle cronache, di cui avevo letto sui giornali, e visto i servizi in televisione, di un assalto degli animalisti, che avevano liberato tutti i cani rinchiusi nel canile di Roma Sud. Ho elaborato le mie fantasie, come mi aveva raccomandato di fare, recuperandole nella mia realtà esistenziale. Resterò a Torino ancora a lungo. Quando tornerò a Roma, passerò a trovarla. La sua amica Elsa Tedeschi.”

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“È segno di salute psichica il fatto che colui che sogna riesca a oggettivare in buona parte i propri desideri e timori in immagini drammatiche, dalle quali il contenuto emotivo sembra derivare solo in via secondaria.” Così dice Binswanger. E questo giudizio dello psichiatra svizzero suonava come una conferma, per la lettura del sogno di Elsa Tedeschi e della sua vicenda esistenziale, anche alla luce di quanto le aveva comunicato con la sua e-mail. Infatti, il contenuto emotivo non prevaleva sull’azione drammatica, separandola dalla sua stessa forma corporea, per usare le parole di Binswanger, risolvendosi al di fuori di essa. In verità, ripensandoci, al dottor Winter venne un dubbio, si disse, abbastanza accademico, ma volle verificare, e andò a rileggersi la descrizione del sogno della Tedeschi, soprattutto nella parte finale. “Un altro cane correva nella radura illuminata. Ho scavalcato il muro, sono balzata a terra, ho udito la fucilata e ho visto il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. D’istinto mi sono messa correre sempre più velocemente verso la luce bianca, e nell’abbaglio è risuonato ancora un colpo secco di fucile. Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto. Poi devo essermi riaddormentata.” Un primo giudizio da lui dato sul “fluttuare in aria”, a cui era seguito il risveglio, era stato più che altro un riscontro alla teoria del sogno di Binswanger. Guardò il testo scritto: al “fluttuare in aria” seguiva “nel buio”, contiguo al risveglio. E poi lei, forse, si era addormentata. Era come se a quel sogno mancasse qualcosa. Quel risveglio era stato improvviso, una forma di angoscia, che però non era stata raccontata. Noi possiamo dire che il racconto del sogno, fatto dalla Tedeschi, era rimasto incompleto: “Nello splendore di luce, tutto si annebbiò e si rabbuiò di colpo: Elsa Tedeschi continuava a correre, ma come fluttuando nel vuoto, in lievi passi al rallentatore, nel cuore della notte nera, a cui si votava con antica devozione, andando incontro agli dèi Mani di Antiochia e D’Anchise.” Non era questo un sogno di morte?

Silvio Minieri ha detto...

Commentando il sogno di un suo paziente, Binswanger scrive: “Il paziente stesso definisce questo sogno un sogno di morte. Questo librarsi senza forma, questa completa dissoluzione della forma corporea è un elemento negativo dal punto di vista diagnostico.” Winter rimase pensieroso, poi non si sa come e perché gli vennero in mente gli antichi Mani, divinità romane che rappresentavano le anime dei defunti, forse il riferimento gli era stato suggerito dalla storia di Giulia Servilia. Quale storia? Winter si sentiva un po' confuso, stava per chiudere il file, relativo ad Elsa Tedeschi, quando aprì la seconda e-mail inviatale dalla donna. Il messaggio non era lungo: “Caro dottor Winter, qui a Torino sono stata raggiunta dal mio conoscente ed amico, il maestro D’Anchise, il musicista di Dublino. In breve, il maestro ha musicato un testo poetico del professore Romano Antiochia, relativo a una donna evocata nei suoi versi. Ed io mi trovo qui per questo, non so se lei, dottore, sia stato a conoscenza del caso di cronaca, la morte sospetta di Antiochia, Legato del Ministro degli Esteri, avvenuta in Abruzzo, a San Silvano sul mare. Ma questo non credo che interessi il mio sogno. Con amicizia, Elsa Tedeschi.” Che cosa significava: “Ed io mi trovo qui per questo”? Winter non sapeva di Antiochia né tanto meno di D’Anchise, di entrambi i quali in quel momento aveva per la prima volta contezza. Era confuso, non capiva, quella donna era andata a Torino, sulle tracce di un fantasma, evocato da un altro fantasma, ed aveva trovato un uomo in carne ed ossa, il maestro D’Anchise, il musicista di Dublino. Ecco, era l’inizio di una nuova storia, quindi chiuse ed archiviò il file relativo ad Elsa Tedeschi.
Riprese e rilesse il messaggio di Angela Riva: “Avrei voluto qualcuno che si fosse ricordato di me.” Il messaggio era chiaro, era indirizzato a lui, Winter. Era lui quel “qualcuno”, da cui Angela Riva si congedava. La regola grammaticale della consecutio temporum era stata rispettata: la frase principale, con il condizionale imperfetto del verbo, concordava con il congiuntivo passato della frase relativa, ed esprimeva l'amarezza di un desiderio disatteso, scivolato via nel fluire del tempo.
Uscendo dallo studio, Winter chiese alla segretaria se avesse telefonato ad Angela Riva. Non era raggiungibile, disse Claudia. “Domenica, sei a pranzo da noi?” domandò Winter. “No,” disse lei, “sono ritornata a stare con Giorgio.” La trasferta americana aveva funzionato, il giovane si era ingelosito. “Chiudi tu?” disse Winter. “Sì,” rispose Claudia. Il dottore uscì e si avviò in direzione di casa. Dove andiamo? Sempre a casa.

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LA MORTE DEL CAPITANO ROLL
Quando suonarono il campanello di casa, alle sette del mattino, Roll si trovava in cucina, dove si stava preparando il caffè. Aveva indosso una tuta ginnica, ed era pronto per la passeggiata mattutina. Era il primo novembre, la festa di Ognissanti, la sera precedente, avevano bussato diverse volte i bambini per il loro “dolcetto o scherzetto”, e tutti erano stati accontentati con merendine e pasticcini, che Roll aveva preparato per loro. Lasciò stare il caffè che non aveva ancora bevuto, attraversò il salone di casa e andò ad aprire la porta. Nel riquadro apparve un uomo con un viso rugoso, i baffi bianchi spioventi, l’aria grigia, un cappello da contadino in testa, gli abiti dimessi. “È lei il capitano Roll?” domandò. “Sì”, rispose Roll. L’uomo estrasse da sotto la giacca una pistola, la puntò contro Roll e sparò tre colpi in rapida successione. Roll stramazzò a terra, l’uomo fuggì via di corsa. In casa non c’era nessun altro, e quella mattina, il palazzo era semideserto. Nessuno aveva udito gli spari o se li aveva uditi non aveva fatto caso a quei botti, magari pensando a petardi o scoppiettii di una motocicletta di passaggio nelle vicinanze.
Roll agonizzava esanime sul pavimento del salone di casa, la porta spalancata a metà. All’ora di pranzo un’inquilina dello stabile passò davanti a quella porta semiaperta, vide il corpo riverso e la pozza di sangue, entrò e si chinò sull’uomo esanime: non respirava, era o sembrava morto. Telefonò al Pronto Intervento; nel giro di alcuni minuti arrivarono alcune volanti della polizia e un’ambulanza. Fino al piano salirono un commissario, un ispettore e un agente, che fu messo di guardia alla porta, e fu avvertito il magistrato, che sopraggiunse poco dopo sul posto.
Nel condurre le prime indagini, gli inquirenti ascoltarono la testimone, e cercarono di capire a prima vista che cosa fosse accaduto. Appariva chiaro che si trattava di un omicidio, la vittima era stata attinta al petto da colpi sparati con una pistola a tamburo, a terra non c’erano bossoli; quindi, intervenne il personale della polizia scientifica. Si cercarono altri possibili testimoni, ma nessuno si era accorto di nulla. Fu rintracciato l’amministratore del condominio, Roll abitava l’appartamento assieme a una donna, verosimilmente la moglie, ma non sembrava che altri vivessero con loro. La notizia fu data dai telegiornali nazionali del pomeriggio e della sera. La moglie si precipitò a Roma, dalla casa di montagna in Alto Adige, assieme alla figlia e al genero e un nipote. In serata, si recò all’obitorio per il riconoscimento della salma, poi fu sentita per tutta la notte dal magistrato in Questura. Il morto, conosciuto come il capitano Roll, si chiamava Silvio Rollemberg, aveva cinquantadue anni, originario della provincia di Bolzano, era il titolare dell’azienda di famiglia, una fabbrica di mobili per arredamento casa, con diverse sedi in Italia, Austria e Svizzera.

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DORA RUFFO
Villar ricevette la telefonata alle tre del pomeriggio, mentre scendeva da via Barberini, per raggiungere la fermata della metro A dell’omonima piazza. “Sono Dora Ruffo,” disse una voce femminile, quando digitò “verde” per la risposta sul suo telefonino. “Sono Villar” disse Villar. “Non sono a Roma, oggi,” disse la donna. “Purtroppo, non posso rientrare prima di domenica,” aggiunse. “Quando vuole incontrarmi, signora Ruffo?” domandò Villar. “Anche domani” disse lei. “Dove?” domandò il giovane. “Qui a Bruxelles, le invio la somma necessaria alla sua trasferta, con bonifico istantaneo.” Il giovane attese alcuni momenti, era martedì: “Posso venire giovedì, non è necessario nessun bonifico, signora.” Alcuni momenti, e la signora Ruffo disse: “Quando arriva a Bruxelles, mi telefoni, signor Villar.” “Certo, ho il suo numero registrato,” rispose. “Grazie” disse lei. “Prego” rispose Villar. “Arrivederci, signor Villar,” disse la donna. “Arrivederla, signora,” e attese che l’altra chiudesse. Alcuni istanti e Dora Ruffo chiuse la comunicazione, subito dopo chiuse anche Villar. Quindi, continuò a scendere per la via Barberini e arrivò nella piazza, alla fermata della metro A, di fronte al cinema. Aprì il telefonino e chiamò in agenzia: “Ciao Gabriele, mi ha telefonato la Ruffo, mi ha chiesto di raggiungerla a Bruxelles.” “Quando parti?” domandò Gabriele. “Giovedì mattina,” disse Villar. “Mi devi anticipare le spese con i soldi della cassa.” “Aspetta un momento” disse Gabriele. Dopo un po’, riprese la conversazione: “Ho verificato sul nostro conto, ha fatto un versamento istantaneo di mille euro.” “Spenderò di meno” disse Villar “Va bene,” replicò Gabriele. “Domani mattina, passo in Agenzia per studiarmi il dossier.” “Io non ci sono, hai le chiavi?” “Sì, passo alle otto.” “Forse, trovi Martina.” “D’accordo, ciao, zio.” “Ciao, Vill,” rispose Gabriele, e chiuse.

Silvio Minieri ha detto...

Villar era il nipote di Gabriele D’Orsi, titolare dell’agenzia di investigazioni private: “D’Orsi investigazioni”. Quando era andato in pensione, come luogotenente dell’arma dei Carabinieri, D’Orsi aveva investito i soldi della liquidazione in quella agenzia di investigazioni private. I primi tempi, si era avvalso di suoi colleghi ex-carabinieri, che avevano prestato servizio con lui, per indagini prevalenti di infedeltà coniugali e anche di scomparse di persone, poi nell’anno della pandemia aveva chiuso. Quando aveva riaperto, aveva messo la figlia Martina come segretaria, la clientela era scomparsa, e i suoi collaboratori si erano allontanati. Un giorno, Martina aveva ricevuto la telefonata della signora Dora Ruffo, vedova di Silvio Rollemberg, il capitano Roll ucciso due anni prima in casa da uno sconosciuto. Le indagini non avevano dato risultati, il responsabile del delitto non era stato mai identificato, il fascicolo di Roll giaceva in Procura, in attesa di accertamenti affidati alla polizia giudiziaria. Dopo un po' di tempo, la notizia era scomparsa dalla cronaca, in seguito ripresa più volte dai media, senza ulteriori novità, aveva finito per essere dimenticata. La Ruffo aveva chiesto un incontro, ed aveva ricevuto Gabriele D’Orsi in casa sua, dove il marito era stato assassinato la mattina del primo novembre, la festa di Ognissanti, alle sette del mattino, con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo sul petto. Questo avevano accertato gli inquirenti, poi più nulla. Nessuno aveva visto o sentito niente, almeno così sembrava. Non vi erano telecamere nei pressi del palazzo abitato da Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Le altre sulle strade vicino non avevano registrato immagini utili alle indagini, così avevano concluso gli investigatori della polizia, forse solo una, sfuocata, un’ombra scura, un uomo con un cappello da contadino in testa. Ma come poteva stabilirsi chi fosse quell’uomo? Un indizio, uno sconosciuto ripreso da una telecamera di un bar, in un viale distante centinaia di metri dal caseggiato, dove era stato consumato il delitto.
Era questo il breve consuntivo delle indagini, che D’Orsi aveva riferito alla vedova Ruffo, dopo essersi consultato con le sue fonti e documentato con copia di tutti gli atti dell’inchiesta resi pubblici, in merito all’omicidio del capitano Roll. E D’Orsi sapeva che non c’era nient’altro di accertato, tranne suggestioni della stampa e dei media in proposito, spunti di discorsi senza fondamento tutti lasciati cadere.

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VILLAR
Dopo aver finito di parlare con lo zio, Villar rimase a guardare i cartelloni pubblicitari dei film in programmazione al cinema “Barberini”, c’era una rassegna dei film di Michelangelo Antonioni, quel giorno proiettavano “L’avventura” con Monica Vitti. Decise di andarlo a vedere. Dopo le scene romane, ecco la crociera, il mare della Sicilia, l’isola, gli scogli, lo sciacquio delle onde, si distrasse, non finì di vedere il film e uscì. S’incamminò, risalendo per via Veneto, per raggiungere il garage sotterraneo di Villa Borghese, dove aveva parcheggiato la sua autovettura.
Villar era laureando in Economia alla Luiss, doveva soltanto discutere la tesi ai primi di luglio, e in quello scorcio di primavera aveva frequentato ogni tanto l’Agenzia dello zio Gabriele, più che altro per incontrare la cugina Martina, con cui aveva amici in comune, tutti della loro età. E quella volta in cui aveva ricevuto l’incarico dalla vedova Ruffo dell’indagine sulla morte del marito, Gabriele D’Orsi aveva colto l’occasione per dare incarico al nipote di occuparsi del caso. Ormai libero da preoccupazioni di studio, il giovane aveva accettato, e si mise all’opera, cominciando con ricerche presso gli archivi della stampa nazionale su notizie di cronaca dell’epoca, dopo aver letto il dossier, con tutti gli atti giudiziari che Gabriele si era riuscito a procurare. Chi aveva avuto interesse a uccidere Roll? Uno sconosciuto. E perché? Le indagini a tutto campo nella cerchia di familiari e conoscenti e negli ambienti di lavoro della vittima non avevano approdato a nessun risultato. Se qualcosa in quella direzione delle indagini era rimasta nascosto, non sarebbe stato certo facile a lui scoprirlo concretamente, sarebbero state soltanto suggestioni e ricostruzioni astratte. Bisognava allatgare il gradiente oltre il giro delle persone conosciute, entrando in un ambiente sconosciuto. E il movente? Occasionale o forse scaturito da un errore di persona. Un colloquio diretto con la vedova l’avrebbe forse aiutato, intanto doveva darsi da fare da solo. Nei giorni prima e dopo il primo novembre di due anni prima, c’erano stati parecchi fatti di cronaca nera, non di grande rilievo: furti, scippi, rapine, liti familiari. Diversi mesi prima, però, nel quadrante sud di Roma, nella zona dell’ardeatino, era stato compiuto un omicidio, rimasto ancora come un giallo irrisolto. Villar non cedette alla tentazione di complicare il caso, e seguì il criterio suggerito dal “rasoio di Occam”: tagliare tutte le ipotesi superflue, scegliendo la spiegazione più semplice tra quelle egualmente valide, ma più complesse. In tal modo, però, tagliando tutte le ipotesi conosciute, e non complicando il caso con la commistione di altri casi, rimaneva nulla o poco più: quella tenue e sfuocata immagine, ripresa dalle telecamere, e giudicata non utile dagli investigatori ufficiali. Chi era? E come c’entrava con il delitto?

Silvio Minieri ha detto...

Villar allargò le sue ricerche negli archivi di stampa a tre anni antecedenti il delitto del novembre di due anni prima. Cercava l’immagine di un uomo calzante un cappello simile a quello dei contadini o dei pescatori, e questa immagine gli suggeriva uno scenario rurale. E un tale scenario agreste o suburbano come poteva comporsi con quello più propriamente urbano? Il villan che s’inurba. Villar rise tra sé, e andò anche a controllare il rifermento letterario dantesco, che gli era balzato in mente: «Non altrimenti stupido si turba / lo montanaro, e rimirando ammuta, / quando rozzo e selvatico s'inurba», “Purgatorio”, XXVI, vv.67-69. Erano considerazioni astratte, un vagare tra le nuvole, bisognava scendere a terra, propriamente la città di Roma, nei pressi del palazzo di Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Recatosi sul posto, si fece una passeggiata sui tratturi, fra i prati di amaranto e i noccioleti, un pezzo di campagna romana non ancora urbanizzato, incontrando qualche rara persona con il cane, vide anche un pastore con un gregge di pecore. Si fermò e si guardò intorno, da una parte, lontano la Cristoforo Colombo, dall’altra gli ultimi insediamenti di case verso l’Ardeatina. E non ostante quella sua sensazione rurale ed agreste, derivatagli dalla immaginazione suggerita da quella sagoma sfuocata con il cappello da contadino, ripresa dalla telecamera di un bar, si convinse che il contesto di quel paesaggio, a tratti bucolico e georgico, non c’entrava affatto con il delitto. Era la sua mente astratta che vagava tra le suggestioni dei poemi di Dante e di Virgilio, doveva immergersi nella realtà cittadina, spostarsi nelle adiacenze, tra le strade, le case, gli uffici commerciali della zona. E così rimase in osservazione per diversi giorni, qualche ora della mattina o del pomeriggio, ad osservare quell’angolo di quartiere, soprattutto il tratto della via Dresda, dove sorgeva il palazzo di Roll. Gli autobus di linea venivano dalla Grottaperfetta, risalivano sulla via Dresda, giravano per via Dublino, e andavano a finire la corsa al capolinea di viale Londra. Il primo novembre era un giorno festivo, l’assassino non era arrivato con l’autobus, alle sette del mattino, verosimilmente unico passeggero, in un quartiere residenziale deserto. Villar aveva fatto la prova il primo maggio, salendo alla fermata dell’autobus alla stazione della metro B della Laurentina, e scendendo alla via Dresda: d’intorno nessuno né a piedi né in macchina, il bar chiuso, le case silenziose e deserte. Restò a guardare il palazzo di Roll e immaginò di sentire tre spari, un’eco, si voltò verso la torre in vetrocemento di undici piani, li aveva contati l’unica sera, in cui era venuto ad osservare il luogo, calcolando il numero di luci dei piani delle scale.

Silvio Minieri ha detto...

MARZIO
Quando giunse a Riva Fredda, comune di non più di trecento abitanti, nella città metropolitana di Roma capitale, ai confini con l’Abruzzo, a metà strada dall’Aquila, Villar notò alcuni avvisi funebri sulle mura delle case della piazzetta principale, la celebrazione del trigesimo della morte di Andrea Marzio, di 73 anni. Guardandoli meglio, si accorse che recavano la data di circa quindici giorni prima. In paese c’era un hotel con un bar, dove Villar andò a consumare un aperitivo, e incontrò una donna, poi rivelatasi consigliere di minoranza della giunta comunale. Il sindaco risiedeva con la famiglia a Roma, il defunto era un cugino sia suo che del primo cittadino. Villar era un turista? No, solo un visitatore. Benvenuto a Riva Fredda, era venuto a trovare qualche amico? No, una tappa di un suo giro, per le montagne. Villar notò una foto su un angolo del bancone: ritraeva un giovane viso femminile sorridente, la chioma ben curata dei capelli. “Chi è?” domandò. La consigliera Bernardini non rispose, la barista si era avvicinata ai due: “È il ricordo di una ragazza che non c’è più” disse. Villar notò che l’interlocutrice teneva lo sguardo fisso sulla consigliera. La donna taceva, allora la barista disse: “Sabina, la figlia di Marzio, morta in un incidente stradale, anni fa.” “Un lutto per un’intera comunità,” osservò Villar. Poi, non trovando altre parole, domandò: “Vengono turisti anche d’estate?” “Pochi” disse a voce alta la Bernardini, il riso ironico: “L’amministrazione attuale è inefficiente.” Quindi decise di andarsene, anche la barista ritornò a lavare e asciugare i bicchieri. Villar bevve l’aperitivo, pagò, salutò e se ne andò. Prima di lasciare la piazza, guardò la fotografia nel riquadro tondo degli annunci funebri. Era proprio lui, il viso rugoso, i baffi bianchi, i capelli canuti folti, le basette lunghe. Villar ricordò quel viso con un cappello da contadino calzato sul capo. Tutti i particolari coincidevano, mancava un ultimo anello. Ma quali erano gli altri anelli, che l’avevano condotto in quel borgo, non certo lontano dal mondo?
Quando era andato a controllare tutti i fogli di cronaca dei giornali delle principali testate, negli archivi a cui gli avevano consentito l’accesso, aveva sempre cercato di trovare quell’immagine di un uomo con il cappello da contadino, simile al fotogramma della telecamera, e una volta aveva rintracciato un volto di profilo, che sembrava corrispondere. Era la fotografia del funerale in chiesa di una giovane donna deceduta in un incidente stradale nei pressi dell’autostrada Roma L’Aquila, all’uscita del casello di Lunghezza, qualche chilometro dopo. Villar aveva voluto approfondire la notizia su un foglio locale della Comunità montana delle valli dell’Aniene. La fotografia era la stessa, più ingrandita, ma l’articolo portava maggiori dettagli: la vittima, Sabina, ventisette anni, era figlia di Andrea Marzio, abitante del comune di Riva Fredda. L’incidente era avvenuto alle nove di sera, l’autovettura su cui viaggiava la ragazza era ferma a bordo strada, e lei era scesa dalla parte della guida. In quel momento era sopraggiunta un’automobile di grossa cilindrata viaggiante a forte velocità sulla stessa carreggiata, investendola in pieno e lasciandola esanime sulla strada. L’autista non si era fermato e la ragazza era stata soccorsa poco dopo da un altro automobilista. Ricoverata in ospedale, era morta il giorno dopo. Il lutto aveva investito l’intera comunità di Riva Fredda, dove la ragazza era nata e cresciuta e molto apprezzata.

Silvio Minieri ha detto...

Villar cercò nelle cronache successive, ma non riuscì a trovare altri particolari, ne parlò con Gabriele, che riuscì a ottenere gli atti dell’inchiesta giudiziaria, rimasta a carico di ignoti. Leggendo tutti i verbali, Villar appurò che l’autovettura investitrice, risultata rubata, era stata recuperata un anno dopo a Roma sud, in località “Divino Amore”. Era stata applicata una targa falsa, il numero di telaio era stato contraffatto, e sui registri del PRA, i dati corrispondevano ad un’autovettura rottamata. Approfondendo gli accertamenti, Villar scoprì che il numero di telaio, soltanto per una cifra dubbia, 3 invece di 8, era uguale a quello di un’autovettura, intestata a una società, di cui era stato titolare Silvio Rollemberg. Il particolare non risultava dall’inchiesta degli atti ufficiali, ma erano informazioni che potevano essere facilmente prese sottotraccia.
Gabriele non era convinto, ma riuscì a ottenere una fototessera di Andrea Marzio, datata molti anni prima. Aiutato da Martina, con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, Villar elaborò un’immagine dell’uomo più vecchio d’età, viso rugoso, baffi spioventi e basette lunghe, con il cappello da contadino a coprirgli la testa. Gabriele scosse la testa, guardando l’immagine, lodava l’impegno, ma sapeva e disse che non bastava. Le informazioni dovevano corredare l’immagine e il tizio doveva essere collegato sulla scena del crimine. Dubitava anche del movente, una vendetta per errore, compiuta a distanza di tre anni. “È un piatto che si serve freddo” disse Villar. Gabriele lo guardò: “Vill, stiamo fantasticando troppo, abbiamo fatto tutto noi, anzi tu. Sei stato bravo, devi continuare, trovare i riscontri.” “E se mostrassi queste fotografie alla vedova?” disse Villar. “Al momento possiamo soltanto illuderla, non è professionale.”
E poi l’inchiesta ufficiale aveva già percorso la pista, per identificare la persona ritratta dalla telecamera. Si era pensato alla foggia di un cappello militare, ed era saltato fuori un capitano dell’esercito, forse per la stessa qualifica con cui era conosciuto il morto. Abitava in una casa lì vicino con tutta la sua famiglia, era in servizio all’estero, ma aveva approfittato di un breve periodo di ferie per rientrare in Italia e passare quel giorno festivo coi suoi. Non conosceva affatto il capitano Roll, che non era un militare, ma era conosciuto con quell’appellativo, in quanto capitano d’industria. Dopo il flop, gli investigatori avevano evitato altri spiacevoli scivoloni.
Quando Villar se ne andò deluso, Gabriele preso da uno scrupolo, decise di avvertire la vedova di una possibilità ulteriore d’indagine, avrebbe deciso lei, e lei decise subito.

Silvio Minieri ha detto...

L’INCONTRO
Giunse a Bruxelles in mattinata, a mezzogiorno era seduto in fondo al salone del “Bristol”, Avenue Louise. Dora Ruffo arrivò qualche minuto dopo, prima di lei, Villar notò due giovani in giacca e cravatta affacciarsi nella sala leggermente in penombra, e uno di loro sembrò dargli un’occhiata distratta, non c’era nessun altro. Dora Ruffo apparve sulla soglia, alta e magra, pantaloni neri, blusa nera, camminava dritta con passo incerto. Villar si mosse rapido verso di lei: “Sediamoci qui,” disse lei, indicando alcune poltrone, dove c’era più luce. Aveva allungato la mano destra, nello stringerla, Villar abbozzò un leggero inchino, poi si sedettero. “Ha fatto buon viaggio?” s’informò lei. “Sì, grazie,” disse Villar. “Mi scuso ancora, per averla fatta venire, ma non potevo muovermi prima.” Era premurosa. “Non è stato un problema, signora Ruffo, non deve preoccuparsi per me.” La donna gli riferì del messaggio di Gabriele e del suo interesse a questa nuova traccia. Villar trasse di tasca la fotografia di Marzio, ricavata con l’Intelligenza artificiale, e la mostrò alla signora Ruffo. La donna prese la fotografia, la tenne tra le dita, dritta, di fronte a sé, fissandola in silenzio per un minuto buono. Villar si volse verso l’entrata, dove vide uno dei giovani di prima, si era affacciato nella sala e aveva lanciato uno sguardo verso di loro, era una delle guardie private di Dora Ruffo. “Mio marito non frequentava altre donne, che io non conoscessi,” disse la donna. Restituì la fotografia: “Non lo conosco, non l’ho mai visto prima.” Villar riprese la fotografia: “Si chiama Andrea Marzio, è morto qualche mese fa, 73 anni.” Se lei pensava a un motivo passionale, peraltro a lei ignoto, si sbagliava. “Cherchez la femme”: l’inchiesta ufficiale l’aveva cercata, ma non l’aveva trovata, e Dora Ruffo lo sapeva. Non sapeva dell’altro movente, di cui Villar la informò, specificando ogni dettaglio. “L’inchiesta è chiusa, allora?” interrogò lei. “Bisogna collocare Marzio sulla scena del crimine,” spiegò lui. “Mio marito ucciso per errore, quasi tre anni dopo?” La donna sembrava essere stata colta dal dubbio. “Una vendetta sbagliata contro un estraneo inconsapevole.” Il giovane spiegò che era una traccia non presa in esame dall’inchiesta ufficiale o quanto meno non suffragata da alcuna prova, era rimasto un delitto senza movente. “Se la traccia dovesse rivelarsi giusta, passeremo il risultato dell’inchiesta alle autorità ufficiali, dopo averle consegnato il dossier. Per ora, signora, non abbiamo altro.” La conversazione sembrava conclusa, ma la Ruffo non si alzò. “Ha fatto un ottimo lavoro, è bravo nella sua professione.” Villar ci tenne a precisare la sua posizione, spiegando di quel suo primo incarico, tutto sotto il controllo dello zio, una vita investigatore pubblico ed ora anche privato. Per quell’attività, valevano le esperienze e le relazioni di Gabriele D’Orsi, le sue competenze, invece, erano diverse, aveva appena finito i corsi universitari di economia. La donna si alzò: “Allora, spero di rivederla presto, dottor Villar.” Il giovane sorrise: “Discuterò a giorni la tesi di laurea.”
“Allora, auguri per il suo futuro di economista.” Si avviarono all’uscita, dove erano in attesa le due guardie private. “Mi chiami Dora,” disse la donna, prima si lasciarlo. “Certo, signora Dora,” rispose Villar. Dora Ruffo si mosse verso l’autovettura, salì, e partì insieme alla sua scorta. Villar chiamò un taxi, per andare in aeroporto, il volo pomeridiano per Roma, il cielo era stato grigio, la mattina, ma ora sembrava schiarire.

Silvio Minieri ha detto...

LA SPAZZINA
Erano le nove e un quarto del mattino, e Villar si trovava all’angolo tra via Dresda e via Dublino, in attesa del furgone dell’AMA, che aveva visto poco prima fare il giro per viale Londra. Infatti, qualche minuto dopo, il furgone scese giù per via Dublino, fece mezzo giro attorno alla rotonda, l’aiuola al centro dello spiazzo di via Dresda, e andò a fermarsi davanti al cancelletto dell’isola ecologica, dove c’erano i bidoni della spazzatura da vuotare. Dal furgone scese prima una donna sulla cinquantina, una bionda tinta, e poco dopo, dal sedile dell’autista, balzò a terra una donna più giovane, pronta per le dovute incombenze. Aprirono il cancelletto, con la chiave custodita nel cassettino, di cui le due operatrici ambientali avevano il codice, tirarono fuori un cassonetto e lo accostarono al retro del furgone. La giovane risalì al posto di guida e manovrò sull’apposita leva che azionava il sollevamento del contenitore posteriore per l’aggancio e svuotamento dei cassonetti. Nel giro di qualche minuto, le due donne portarono a termine le operazioni di raccolta, chiusero il cancelletto, riposero la chiava nell’apposito cassetto, risalirono sul mezzo e ripartirono. L’automezzo girò attorno alla rotonda, proseguì per un centinaio di metri e andò a fermarsi più avanti, accanto all’isola ecologica seguente, che serviva gli altri condomini. Villar aveva osservato tutta la scena, stando fermo in piedi sul marciapiede di fronte, e quando l’automezzo della nettezza urbana ripartì, risalì sulla sua autovettura, che aveva parcheggiato lì vicino, e si mosse in direzione di viale Londra. Quindi sbucò su via dell’Annunziata, girò a sinistra e andò in fondo all’incrocio sull’Ardeatina, per riprenderla a destra, giungere sulla Grotta Perfetta, e imboccare infine via della Fotografia, che costeggiava il parco prospiciente la strada, dove andò a parcheggiare. Scese dall’autovettura e con le mani conserte rimase in attesa. Dopo una ventina di minuti, il furgone dell’AMA riapparve per completare il suo solito giro. Villar risalì in macchina, per non farsi notare, e rimase ad osservare la manovra del parcheggio dell’automezzo accanto alle file di case, dove erano sistemate altre isole ecologiche. Assistette alla scena simile all’altra, secondo un copione che si ripeteva ad ogni fermata. L’anziana scendeva e andava a prendere i cassonetti, aiutata dalla collega giovane, scaricavano i rifiuti, risistemavano i cassonetti, poi risalivano sul furgone e ripartivano. Le strade erano deserte, era domenica, e le due operatrici dell’AMA, quindi, stavano svolgendo un turno festivo, quello della mattina.

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Dopo alcuni giorni di osservazione, Villar era riuscito a individuare l’itinerario e gli orari degli automezzi, nonché il personale di turno a bordo, e calcolò che la coppia di donne, che aveva osservato la prima volta, avrebbe dovuto svolgere il turno del lunedì mattina della settimana seguente. Infatti, come previsto, il lunedì mattina, apparvero in via Dresda quasi puntuali, e Villar decise di andare a parlar loro, quando sarebbero passate più tardi in via della Fotografia, dove c’era anche una fontanella pubblica. Quando vide spuntare il furgone dal fondo della strada, per risalire verso la Grotta Perfetta, si attardò a lavarsi le mani e bere dallo zampillo d’acqua. Il furgone si era fermato poco più sopra, e quando la donna dalla parte del passeggero saltò giù, Villar si avvicinò, scuotendo le mani nell’atto di asciugarle, e disse, sorridendo: “È potabile l’acqua?” La donna gli diede uno sguardo senza rispondere, poi, mentre si avviava verso i cassonetti, si voltò dalla parte di Villar e commentò: “Ci bevono pure i cani.” Intanto, l’autista, l’operatrice giovane, era scesa dal furgone, si avvicinò guardandolo in faccia, e disse: “Siamo due spazzine e stiamo lavorando.” Villar le sorrise: “Anch’io” disse. “Sono un investigatore privato.” La ragazza lo squadrò severa: “Sei pagato dall’azienda, per controllarci?” Villar scosse la testa: “No, no!” L’altra operatrice si stava avvicinando, trascinando il cassonetto: “Tu sei lo stalker” disse. Villar rise: “Sì” rispose, alzando le mani. Le due donne lo guardavano: “Io pago le informazioni, in contanti.” Estrasse dalla tasca due banconote da cinquanta euro: “Questo è un anticipo, a fondo perduto.” La giovane rispose in tono di sfida: “Noi non ci facciamo corrompere.” Villar rimise le banconote in tasca, mentre l’altra operatrice ironizzò: “Magari sono pure false.” Villar aveva tirato fuori un bigliettino da visita e lo porgeva alle due donne: “Questo è il recapito dell’Agenzia, io sono Villar.” L’anziana fece un cenno alla giovane, questa si tolse il guantone, prese il bigliettino con le punte delle dita e vi lanciò un’occhiata sopra. “Grazie, buon lavoro ragazze, ci vediamo” disse Villar e si avviò alla macchina parcheggiata lì accanto, senza aspettare la risposta. Poco dopo, passando vicino, salutò con un cenno dalla mano, mentre le due donne erano tornate ad armeggiare con i cassonetti. Rallentò, per farsi prendere il numero della targa, e dallo specchietto retrovisore vide, infatti, che ora lo stavano osservando.

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STEFANIA
Stefania gli telefonò, due o tre giorni dopo, era l’operatrice ecologica giovane. “Sono la spazzina, il signor Villar?” “Sono io” rispose Villar. “Sono Stefania” disse lei. “Ciao, Stefania” rispose Villar.” “L’informazione posso darla anche adesso per telefono” disse Stefania. “Non posso mostrarti la fotografia per telefono” disse lui. “Mi vuoi vedere?” disse lei. “Sì” rispose, deciso, Villar. “Alle due, quando smonto dal servizio, al bar di via Dresda, hai capito quale?” “Certo, sarò lì puntuale” disse lui. “Comunque, ora, ho il tuo numero di telefono” aggiunse. “Ciao, investigatore,” disse lei, e chiuse.
Quando Stefania si presentò, Villar era seduto al tavolino del bar convenuto. Si alzò in piedi, nel vederla e le spostò leggermente la sedia, per farla sedere. Il gesto premuroso non sfuggì alla giovane, che con una leggera increspatura delle labbra, mostrò il suo apprezzamento. “Io ho due figli” mise subito in chiaro, con un sorriso. “Io non ho figli” replicò lui. Poi domandò: “Un caffè? o un aperitivo?” “Un caffè” disse lei. Quando il cameriere si presentò, Villar ordinò due caffè, e acqua minerale. Gli esercenti del bar tavola calda erano asiatici, e gestivano anche un minimarket, lì accanto. Il locale era frequentato da personale degli uffici, siti nelle vicine torri in vetrocemento, e a quell’ora della pausa pranzo era abbastanza affollato. “Questioni di corna, vuoi sapere se qualcuno dei miei colleghi tradisce il partner?” Disse Stefania, cercando di indovinare la richiesta di Villar. “No, no,” replicò lui, sfilandosi dalla tasca una busta, che depose sul tavolino. “Dentro ci sono duecento euro e una fotografia, guardala e dimmi se l’hai mai visto prima. Lei prese la busta, tirò fuori la foto, l’osservò con cura. Era il ritratto di Andrea Marzio. “Mai visto” disse lei, dopo aver guardato per un po' l’immagine. Villar si riprese la fotografia, e la infilò in tasca. “Tieni pure il compenso” disse indicando la busta. La giovane controllò le banconote, non le prese, richiuse il plico e lo spinse in direzione di Villar. “Non prendo soldi” si limitò a dire. “L’informazione era un’altra” disse lui. La giovane scuoteva la testa. “Volevo sapere se tu e la tua collega facevate gli stessi turni qui due anni fa, a ottobre,” disse lui. “Che cosa è successo?” Villar tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio di giornale, quello che portava la notizia in cronaca dell’omicidio del capitano Roll. La giovane lesse l’articolo, si era fatta seria. Villar si guardò intorno, nessuno badava a loro, neppure prestava attenzione alla loro conversazione. Quando finì di leggere la notizia, Stefania restituì il foglio: “È stato lui?” domandò. “Non lo so,” rispose Villar. La ragazza picchiettò con le dita sulla busta con le banconote, rimasta sul tavolino, ora guardava Villar con uno sguardo nuovo, senza parlare. “Se vuoi, posso chiedere a Germana, io in quel periodo ero in maternità,” disse infine. Villar assentì. Erano arrivati i caffè, Villar pagò, bevvero entrambi, quindi lei si alzò in piedi. Lui prese la busta e la mise in tasca, poi si alzò. “Ti facciamo sapere” disse lei. Stettero un po' in silenzio. “Beh, ciao,” disse lei, e fece per andarsene. “Ci siamo visti” disse Villar, allungando la mano, per salutarla. Lei gli si avvicinò, si sfiorarono le gote. “Ciao, Villar,” disse e si avviò in fretta, voltandosi un attimo, un gesto di saluto appena accennato con la mano. Villar la guardò allontanarsi, poi attraversò la strada, per andare a prendere l’autovettura, che aveva parcheggiato più avanti, accanto al marciapiede.

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GERMANA
“Vieni a casa” disse Germana, quando sentì al telefono Villar, uno o due giorni dopo, gli diede l’indirizzo, via Ignazio Silone, al Laurentino. Erano le quattro del pomeriggio, quando la donna ricevette il giovane e lo introdusse in cucina. Subito, alla porta si era affacciato un ragazzino, una decina d’anni: “Mamma, posso uscire?” disse. “Non hai fatto i compiti,” disse la madre. Il bambino piagnucolò e insistette nella richiesta. “Vai in camera, adesso ho da fare con il signore,” disse. Il ragazzino protestò, approfittava della presenza dell’ospite, per convincere la madre. Villar gli sorrise: “Ciao” disse. Il bimbo fece una smorfia, poi rispose: “Ciao, zio.” Germana prese il figlio per mano e l’accompagnò fuori dalla cucina, nel saloncino d’ingresso parlarono ancora tra loro, poi Villar sentì la porta d’ingresso che si apriva e poi si richiuse. Germana ricomparve in cucina e con un’alzata di spalle commentò: “Purtroppo gli manca il padre.” Villar tacque. “Vuole un caffè?” “Non s’incomodi.” Germana andò ai fornelli, prese la moka e prima di caricarla, domandò: “Ristretto?” “Sì, grazie,” rispose il giovane. Aveva messo la fotografia di Andrea Marzio sul tavolino. Poco dopo, lei gli diede la tazzina con il caffè e la zuccheriera. Si sedette, prese la fotografia e la guardò, la tenne parecchio, mentre Villar beveva il caffè. “In quel periodo ero di turno con Alfio, forse lui… però…” Villar ripose la tazzina: “Che cosa vuoi dirmi?” Germana gli restituì la fotografia. “Eravamo presi da un’altra notizia, allora.” Villar si fece attento, l’intuito femminile suggeriva sempre una traccia. Germana raccontò di Lorena, una donna che abitava nella zona, uno degli edifici in vetrocemento di via Dresda. Era stata molto chiacchierata, ed era stata soprannominata “La pallida”, attirava gli uomini in casa sua, per poi denunciarli a mogli e fidanzate, una battaglia in favore delle donne tradite. C’erano cascati in molti. Anche Alfio, pensò Villar. Germana spiegò che ne avevano parlato anche i giornali e la televisione. Ma che cosa c’entrava questa storia con il delitto Roll? Una vicinanza di luoghi non dice nulla su una relazione di eventi. Bisognava verificare, pensò Villar. “Mi hai dato uno spunto, non è poco,” disse Villar. Si era alzato, aveva ripreso la fotografia e porse i duecento euro.” Lei rifiutò: “Non ti ho detto niente.” “Prendine almeno cento” disse Villar. Germana disse: “Tu sei un dottore.” “I dottori prendono di più per niente,” replicò lui. “E credimi, forse meriti ancora di più,” aggiunse. Germana lo guardava con un mezzo sorriso: “Io non ti ho detto niente,” disse. Lui gli allungò i duecento euro: “Sono duecento, proprio perché non mi hai detto niente.” Villar era conclusivo, Germana prese i duecento euro, lo accompagnò alla porta, si sfiorarono le gote. “Ciao, dottore” disse lei. “Ciao,” rispose sorridente Villar, salutò con un gesto della mano, voltandosi, prima di allontanarsi.

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LORENA
Sulle cassette postali, all’interno 23 del palazzo di 11 piani, c’era scritto: “Lorena”. Villar suonò al videocitofono, e si sistemò ben in vista davanti alla telecamera. Dopo un po', una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar, il dipendente di un’agenzia di investigazioni private.” “Che cosa vuole?” domandò la voce femminile. “Un’informazione, cinquecento euro, anche se la risposta è negativa.” “Oggi no, passi un’altra volta.” Stava per dire: “Quando?”, ma la conversazione era stata interrotta. Trasse dalla tasca un biglietto da visita con il suo nome e quello dell’agenzia con numero di telefono e indirizzo e-mail, lo infilò nella cassetta di Lorena e si allontanò.
Un paio di settimane dopo, Villar si accorse di essere pedinato. Era sceso dall’autobus, che da Ponte Milvio l’aveva portato fino alla Giustiniana, quartiere di Roma fuori del raccordo anulare. Stava andando nella parrocchia dell’Immacolata, per ritirare il certificato di matrimonio di Laura Longobardi, una ex-miss Italia di circa vent’anni prima, come gli aveva commissionato Gabriele. In verità la Longobardi era arrivata seconda o terza, comunque sul podio, aveva fatto un po' di spettacolo e di cinema, poi era sfiorita. Forse il certificato serviva a Gabriele per indagini commissionatele dalla donna, ma Villar non si era fatto troppe domande. Era sceso dall’autobus, e si era diretto verso la chiesa, quando capì che quella giovane donna scesa subito dopo di lui, fermatasi sul marciapiede senza attraversare la strada lo stava pedinando. Che cosa gli aveva dato quella sensazione? A metà percorso, quando percepì, senza sapere perché, che una ragazza, in verità poteva avere una quarantina d’anni, l’aveva adocchiato, andò davanti alle porte del mezzo pubblico, come se volesse scendere alla fermata Tomba di Nerone. La donna alle sue spalle doveva essere quella che lui pensava lo avesse notato, si spostò per farla scendere, altre persone scesero, non lei. Evitò di guardarla, fino alla Giustiniana, e quando scese, con la coda dell’occhio, fingendo di voltarsi per vedere se la strada era libera per attraversare, si accorse che anche lei era scesa ed era rimasta ferma sul marciapiede. Il parroco l’aspettava e lo ricevette personalmente, e dopo avergli consegnato il certificato, lui aveva presentato la delega e la fotocopia del documento dell’interessata, non richiese offerte, ma lo invitò a recitare soltanto una Ave Maria. So recitare la preghiera solo in latino, disse Villar. Il prete sorrise: “In ogni lingua, è sempre una preghiera.” Squillò il telefono, don Fiorio rispose e disse che stava partendo per Ragusa, era arrivata una nave con gli immigrati. Villar ne approfittò per congedarsi. Fuori, si avviò alla fermata dell’autobus, per rientrare verso Ponte Milvio. La ragazza bionda, aggraziata in un vestito lungo marroncino chiaro con ricami, lo stava aspettando. Villar attraversò e si avviò nella sua direzione, le si fermò accanto e guardò verso la strada. Erano solo loro due, in attesa dell’autobus. Salirono insieme e alla fine scesero insieme agli altri viaggiatori al capolinea di Ponte Milvio, lei si avviò a piedi verso il Foro Italico, lui andò verso il parcheggio per prendere la sua autovettura. Quella ragazza bionda era Lorena? O una sua incaricata? Chi era? Bisognava sciogliere il dubbio.

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LA PALLIDA
La mattina dopo, Villar era sotto casa di Lorena, il palazzo di undici piani in viale Dresda. Parcheggiò l’autovettura lontano, tenendo d’occhio l’ingresso del portone. Erano le otto del mattino, mise un dvd con la musica dell’orchestra di André Rieu, il concerto di Maastricht, e attese. Ogni tanto scendeva per sgranchirsi le gambe, faceva un giretto intorno, poi risaliva sull’autovettura. A mezzogiorno, si decise, scese e si diresse direttamente al citofono, suonò. Poco dopo, una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar” disse Villar. “Che cosa vuole?” rispose la voce presumibilmente di Lorena. “L’informazione per cinquecento euro anticipati, anche se con risposta negativa.” Aspettò in silenzio, uno o due minuti percepiti, reali una quarantina di secondi al massimo. Guardò l’orologio, poi si staccò dalla telecamera e stava per allontanarsi, quando si sentì richiamare: “Signor Villar, io non do informazioni.” Meno male, pensò Villar, poi disse: “Ha i miei dati, sono già un’informazione.” Dopo una nuova pausa di un minuto circa, la donna disse: “Io non ho i suoi dati, torni un’altra volta.” “D’accordo, grazie,” concluse Villar, “riprovo la prossima volta.” Si staccò dal videocitofono e andò a riprendere la macchina, salì, mise in moto e partì. Un minuto dopo, ricevette un messaggio sul telefonino: “Dove sta andando, Villar?” Villar era già in via Danzica, si fermò, accostò, e rispose: “In agenzia.” Chiuse e ripartì, poco dopo squillò il telefonino, Villar aprì la comunicazione: “Giovanotto, stai sbagliando tutto, aspetti quattro ore sotto casa mia, e te ne vai, senza aver ricevuto l’informazione, anche se negativa.” Verso la fine, la voce si era colorita di ironia. “Senti, Lorena… scusi signora, almeno ho risparmiato cinquecento euro.” “Ti darò l’informazione negativa, vieni.” Era un ordine, e il primo impulso del giovane Villar fu quello di non obbedire, ma non aveva scelta. Si fermò, fece inversione e tornò indietro per verificare. Che cosa? Qualcosa gli sfuggiva. Il pianeta donna o quella donna?

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Italo Calvino ha scritto un libro, intitolato: “Le città invisibili”, Marco Polo descrive all'imperatore Kublai Khan 55 città immaginarie, ognuna con un nome di donna. Nell’universo volano un numero infinito di pianeti e asteroidi, ci sarà un asteroide Lorena? Si domandava Villar. Suonò il campanello di casa, la porta era semichiusa: “Entra!” disse lei. Spinse l’uscio, e si scontrò con la donna. Villar si ritrasse: “Scusa” disse. Lei si mise da parte, e mentre entrava, Villar le lanciò un’occhiata, la donna indossava una veste da camera aperta lunga fino ai piedi, una sottoveste trasparente corta fino al ginocchio lasciava vedere la biancheria intima scura. Era Lorena, la bionda che il giorno prima, l’aveva pedinato fino alla Giustiniana, e che nel corso del viaggio di ritorno, non aveva scambiato con lui nessuna parola, solo qualche vaga occhiata, per poi allontanarsi decisamente all’arrivo. In verità, lui aveva tentato un approccio, alla fermata, quando lei l’aveva fissato eloquentemente, mentre le andava incontro nell’attraversare la strada, e lui aveva sostenuto lo sguardo. Doveva aver mormorato qualche parola sull’attesa dell’arrivo dell’autobus, dandole un’occhiata di lato, ma lei lo aveva continuato a guardare, senza rispondere. E ora? Voleva sedurlo?
Dopo essersi fatta guardare, Lorena si era richiusa la vestaglia stringendo la cinta, e accostato l’uscio scortò Villar fino al salotto. Erano in piedi, l’uno di fronte all’altra. “Sono io, la Pallida, non mi riconosci?” “Sì,” disse lui. Poi, quasi a voler precisare il suo stadio di conoscenza nei confronti della donna, disse: “Sulla targhetta del citofono c’è scritto: Lorena.” “Il nome lo leggono tutti” replicò lei. Che banalità! Villar trasse da una tasca del giubbotto una busta con i soldi e li tese alla donna: “Può contarli, signora, sono cinquecento.” Lei non prese la busta, ma si avviò al tavolo e disse: “Non do informazioni a pagamento.” In effetti, solo per un’informazione, la somma era rilevante, destava sospetto: “Posso dimezzare” disse lui. La donna scuoteva la testa: “No” disse risoluta. Villar si sentì a disagio: “Cento talleri” disse, estraendo dalla busta una banconota da cento euro. Lui sorrideva, ma lei lo guardava seria, le braccia conserte. Quindi gli porse una sedia: “Siediti! Ti faccio un caffè, mentre tu mi chiedi l’informazione.” Villar ripose la banconota nella busta. Alle spalle di Lorena, scendendo dalla scala interna era apparsa una donna alta e magra, in giacca e pantaloni. Si fermò al centro del soggiorno, aprì la giacca e si pose le mani sui fianchi, aveva le spalle larghe, un viso ossuto, sembrava la posa di un uomo. Diede un’occhiata a Villar, si ricompose e disse a Lorena: “Ti serve qualcosa?” “No, Magda, puoi andare.” Magda guardò ancora Lorena: “Non ti serve niente? Proprio niente?” “No, no,” disse Lorena “vai, Magda.” Quest’ultima lanciò ancora un’occhiata all’ospite e sembrò fargli un cenno di saluto, poi a passi decisi si allontanò e uscì dalla casa.

Silvio Minieri ha detto...

Villar non si era seduto, era rimasto in piedi, mentre Lorena gli voltava le spalle, avviandosi in cucina. Lui fece qualche passo e le mise una mano sulla spalla, come a fermarla. La donna si fermò e si voltò di scatto, un’espressione, come dire? trionfante, vittoriosa? “Guardi, devo andare, era solo un’informazione, capisco la risposta negativa.” Uno strano sorriso illuminava il volto di Lorena, aspettava la domanda, di cui il giovane temeva già la risposta negativa. E perché negativa? Accadde nella frazione di un secondo, Villar estrasse dalla tasca della giacca una fotografia, e la mostrò a Lorena: “Conosce quest’uomo?” “D’un tratto, come una luce che si accende all’improvviso e divampa come fiamma, sorge nell’anima questa conoscenza.” Alcuni autori traducono: “Scocca la scintilla”. È il passo della “Settima Lettera”, in cui Platone parla della “vera” conoscenza. Villar conosceva il testo platonico, forse no, Lorena non lo so. Nel vedere l’immagine che Villar le mostrò, la donna trasalì di colpo. Il turbamento colpì anche Villar, che si affrettò a rimettere in tasca la fotografia. “All’improvviso”, ἐξαίφνης è l’stante psichico, la particella elementare mai realizzata in laboratorio, che nella tabella degli elementi chimici è stata registrata come ἐξ. Si tratta del simbolo dell’istante psichico, “quello da cui partono i cambiamenti nelle due opposte direzioni. Non si ha cambiamento a partire da uno stato di quiete ancora immobile e neppure a partire da uno stato di movimento ancora in movimento. Invece questo è straordinario (atopon) dell’istante ἐξαίφνης, che si trova in mezzo tra il movimento e la quiete, perché non è in nessun tempo. È quello verso cui e da cui quanto si muove muta nella quiete e quanto è nella quiete muta in movimento.” (Platone, Parmenide, 156d) In tal senso, nel senso filosofico, ma anche nel senso comune, essendo ἐξαίφνης fuori del tempo, può essere vissuto, ma non descritto. Lorena, pallidissima, l’espressione stravolta, disse: “Non lo conosco.” Villar stava rispondendo: “Ma lo riconosci!” Però tacque. Lorena lo spinse verso la porta: “Adesso, te ne devi andare,” disse con fare alterato. Si accorse che tremava tutta: “Me ne vado subito” disse, e uscì in fretta. Scendendo le scale, temette di incontrare quella donna alta, andata via prima di lui, ma non incontrò nessuno. In strada, raggiunse la sua autovettura parcheggiata lì davanti, salì a bordo, mise in moto e partì.

Silvio Minieri ha detto...

MAGDA
Stava rientrando in agenzia, quando Gabriele gli telefonò: “Sto andando via, Martina non c’è, ci vediamo verso sera.” Villar assentì, chiuse la comunicazione e si diresse a casa sua. Quella donna sapeva. Che cosa sapeva? Sapeva tutto. Un delitto: era vittima o colpevole? Chi aveva ucciso Roll? Andrea Marzio. E Lorena? Una testimone? Forse. La vicinanza dei luoghi, lo spazio, ora aveva una relazione con l’evento, nel tempo. Si era creato un campo “lontano”, un loop di spaziotempo, nel linguaggio della fisica QLG, interrelato con un campo “vicino”, diviso e congiunto dalla linea del presente. Nel pensiero comune un evento del tempo passato era riemerso nel tempo presente.
Quando giunse a casa, voleva farsi da mangiare, ma si accorse di non avere fame, avvertiva ancora l’emozione dell’accaduto. Troppe ombre si andavano accavallando nella sua mente, qualcosa aveva fatto improvvisamente precipitare gli avvenimenti. Che cosa? Si stese sul letto e si addormentò. Si svegliò prima del tramonto. Aveva sognato immagini confuse: Lorena fuggiva terrorizzata, inseguita da quell’uomo con il cappello da contadino, il viso rugoso, i baffi spioventi, che sparava tre colpi nella notte, come in un film horror, e ancora una donna sconosciuta che tentava di sedurlo. Quando arrivò all’Eur dalla sua abitazione in via Marconi, ormai era il vespro, aveva impiegato un po' più tempo del solito, a causa del traffico di quell’ora. In agenzia non trovò Gabriele, era stato convocato in Questura da un funzionario della squadra mobile, così disse Martina. “Il nostro caso,” domandò Villar? Forse. Sicuramente c’era un collegamento tra la sua visita in mattinata a Lorena e la convocazione. Nei giorni precedenti avevano avuto la visita di un commissario, la dottoressa Voss, che si era informato sulle attività di Villar. Gabriele era stato evasivo, in quanto Villar non era un dipendente dell’Agenzia, e al commissario aveva detto che il nipote non era un vero e proprio tirocinante, gli aveva chiesto solo di andare a prendere un certificato, un accertamento chiesto per conto di Laura Longobardi, una causa di separazione dal marito. Un tradimento coniugale? aveva interrogato il commissario. Aveva appena iniziato a fare indagini, aveva detto Gabriele. Era una donna alta e magra, fattezze mascoline, il commissario? domandò Villar. Martina guardò il cugino: “Lo conosci?” “Magda,” disse lui, stamattina era in casa di Lorena, sembravano amiche. “Tu non puoi esercitare, non hai la licenza, forse Lorena si è lamentata.” Villar non rispose. “Comunque puoi essere considerato tirocinante, tutto è a firma di Gabriele, il titolare.” “Certo,” disse Villar, e si sedette alla scrivania dello zio, per consultare il dossier “Roll”. Non c’era, Gabriele l’aveva portato con sé. “È stato Marzio” disse Villar. “A fare che cosa?” domandò Martina. Villar si stupì: “Come?” “Devono ancora accertare, confrontare le impronte, la sagoma delle telecamere, interrogare i familiari, parenti e amici.” “La pratica è passata alla Squadra Mobile?” domandò lui. Martina alzò le spalle, lui commentò: “Non credo che Lorena sia stata sua complice.” “No, vittima,” lo corresse Martina. Villar guardò la cugina, senza parlare. “Pare sia andata da lei, dopo l’omicidio.” A fare che cosa? Villar si pose la domanda, pensando già alla risposta. Aveva sognato che Marzio inseguiva e uccideva Lorena, ma era stato solo un sogno, il virtuale assassino era morto. Lorena non temeva ritorsioni, non era una testimone o una complice, ma una vittima. Così aveva detto Martina. Non poteva telefonare a Gabriele? Non è raggiungibile. “Allora, io vado via, ci vediamo domani.” Il caso era chiuso, doveva pensare alla sua laurea.

Silvio Minieri ha detto...

EPILOGO
L’inchiesta passò alla Squadra Mobile, il commissario Magda Voss seguiva il caso dal giorno dell’omicidio, quando aveva raccolto la denuncia di stupro da Serena Cavallaro, in arte Lorena la Pallida. Quel giorno, il mattino presto, un uomo, che in seguito aveva riconosciuto essere Andrea Marzio, si era presentato a casa sua, e senza darle nessuna possibilità di resistenza, l’aveva violentata. La vittima era stata sempre in contatto con il commissario Voss, le due donne erano diventate amiche. Quando, la prima volta, Villar aveva citofonato a Lorena, la donna aveva chiesto l’ausilio di Magda, l’aveva poi seguito, giudicandolo un perdigiorno, che un tempo sarebbe finito nella sua rete, ma volle lo stesso conoscerlo, un sedicente investigatore. Dal giorno della violenza, dopo un anno di assenza, era tornata a casa, senza più continuare la sua attività come prima, respingeva ogni virtuale cliente, se c’erano stalker, venivano subito intercettati dalla squadra del commissario Voss. Qualche volta avevano anche fermato e indagato persone che sembravano somigliare alla descrizione fatta da Lorena in sede di denuncia. La gaffe sul capitano dell’esercito aveva però consigliato prudenza, bisognava lavorare sottotraccia, senza intrusioni della stampa o dei media.
Le indagini su Andrea Marzio, grazie alle impronte lasciate sul luogo dell’omicidio, il campanello di casa, il DNA sulla vittima dello stupro, il riscontro con la sagoma della telecamera, il controllo degli orari, si conclusero presto. Nell’intervista rilasciata alla stampa e ai media, sulla soluzione del caso, il portavoce della polizia, dopo aver illustrato i dettagli dell’operazione, commentò che per le testimonianze nella cerchia di amici e conoscenti dell’assassino, gli investigatori avevano incontrato e dovuto abbattere un muro di omertà. Gabriele D’Orsi aveva spedito il dossier alla vedova Ruffo, ottenendo una generosa ricompensa, superiore alla sua parcella.
Era un lunedì dei primi di agosto, una mattina presto, quando Villar prese il trenino per Ostia Lido, e poi raggiunse a piedi un vicino stabilimento balneare, presumendo di trovarlo vuoto. Infatti, era il primo cliente, prese un ombrellone in riva al mare e si distese sulla sdraio, guardando all’orizzonte, immerso nei suoi pensieri. Uno o due minuti dopo, una giovane donna bionda in bikini, indicando il posto al bagnino, che le aprì l’ombrellone, venne a stendersi sulla sdraio accanto alla sua. Quando il giovane si voltò a guardarla, lei disse: “Buon giorno, sono Paola.” “Buon giorno” rispose lui. Lei rise: “Sono il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio Roll, stamattina ho fatto fatica a seguirla, sono in macchina.” Ecco, chiarito subito l’approccio, sarebbe stato strano, diversamente. “Sì, ho collaborato con mio zio dell’Agenzia D’Orsi,” rispose prontamente Villar. La giovane donna si stese comoda con il braccio sinistro dietro il capo, il cappello di paglia, gli occhiali da sole. Villar si alzò: “Vado a fare la mia solita nuotata mattutina dei giorni feriali.” “No, l’acqua è fredda” disse lei. Mentre stava entrando in acqua, lo rincorse con la voce: “Come ti chiami?” Lui si voltò: “Villar” disse, e si tuffò. La donna si alzò dalla sdraio e andò via.