mercoledì 24 settembre 2025

Narrativa

          

              Il musicista di Dublino



89 commenti:

Silvio Minieri ha detto...

IL MUSICISTA DI DUBLINO

1.
Erano entrambi seduti su un divano d’angolo del salone del “Londoner Hotel” di San Silvano sul mare e parlavano tra loro: l’uomo con l’impermeabile bianco, un cinquantenne magro ed asciutto, estrasse dalla tasca sinistra il telefonino e si mise in comunicazione con il maggiore Elsa Tedeschi; l’altro, un uomo apparentemente della stessa età, ma in realtà di qualche anno in più anziano, allungò una mano sul tavolino di vetro davanti a loro e diede un leggero tocco con i polpastrelli alla ceramica del samovar, per saggiarne il grado di calore, ritirandoli però subito lievemente scottato.
“Ci raggiunge qui?” interrogò l’uomo con l’impermeabile bianco, scostando il telefonino dall’orecchio e rivolgendo la domanda al suo vicino. Questi assentì con la testa e si affrettò a dire sì.
“Va bene, Tedeschi, venga: l’aspettiamo” concluse l’altro al telefono; poi chiuse la comunicazione. “Sarà subito qui,” disse ancora, riponendo il cellulare in tasca “abita poco distante.”
Un cameriere portò un vassoio con la zuccheriera, due tazze con piattini per il tè, un piattino con fette di limone e posò il tutto sul tavolino.
“Ancora una tazza” disse l’uomo con l’impermeabile bianco, mentre il cameriere serviva. Era un colonnello dell’Esercito, in servizio presso il Ministero degli Esteri; il suo compagno aveva l’incarico di capo del dipartimento affari militari per le missioni all’estero, nominato direttamente dal ministro, di cui era amico di vecchia data. Alcuni giorni prima, un elicottero dell’aviazione leggera dell’esercito era caduto in prossimità dell’abitato di San Silvano ed il pilota, il giovane capitano Silvestrini, era morto. Era stata nominata una commissione d’inchiesta, guidata dal Legato del Ministro, il capo dipartimento, Romano Antiochia, che ora conversava con il colonnello Alberti, lì nel salone del lussuoso albergo di San Silvano adriatico.
“Credo che possiamo cominciare già domani mattina, con un sopralluogo all’aeroporto di Rosanova di Teramo, presso l’unità elicotteri” disse il legato del ministro. “Senza dubbio” confermò l’ufficiale.

Silvio Minieri ha detto...

In fondo al salone era apparsa una donna alta, la figura slanciata, indossante un impermeabile bianco, i capelli rosso amaranto, l’età ancora giovane; si diresse immediatamente verso di loro. Quando la videro avvicinarsi, entrambi gli uomini si alzarono galantemente e si presentarono; quindi, tutti e tre si sedettero. Si era avvicinato anche il cameriere con la terza tazza del tè e si era fermato in piedi, attendendo. “Prego!” esortò il colonnello Alberti, rivolgendo l’invito al cameriere ed indicando la donna. Questa però si schermì, dicendo che non prendeva nulla, data l’ora quasi di cena; comunque, entrambi indicarono al servente di posare la tazza sul tavolino. Il legato del ministro intanto saggiò di nuovo con gesto prudente la ceramica del samovar, questa volta con le falangi, rimanendo per alcuni istanti a cogliere la sensazione del calore, che ora sembrava averlo soddisfatto. Infatti, prese la teiera per il manico ed incurante del gesto di diniego, appena abbozzato dall’ufficiale donna, le versò il tè fumante nella tazza, poi lo servì al colonnello Alberti e infine riempì con cura la sua tazza; ripose quindi il samovar, prese il piattino con le fettine di limone e l’offrì prima alla donna, che non prese nulla, poi al suo vicino, che gradì, prese il limone e ringraziò ed infine lo avvicinò a sé e si servì.
Il militare apprezzò molto il linguaggio diplomatico del ministro legato e sorrise compiaciuto, forse pensando inconsciamente a qualche sua promozione ad ufficiale generale. Quindi si alzò e si congedò per l’indomani, riferendo di essere stato invitato a cena da alcuni suoi colleghi ed estendendo l’invito al ministro. Questi si scusò, adducendo di essere indisposto e di avere ordinato la bevanda calda proprio per lenire il mal di testa, si alzò di nuovo, strinse la mano all’ufficiale e lo salutò cordialmente. Anche il maggiore Elsa Tedeschi, la donna ultima sopraggiunta, si alzò e si congedò, con l’intesa di ritrovarsi lì tutti e tre l’indomani mattina alle otto.
Rimasto solo, Antiochia si versò altro tè, ma non sentì il bisogno di zuccherarlo troppo, pensando di avere già la bocca dolce e forse anche un po’ preoccupato di tenere sotto controllo il colesterolo. Sotto il profilo del mal di testa, la bevanda gli parve benefica, sentendosi già cogliere da un sorprendente torpore. Pensò comunque che fosse troppo presto per ritirarsi in camera ed allora si avvicinò al televisore, collocato in un altro angolo della sala, si sedette su una poltrona e cercò di seguire il programma di quiz, che stavano trasmettendo. Il simpatico presentatore aveva letto la domanda: “Chi tra questi scrittori non ha intitolato un suo romanzo “Una vita”: Italo Svevo, Pierpaolo Pasolini, Guy de Maupassant, Ettore Schmitz”?

Silvio Minieri ha detto...

La donna che doveva rispondere, una signora di età matura, magra e bionda, appariva indecisa, poi cominciò a parlare: “Escluderei Pasolini, che mi sembra non abbia scritto “Una vita”; se non erro, un suo libro è intitolato “Una vita violenta” …” Il presentatore aveva messo le braccia conserte e ascoltava con aria sorpresa la concorrente, che continuava a pensare a voce alta: “Però sia Maupassant che Svevo hanno intitolato un loro romanzo “Una vita”: di questo sono sicura, perché quando riferirono a Svevo che il titolo “Una vita” era già stato usato per un romanzo dallo scrittore francese, lui s’intestardì a volere intitolare egualmente il suo libro: “Una vita”, forse pensando che il suo testo avrebbe avuto maggior fortuna, oscurando la fama dell’altro.” La donna si fermò e sorrise di questa sua osservazione, poi cominciò a meditare in silenzio, apparendo fortemente perplessa: “Le risposte esatte sono due, anzi tre, direi, perché Schmitz…”
Il presentatore intervenne, avendo intuito l’equivoco in cui la donna era caduta nella lettura del quiz: “Ma qual è la domanda?”
La donna guardò il pannello. La telecamera inquadrò di nuovo il presentatore: “Attenzione: chi non ha scritto, non ha scritto “Una vita” è la domanda.” Aveva sottolineato il “non”.
“Ah!” esclamò la concorrente. Poi commentò: “Schmitz, mi sembra è il nome… quindi Pasolini. Si, Ettore Schmitz è il vero nome di Italo Svevo, quindi…”
“Quindi la risposta è...?”
Il legato del ministro aveva sonno, chiuse gli occhi e vide il volto di una ragazza dai capelli rossi, con leggere efelidi sul viso, la pelle bianca, il rilucente sguardo degli occhi scuri. Claudia! Rivide il profilo sinuoso della donna con l’impermeabile bianco che stava prima con loro, allontanarsi nel salone. “Le immagini si fondono / e si smarrisce il profilo del tuo volto / dissolto nella luce della notte. /…Claudia.” Un viale d’autunno con le foglie d’oro, il ponte antichissimo sul fiume verde ed oltre la riva, la cupola della chiesa: poi giunsero altre immagini confuse. Il legato del ministro si svegliò e guardò lo schermo televisivo: stavano trasmettendo una partita di calcio. Guardò l’orologio: erano le dieci passate.
Si alzò assonnato, andò al bancone della reception e chiese di essere svegliato per le sette, prese l’ascensore e salì al quarto piano, sentendosi come uno strano sonnambulo. Avvertiva un certo sapore amaro nel palato, forse perché impastato dal sonno e molta spossatezza. In camera bevve due bicchieri d’acqua minerale, ma il senso di fiele non andò via con la sete. Sulla scrivania, annotò su un foglio bianco la scritta: “Claudia, addio!” Si spogliò, indossò in fretta il pigiama e si coricò in uno stato quasi di veglia. Lontano nel tempo, Claudia percorreva il porticato della strada nella luce della sera: una immagine longilinea, l’impermeabile bianco. Ora gli parve vicinissima, riconosceva il suo volto, che aveva le fattezze di quello del maggiore Elsa Tedeschi: le efelidi, la pelle rosea, i capelli rosso amaranto; poi la figura svanì nel buio delle ombre della sera.

Silvio Minieri ha detto...

2.
Il maggiore dell’aviazione leggera dell’esercito, Elsa Tedeschi, si presentò puntuale alle otto del mattino del giorno dopo nella hall dell’albergo per rilevare il colonnello Alberti, che infatti comparve qualche minuto dopo. Salutò sorridente e di ottimo umore la collega ed entrambi cominciarono a scambiarsi qualche chiacchiera in attesa del legato del ministro. Alberti era fresco e vivace: si era svegliato presto ed era sceso in tuta ginnica, per andare a compiere la sua quotidiana seduta di jogging mattutino, una decina di chilometri, sul lungomare adriatico invernale. Incontrò qualche sparuto compagno di corsa e qualche altro mattiniero che portava in giro il cane. L’alba era fredda, il mare abbastanza tranquillo, la spiaggia deserta. Rientrò in albergo e dopo la doccia, si recò nel salone per la prima colazione, che consumò abbondante; c’era qualche altro avventore e la televisione accesa che trasmetteva le notizie del telegiornale in sintesi. Alberti si trattenne a leggere le notizie del giornale, sperando di vedere scendere il ministro, ma inutilmente; infine risalì in camera, per essere definitivamente pronto per le otto.
Elsa Tedeschi in divisa color blu avio era forse più appariscente che in abiti civili, data la sua snella figura e la caratteristica foggia dell’uniforme, che prevedeva la camicia e cravatta e la bustina come berretto. Era in piedi nella hall e conversava con Alberti, che indossava lo stesso soprabito bianco della sera precedente. Dopo un po’, prolungandosi l’attesa, decisero di andare a prendere un caffé alla pasticceria “Dominioni” lì vicino. Tornarono dopo una decina di minuti, ma il ministro non era ancora sceso, fuori l’aviere attendeva paziente al posto di guida dell’automezzo militare. Alberti allora si decise e andò ad interrogare l’impiegato della reception; questi gli riferì della sveglia alle sette, chiesta dal ministro e dichiarò di non averlo visto né entrare nella sala della prima colazione né uscire dall’hotel.
“Si sarà attardato” commentò Alberti. Rifletté un istante e poi chiese all’impiegato se potesse telefonargli in camera. L’altro ubbidì prontamente: il telefono squillava a vuoto.
“Il signore non risponde” disse professionalmente l’impiegato, chiudendo la comunicazione.
Alberti si rivolse al maggiore Elsa Tedeschi, che intanto si era avvicinata: “Io direi di far venire un’altra automobile intanto.”
“Non aspettiamo?” interrogò la donna ufficiale.
“Sì, nell’attesa.”
Il maggiore prese il suo telefonino dalla borsa e telefonò al comando, per richiedere l’autovettura. Chiuse la comunicazione e ripose il telefonino; poi informò il colonnello che presto sarebbe giunta un’altra automobile. Dopo una ventina di minuti, in cui i due ufficiali si erano aggirati insieme un po’ per la hall ed un po’ fuori dell’hotel, giunse la seconda autovettura: era un’automobile blu, con autista in abiti civili. Alberti guardò l’orologio: erano quasi le nove. Fece un nuovo tentativo con l’impiegato per chiamare il ministro in camera con il telefono, ma Antiochia non rispondeva: verosimilmente dormiva della grossa.
“Decisamente deve essersi riaddormentato, forse aveva bisogno di riposare” commentò a voce alta il colonnello; l’impiegato abbozzò un sorriso di approvazione. Risoluto, allora, l’ufficiale si allontanò dal bancone della reception, attraversò la hall e raggiunse all’esterno la Tedeschi, che aspettava davanti all’automezzo militare, mostrando nell’atteggiamento l’aspirazione, si potrebbe dire, a venir via dal luogo.
“Deve avere ripreso sonno dopo la sveglia e si è riaddormentato, il ministro: sicuramente dorme come un ghiro. Direi di andare e di attenderlo negli uffici dell’aeroporto: possiamo così cominciare a guardare gli atti riguardanti la disgrazia di Silvestrini.”

Silvio Minieri ha detto...

Il maggiore aveva ascoltato attentamente, sembrava approvare, quindi disse con semplicità: “E non avvertiamo?”
“Ah, certo!” Il colonnello chiamò l’aviere e l’incaricò di riferire il messaggio alla reception del loro recarsi in aeroporto e dell’attesa dell’altra automobile di servizio, a disposizione del ministro. Quindi invitò il maggiore a sedere davanti, a fianco al posto di guida, mentre lui montava dietro. Poco dopo, quando l’aviere tornò, finalmente partirono.
Dopo mezzogiorno, si presentò al “Londoner Hotel” il capitano Barra; il giovane ufficiale era stato lì inviato da Alberti, su richiesta della direzione dell’albergo, che aveva espresso l’esigenza di fornire una riservata e urgente comunicazione agli organi militari in contatto con il ministro.
In breve, il direttore dell’albergo informò il capitano Barra che la donna di servizio al piano, nell’entrare per errore nella stanza del ministro con la chiave passepartout, aveva notato una strana immobilità del dormiente nel letto nella stanza in ombra, per cui aveva precipitosamente informato la direzione, che aveva provveduto ad avvertire subito gli organi militari.
“Forse può trattarsi di un malore?” interrogò il capitano.
“Sa, verso le undici, ha telefonato la moglie del ministro, dalla Spagna. Ha detto al nostro impiegato che il marito non rispondeva al telefonino portatile e che negli uffici dell’aeroporto di San Silvano, dove avrebbe dovuto trovarsi, avevano risposto che il marito era in albergo, forse ancora addormentato nella sua camera..”
“E allora?”
“Bah! Dal centralino hanno passato l’interno della stanza, ma il ministro non rispondeva. La signora allora ha lasciato un messaggio per il marito: era in partenza per Montevideo.”
“Montevideo?”
“Sì, la signora ha detto così.”
“Allora lei ha mandato a vedere?”
“Capitano, quando l’impiegato mi ha rintracciato e si è sentito in dovere di avvertirmi dell’episodio, ho pensato che forse era opportuno… lei capisce?”
“Certo! Quindi che pensa di fare?”
“Io non so; era mio dovere avvertirvi.”
“Certo, certo!”
“Quindi, capitano, lei che fa?”
“Avverto il colonnello” rispose prontamente il giovane ufficiale. Si mosse di un passo e fece la sua comunicazione al suo superiore. Poco dopo, chiuse con un “signorsì”; quindi, si rivolse al direttore dell’albergo e gli comunicò che dovevano andare a controllare in camera.
Poco dopo salirono al piano, dove la donna di servizio sembrava già attenderli, con la chiave pronta. Entrarono cautamente nella stanza in penombra dietro di lei, che sembrava muoversi con più disinvoltura. Il ministro giaceva immobile sul letto, la donna scostò leggermente una tendina e si accostò al letto, dove si erano fermati il capitano e il direttore dell’albergo; questi ultimi, non appena nella stanza si era fatta un po’ di luce, si erano istintivamente ritratti, quasi temendo che il dormiente risvegliandosi li sorprendesse irregolarmente nell’intimità della sua stanza.
Il dormiente invece non si risvegliò, rimase immobile nel suo letto: come presto si resero conto tutti insieme i tre presenti nella stanza, il professor Romano Antiochia, Legato del Ministro degli Affari Esteri, giaceva morto nel suo letto.

Silvio Minieri ha detto...

3.
Elsa Tedeschi giunse alle undici precise all’aeroporto di Fiumicino, lato arrivi, alla guida della sua automobile privata, un’alfa romeo 156 di colore grigio metallizzato. Trovò un parcheggio provvisorio alla lettera “C” e dopo avere dato un’occhiata sbrigativa alla strada, dove non scorse nelle vicinanze nessun vigile urbano, si avviò all’interno della sala dell’aerostazione. All’interno fissò subito l’attenzione sui monitor che indicavano i voli in arrivo e con soddisfazione notò che quello da Dublino era in fase di atterraggio: non le restava che attendere qualche minuto, intervallo di tempo durante il quale non avrebbe avuto necessità di dover spostare l’autovettura, per evitare una qualche contravvenzione. Subito dopo sul monitor fu segnalato che l’aereo da Dublino era definitivamente atterrato ed Elsa Tedeschi si spostò verso la porta interna da cui uscivano i passeggeri in arrivo. Non dovette aspettare a lungo, perché presto riconobbe il maestro D’Anchise, inconfondibile per quella massa di lunghi capelli bianchi, secondo un’immaginaria iconografia di scienziato artista, propria di certe reali figure del passato.
Elsa Tedeschi alzò in alto il braccio agitando la mano ed il maestro D’Anchise presto si avvide del gesto, dirigendosi sorridente verso la donna. Quando le fu vicino e si furono cordialmente salutati, lei tentò inutilmente di togliergli di mano la valigia, che l’anziano musicista ultrasettantenne abilmente difese, inducendola a desistere; la donna allora gli fece strada verso l’uscita, gli domandò del viaggio e se avesse avuto qualche disagio, mostrando di ascoltare con interesse le risposte di circostanza di lui. In breve, furono accanto all’automobile e questa volta Elsa Tedeschi ebbe buon gioco a farsi consegnare la valigia dall’anziano uomo, per riporla senza eccessiva difficoltà nel bagagliaio posteriore.
Era passata una settimana circa dalla morte di Antiochia, una notizia che aveva destato scalpore, quando era trapelata la voce che la causa del decesso poteva attribuirsi ad una forma di avvelenamento e le indagini si erano subito orientate verso il suicidio, per il ritrovamento nella camera d’albergo di quel biglietto d’addio ad una donna di nome Claudia.
Ed invero, due giorni solo dopo il fatto, un alto ufficiale dell’aviazione della Marina Militare, l’ammiraglio di squadra aerea Cerasuolo, incaricato dal Ministro degli Esteri dell’inchiesta sulla morte del suo Legato, si era recato presso l’aeroporto di Rosanova, dove aveva compiuto una ispezione della base; quindi, aveva convocato una riunione finale, a cui furono presenti tra gli altri ufficiali, anche il colonnello Alberti ed il maggiore Elsa Tedeschi. Cerasuolo era seduto alla scrivania e tutti gli altri ascoltavano rispettosamente in piedi. L’ammiraglio, abbastanza corpulento, aveva appoggiato un gomito sul bracciolo della sedia, reggendosi pensoso il mento con la mano ripiegata. Picchiettò con le dita dell’altra mano sul ripiano della scrivania, alzò lo sguardo sui presenti e pose l’interrogativo al suo uditorio: “Claudia, chi è Claudia?” Nessuno rispose ma più d’uno accennò a spostare la testa in direzione del maggiore ElsaTedeschi, l’unica donna presente alla riunione.

Silvio Minieri ha detto...

Cerasuolo la guardò e gli sembrò di cogliere sulle labbra di lei come un impercettibile sorriso, da lui decifrato come di sorpresa; allora scattò sorprendentemente in piedi e pronunciò la sua sentenza: “Suicidio, dunque! Il caso per ora è chiuso, aspettiamo eventuali novità dall’Intelligence.” Quindi si rivolse ai due capitani che avevano istruito il dossier sulla morte di Silvestrini nell’incidente dell’elicottero e li mise a disposizione del colonnello Alberti e del maggiore Tedeschi, per le risultanze della loro inchiesta. Infine, diede ordine a tutti d’informarlo di ogni emergenza al Ministero, dichiarò sciolta la seduta e si allontanò, seguito da tutti gli ufficiali, che lo accompagnarono in cortile fino alla sua autovettura, pronta con alcuni motociclisti di scorta. Prima di andarsene, l’ammiraglio guardò in alto, dove sulle loro teste volteggiava un elicottero, sembrò voler dire qualcosa, ma tacque; poi salì in macchina e partì con il suo seguito di motociclisti.
Più che alle risultanze dell’inchiesta dei due capitani sulla morte del loro collega Silvestrini, il maggiore Tedeschi era interessata alla sorte di Antiochia, meglio ancora del personaggio di una donna senza volto saltato fuori alla sua morte, di cui si aveva come brandello d’indizio soltanto il nome: Claudia. Il suo istinto femminile la spingeva a investigare in quella direzione, indubbiamente mossa da un suo interesse per il defunto Legato del Ministro, di cui senza però essere da lui notata aveva frequentato la segreteria ed appreso qualche voce di corridoio che circolava sul suo conto. Negli ambienti romani, Antiochia era un personaggio con una vita prevalentemente pubblica, al seguito del Ministro degli Esteri, ma Elsa Tedeschi appariva molto interessata al suo privato, per quella tipica forma di curiosità femminile, che comunque non escludeva un proprio tornaconto, data la posizione del soggetto. Ed ora, dopo quella morte così repentina, si sentiva portata ad investigare sulla figura di questa fantomatica donna: Claudia.
Cerasuolo aveva liquidato la faccenda come un affare privato, ma saggiamente aveva lasciato aperta la porta all’Intelligence, di cui però non si sapeva bene chi facesse parte; si era potuto capire soltanto dalle parole dell’ammiraglio che il capo dell’Intelligence doveva presumibilmente essere lui stesso, almeno relativamente a loro ufficiali presenti alla riunione. Elsa Tedeschi sapeva dalle sue frequentazioni ministeriali che Antiochia era in contatto con un musicista di fama, il maestro Vittorio D’Anchise, autore di numerose opere liriche, e sapeva anche, grazie all’amicizia stretta con la segretaria Gabriella, che in quegli ultimi tempi il legato del ministro aveva chiesto al compositore di musicargli alcuni testi poetici. Ecco, doveva venire in possesso di quei testi poetici, che Gabriella Angelini non le aveva saputo o voluto procurare. E allora, già prima della morte del legato era entrata in contatto con D’Anchise, residente a Dublino, ostentando un suo particolare interesse per la musica. Forse il maestro non era del tutto insensibile al fascino femminile, che Elsa Tedeschi indubbiamente possedeva in gran dote, o quantomeno non era riuscito a sottrarsi alle sue lusinghe, ed ora, al rientro in Italia, si lasciava accompagnare docilmente nella sua casa sull’Appia Antica.

Silvio Minieri ha detto...

Quando nel pomeriggio, alla guida della sua autovettura, la donna si avviò di ritorno dalla casa di D’Anchise, percorrendo l’antica consolare, il sole cominciava a tramontare. Si rivide nel salotto in penombra seduta sul divano a leggere il testo che il maestro le aveva gentilmente teso, dopo averlo diligentemente cercato tra le sue carte: “Ecco, signorina, tenga!” Così si era espresso l’anziano compositore nei confronti della donna, che comunque non lasciò trapelare dai tratti del suo volto una sua silenziosa ilarità, suscitatale da quell’appellativo.
Elsa Tedeschi era sposata da oltre dieci anni, ma separata già da più di qualche anno ed in attesa di divorzio o annullamento del matrimonio, essendo ormai quasi acclarato giudizialmente che il marito era affetto da turbe psichiche. In verità, qualche collega del maggiore aveva in certe occasioni sostenuto scherzosamente che forse il marito era indubbiamente oligofrenico, ma che la moglie non doveva avere certo contribuito ad alleviare il male, in riferimento al carattere abbastanza spumeggiante della donna.
“Addio, istanti” era il titolo della canzone di Antiochia, che D’Anchise aveva musicato e che Elsa Tedeschi, intrufolatasi nell’abitazione, in cui l’anziano maestro viveva da solo, leggeva con sorprendente interesse: “Nella luce della notte si dissolve / anche quel tratto di penombra / sotto il portico tra piazza Statuto / e Porta Susa….” Torino! La pista di Claudia conduceva a Torino. Elsa Tedeschi aveva ripiegato il foglietto e lo aveva sveltamente riposto nella borsetta, sotto lo sguardo di D’Anchise.
L’alfa romeo 156 di colore grigio metallizzato percorreva intanto la via Appia antica costeggiando il parco di recente inaugurato dal comune ed intitolato a “Giulia Servilia”, un personaggio dell’antica Urbe, riscoperto dal nuovo vicesindaco di Roma. Nel corso dei suoi studi, il vice primo cittadino, insigne storico e accademico, aveva rintracciato in una fonte inedita di Cicerone il riferimento all’esistenza fino ad allora ignorata di una figlia di Tertullia, matrona romana della gens Julia, che a sua volta si vuole sia figlia naturale di Caio Giulio Cesare e di Servilia Caepionis, nonché sorellastra di Marco Giunio Bruto, il congiurato cesaricida. Come la madre, Giulia Servilia era una donna bellissima, bionda e con gli occhi azzurri, dalla pelle dorata, almeno così la descriveva un’altra fonte successiva a Cicerone, secondo gli studi del vicesindaco, il quale sapeva bene che l’oratore doveva essere già stato ucciso e decapitato, quando Giulia Servilia aveva raggiunto l’età dell’adolescenza.

Silvio Minieri ha detto...

Elsa Tedeschi però non era a conoscenza di tutti questi particolari di storia e cultura che arricchivano il parco, per lei come per la quasi totalità degli abitanti del posto, frequentato per lo più da madri con bambini, accompagnatori o accompagnatrici di cani, appassionati di jogging ed altri occasionali passanti. Quando parcheggiò in un piccolo viale laterale, da cui vi era uno degli accessi al parco “Giulia Servilia”, la donna appariva pensosa. Scese dall’autovettura, la chiuse a chiave e s’incamminò lungo uno dei sentieri principali, costeggiato da due verdi prati; più avanti il sentiero s’inerpicava lungo un boschetto, per spuntare su un’altura, da dove si godeva un’ottima vista su un’ampia parte della zona dell’Appia Antica. Quando vi giunse, Elsa Tedeschi si fermò, si voltò di lato e guardò su una collinetta di fronte non molto lontana, e notò il casale, che appariva come un convento o un’abbazia incompiuta, per le numerose entrate ad arco completamente vuote e deserte. La donna fissò a lungo la costruzione e la immaginò abitata da strani frati o associò questa immagine a qualche suo confuso ricordo di un altrove abbastanza simile alla sua attuale visione; quindi, spostò lo sguardo all’indietro, dove in lontananza, all’inizio del sentiero da lei percorso vide la figura di uno jogger in tuta scura. Si voltò in avanti per riprendere il cammino e vide davanti a sé, accanto ad un piccolo ponticello, un uomo assieme al suo cane, ebbe come una piccola esitazione, poi s’incamminò con passo disinvolto. A metà strada, il cane, un elegante pinscher dal manto rosso cervo, le venne incontro giocoso e le annusò piedi e gambe, girandole intorno, più volte richiamato dal padrone poco distante. Elsa Tedeschi continuò il suo cammino e giunse al ponticello, che attraversò con calma, affrontando poi un leggero pendio in salita; procedeva molto lentamente ed aveva affrontato un viale stretto e secondario del parco; il sole era tramontato da un pezzo e già iniziava il crepuscolo. D’un tratto alla donna parve di udire nel silenzio di quella sua solitudine come un passo ritmato che veniva ad approssimarsi, si voltò, ma nell’incerta luce del giorno declinante non vide nessuno. Sembrò esitare, poi riprese il suo lento cammino lungo lo stretto sentiero in leggera salita, imboccando il tracciato della curva; il rumore del passo ritmato acquistò una maggiore consistenza. Colta da un vago senso di smarrimento, la donna accelerò il passo, poi quando sentì che il rumore cadenzato era divenuto più distinto e prossimo, aumentò ancora l’andatura. Poco dopo si voltò, ma non vide nulla al di qua della curva, sebbene la battuta del passo sul terreno a intervalli regolari la incalzasse da vicino; allora, presa da un’istintiva, ma irrazionale paura, cominciò a correre ed arrivata in cima al sentiero, si voltò affannata: a stento gli sembrò di scorgere nell’ultima grigia luce del crepuscolo, la figura di un uomo che spuntato dalla curva avanzava di corsa. In preda ad un panico ingiustificato, si buttò in una macchia di lato e si raccolse tutta raggomitolata, mugolando sordamente. Lo jogger aveva notato lo scarto laterale di quell’ombra femminile, e quando giunse anche lui in vetta al sentiero rallentò e si fermò a dare un’occhiata di lato, dove gli parve d’intuire nell’ombra la figura raggomitolata della donna, che aveva iniziato a gemere più forte, sentendo il fiato dell’uomo prossimo a lei. Sconcertato, ma anche inquieto, proseguì sbucando in un prato, dove in fondo la cancellata d’ingresso al “Giardino delle fontane” era illuminata dalle luci al neon che erano state accese qualche istante prima. L’uomo avanzò sempre correndo con passo ridotto al centro della radura, poi tornò indietro ed invece di riprendere il declivio nella direzione da cui era giunto, si spostò in un altro viale laterale.

Silvio Minieri ha detto...

Nel buio della sera, Elsa Tedeschi si distolse da quella sua innaturale posizione e rientrò sul sentiero, con l’aria di una persona al risveglio. Sostò guardando il prato che si stendeva davanti a lei e su cui si disegnavano giuochi d’ombra e di luce provocati dall’illuminazione al neon del cancello e del muro di cinta del “Giardino delle fontane”, che occupava un ampio spazio di fondo nel parco “Giulia Servilia”. La donna avanzò nel silenzio con passo esitante, in alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna; poi Elsa Tedeschi proseguì con andatura sempre più regolare e raggiunse infine il cancello chiuso del giardino illuminato. Si spostò di lato e con agile balzo, appoggiandosi ad una delle sbarre di ferro orizzontali della cancellata, saltò aggrappandosi ed aggiustandosi con i gomiti sul muro di cinta. Guardò in fondo alla radura illuminata a giorno e lesse la scritta dell’insegna luminosa in luce azzurra: “Polizia veterinaria”, che sormontava la facciata di una costruzione d’angolo. Nella radura, sbucato da un viale buio, che s’intuiva oltre il cerchio di luce, comparve un cane che si dirigeva di corsa al centro; poco dopo si udì il colpo secco di una fucilata ed il cane di colpo stramazzò a terra. Un secondo animale comparve e sempre di corsa si diresse verso il centro; subito dopo un'altra detonazione lacerò il silenzio della sera e nello spiazzo erboso illuminato a giorno, anche il secondo cane cadde abbattuto.
Elsa Tedeschi guardò in direzione della caserma della polizia veterinaria e vide una guardia in divisa grigia che rialzava il fucile in verticale. Guardò ancora e vide la stessa guardia abbassare il fucile e prendere di nuovo la mira: un altro cane correva nella radura illuminata. La donna si issò sulle braccia, saltò sul muro di cinta ed un attimo dopo balzò a terra; in quell’istante udì la fucilata e vide il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. Allora, d’istinto, prima s’incamminò e poi prese a correre verso il centro illuminato della radura, sempre più veloce, pazzamente veloce, nell’abbaglio della luce bianca, una corsa folle; poco dopo il rumore secco dello sparo lacerò il silenzio.
Nello splendore di luce, tutto si annebbiò e si rabbuiò di colpo: Elsa Tedeschi continuava a correre, ma come fluttuando nel vuoto, in lievi passi al rallentatore, nel cuore della notte nera, a cui si votava con antica devozione, andando incontro agli dèi Mani di Antiochia e D’Anchise.

Silvio Minieri ha detto...

4.
“Vi sono tre modi di intendere la libertà: come autodeterminazione o auto-causalità; come necessità, che si fonda sullo stesso concetto di autodeterminazione, attribuita però non al singolo, ma alla totalità di cui fa parte: l’ordine naturale, il mondo, la società; come possibilità o scelta, secondo cui la libertà è limitata e condizionata, vale a dire finita.” Andando oltre nella lettura del testo, era spiegata questa terza forma di intendere la libertà: “Mentre le prime due concezioni della libertà hanno un nucleo concettuale comune, la terza non fa appello a questo nucleo, perché intende la libertà come misura di possibilità, quindi scelta motivata o condizionata. In questo senso, non è che chi è causa sui o s’identifica con una totalità che è causa sui, ma chi possiede in un grado e misura determinata, possibilità determinate. Platone per primo ha enunciato il concetto che la libertà consiste in una “giusta misura” (Leggi, 603e); ed ha illustrato questo concetto nel mito di Er. In questo mito, si dice che le anime, prima di incarnarsi sono condotte a scegliere il modello di vita, a cui poi rimarranno legate. “Per la virtù, annuncia la parca Làchesi, non ci sono padroni: ciascuno ne avrà più o meno a seconda che la onorerà o la trascurerà. Ciascuno è l’autore della sua scelta, la divinità non ha colpa.” (Repubblica, X, 617e) Ma l’importante è che questa scelta, di cui ciascuno è l’autore, e la cui causalità, perciò, non può essere addossata alla divinità è limitata in un senso dalle possibilità oggettive, cioè dai modelli di vita disponibili e in un altro senso dalla motivazione giacché, come dice Platone, “la maggior parte delle anime sceglie secondo la consuetudine della vita precedente” (ibidem, 620a). La situazione mitica qui illustrata è esattamente quella di una libertà finita, cioè di una scelta tra possibilità determinate e condizionata da motivi determinanti. Una tale libertà è limitata: 1) dal rango delle possibilità oggettive, che sono sempre più o meno ristrette di numero; 2) dal rango dei motivi della scelta, che possono ancora ridurre, fino all’unità, il rango delle possibilità oggettive. Pertanto, questo concetto di libertà è una forma di determinismo, sebbene non di necessitarismo: ammette la determinazione dell’uomo da parte delle condizioni, a cui la sua attività risponde, ma non ammette che a partire da tali condizioni la scelta sia infallibilmente prevedibile.”
Il dottor Winter chiuse di botto il libro che stava leggendo, “Enciclopedia filosofica”, e guardò verso la porta del suo studio medico, dove in quell’istante qualcuno aveva bussato e aperto, mentre lui diceva “avanti”. Nel riquadro apparvero la sua segretaria e una donna alta, la figura slanciata, i capelli rosso amaranto, l’età ancora giovane, Elsa Tedeschi. Winter posò il libro sulla scrivania e si alzò in piedi, mentre Elsa Tedeschi gli andò incontro allungando la mano: “Tedeschi” disse. Winter strinse la mano: “Winter” disse, mentre congedava con lo sguardo la segretaria, che si ritirò chiudendo la porta. “Ci siamo sentiti stamattina per telefono” disse Elsa Tedeschi. “Certo, collega, ti stavo aspettando.” Winter era un colonnello medico, psichiatra, sulla quarantina, e quindi collega del maggiore, entrambi ufficiali superiori, e non era il caso di frapporre distanze, per la differenza di grado. Girò attorno alla scrivania e venne a sedersi di fronte alla donna. “Sono venuta per un consulto psicologico” disse lei. “Un consiglio” corresse lui.. Elsa Tedeschi tacque, abbassando la testa. Winter si alzò, andò all’attaccapanni, prese il camice bianco, lo indossò e andò a sedersi dietro la scrivania. Quindi fece un gesto con la mano come per dire: “Bene, sentiamo.”

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Elsa Tedeschi si raccolse sulla sedia, e sporgendosi leggermente in avanti disse: “Dottore, io ho fatto uno strano sogno, accompagnato da un vuoto di memoria.” “Vogliamo parlare prima del sogno o del vuoto di memoria?” disse Winter. Elsa Tedeschi sembrò riflettere, ma subito disse: “Il sogno”. Il dottore ripeté il cenno incoraggiante con la mano, l’invito a parlare. Elsa Tedeschi prese la borsetta che aveva a tracolla, la depose sulle ginocchia, l’aprì e trasse un foglio: “L’ho scritto” disse. Winter la invitò: “Legga.” Elsa Tedeschi cominciò a leggere: “Era pomeriggio, ma il sole tramontava e già iniziava il crepuscolo. Mi sono incamminata sul viale del parco dell’Appia Antica, quando…” s’interruppe e precisò: “Il parco “Giulia Servilia”, quello qui vicino.” “Sì, va bene” disse Winter. Elsa Tedeschi riprese a leggere “mi è sembrato che qualcuno mi seguisse. Allora, ho affrettato il passo, ma dietro di me ho sentito che anche l’altro accelerava, ho cominciato a correre spaventata e mi sono rifugiata in una macchia, a lato del viale, raggomitolandomi, e cercando di trattenere i gemiti. Ho sentito l’altro vicino a me spiarmi, poi si è allontanato.” Elsa Tedeschi smise di leggere, per riprendere fiato. “È finito?” domandò Winter. La donna scosse la testa e riprese a leggere: “Quindi, come risvegliata, sono uscita dall’ombra e mi sono incamminata sul prato illuminato dalle luci del “Giardino delle fontane”. In alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna, allora…” Il dottore aveva leggermente picchiato con le dita sul ripiano della scrivania e fatto un cenno con la mano, per interromperla. “Il “Giardino delle fontane” è l’area del parco, dove c’è una sede della polizia veterinaria,” disse Elsa Tedeschi, come a spiegare un particolare che presumeva il dottore non conoscesse. Winter guardò davanti a sé, poi abbassò lo sguardo e disse: “Sono due scene, è cambiato il quadro, come accade nei sogni.” Quindi, tornò a tornò a fissare un punto davanti a sé, mentre Elsa Tedeschi aspettava con il foglio in mano, infine lui rimise a fuoco la sua interlocutrice. In quella pausa di silenzio, qualcuno bussò e aperta la porta, si affacciò nello studio.
Era la moglie del dottore, aveva approfittato della pausa, ed era entrata. Nella sala d’attesa c’era il monitor, collegato alla telecamera interna dello studio. “Accompagno i bambini a nuoto, dopo andiamo a casa, ti aspetto per cena, non tardare.” Quindi, guardò la paziente rivolta verso di lei con il foglio in mano: “Mi scusi l’interruzione, dottoressa” disse. Quindi si rivolse di nuovo al marito: “Beh, ciao”, poi aggiunse: “Scusatemi ancora”, dando un ultimo sguardo alla paziente, prima di ritirarsi e chiudere la porta. Winter fece un gesto, come per esprimere un certo disappunto, poi disse: “Bene dottoressa Tedeschi, continui.”

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Elsa Tedeschi posò il foglio sulla scrivania: “Forse è opportuno che lo lasci a lei, così potrà leggerlo con calma, e darmi dopo il suo giudizio.” Winter guardò il foglio sulla scrivania, poi lo prese, e disse: “Mi dica del vuoto di memoria.” “Non ricordo bene quando sono rientrata a casa quella sera” rispose la donna. “La sera del sogno?” interloquì Winter. “Sì,” disse lei. “Quando è successo?” Elsa Tedeschi sembrò riflettere, poi domandò: “La passeggiata nel parco?” Winter accennò di sì. “Una settimana fa, più o meno.” Il dottore rimase ad osservare in silenzio il foglio che aveva preso poco prima, ora giacente a rovescio sulla scrivania, ovviamente non leggeva, pensava. “Quindi il sogno è di una settimana fa?” disse. “Sì,” rispose lei. “E quando l’ha scritto?” domandò lui. “Ho segnato degli appunti, la mattina dopo.” “E ha scritto il testo, prima di venire qui?” interrogò Winter. “Sì, stamattina, dopo averle telefonato.” Il medico rigirò il foglio, limitandosi a dare qualche occhiata allo scritto, poi disse: “Facciamo così, Tedeschi, tu mi scrivi le date e le ore della passeggiata e del sogno, per come le puoi ricostruire, poi me le invii per e-mail.” La donna assentì. “E adesso, scusami un momento.” Winter si alzò e andò alla porta, l’aprì e chiese della prossima visita. La paziente aveva telefonato per confermare che stava arrivando. Winter tornò al suo posto. “Collega Tedeschi, siamo d’accordo?” disse. “Sì, colonnello Winter.” Elsa Tedeschi si alzò, si strinsero la mano, poi la donna si avviò alla porta. “Ci conto,” disse Winter, mentre lei era sulla soglia. La donna sorrise: “Certo, dottore”. E si allontanò, chiudendo la porta dietro di sé. Il dottore rimase un istante a fissare la porta chiusa; si riscosse, prese il foglio sulla scrivania e cominciò a leggerlo.
“Quindi, come risvegliata, sono uscita dall’ombra e mi sono incamminata sul prato illuminato dalle luci del “Giardino delle fontane”. In alto nel cielo scuro brillava il disco splendente di luce della luna, allora ho proseguito con passo regolare e ho raggiunto il cancello chiuso. Sono salita sul muro di cinta, e ho guardato la radura illuminata, in fondo brillava l’insegna luminosa in luce azzurra: “Polizia veterinaria”, sulla facciata di una costruzione d’angolo. È sbucato un cane, che di corsa ha raggiunto il centro della radura, una fucilata secca, e il cane è caduto. Un secondo animale è comparso, e di corsa si è diretto anche lui verso il cerchio di luce al centro della radura. Una seconda fucilata, ed anche il secondo cane è stato abbattuto. Ho guardato in direzione, della caserma della polizia veterinaria e ho visto una guardia in divisa grigia che rialzava il fucile in verticale. Ho guardato ancora e ho visto la stessa guardia abbassare il fucile e prendere di nuovo la mira: un altro cane correva nella radura illuminata. Ho scavalcato il muro, sono balzata a terra, ho udito la fucilata e ho visto il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. D’istinto mi sono messa correre sempre più velocemente verso la luce bianca, e nell’abbaglio è risuonato ancora un colpo secco di fucile. Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto. Poi devo essermi riaddormentata.”

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5.
Winter ripose il foglio sulla scrivania, si chinò di lato, e dalla base inferiore del mobiletto, prese uno dei libri allineati nella scansia. Cominciò a sfogliarlo, poi ritrovò il passo che gli interessava: “Occorre spiegare perché la delusione ha in generale un carattere astenico, perché nei casi di delusione la nostra intera esistenza non ha più basi salde, ma soltanto un “debole” fondamento. Quando il suo accordo con il mondo viene infranto, la nostra esistenza si sente mancare sotto i piedi e rimane sospesa. L’esser sospesa della nostra esistenza assume necessariamente la direzione verso il basso, è anche possibilità di liberazione, o di ascesa; ma se la delusione continua ad essere delusione, il sentirsi sospesi diventa un vacillare, uno sprofondare, un cadere. Il linguaggio attinge a questa struttura ontologica essenziale, ma ad essa attinge anche l’immaginazione del poeta, e soprattutto il sogno.” Winter mise il segnalibro alla pagina e chiuse il volume. Poi riprese il foglio con la descrizione del sogno di Elsa Tedeschi e rilesse l’ultima riga: “Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto.” Fluttuare in aria, ecco il sentimento dell’esistenza sospesa. Winter assunse l’aria soddisfatta: alla struttura ontologica essenziale, la nostra esistenza, attinge anche il sogno. Il libro che poco prima aveva chiuso era “Sogno ed Esistenza” di Ludwig Binswanger (1930).
Bussarono alla porta, la segretaria annunciò l’arrivo della paziente successiva: “Angela Riva”. Una ragazza con i capelli neri lunghi, un elegante vestito scuro con le spalline, che arrivava al di sotto del ginocchio, il trucco del viso e le ciglia ben curate, ma lo sguardo e l’espressione sofferenti, come rivelavano le occhiaie e le labbra serrate. Winter le fece cenno di sedersi, intanto aveva intravisto dietro la segretaria, ferma sulla soglia, la figura di Elsa Tedeschi in piedi nella sala d’attesa. Allora scambiò con la sua collaboratrice un segno d’intesa, che stava a significare un no alla richiesta di pagare la visita da parte della donna. La segretaria, Claudia, assentì, si ritrasse e chiuse la porta. In sala d’attesa, andò a sedersi dietro il bancone della ricezione e comunicò ad Elsa Tedeschi che non doveva fare nessun pagamento, poi continuò a scambiare qualche informazione con lei. Nel frattempo, si sentì un vociare proveniente dallo studio, culminato in un grido: “Ma io sono la vittima!” Le due donne, Claudia e d Elsa Tedeschi, guardarono il monitor, la ragazza era seduta al suo posto e anche il dottore. Claudia scosse la testa, rispondendo allo sguardo interrogativo dell’altra. Angela Riva era stata la protagonista di un caso di cronaca giudiziaria dell’anno precedente. Giovane donna in carriera in un ramo del settore finanziario, sposata con un uomo della sua età, l’intesa con il marito in declino, dopo alcuni anni di matrimonio, aveva preso l’abitudine di andare da sola il fine settimana in discoteca, per rilassarsi dallo stress della vita lavorativa. Una di quelle volte, divenuta l’ultima, era rimasta fino a tardi nella sala da ballo, ed aveva sollecitato lei stessa un passaggio a casa da un amico conosciuto quella sera stessa. L’altro, mentre l’accompagnava a casa, aveva svoltato in una stradina laterale buia, ed approfittando della mancata resistenza dell’amica, dovuto allo stato di ubriachezza, l’aveva violentata. Subito dopo lo stupro, la vittima si era ribellata e aveva aggredito l’assalitore, ma questi l’aveva sbattuta fuori dalla sua autovettura e si era allontanato, lasciandola distesa a terra, in preda alla sbornia. Scoperta da un passante, all’alba, era stata soccorsa e accompagnata all’ospedale, dove era andata a recuperarla il marito. Lo stupratore era stato arrestato e il processo era ancora in corso, i coniugi intanto avevano iniziato una terapia di coppia presso il dottor Winter.

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Ultimamente si erano separati, ed ora Angela Riva proseguiva la cura da sola. Si sentì di nuovo che parlava a voce alta e poi gridare: “Ma io sono morta!” Questa volta Elsa Tedeschi ne approfittò per congedarsi: “Arrivederci, Claudia.” Aveva fatto amicizia con la segretaria di Winter, pensava di tornare, ma si allontanava da quell’ambulatorio psichiatrico con un vago senso d’inquietudine.
Quando Winter si era informato sul processo penale in corso, lei aveva ripetuto la descrizione della violenza subita e aveva gridato il suo dolore di vittima. Se prima si faceva bella per provocare il desiderio degli uomini, ora aveva rinunciato per sempre a questo suo ruolo, quello di essere pienamente donna.
La seduta di terapia di Angela Riva assistita dal dottor Winter durò circa un’ora, a metà lui aveva interrotto l’incontro ed aveva preso un caffè con la segretaria, la paziente aveva rifiutato l’invito a unirsi ed era rimasta seduta al suo posto a fissare il vuoto: un deserto di solitudine e disperazione, l’insopportabile sofferenza dell’anima, la luce nera della depressione. Il medico aveva rinnovato la ricetta dei farmaci antidepressivi e aveva congedato la paziente, impegnandola per la seduta successiva.
All’inizio della cura, quando i coniugi si presentavano in coppia, il marito raccontava che ogni volta, come cercava di avvicinarsi a lei, veniva respinto, e quando non lo faceva, lei diceva di essere trascurata, e il commento di Angela Riva era sempre lo stesso: ma io sono la vittima! Un ripetuto grido di dolore irreparabile e di sofferenza continua, che nessuna forma di consolazione avrebbe mai potuto lenire, soltanto una violenza inflitta poteva cancellare una violenza subita. Il freddo tra i due era andato aumentando, alla fine la paziente si era presentata da sola, dopo la rottura, senza però mostrare segni di miglioramento. Nelle sedute seguenti, non avendo più altro da raccontare del suo vissuto, erano aumentati lunghi silenzi di ghiaccio, a cui rispondeva la cura e attenzione di un empatico ascolto del terapeuta. E lei riemergeva dal deserto della sua solitudine con frammentati ricordi di quando era bambina, poi di nuovo silenzio perduto tra quei sogni e visioni, e ancora espressioni di sofferenza nel volto. Angela Riva stava diventando sempre di più, per Winter, oggetto di osservazione e di studio di psichiatria fenomenologica, la sua empatia scemava e prevaleva il distacco della vicinanza, che si esprimeva soltanto come l’immobile linguaggio del corpo. La paziente aveva avvertito questo allontanarsi e sembrava come volersi riaccostare, Winter si alzò dal suo posto, girò attorno alla scrivania e restò in piedi lì davanti: “Adesso devo avere paura anche di lei, dottore?” disse la donna alzando lo sguardo, un amaro sorriso dipinto sul volto. Winter si scostò sorpreso, di nuovo su quel viso l’espressione sofferente, e al medico non restò altro che il silenzio e l’ascolto. Con l’esperienza, lo psicologo aveva imparato a tenere la giusta distanza, per evitare il contagio emotivo, che però andava a discapito della dovuta empatia. Non riusciva a immaginarsi quella ragazza sorridente e felice, forse doveva sospendere la cura.

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IL SOGNO DEI FAGIANI
Alla fine delle vacanze estive, Winter aveva riaperto l’ambulatorio, dove si recava il pomeriggio. Non aveva avuto più notizie di Elsa Tedeschi, di cui aveva però studiato il caso e tratto le sue conclusioni. La donna aveva fatto realmente una passeggiata nel parco “Giulia Servilia”, il giorno o giorni prima della notte del sogno. Winter si era recato sul posto, per accertare la corrispondenza dei luoghi con il racconto fattone, ed aveva scoperto che non vi era affatto un’area recintata denominata “Giardino delle fontane” né tanto meno una caserma della polizia veterinaria, ma soltanto un’area cani abbastanza limitata. I luoghi della seconda scena del sogno e tutta la storia della corsa dei cani e delle fucilate nella radura illuminata dalla luna, Elsa Tedeschi se li era veramente sognati. Oppure questi ricordi e i particolari fantasticati appartenevano ad altri tempi e ad altri luoghi, verosimilmente alterati nelle immagini oniriche. Questo sogno era un vissuto esistenziale della donna, di cui soltanto lei poteva decifrare il significato concreto. In astratto, lui poteva soltanto concludere che il fluttuare in aria e il passare dalla luce all’ombra, nella parte finale del sogno, come da lei riferito, corrispondeva al passaggio da uno stato euforico ad un successivo stato disforico.
Una tale conclusione gli era suggerita dalla teoria del sogno di Binswanger, come aveva già riscontrato e annotato in relazione al fluttuare in aria e poi cadere in basso. Lo psichiatra e filosofo svizzero, inoltre, nel suo saggio, esprime questo cambiamento, oltre che con il movimento direzionale dell’alto e del basso, anche con l’oscurarsi della luce: “Altre volte il rovesciamento di un flusso di vita felice e trionfante in un altro di disagio e di timore, si esprime attraverso lo scomparire dei colori, che prima risplendevano alla luce del sole, e l’oscurarsi della luce e addirittura della vista, come mostra in modo particolarmente evidente il sogno dei fagiani nel “Viaggio in Italia” di
Goethe. – Sognai, vale a dire, che io approdava in una barca piuttosto grande, in un’isola fertile, ricca di vegetazione, dove sapevo trovarsi in abbondanza bellissimi fagiani, e tosto mi posi cogli abitanti dell’isola alla caccia di quelli, e ne facemmo larga preda, portandoli nella barca. Erano bensì fagiani, ma in quella guisa che le cose in sogno si trasformano, presentavano code lunghissime, variopinte quanto quelle del pavone, e degli uccelli del paradiso. Li allogammo nella barca, con le teste rivolte all’interno, facendone un mucchio, di cui pendevano le code al di fuori della barca, brillando alla luce del sole in modo meraviglioso, lasciando appena tanto spazio che bastasse al timoniere, ed ai remiganti. Vagammo con quel raro carico sul mare tranquillissimo, ed io stavo pensando a quanti fra miei amici avrei potuto far dono di quegli animali stupendi. Giunto in un porto abbastanza ampio, ingombro di scafi, io mi smarrii nel passare dall’uno all’altro ponte di questi, per cercare un luogo sicuro, dove io potessi approdare con la mia piccola barca.” E Goethe così conclude: “Fallaci visioni nelle quali ci dilettiamo, perché scaturendo da noi stessi, hanno di certo un’analogia con l’insieme della nostra esistenza e dei nostri destini.”
Binswanger commenta: “Questo sogno, che risale a circa un anno prima dell’inizio del viaggio in Italia e della sua stesura, il fatto che rimanga a lungo nella memoria di Goethe e che questi lo citi di continuo, sono elementi che consentono allo psicologo di vedere distintamente la labilità e la precarietà dell’esistenza di Goethe, in quel periodo, rispetto alla quale egli, con istinto sicuro, riuscì a riprendersi con la fuga in Italia, verso il sud, o il sole, i colori, verso nuovi valori dello spirito e dell’amore.”

Silvio Minieri ha detto...

Ecco, passare dai colori notturni a quelli della luce meridiana del giorno, significava passare da uno stato emotivo di labilità e precarietà esistenziale ad altro ricco di nuovi valori dello spirito e dell’amore. Le fantasie del sogno non rappresentano altro che lo specchio di “insieme della nostra esistenza e dei nostri destini” come dice Goethe.
Questa analisi esistenziale dei sogni, interpretati come rappresentativi dell’esistenza di chi sogna, di cui Binswanger coglie lo spunto nelle parole di Goethe, costituisce il fondamento della tesi portata avanti dallo psicologo svizzero, che si rifà alla filosofia esistenziale di Heidegger, in riferimento alla fenomenologia di Husserl. Questo tema, apparentemente così complesso, per chi non è addentro a tematiche di filosofia e psicologia, appariva abbastanza chiaro al dottor Winter, che ne aveva approfondito lo studio, non solo per i suoi fini professionali, ma anche per una sua propria personale erudizione. Egli, infatti, trovava diletto anche nella lettura di semplici romanzi, in cui tali temi venivano immaginosamente trattati, alla stregua di una certa analogia tra le visioni dei sogni e le fantasie dei poeti, come esplicitamente afferma lo scrittore argentino Jorge Louis Borges. In una delle trenta conversazioni da lui tenute con il giornalista Osvaldo Ferrari alla Radio municipale di Buenos Aires, nel 1984, in seguito pubblicate nel giornale “Tiempo argentino”, in quella sul sogno, rispondendo a una domanda dell’intervistatore – “Lei, negli ultimi tempi, ha identificato l’atto di scrivere con quello di sognare” – Borges specifica: “Sì, e anche l’atto di vivere con quello di sognare.” Ed ecco l’equazione tra sognare scrivere vivere: immagini dei sogni, fantasie poetiche, realtà della vita, formano un tutt’uno dell’esistenza, quel modo d’essere dell’uomo nel mondo, un Esserci (Dasein), che si caratterizza per la sua capacità di progettarsi ed esistere. Per Heidegger, le strutture fondamentali dell'Esserci, come esse si presentano nella vita quotidiana, sono: gettatezza, decisione, progettualità.
In verità, alla base delle sue convinzioni, il dottor Winter aveva un altro fondamento filosofico, che contrastava con la struttura dell’Esserci heideggeriano: trovarsi gettato nel mondo senza aver scelto le proprie condizioni. Come egli sapeva, ogni uomo sceglie il proprio paradigma di vita, quando si trova nel prato delle anime prima di incarnarsi, anche se poi in vita dimentica di essere stato lui a scegliersi, avendo oltrepassato il fiume dell’oblio. Da questa scelta, anche se limitata ai paradigmi di vita di uomini e animali, che l’araldo aveva raccolto dalle ginocchia di Lachesi e disteso sul prato, in numero pur sempre maggiore delle anime presenti, in verità, deriva la struttura heideggeriana dell’Esserci della “decisione”, descritta come la capacità di assumere decisioni e scelte in un progetto di vita. E sempre da quella scelta iniziale deriva quell’ulteriore struttura dell’Esserci, indicata come “progettualità”, ossia la dimensione di un futuro in cui l'Esserci progetta la propria esistenza. E dovendola progettare secondo un modello possibile, questo rientra nell’insieme dei modelli di vita giacenti nel grembo della Moira, Lachesi. Sull’incarnazione di un’anima nella vita animale, Winter aveva una sua particolare convinzione, che non contraddiceva comunque il mito platonico del “Fedro” combinato con quello della “Repubblica”.
Bussarono alla porta dello studio e Claudia, la segretaria, annunciò la visita di “O’ pazziariello”, così come avevano soprannominato quell’anziano paziente, che subito dopo entrò, avanzando a passettini di danza, l’aria ilare. Winter sbuffò – ma non aveva scelto lui quella vita? – la segretaria abbozzò un sorriso di circostanza e si ritirò.

Silvio Minieri ha detto...

EREIGNIS
Indipendentemente dal fatto se la scelta di sé stesso fosse stata fatta platonicamente dall’anima di Winter prima d’incarnarsi o, alla maniera di Heidegger, dopo essere stato gettato nel mondo, non si sa bene da chi, il destino (Geschick)?, un dono dell’Essere che si fa evento?, sta di fatto che adesso l’evento (Ereignis) consisteva nell’assistere allo show di “o’ pazzariello”, e il dottore rimase pazientemente in attesa. Questa volta la recita non durò molto: il maresciallo in pensione, Zennaro Esposito, entrato mimando passi di danza, gridò: “Dottore, mia figlia si sposa! Ho portato i confetti.” E così dicendo, gli porse la bomboniera. Winter la prese e disse: “Sono felice.” E Zennaro lo abbracciò e baciò due volte sulle guance. “Dottore, questa volta non vi faccio perdere tempo, là fuori una signora vi aspetta” e strizzò l’occhio sinistro, voltandosi verso la porta. “Zennaro, grazie” si limitò a rispondere Winter, mentre lo accompagnava all’uscita. Un anno prima, l’uomo si era presentato con una depressione profonda, la moglie malata e molto sofferente aveva scelto di andarsene nell’altro mondo, ed ora il vedovo sembrava avere elaborato il lutto. Era passato dallo stato disforico ad una fase di minore sconforto, fino ad un recente eccesso di euforia. Un po' come i bambini piccoli, che passano facilmente dal pianto al riso, pensò Winter.
Poco dopo, entrò la paziente in attesa, Armonia Levolle, signora quarantenne, di padre italiano e madre fiamminga. Il marito l’aveva abbandonata, lasciandola con un bambino piccolo e in uno stato di grave prostrazione. Nel corso delle sedute, una volta Winter le aveva letto alcuni brani di un romanzo, ma lei era rimasta insensibile, sembrava più un rapporto accademico tra professore e allievo, che tra medico e malato. Prima di andarsene, però, la donna aveva chiesto se poteva prendere il libro, e Winter, sebbene sorpreso, aveva subito acconsentito.

Silvio Minieri ha detto...

Ora, Armonia Levolle era venuta a consegnare il libro: “Nell’azzurro profondo”. Si trattava di un volumetto di quattro capitoli, lei indicò il passo del quarto, che il dottore le aveva letto la prima volta. Questa volta in silenzio, Winter si era messo a leggerlo: “Scendendo verso sud il paesaggio sembra mutare, ad un tratto il treno rallenta. Passano alcune case, sul pendio si raccoglie l'abitato di un paese e sullo sfondo si può osservare la distesa azzurra del mare. La viaggiatrice contempla incantata la trasparenza azzurrina dell'aria sfumata nella limpidità del cielo, avvolgente lo specchio lucente dell'azzurro del mare. Rivede Ponte, l'estate dell'anno prima, i colori perduti, la luce mediterranea e viene colta da un sentimento d'intensa nostalgia.” Smise di leggere, si era accesa la spia luminosa dell’interfono. Winter pigiò sul tasto dell’apparecchio, la lucina divenne verde, si udì la voce della segretaria: “È arrivato il signor Torriconi.” Winter guardò l’orologio, era arrivato con mezz’ora d’anticipo, un paziente complicato. “Fallo accomodare e digli di aspettare” disse. Si udì la voce di Claudia: “Va bene, ci penso io.” Il dottore spense l’interfono, con aria perplessa. Armonia Levolle fece l’atto di alzarsi, l’espressione interrogativa, ma Winter la fermò con un gesto della mano, e ostentò un segno di noncuranza, increspando leggermente il labbro inferiore. Quindi, andò a ricercare il punto della pagina del libro, in cui si era interrotto, saltò alcune righe, e riprese a leggere, questa volta, a voce alta: “Il treno si ferma e lei continua a contemplare l'incanto di luce azzurrina del mare ed i tenui colori sfumati nell'azzurro dell'aria e del cielo di quel tiepidissimo dicembre. Abbandonate le brume e la nebbia, il freddo e la notte, quando il cavaliere del Nord era giunto per la prima volta su queste sponde del Mediterraneo, doveva avere trattenuto il respiro di fronte allo spettacolo, che si presentava al suo sguardo, superiore ad ogni sua possibilità di meraviglia. Quando il treno riparte ed il paesaggio muta, scomparendo il mare e tornando la campagna e le colline, svanisce il ricordo e viene smarrito l'incanto.” Winter, che era l’autore del libro, pubblicato sotto altro nome, sapeva di avere ripreso l’immagine di stupore e di meraviglia da Scott Fitzgerald, l’autore del “Grande Gatsby”. Ed ora, nel vedere il volto della sua paziente illuminato dalla stessa espressione di meraviglia, capiva che lei aveva iniziato l’ultimo percorso della sua guarigione. In quel momento, il silenzio fu interrotto dal secco rumore di uno sparo, proveniente dalla saletta di attesa. Winter si alzò di scatto e si precipitò fuori: sulla soglia del bagno attiguo, di spalle, Claudia aveva lanciato un grido. Il dottore la scostò e guardò all’interno: il corpo di Torriconi giaceva a terra senza vita, una pozza di sangue attorno alla testa, il braccio ripiegato, la pistola scivolata di mano. L’Essere si era fatto evento (Ereignis).

Silvio Minieri ha detto...

UNA FOLATA DI VENTO
L’altro giorno ero seduto in terrazzino e stavo leggendo il racconto “Il musicista di Dublino”, quando sono stato investito da una folata di vento gelido – l’improvviso calo delle temperature, dovuto a una massa d’aria fredda proveniente dall’Est e dalla Russia siberiana. Allora, sono rientrato in casa, e sono andato a sedermi davanti al computer, per elaborare e scrivere il saggio sull’ontologia di Heidegger, derivata dalla fenomenologia di Husserl. Poco dopo ho sentito un bip, e sull’iPhone ho ricevuto un’immagine dall’America, le cascate del Niagara. Era un selfie di Winter, ritratto con la moglie Eleonora, la segretaria Claudia, e i loro due bambini, tutti sorridenti e felici, nei loro mantelli trasparenti antipioggia. Tra qualche giorno, ritorneranno da questa breve vacanza in America. Ho guardato meglio la figura di Eleonora, leggermente di profilo, mi sembrava come se avesse una certa dilatazione dell’addome, forse il vento delle cascate le gonfiava il vestito. O forse, ah! Evviva!

Silvio Minieri ha detto...

LA CONSECUTIO TEMPORUM
La mattina dopo, Winter con Claudia e la moglie finirono di ripulire e disinfettare il bagno, poi chiusero i locali e se ne andarono tutti e tre insieme. Lo studio riaprì soltanto una settimana dopo. Era ormai l’autunno, ma dopo giorni di freddo, erano ritornati il bel tempo e il sole dell’ottobre romano. Nel primo pomeriggio, quando il dottore si recò nello studio, mentre arrivava, vide una figura scura dall’altra parte del marciapiede venire in direzione contraria, e avvertì come una strana sensazione del passaggio di un’ombra, che lo investì e subito disparve. Entrando nello studio, vide Claudia seduta al banco della ricezione, che gli mostrava una busta: “È venuta Angela Riva,” disse. “Ha pagato l’intera parcella della cura,” aggiunse. “Bene,” disse Winter “abbiamo altri impegni, oggi?” Claudia gli porse la busta: “Ha lasciato un messaggio riservato a lei, dottore.” Sulla busta era scritto: “Al dottor Winter”. Non era chiusa, e mentre estraeva il foglio, Winter domandò a Claudia: “L’hai letto?” La segretaria non rispose. Sul foglio c’era scritto: “Al dottor Winter. Avrei voluto qualcuno che si fosse ricordato di me. Angela Riva.” Winter sollevò lo sguardo su Claudia. “Vuole telefonarle?” disse lei. Il dottore non rispose: “Avrei voluto qualcuno.” Ecco, lei non aveva nessuno. “No, più tardi chiamala, e chiedile se vuole continuare la cura oppure no.” Poi entrò nel suo studio, si andò a sedere dietro alla scrivania, accese il computer, e si mise a leggere la posta elettronica. Tra le tante e-mail, andò ad aprire quella con il mittente: “Elsa Tedeschi”. Era datata diversi giorni prima: “Caro dottor Winter, le scrivo da Torino, qui è autunno, e dalla città si vedono le montagne alpine imbiancate di neve. Le scrivo per definire il racconto del mio sogno sui cani. Nel parco di “Giulia Servilia” non c’è il canile e neppure la caserma della polizia veterinaria. Quelle immagini si riferivano a delle cronache, di cui avevo letto sui giornali, e visto i servizi in televisione, di un assalto degli animalisti, che avevano liberato tutti i cani rinchiusi nel canile di Roma Sud. Ho elaborato le mie fantasie, come mi aveva raccomandato di fare, recuperandole nella mia realtà esistenziale. Resterò a Torino ancora a lungo. Quando tornerò a Roma, passerò a trovarla. La sua amica Elsa Tedeschi.”

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“È segno di salute psichica il fatto che colui che sogna riesca a oggettivare in buona parte i propri desideri e timori in immagini drammatiche, dalle quali il contenuto emotivo sembra derivare solo in via secondaria.” Così dice Binswanger. E questo giudizio dello psichiatra svizzero suonava come una conferma, per la lettura del sogno di Elsa Tedeschi e della sua vicenda esistenziale, anche alla luce di quanto le aveva comunicato con la sua e-mail. Infatti, il contenuto emotivo non prevaleva sull’azione drammatica, separandola dalla sua stessa forma corporea, per usare le parole di Binswanger, risolvendosi al di fuori di essa. In verità, ripensandoci, al dottor Winter venne un dubbio, si disse, abbastanza accademico, ma volle verificare, e andò a rileggersi la descrizione del sogno della Tedeschi, soprattutto nella parte finale. “Un altro cane correva nella radura illuminata. Ho scavalcato il muro, sono balzata a terra, ho udito la fucilata e ho visto il cane in corsa arrestarsi di colpo e cadere. D’istinto mi sono messa correre sempre più velocemente verso la luce bianca, e nell’abbaglio è risuonato ancora un colpo secco di fucile. Tutto si è annebbiato oscurandosi, mi sembrava di fluttuare in aria, nel buio mi sono ritrovata sveglia nel mio letto. Poi devo essermi riaddormentata.” Un primo giudizio da lui dato sul “fluttuare in aria”, a cui era seguito il risveglio, era stato più che altro un riscontro alla teoria del sogno di Binswanger. Guardò il testo scritto: al “fluttuare in aria” seguiva “nel buio”, contiguo al risveglio. E poi lei, forse, si era addormentata. Era come se a quel sogno mancasse qualcosa. Quel risveglio era stato improvviso, una forma di angoscia, che però non era stata raccontata. Noi possiamo dire che il racconto del sogno, fatto dalla Tedeschi, era rimasto incompleto: “Nello splendore di luce, tutto si annebbiò e si rabbuiò di colpo: Elsa Tedeschi continuava a correre, ma come fluttuando nel vuoto, in lievi passi al rallentatore, nel cuore della notte nera, a cui si votava con antica devozione, andando incontro agli dèi Mani di Antiochia e D’Anchise.” Non era questo un sogno di morte?

Silvio Minieri ha detto...

Commentando il sogno di un suo paziente, Binswanger scrive: “Il paziente stesso definisce questo sogno un sogno di morte. Questo librarsi senza forma, questa completa dissoluzione della forma corporea è un elemento negativo dal punto di vista diagnostico.” Winter rimase pensieroso, poi non si sa come e perché gli vennero in mente gli antichi Mani, divinità romane che rappresentavano le anime dei defunti, forse il riferimento gli era stato suggerito dalla storia di Giulia Servilia. Quale storia? Winter si sentiva un po' confuso, stava per chiudere il file, relativo ad Elsa Tedeschi, quando aprì la seconda e-mail inviatale dalla donna. Il messaggio non era lungo: “Caro dottor Winter, qui a Torino sono stata raggiunta dal mio conoscente ed amico, il maestro D’Anchise, il musicista di Dublino. In breve, il maestro ha musicato un testo poetico del professore Romano Antiochia, relativo a una donna evocata nei suoi versi. Ed io mi trovo qui per questo, non so se lei, dottore, sia stato a conoscenza del caso di cronaca, la morte sospetta di Antiochia, Legato del Ministro degli Esteri, avvenuta in Abruzzo, a San Silvano sul mare. Ma questo non credo che interessi il mio sogno. Con amicizia, Elsa Tedeschi.” Che cosa significava: “Ed io mi trovo qui per questo”? Winter non sapeva di Antiochia né tanto meno di D’Anchise, di entrambi i quali in quel momento aveva per la prima volta contezza. Era confuso, non capiva, quella donna era andata a Torino, sulle tracce di un fantasma, evocato da un altro fantasma, ed aveva trovato un uomo in carne ed ossa, il maestro D’Anchise, il musicista di Dublino. Ecco, era l’inizio di una nuova storia, quindi chiuse ed archiviò il file relativo ad Elsa Tedeschi.
Riprese e rilesse il messaggio di Angela Riva: “Avrei voluto qualcuno che si fosse ricordato di me.” Il messaggio era chiaro, era indirizzato a lui, Winter. Era lui quel “qualcuno”, da cui Angela Riva si congedava. La regola grammaticale della consecutio temporum era stata rispettata: la frase principale, con il condizionale imperfetto del verbo, concordava con il congiuntivo passato della frase relativa, ed esprimeva l'amarezza di un desiderio disatteso, scivolato via nel fluire del tempo.
Uscendo dallo studio, Winter chiese alla segretaria se avesse telefonato ad Angela Riva. Non era raggiungibile, disse Claudia. “Domenica, sei a pranzo da noi?” domandò Winter. “No,” disse lei, “sono ritornata a stare con Giorgio.” La trasferta americana aveva funzionato, il giovane si era ingelosito. “Chiudi tu?” disse Winter. “Sì,” rispose Claudia. Il dottore uscì e si avviò in direzione di casa. Dove andiamo? Sempre a casa.

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LA MORTE DEL CAPITANO ROLL
Quando suonarono il campanello di casa, alle sette del mattino, Roll si trovava in cucina, dove si stava preparando il caffè. Aveva indosso una tuta ginnica, ed era pronto per la passeggiata mattutina. Era il primo novembre, la festa di Ognissanti, la sera precedente, avevano bussato diverse volte i bambini per il loro “dolcetto o scherzetto”, e tutti erano stati accontentati con merendine e pasticcini, che Roll aveva preparato per loro. Lasciò stare il caffè che non aveva ancora bevuto, attraversò il salone di casa e andò ad aprire la porta. Nel riquadro apparve un uomo con un viso rugoso, i baffi bianchi spioventi, l’aria grigia, un cappello da contadino in testa, gli abiti dimessi. “È lei il capitano Roll?” domandò. “Sì”, rispose Roll. L’uomo estrasse da sotto la giacca una pistola, la puntò contro Roll e sparò tre colpi in rapida successione. Roll stramazzò a terra, l’uomo fuggì via di corsa. In casa non c’era nessun altro, e quella mattina, il palazzo era semideserto. Nessuno aveva udito gli spari o se li aveva uditi non aveva fatto caso a quei botti, magari pensando a petardi o scoppiettii di una motocicletta di passaggio nelle vicinanze.
Roll agonizzava esanime sul pavimento del salone di casa, la porta spalancata a metà. All’ora di pranzo un’inquilina dello stabile passò davanti a quella porta semiaperta, vide il corpo riverso e la pozza di sangue, entrò e si chinò sull’uomo esanime: non respirava, era o sembrava morto. Telefonò al Pronto Intervento; nel giro di alcuni minuti arrivarono alcune volanti della polizia e un’ambulanza. Fino al piano salirono un commissario, un ispettore e un agente, che fu messo di guardia alla porta, e fu avvertito il magistrato, che sopraggiunse poco dopo sul posto.
Nel condurre le prime indagini, gli inquirenti ascoltarono la testimone, e cercarono di capire a prima vista che cosa fosse accaduto. Appariva chiaro che si trattava di un omicidio, la vittima era stata attinta al petto da colpi sparati con una pistola a tamburo, a terra non c’erano bossoli; quindi, intervenne il personale della polizia scientifica. Si cercarono altri possibili testimoni, ma nessuno si era accorto di nulla. Fu rintracciato l’amministratore del condominio, Roll abitava l’appartamento assieme a una donna, verosimilmente la moglie, ma non sembrava che altri vivessero con loro. La notizia fu data dai telegiornali nazionali del pomeriggio e della sera. La moglie si precipitò a Roma, dalla casa di montagna in Alto Adige, assieme alla figlia e al genero e un nipote. In serata, si recò all’obitorio per il riconoscimento della salma, poi fu sentita per tutta la notte dal magistrato in Questura. Il morto, conosciuto come il capitano Roll, si chiamava Silvio Rollemberg, aveva cinquantadue anni, originario della provincia di Bolzano, era il titolare dell’azienda di famiglia, una fabbrica di mobili per arredamento casa, con diverse sedi in Italia, Austria e Svizzera.

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DORA RUFFO
Villar ricevette la telefonata alle tre del pomeriggio, mentre scendeva da via Barberini, per raggiungere la fermata della metro A dell’omonima piazza. “Sono Dora Ruffo,” disse una voce femminile, quando digitò “verde” per la risposta sul suo telefonino. “Sono Villar” disse Villar. “Non sono a Roma, oggi,” disse la donna. “Purtroppo, non posso rientrare prima di domenica,” aggiunse. “Quando vuole incontrarmi, signora Ruffo?” domandò Villar. “Anche domani” disse lei. “Dove?” domandò il giovane. “Qui a Bruxelles, le invio la somma necessaria alla sua trasferta, con bonifico istantaneo.” Il giovane attese alcuni momenti, era martedì: “Posso venire giovedì, non è necessario nessun bonifico, signora.” Alcuni momenti, e la signora Ruffo disse: “Quando arriva a Bruxelles, mi telefoni, signor Villar.” “Certo, ho il suo numero registrato,” rispose. “Grazie” disse lei. “Prego” rispose Villar. “Arrivederci, signor Villar,” disse la donna. “Arrivederla, signora,” e attese che l’altra chiudesse. Alcuni istanti e Dora Ruffo chiuse la comunicazione, subito dopo chiuse anche Villar. Quindi, continuò a scendere per la via Barberini e arrivò nella piazza, alla fermata della metro A, di fronte al cinema. Aprì il telefonino e chiamò in agenzia: “Ciao Gabriele, mi ha telefonato la Ruffo, mi ha chiesto di raggiungerla a Bruxelles.” “Quando parti?” domandò Gabriele. “Giovedì mattina,” disse Villar. “Mi devi anticipare le spese con i soldi della cassa.” “Aspetta un momento” disse Gabriele. Dopo un po’, riprese la conversazione: “Ho verificato sul nostro conto, ha fatto un versamento istantaneo di mille euro.” “Spenderò di meno” disse Villar “Va bene,” replicò Gabriele. “Domani mattina, passo in Agenzia per studiarmi il dossier.” “Io non ci sono, hai le chiavi?” “Sì, passo alle otto.” “Forse, trovi Martina.” “D’accordo, ciao, zio.” “Ciao, Vill,” rispose Gabriele, e chiuse.

Silvio Minieri ha detto...

Villar era il nipote di Gabriele D’Orsi, titolare dell’agenzia di investigazioni private: “D’Orsi investigazioni”. Quando era andato in pensione, come luogotenente dell’arma dei Carabinieri, D’Orsi aveva investito i soldi della liquidazione in quella agenzia di investigazioni private. I primi tempi, si era avvalso di suoi colleghi ex-carabinieri, che avevano prestato servizio con lui, per indagini prevalenti di infedeltà coniugali e anche di scomparse di persone, poi nell’anno della pandemia aveva chiuso. Quando aveva riaperto, aveva messo la figlia Martina come segretaria, la clientela era scomparsa, e i suoi collaboratori si erano allontanati. Un giorno, Martina aveva ricevuto la telefonata della signora Dora Ruffo, vedova di Silvio Rollemberg, il capitano Roll ucciso due anni prima in casa da uno sconosciuto. Le indagini non avevano dato risultati, il responsabile del delitto non era stato mai identificato, il fascicolo di Roll giaceva in Procura, in attesa di accertamenti affidati alla polizia giudiziaria. Dopo un po' di tempo, la notizia era scomparsa dalla cronaca, in seguito ripresa più volte dai media, senza ulteriori novità, aveva finito per essere dimenticata. La Ruffo aveva chiesto un incontro, ed aveva ricevuto Gabriele D’Orsi in casa sua, dove il marito era stato assassinato la mattina del primo novembre, la festa di Ognissanti, alle sette del mattino, con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo sul petto. Questo avevano accertato gli inquirenti, poi più nulla. Nessuno aveva visto o sentito niente, almeno così sembrava. Non vi erano telecamere nei pressi del palazzo abitato da Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Le altre sulle strade vicino non avevano registrato immagini utili alle indagini, così avevano concluso gli investigatori della polizia, forse solo una, sfuocata, un’ombra scura, un uomo con un cappello da contadino in testa. Ma come poteva stabilirsi chi fosse quell’uomo? Un indizio, uno sconosciuto ripreso da una telecamera di un bar, in un viale distante centinaia di metri dal caseggiato, dove era stato consumato il delitto.
Era questo il breve consuntivo delle indagini, che D’Orsi aveva riferito alla vedova Ruffo, dopo essersi consultato con le sue fonti e documentato con copia di tutti gli atti dell’inchiesta resi pubblici, in merito all’omicidio del capitano Roll. E D’Orsi sapeva che non c’era nient’altro di accertato, tranne suggestioni della stampa e dei media in proposito, spunti di discorsi senza fondamento tutti lasciati cadere.

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VILLAR
Dopo aver finito di parlare con lo zio, Villar rimase a guardare i cartelloni pubblicitari dei film in programmazione al cinema “Barberini”, c’era una rassegna dei film di Michelangelo Antonioni, quel giorno proiettavano “L’avventura” con Monica Vitti. Decise di andarlo a vedere. Dopo le scene romane, ecco la crociera, il mare della Sicilia, l’isola, gli scogli, lo sciacquio delle onde, si distrasse, non finì di vedere il film e uscì. S’incamminò, risalendo per via Veneto, per raggiungere il garage sotterraneo di Villa Borghese, dove aveva parcheggiato la sua autovettura.
Villar era laureando in Economia alla Luiss, doveva soltanto discutere la tesi ai primi di luglio, e in quello scorcio di primavera aveva frequentato ogni tanto l’Agenzia dello zio Gabriele, più che altro per incontrare la cugina Martina, con cui aveva amici in comune, tutti della loro età. E quella volta in cui aveva ricevuto l’incarico dalla vedova Ruffo dell’indagine sulla morte del marito, Gabriele D’Orsi aveva colto l’occasione per dare incarico al nipote di occuparsi del caso. Ormai libero da preoccupazioni di studio, il giovane aveva accettato, e si mise all’opera, cominciando con ricerche presso gli archivi della stampa nazionale su notizie di cronaca dell’epoca, dopo aver letto il dossier, con tutti gli atti giudiziari che Gabriele si era riuscito a procurare. Chi aveva avuto interesse a uccidere Roll? Uno sconosciuto. E perché? Le indagini a tutto campo nella cerchia di familiari e conoscenti e negli ambienti di lavoro della vittima non avevano approdato a nessun risultato. Se qualcosa in quella direzione delle indagini era rimasta nascosto, non sarebbe stato certo facile a lui scoprirlo concretamente, sarebbero state soltanto suggestioni e ricostruzioni astratte. Bisognava allatgare il gradiente oltre il giro delle persone conosciute, entrando in un ambiente sconosciuto. E il movente? Occasionale o forse scaturito da un errore di persona. Un colloquio diretto con la vedova l’avrebbe forse aiutato, intanto doveva darsi da fare da solo. Nei giorni prima e dopo il primo novembre di due anni prima, c’erano stati parecchi fatti di cronaca nera, non di grande rilievo: furti, scippi, rapine, liti familiari. Diversi mesi prima, però, nel quadrante sud di Roma, nella zona dell’ardeatino, era stato compiuto un omicidio, rimasto ancora come un giallo irrisolto. Villar non cedette alla tentazione di complicare il caso, e seguì il criterio suggerito dal “rasoio di Occam”: tagliare tutte le ipotesi superflue, scegliendo la spiegazione più semplice tra quelle egualmente valide, ma più complesse. In tal modo, però, tagliando tutte le ipotesi conosciute, e non complicando il caso con la commistione di altri casi, rimaneva nulla o poco più: quella tenue e sfuocata immagine, ripresa dalle telecamere, e giudicata non utile dagli investigatori ufficiali. Chi era? E come c’entrava con il delitto?

Silvio Minieri ha detto...

Villar allargò le sue ricerche negli archivi di stampa a tre anni antecedenti il delitto del novembre di due anni prima. Cercava l’immagine di un uomo calzante un cappello simile a quello dei contadini o dei pescatori, e questa immagine gli suggeriva uno scenario rurale. E un tale scenario agreste o suburbano come poteva comporsi con quello più propriamente urbano? Il villan che s’inurba. Villar rise tra sé, e andò anche a controllare il rifermento letterario dantesco, che gli era balzato in mente: «Non altrimenti stupido si turba / lo montanaro, e rimirando ammuta, / quando rozzo e selvatico s'inurba», “Purgatorio”, XXVI, vv.67-69. Erano considerazioni astratte, un vagare tra le nuvole, bisognava scendere a terra, propriamente la città di Roma, nei pressi del palazzo di Roll, in quell’angolo del quartiere ardeatino, prospiciente il parco dell’Appia antica. Recatosi sul posto, si fece una passeggiata sui tratturi, fra i prati di amaranto e i noccioleti, un pezzo di campagna romana non ancora urbanizzato, incontrando qualche rara persona con il cane, vide anche un pastore con un gregge di pecore. Si fermò e si guardò intorno, da una parte, lontano la Cristoforo Colombo, dall’altra gli ultimi insediamenti di case verso l’Ardeatina. E non ostante quella sua sensazione rurale ed agreste, derivatagli dalla immaginazione suggerita da quella sagoma sfuocata con il cappello da contadino, ripresa dalla telecamera di un bar, si convinse che il contesto di quel paesaggio, a tratti bucolico e georgico, non c’entrava affatto con il delitto. Era la sua mente astratta che vagava tra le suggestioni dei poemi di Dante e di Virgilio, doveva immergersi nella realtà cittadina, spostarsi nelle adiacenze, tra le strade, le case, gli uffici commerciali della zona. E così rimase in osservazione per diversi giorni, qualche ora della mattina o del pomeriggio, ad osservare quell’angolo di quartiere, soprattutto il tratto della via Dresda, dove sorgeva il palazzo di Roll. Gli autobus di linea venivano dalla Grottaperfetta, risalivano sulla via Dresda, giravano per via Dublino, e andavano a finire la corsa al capolinea di viale Londra. Il primo novembre era un giorno festivo, l’assassino non era arrivato con l’autobus, alle sette del mattino, verosimilmente unico passeggero, in un quartiere residenziale deserto. Villar aveva fatto la prova il primo maggio, salendo alla fermata dell’autobus alla stazione della metro B della Laurentina, e scendendo alla via Dresda: d’intorno nessuno né a piedi né in macchina, il bar chiuso, le case silenziose e deserte. Restò a guardare il palazzo di Roll e immaginò di sentire tre spari, un’eco, si voltò verso la torre in vetrocemento di undici piani, li aveva contati l’unica sera, in cui era venuto ad osservare il luogo, calcolando il numero di luci dei piani delle scale.

Silvio Minieri ha detto...

MARZIO
Quando giunse a Riva Fredda, comune di non più di trecento abitanti, nella città metropolitana di Roma capitale, ai confini con l’Abruzzo, a metà strada dall’Aquila, Villar notò alcuni avvisi funebri sulle mura delle case della piazzetta principale, la celebrazione del trigesimo della morte di Andrea Marzio, di 73 anni. Guardandoli meglio, si accorse che recavano la data di circa quindici giorni prima. In paese c’era un hotel con un bar, dove Villar andò a consumare un aperitivo, e incontrò una donna, poi rivelatasi consigliere di minoranza della giunta comunale. Il sindaco risiedeva con la famiglia a Roma, il defunto era un cugino sia suo che del primo cittadino. Villar era un turista? No, solo un visitatore. Benvenuto a Riva Fredda, era venuto a trovare qualche amico? No, una tappa di un suo giro, per le montagne. Villar notò una foto su un angolo del bancone: ritraeva un giovane viso femminile sorridente, la chioma ben curata dei capelli. “Chi è?” domandò. La consigliera Bernardini non rispose, la barista si era avvicinata ai due: “È il ricordo di una ragazza che non c’è più” disse. Villar notò che l’interlocutrice teneva lo sguardo fisso sulla consigliera. La donna taceva, allora la barista disse: “Sabina, la figlia di Marzio, morta in un incidente stradale, anni fa.” “Un lutto per un’intera comunità,” osservò Villar. Poi, non trovando altre parole, domandò: “Vengono turisti anche d’estate?” “Pochi” disse a voce alta la Bernardini, il riso ironico: “L’amministrazione attuale è inefficiente.” Quindi decise di andarsene, anche la barista ritornò a lavare e asciugare i bicchieri. Villar bevve l’aperitivo, pagò, salutò e se ne andò. Prima di lasciare la piazza, guardò la fotografia nel riquadro tondo degli annunci funebri. Era proprio lui, il viso rugoso, i baffi bianchi, i capelli canuti folti, le basette lunghe. Villar ricordò quel viso con un cappello da contadino calzato sul capo. Tutti i particolari coincidevano, mancava un ultimo anello. Ma quali erano gli altri anelli, che l’avevano condotto in quel borgo, non certo lontano dal mondo?
Quando era andato a controllare tutti i fogli di cronaca dei giornali delle principali testate, negli archivi a cui gli avevano consentito l’accesso, aveva sempre cercato di trovare quell’immagine di un uomo con il cappello da contadino, simile al fotogramma della telecamera, e una volta aveva rintracciato un volto di profilo, che sembrava corrispondere. Era la fotografia del funerale in chiesa di una giovane donna deceduta in un incidente stradale nei pressi dell’autostrada Roma L’Aquila, all’uscita del casello di Lunghezza, qualche chilometro dopo. Villar aveva voluto approfondire la notizia su un foglio locale della Comunità montana delle valli dell’Aniene. La fotografia era la stessa, più ingrandita, ma l’articolo portava maggiori dettagli: la vittima, Sabina, ventisette anni, era figlia di Andrea Marzio, abitante del comune di Riva Fredda. L’incidente era avvenuto alle nove di sera, l’autovettura su cui viaggiava la ragazza era ferma a bordo strada, e lei era scesa dalla parte della guida. In quel momento era sopraggiunta un’automobile di grossa cilindrata viaggiante a forte velocità sulla stessa carreggiata, investendola in pieno e lasciandola esanime sulla strada. L’autista non si era fermato e la ragazza era stata soccorsa poco dopo da un altro automobilista. Ricoverata in ospedale, era morta il giorno dopo. Il lutto aveva investito l’intera comunità di Riva Fredda, dove la ragazza era nata e cresciuta e molto apprezzata.

Silvio Minieri ha detto...

Villar cercò nelle cronache successive, ma non riuscì a trovare altri particolari, ne parlò con Gabriele, che riuscì a ottenere gli atti dell’inchiesta giudiziaria, rimasta a carico di ignoti. Leggendo tutti i verbali, Villar appurò che l’autovettura investitrice, risultata rubata, era stata recuperata un anno dopo a Roma sud, in località “Divino Amore”. Era stata applicata una targa falsa, il numero di telaio era stato contraffatto, e sui registri del PRA, i dati corrispondevano ad un’autovettura rottamata. Approfondendo gli accertamenti, Villar scoprì che il numero di telaio, soltanto per una cifra dubbia, 3 invece di 8, era uguale a quello di un’autovettura, intestata a una società, di cui era stato titolare Silvio Rollemberg. Il particolare non risultava dall’inchiesta degli atti ufficiali, ma erano informazioni che potevano essere facilmente prese sottotraccia.
Gabriele non era convinto, ma riuscì a ottenere una fototessera di Andrea Marzio, datata molti anni prima. Aiutato da Martina, con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale, Villar elaborò un’immagine dell’uomo più vecchio d’età, viso rugoso, baffi spioventi e basette lunghe, con il cappello da contadino a coprirgli la testa. Gabriele scosse la testa, guardando l’immagine, lodava l’impegno, ma sapeva e disse che non bastava. Le informazioni dovevano corredare l’immagine e il tizio doveva essere collegato sulla scena del crimine. Dubitava anche del movente, una vendetta per errore, compiuta a distanza di tre anni. “È un piatto che si serve freddo” disse Villar. Gabriele lo guardò: “Vill, stiamo fantasticando troppo, abbiamo fatto tutto noi, anzi tu. Sei stato bravo, devi continuare, trovare i riscontri.” “E se mostrassi queste fotografie alla vedova?” disse Villar. “Al momento possiamo soltanto illuderla, non è professionale.”
E poi l’inchiesta ufficiale aveva già percorso la pista, per identificare la persona ritratta dalla telecamera. Si era pensato alla foggia di un cappello militare, ed era saltato fuori un capitano dell’esercito, forse per la stessa qualifica con cui era conosciuto il morto. Abitava in una casa lì vicino con tutta la sua famiglia, era in servizio all’estero, ma aveva approfittato di un breve periodo di ferie per rientrare in Italia e passare quel giorno festivo coi suoi. Non conosceva affatto il capitano Roll, che non era un militare, ma era conosciuto con quell’appellativo, in quanto capitano d’industria. Dopo il flop, gli investigatori avevano evitato altri spiacevoli scivoloni.
Quando Villar se ne andò deluso, Gabriele preso da uno scrupolo, decise di avvertire la vedova di una possibilità ulteriore d’indagine, avrebbe deciso lei, e lei decise subito.

Silvio Minieri ha detto...

L’INCONTRO
Giunse a Bruxelles in mattinata, a mezzogiorno era seduto in fondo al salone del “Bristol”, Avenue Louise. Dora Ruffo arrivò qualche minuto dopo, prima di lei, Villar notò due giovani in giacca e cravatta affacciarsi nella sala leggermente in penombra, e uno di loro sembrò dargli un’occhiata distratta, non c’era nessun altro. Dora Ruffo apparve sulla soglia, alta e magra, pantaloni neri, blusa nera, camminava dritta con passo incerto. Villar si mosse rapido verso di lei: “Sediamoci qui,” disse lei, indicando alcune poltrone, dove c’era più luce. Aveva allungato la mano destra, nello stringerla, Villar abbozzò un leggero inchino, poi si sedettero. “Ha fatto buon viaggio?” s’informò lei. “Sì, grazie,” disse Villar. “Mi scuso ancora, per averla fatta venire, ma non potevo muovermi prima.” Era premurosa. “Non è stato un problema, signora Ruffo, non deve preoccuparsi per me.” La donna gli riferì del messaggio di Gabriele e del suo interesse a questa nuova traccia. Villar trasse di tasca la fotografia di Marzio, ricavata con l’Intelligenza artificiale, e la mostrò alla signora Ruffo. La donna prese la fotografia, la tenne tra le dita, dritta, di fronte a sé, fissandola in silenzio per un minuto buono. Villar si volse verso l’entrata, dove vide uno dei giovani di prima, si era affacciato nella sala e aveva lanciato uno sguardo verso di loro, era una delle guardie private di Dora Ruffo. “Mio marito non frequentava altre donne, che io non conoscessi,” disse la donna. Restituì la fotografia: “Non lo conosco, non l’ho mai visto prima.” Villar riprese la fotografia: “Si chiama Andrea Marzio, è morto qualche mese fa, 73 anni.” Se lei pensava a un motivo passionale, peraltro a lei ignoto, si sbagliava. “Cherchez la femme”: l’inchiesta ufficiale l’aveva cercata, ma non l’aveva trovata, e Dora Ruffo lo sapeva. Non sapeva dell’altro movente, di cui Villar la informò, specificando ogni dettaglio. “L’inchiesta è chiusa, allora?” interrogò lei. “Bisogna collocare Marzio sulla scena del crimine,” spiegò lui. “Mio marito ucciso per errore, quasi tre anni dopo?” La donna sembrava essere stata colta dal dubbio. “Una vendetta sbagliata contro un estraneo inconsapevole.” Il giovane spiegò che era una traccia non presa in esame dall’inchiesta ufficiale o quanto meno non suffragata da alcuna prova, era rimasto un delitto senza movente. “Se la traccia dovesse rivelarsi giusta, passeremo il risultato dell’inchiesta alle autorità ufficiali, dopo averle consegnato il dossier. Per ora, signora, non abbiamo altro.” La conversazione sembrava conclusa, ma la Ruffo non si alzò. “Ha fatto un ottimo lavoro, è bravo nella sua professione.” Villar ci tenne a precisare la sua posizione, spiegando di quel suo primo incarico, tutto sotto il controllo dello zio, una vita investigatore pubblico ed ora anche privato. Per quell’attività, valevano le esperienze e le relazioni di Gabriele D’Orsi, le sue competenze, invece, erano diverse, aveva appena finito i corsi universitari di economia. La donna si alzò: “Allora, spero di rivederla presto, dottor Villar.” Il giovane sorrise: “Discuterò a giorni la tesi di laurea.”
“Allora, auguri per il suo futuro di economista.” Si avviarono all’uscita, dove erano in attesa le due guardie private. “Mi chiami Dora,” disse la donna, prima si lasciarlo. “Certo, signora Dora,” rispose Villar. Dora Ruffo si mosse verso l’autovettura, salì, e partì insieme alla sua scorta. Villar chiamò un taxi, per andare in aeroporto, il volo pomeridiano per Roma, il cielo era stato grigio, la mattina, ma ora sembrava schiarire.

Silvio Minieri ha detto...

LA SPAZZINA
Erano le nove e un quarto del mattino, e Villar si trovava all’angolo tra via Dresda e via Dublino, in attesa del furgone dell’AMA, che aveva visto poco prima fare il giro per viale Londra. Infatti, qualche minuto dopo, il furgone scese giù per via Dublino, fece mezzo giro attorno alla rotonda, l’aiuola al centro dello spiazzo di via Dresda, e andò a fermarsi davanti al cancelletto dell’isola ecologica, dove c’erano i bidoni della spazzatura da vuotare. Dal furgone scese prima una donna sulla cinquantina, una bionda tinta, e poco dopo, dal sedile dell’autista, balzò a terra una donna più giovane, pronta per le dovute incombenze. Aprirono il cancelletto, con la chiave custodita nel cassettino, di cui le due operatrici ambientali avevano il codice, tirarono fuori un cassonetto e lo accostarono al retro del furgone. La giovane risalì al posto di guida e manovrò sull’apposita leva che azionava il sollevamento del contenitore posteriore per l’aggancio e svuotamento dei cassonetti. Nel giro di qualche minuto, le due donne portarono a termine le operazioni di raccolta, chiusero il cancelletto, riposero la chiava nell’apposito cassetto, risalirono sul mezzo e ripartirono. L’automezzo girò attorno alla rotonda, proseguì per un centinaio di metri e andò a fermarsi più avanti, accanto all’isola ecologica seguente, che serviva gli altri condomini. Villar aveva osservato tutta la scena, stando fermo in piedi sul marciapiede di fronte, e quando l’automezzo della nettezza urbana ripartì, risalì sulla sua autovettura, che aveva parcheggiato lì vicino, e si mosse in direzione di viale Londra. Quindi sbucò su via dell’Annunziata, girò a sinistra e andò in fondo all’incrocio sull’Ardeatina, per riprenderla a destra, giungere sulla Grotta Perfetta, e imboccare infine via della Fotografia, che costeggiava il parco prospiciente la strada, dove andò a parcheggiare. Scese dall’autovettura e con le mani conserte rimase in attesa. Dopo una ventina di minuti, il furgone dell’AMA riapparve per completare il suo solito giro. Villar risalì in macchina, per non farsi notare, e rimase ad osservare la manovra del parcheggio dell’automezzo accanto alle file di case, dove erano sistemate altre isole ecologiche. Assistette alla scena simile all’altra, secondo un copione che si ripeteva ad ogni fermata. L’anziana scendeva e andava a prendere i cassonetti, aiutata dalla collega giovane, scaricavano i rifiuti, risistemavano i cassonetti, poi risalivano sul furgone e ripartivano. Le strade erano deserte, era domenica, e le due operatrici dell’AMA, quindi, stavano svolgendo un turno festivo, quello della mattina.

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Dopo alcuni giorni di osservazione, Villar era riuscito a individuare l’itinerario e gli orari degli automezzi, nonché il personale di turno a bordo, e calcolò che la coppia di donne, che aveva osservato la prima volta, avrebbe dovuto svolgere il turno del lunedì mattina della settimana seguente. Infatti, come previsto, il lunedì mattina, apparvero in via Dresda quasi puntuali, e Villar decise di andare a parlar loro, quando sarebbero passate più tardi in via della Fotografia, dove c’era anche una fontanella pubblica. Quando vide spuntare il furgone dal fondo della strada, per risalire verso la Grotta Perfetta, si attardò a lavarsi le mani e bere dallo zampillo d’acqua. Il furgone si era fermato poco più sopra, e quando la donna dalla parte del passeggero saltò giù, Villar si avvicinò, scuotendo le mani nell’atto di asciugarle, e disse, sorridendo: “È potabile l’acqua?” La donna gli diede uno sguardo senza rispondere, poi, mentre si avviava verso i cassonetti, si voltò dalla parte di Villar e commentò: “Ci bevono pure i cani.” Intanto, l’autista, l’operatrice giovane, era scesa dal furgone, si avvicinò guardandolo in faccia, e disse: “Siamo due spazzine e stiamo lavorando.” Villar le sorrise: “Anch’io” disse. “Sono un investigatore privato.” La ragazza lo squadrò severa: “Sei pagato dall’azienda, per controllarci?” Villar scosse la testa: “No, no!” L’altra operatrice si stava avvicinando, trascinando il cassonetto: “Tu sei lo stalker” disse. Villar rise: “Sì” rispose, alzando le mani. Le due donne lo guardavano: “Io pago le informazioni, in contanti.” Estrasse dalla tasca due banconote da cinquanta euro: “Questo è un anticipo, a fondo perduto.” La giovane rispose in tono di sfida: “Noi non ci facciamo corrompere.” Villar rimise le banconote in tasca, mentre l’altra operatrice ironizzò: “Magari sono pure false.” Villar aveva tirato fuori un bigliettino da visita e lo porgeva alle due donne: “Questo è il recapito dell’Agenzia, io sono Villar.” L’anziana fece un cenno alla giovane, questa si tolse il guantone, prese il bigliettino con le punte delle dita e vi lanciò un’occhiata sopra. “Grazie, buon lavoro ragazze, ci vediamo” disse Villar e si avviò alla macchina parcheggiata lì accanto, senza aspettare la risposta. Poco dopo, passando vicino, salutò con un cenno dalla mano, mentre le due donne erano tornate ad armeggiare con i cassonetti. Rallentò, per farsi prendere il numero della targa, e dallo specchietto retrovisore vide, infatti, che ora lo stavano osservando.

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STEFANIA
Stefania gli telefonò, due o tre giorni dopo, era l’operatrice ecologica giovane. “Sono la spazzina, il signor Villar?” “Sono io” rispose Villar. “Sono Stefania” disse lei. “Ciao, Stefania” rispose Villar.” “L’informazione posso darla anche adesso per telefono” disse Stefania. “Non posso mostrarti la fotografia per telefono” disse lui. “Mi vuoi vedere?” disse lei. “Sì” rispose, deciso, Villar. “Alle due, quando smonto dal servizio, al bar di via Dresda, hai capito quale?” “Certo, sarò lì puntuale” disse lui. “Comunque, ora, ho il tuo numero di telefono” aggiunse. “Ciao, investigatore,” disse lei, e chiuse.
Quando Stefania si presentò, Villar era seduto al tavolino del bar convenuto. Si alzò in piedi, nel vederla e le spostò leggermente la sedia, per farla sedere. Il gesto premuroso non sfuggì alla giovane, che con una leggera increspatura delle labbra, mostrò il suo apprezzamento. “Io ho due figli” mise subito in chiaro, con un sorriso. “Io non ho figli” replicò lui. Poi domandò: “Un caffè? o un aperitivo?” “Un caffè” disse lei. Quando il cameriere si presentò, Villar ordinò due caffè, e acqua minerale. Gli esercenti del bar tavola calda erano asiatici, e gestivano anche un minimarket, lì accanto. Il locale era frequentato da personale degli uffici, siti nelle vicine torri in vetrocemento, e a quell’ora della pausa pranzo era abbastanza affollato. “Questioni di corna, vuoi sapere se qualcuno dei miei colleghi tradisce il partner?” Disse Stefania, cercando di indovinare la richiesta di Villar. “No, no,” replicò lui, sfilandosi dalla tasca una busta, che depose sul tavolino. “Dentro ci sono duecento euro e una fotografia, guardala e dimmi se l’hai mai visto prima. Lei prese la busta, tirò fuori la foto, l’osservò con cura. Era il ritratto di Andrea Marzio. “Mai visto” disse lei, dopo aver guardato per un po' l’immagine. Villar si riprese la fotografia, e la infilò in tasca. “Tieni pure il compenso” disse indicando la busta. La giovane controllò le banconote, non le prese, richiuse il plico e lo spinse in direzione di Villar. “Non prendo soldi” si limitò a dire. “L’informazione era un’altra” disse lui. La giovane scuoteva la testa. “Volevo sapere se tu e la tua collega facevate gli stessi turni qui due anni fa, a ottobre,” disse lui. “Che cosa è successo?” Villar tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio di giornale, quello che portava la notizia in cronaca dell’omicidio del capitano Roll. La giovane lesse l’articolo, si era fatta seria. Villar si guardò intorno, nessuno badava a loro, neppure prestava attenzione alla loro conversazione. Quando finì di leggere la notizia, Stefania restituì il foglio: “È stato lui?” domandò. “Non lo so,” rispose Villar. La ragazza picchiettò con le dita sulla busta con le banconote, rimasta sul tavolino, ora guardava Villar con uno sguardo nuovo, senza parlare. “Se vuoi, posso chiedere a Germana, io in quel periodo ero in maternità,” disse infine. Villar assentì. Erano arrivati i caffè, Villar pagò, bevvero entrambi, quindi lei si alzò in piedi. Lui prese la busta e la mise in tasca, poi si alzò. “Ti facciamo sapere” disse lei. Stettero un po' in silenzio. “Beh, ciao,” disse lei, e fece per andarsene. “Ci siamo visti” disse Villar, allungando la mano, per salutarla. Lei gli si avvicinò, si sfiorarono le gote. “Ciao, Villar,” disse e si avviò in fretta, voltandosi un attimo, un gesto di saluto appena accennato con la mano. Villar la guardò allontanarsi, poi attraversò la strada, per andare a prendere l’autovettura, che aveva parcheggiato più avanti, accanto al marciapiede.

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GERMANA
“Vieni a casa” disse Germana, quando sentì al telefono Villar, uno o due giorni dopo, gli diede l’indirizzo, via Ignazio Silone, al Laurentino. Erano le quattro del pomeriggio, quando la donna ricevette il giovane e lo introdusse in cucina. Subito, alla porta si era affacciato un ragazzino, una decina d’anni: “Mamma, posso uscire?” disse. “Non hai fatto i compiti,” disse la madre. Il bambino piagnucolò e insistette nella richiesta. “Vai in camera, adesso ho da fare con il signore,” disse. Il ragazzino protestò, approfittava della presenza dell’ospite, per convincere la madre. Villar gli sorrise: “Ciao” disse. Il bimbo fece una smorfia, poi rispose: “Ciao, zio.” Germana prese il figlio per mano e l’accompagnò fuori dalla cucina, nel saloncino d’ingresso parlarono ancora tra loro, poi Villar sentì la porta d’ingresso che si apriva e poi si richiuse. Germana ricomparve in cucina e con un’alzata di spalle commentò: “Purtroppo gli manca il padre.” Villar tacque. “Vuole un caffè?” “Non s’incomodi.” Germana andò ai fornelli, prese la moka e prima di caricarla, domandò: “Ristretto?” “Sì, grazie,” rispose il giovane. Aveva messo la fotografia di Andrea Marzio sul tavolino. Poco dopo, lei gli diede la tazzina con il caffè e la zuccheriera. Si sedette, prese la fotografia e la guardò, la tenne parecchio, mentre Villar beveva il caffè. “In quel periodo ero di turno con Alfio, forse lui… però…” Villar ripose la tazzina: “Che cosa vuoi dirmi?” Germana gli restituì la fotografia. “Eravamo presi da un’altra notizia, allora.” Villar si fece attento, l’intuito femminile suggeriva sempre una traccia. Germana raccontò di Lorena, una donna che abitava nella zona, uno degli edifici in vetrocemento di via Dresda. Era stata molto chiacchierata, ed era stata soprannominata “La pallida”, attirava gli uomini in casa sua, per poi denunciarli a mogli e fidanzate, una battaglia in favore delle donne tradite. C’erano cascati in molti. Anche Alfio, pensò Villar. Germana spiegò che ne avevano parlato anche i giornali e la televisione. Ma che cosa c’entrava questa storia con il delitto Roll? Una vicinanza di luoghi non dice nulla su una relazione di eventi. Bisognava verificare, pensò Villar. “Mi hai dato uno spunto, non è poco,” disse Villar. Si era alzato, aveva ripreso la fotografia e porse i duecento euro.” Lei rifiutò: “Non ti ho detto niente.” “Prendine almeno cento” disse Villar. Germana disse: “Tu sei un dottore.” “I dottori prendono di più per niente,” replicò lui. “E credimi, forse meriti ancora di più,” aggiunse. Germana lo guardava con un mezzo sorriso: “Io non ti ho detto niente,” disse. Lui gli allungò i duecento euro: “Sono duecento, proprio perché non mi hai detto niente.” Villar era conclusivo, Germana prese i duecento euro, lo accompagnò alla porta, si sfiorarono le gote. “Ciao, dottore” disse lei. “Ciao,” rispose sorridente Villar, salutò con un gesto della mano, voltandosi, prima di allontanarsi.

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LORENA
Sulle cassette postali, all’interno 23 del palazzo di 11 piani, c’era scritto: “Lorena”. Villar suonò al videocitofono, e si sistemò ben in vista davanti alla telecamera. Dopo un po', una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar, il dipendente di un’agenzia di investigazioni private.” “Che cosa vuole?” domandò la voce femminile. “Un’informazione, cinquecento euro, anche se la risposta è negativa.” “Oggi no, passi un’altra volta.” Stava per dire: “Quando?”, ma la conversazione era stata interrotta. Trasse dalla tasca un biglietto da visita con il suo nome e quello dell’agenzia con numero di telefono e indirizzo e-mail, lo infilò nella cassetta di Lorena e si allontanò.
Un paio di settimane dopo, Villar si accorse di essere pedinato. Era sceso dall’autobus, che da Ponte Milvio l’aveva portato fino alla Giustiniana, quartiere di Roma fuori del raccordo anulare. Stava andando nella parrocchia dell’Immacolata, per ritirare il certificato di matrimonio di Laura Longobardi, una ex-miss Italia di circa vent’anni prima, come gli aveva commissionato Gabriele. In verità la Longobardi era arrivata seconda o terza, comunque sul podio, aveva fatto un po' di spettacolo e di cinema, poi era sfiorita. Forse il certificato serviva a Gabriele per indagini commissionatele dalla donna, ma Villar non si era fatto troppe domande. Era sceso dall’autobus, e si era diretto verso la chiesa, quando capì che quella giovane donna scesa subito dopo di lui, fermatasi sul marciapiede senza attraversare la strada lo stava pedinando. Che cosa gli aveva dato quella sensazione? A metà percorso, quando percepì, senza sapere perché, che una ragazza, in verità poteva avere una quarantina d’anni, l’aveva adocchiato, andò davanti alle porte del mezzo pubblico, come se volesse scendere alla fermata Tomba di Nerone. La donna alle sue spalle doveva essere quella che lui pensava lo avesse notato, si spostò per farla scendere, altre persone scesero, non lei. Evitò di guardarla, fino alla Giustiniana, e quando scese, con la coda dell’occhio, fingendo di voltarsi per vedere se la strada era libera per attraversare, si accorse che anche lei era scesa ed era rimasta ferma sul marciapiede. Il parroco l’aspettava e lo ricevette personalmente, e dopo avergli consegnato il certificato, lui aveva presentato la delega e la fotocopia del documento dell’interessata, non richiese offerte, ma lo invitò a recitare soltanto una Ave Maria. So recitare la preghiera solo in latino, disse Villar. Il prete sorrise: “In ogni lingua, è sempre una preghiera.” Squillò il telefono, don Fiorio rispose e disse che stava partendo per Ragusa, era arrivata una nave con gli immigrati. Villar ne approfittò per congedarsi. Fuori, si avviò alla fermata dell’autobus, per rientrare verso Ponte Milvio. La ragazza bionda, aggraziata in un vestito lungo marroncino chiaro con ricami, lo stava aspettando. Villar attraversò e si avviò nella sua direzione, le si fermò accanto e guardò verso la strada. Erano solo loro due, in attesa dell’autobus. Salirono insieme e alla fine scesero insieme agli altri viaggiatori al capolinea di Ponte Milvio, lei si avviò a piedi verso il Foro Italico, lui andò verso il parcheggio per prendere la sua autovettura. Quella ragazza bionda era Lorena? O una sua incaricata? Chi era? Bisognava sciogliere il dubbio.

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LA PALLIDA
La mattina dopo, Villar era sotto casa di Lorena, il palazzo di undici piani in viale Dresda. Parcheggiò l’autovettura lontano, tenendo d’occhio l’ingresso del portone. Erano le otto del mattino, mise un dvd con la musica dell’orchestra di André Rieu, il concerto di Maastricht, e attese. Ogni tanto scendeva per sgranchirsi le gambe, faceva un giretto intorno, poi risaliva sull’autovettura. A mezzogiorno, si decise, scese e si diresse direttamente al citofono, suonò. Poco dopo, una voce femminile domandò: “Chi è?” “Sono Villar” disse Villar. “Che cosa vuole?” rispose la voce presumibilmente di Lorena. “L’informazione per cinquecento euro anticipati, anche se con risposta negativa.” Aspettò in silenzio, uno o due minuti percepiti, reali una quarantina di secondi al massimo. Guardò l’orologio, poi si staccò dalla telecamera e stava per allontanarsi, quando si sentì richiamare: “Signor Villar, io non do informazioni.” Meno male, pensò Villar, poi disse: “Ha i miei dati, sono già un’informazione.” Dopo una nuova pausa di un minuto circa, la donna disse: “Io non ho i suoi dati, torni un’altra volta.” “D’accordo, grazie,” concluse Villar, “riprovo la prossima volta.” Si staccò dal videocitofono e andò a riprendere la macchina, salì, mise in moto e partì. Un minuto dopo, ricevette un messaggio sul telefonino: “Dove sta andando, Villar?” Villar era già in via Danzica, si fermò, accostò, e rispose: “In agenzia.” Chiuse e ripartì, poco dopo squillò il telefonino, Villar aprì la comunicazione: “Giovanotto, stai sbagliando tutto, aspetti quattro ore sotto casa mia, e te ne vai, senza aver ricevuto l’informazione, anche se negativa.” Verso la fine, la voce si era colorita di ironia. “Senti, Lorena… scusi signora, almeno ho risparmiato cinquecento euro.” “Ti darò l’informazione negativa, vieni.” Era un ordine, e il primo impulso del giovane Villar fu quello di non obbedire, ma non aveva scelta. Si fermò, fece inversione e tornò indietro per verificare. Che cosa? Qualcosa gli sfuggiva. Il pianeta donna o quella donna?

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Italo Calvino ha scritto un libro, intitolato: “Le città invisibili”, Marco Polo descrive all'imperatore Kublai Khan 55 città immaginarie, ognuna con un nome di donna. Nell’universo volano un numero infinito di pianeti e asteroidi, ci sarà un asteroide Lorena? Si domandava Villar. Suonò il campanello di casa, la porta era semichiusa: “Entra!” disse lei. Spinse l’uscio, e si scontrò con la donna. Villar si ritrasse: “Scusa” disse. Lei si mise da parte, e mentre entrava, Villar le lanciò un’occhiata, la donna indossava una veste da camera aperta lunga fino ai piedi, una sottoveste trasparente corta fino al ginocchio lasciava vedere la biancheria intima scura. Era Lorena, la bionda che il giorno prima, l’aveva pedinato fino alla Giustiniana, e che nel corso del viaggio di ritorno, non aveva scambiato con lui nessuna parola, solo qualche vaga occhiata, per poi allontanarsi decisamente all’arrivo. In verità, lui aveva tentato un approccio, alla fermata, quando lei l’aveva fissato eloquentemente, mentre le andava incontro nell’attraversare la strada, e lui aveva sostenuto lo sguardo. Doveva aver mormorato qualche parola sull’attesa dell’arrivo dell’autobus, dandole un’occhiata di lato, ma lei lo aveva continuato a guardare, senza rispondere. E ora? Voleva sedurlo?
Dopo essersi fatta guardare, Lorena si era richiusa la vestaglia stringendo la cinta, e accostato l’uscio scortò Villar fino al salotto. Erano in piedi, l’uno di fronte all’altra. “Sono io, la Pallida, non mi riconosci?” “Sì,” disse lui. Poi, quasi a voler precisare il suo stadio di conoscenza nei confronti della donna, disse: “Sulla targhetta del citofono c’è scritto: Lorena.” “Il nome lo leggono tutti” replicò lei. Che banalità! Villar trasse da una tasca del giubbotto una busta con i soldi e li tese alla donna: “Può contarli, signora, sono cinquecento.” Lei non prese la busta, ma si avviò al tavolo e disse: “Non do informazioni a pagamento.” In effetti, solo per un’informazione, la somma era rilevante, destava sospetto: “Posso dimezzare” disse lui. La donna scuoteva la testa: “No” disse risoluta. Villar si sentì a disagio: “Cento talleri” disse, estraendo dalla busta una banconota da cento euro. Lui sorrideva, ma lei lo guardava seria, le braccia conserte. Quindi gli porse una sedia: “Siediti! Ti faccio un caffè, mentre tu mi chiedi l’informazione.” Villar ripose la banconota nella busta. Alle spalle di Lorena, scendendo dalla scala interna era apparsa una donna alta e magra, in giacca e pantaloni. Si fermò al centro del soggiorno, aprì la giacca e si pose le mani sui fianchi, aveva le spalle larghe, un viso ossuto, sembrava la posa di un uomo. Diede un’occhiata a Villar, si ricompose e disse a Lorena: “Ti serve qualcosa?” “No, Magda, puoi andare.” Magda guardò ancora Lorena: “Non ti serve niente? Proprio niente?” “No, no,” disse Lorena “vai, Magda.” Quest’ultima lanciò ancora un’occhiata all’ospite e sembrò fargli un cenno di saluto, poi a passi decisi si allontanò e uscì dalla casa.

Silvio Minieri ha detto...

Villar non si era seduto, era rimasto in piedi, mentre Lorena gli voltava le spalle, avviandosi in cucina. Lui fece qualche passo e le mise una mano sulla spalla, come a fermarla. La donna si fermò e si voltò di scatto, un’espressione, come dire? trionfante, vittoriosa? “Guardi, devo andare, era solo un’informazione, capisco la risposta negativa.” Uno strano sorriso illuminava il volto di Lorena, aspettava la domanda, di cui il giovane temeva già la risposta negativa. E perché negativa? Accadde nella frazione di un secondo, Villar estrasse dalla tasca della giacca una fotografia, e la mostrò a Lorena: “Conosce quest’uomo?” “D’un tratto, come una luce che si accende all’improvviso e divampa come fiamma, sorge nell’anima questa conoscenza.” Alcuni autori traducono: “Scocca la scintilla”. È il passo della “Settima Lettera”, in cui Platone parla della “vera” conoscenza. Villar conosceva il testo platonico, forse no, Lorena non lo so. Nel vedere l’immagine che Villar le mostrò, la donna trasalì di colpo. Il turbamento colpì anche Villar, che si affrettò a rimettere in tasca la fotografia. “All’improvviso”, ἐξαίφνης è l’stante psichico, la particella elementare mai realizzata in laboratorio, che nella tabella degli elementi chimici è stata registrata come ἐξ. Si tratta del simbolo dell’istante psichico, “quello da cui partono i cambiamenti nelle due opposte direzioni. Non si ha cambiamento a partire da uno stato di quiete ancora immobile e neppure a partire da uno stato di movimento ancora in movimento. Invece questo è straordinario (atopon) dell’istante ἐξαίφνης, che si trova in mezzo tra il movimento e la quiete, perché non è in nessun tempo. È quello verso cui e da cui quanto si muove muta nella quiete e quanto è nella quiete muta in movimento.” (Platone, Parmenide, 156d) In tal senso, nel senso filosofico, ma anche nel senso comune, essendo ἐξαίφνης fuori del tempo, può essere vissuto, ma non descritto. Lorena, pallidissima, l’espressione stravolta, disse: “Non lo conosco.” Villar stava rispondendo: “Ma lo riconosci!” Però tacque. Lorena lo spinse verso la porta: “Adesso, te ne devi andare,” disse con fare alterato. Si accorse che tremava tutta: “Me ne vado subito” disse, e uscì in fretta. Scendendo le scale, temette di incontrare quella donna alta, andata via prima di lui, ma non incontrò nessuno. In strada, raggiunse la sua autovettura parcheggiata lì davanti, salì a bordo, mise in moto e partì.

Silvio Minieri ha detto...

MAGDA
Stava rientrando in agenzia, quando Gabriele gli telefonò: “Sto andando via, Martina non c’è, ci vediamo verso sera.” Villar assentì, chiuse la comunicazione e si diresse a casa sua. Quella donna sapeva. Che cosa sapeva? Sapeva tutto. Un delitto: era vittima o colpevole? Chi aveva ucciso Roll? Andrea Marzio. E Lorena? Una testimone? Forse. La vicinanza dei luoghi, lo spazio, ora aveva una relazione con l’evento, nel tempo. Si era creato un campo “lontano”, un loop di spaziotempo, nel linguaggio della fisica QLG, interrelato con un campo “vicino”, diviso e congiunto dalla linea del presente. Nel pensiero comune un evento del tempo passato era riemerso nel tempo presente.
Quando giunse a casa, voleva farsi da mangiare, ma si accorse di non avere fame, avvertiva ancora l’emozione dell’accaduto. Troppe ombre si andavano accavallando nella sua mente, qualcosa aveva fatto improvvisamente precipitare gli avvenimenti. Che cosa? Si stese sul letto e si addormentò. Si svegliò prima del tramonto. Aveva sognato immagini confuse: Lorena fuggiva terrorizzata, inseguita da quell’uomo con il cappello da contadino, il viso rugoso, i baffi spioventi, che sparava tre colpi nella notte, come in un film horror, e ancora una donna sconosciuta che tentava di sedurlo. Quando arrivò all’Eur dalla sua abitazione in via Marconi, ormai era il vespro, aveva impiegato un po' più tempo del solito, a causa del traffico di quell’ora. In agenzia non trovò Gabriele, era stato convocato in Questura da un funzionario della squadra mobile, così disse Martina. “Il nostro caso,” domandò Villar? Forse. Sicuramente c’era un collegamento tra la sua visita in mattinata a Lorena e la convocazione. Nei giorni precedenti avevano avuto la visita di un commissario, la dottoressa Voss, che si era informato sulle attività di Villar. Gabriele era stato evasivo, in quanto Villar non era un dipendente dell’Agenzia, e al commissario aveva detto che il nipote non era un vero e proprio tirocinante, gli aveva chiesto solo di andare a prendere un certificato, un accertamento chiesto per conto di Laura Longobardi, una causa di separazione dal marito. Un tradimento coniugale? aveva interrogato il commissario. Aveva appena iniziato a fare indagini, aveva detto Gabriele. Era una donna alta e magra, fattezze mascoline, il commissario? domandò Villar. Martina guardò il cugino: “Lo conosci?” “Magda,” disse lui, stamattina era in casa di Lorena, sembravano amiche. “Tu non puoi esercitare, non hai la licenza, forse Lorena si è lamentata.” Villar non rispose. “Comunque puoi essere considerato tirocinante, tutto è a firma di Gabriele, il titolare.” “Certo,” disse Villar, e si sedette alla scrivania dello zio, per consultare il dossier “Roll”. Non c’era, Gabriele l’aveva portato con sé. “È stato Marzio” disse Villar. “A fare che cosa?” domandò Martina. Villar si stupì: “Come?” “Devono ancora accertare, confrontare le impronte, la sagoma delle telecamere, interrogare i familiari, parenti e amici.” “La pratica è passata alla Squadra Mobile?” domandò lui. Martina alzò le spalle, lui commentò: “Non credo che Lorena sia stata sua complice.” “No, vittima,” lo corresse Martina. Villar guardò la cugina, senza parlare. “Pare sia andata da lei, dopo l’omicidio.” A fare che cosa? Villar si pose la domanda, pensando già alla risposta. Aveva sognato che Marzio inseguiva e uccideva Lorena, ma era stato solo un sogno, il virtuale assassino era morto. Lorena non temeva ritorsioni, non era una testimone o una complice, ma una vittima. Così aveva detto Martina. Non poteva telefonare a Gabriele? Non è raggiungibile. “Allora, io vado via, ci vediamo domani.” Il caso era chiuso, doveva pensare alla sua laurea.

Silvio Minieri ha detto...

EPILOGO
L’inchiesta passò alla Squadra Mobile, il commissario Magda Voss seguiva il caso dal giorno dell’omicidio, quando aveva raccolto la denuncia di stupro da Serena Cavallaro, in arte Lorena la Pallida. Quel giorno, il mattino presto, un uomo, che in seguito aveva riconosciuto essere Andrea Marzio, si era presentato a casa sua, e senza darle nessuna possibilità di resistenza, l’aveva violentata. La vittima era stata sempre in contatto con il commissario Voss, le due donne erano diventate amiche. Quando, la prima volta, Villar aveva citofonato a Lorena, la donna aveva chiesto l’ausilio di Magda, l’aveva poi seguito, giudicandolo un perdigiorno, che un tempo sarebbe finito nella sua rete, ma volle lo stesso conoscerlo, un sedicente investigatore. Dal giorno della violenza, dopo un anno di assenza, era tornata a casa, senza più continuare la sua attività come prima, respingeva ogni virtuale cliente, se c’erano stalker, venivano subito intercettati dalla squadra del commissario Voss. Qualche volta avevano anche fermato e indagato persone che sembravano somigliare alla descrizione fatta da Lorena in sede di denuncia. La gaffe sul capitano dell’esercito aveva però consigliato prudenza, bisognava lavorare sottotraccia, senza intrusioni della stampa o dei media.
Le indagini su Andrea Marzio, grazie alle impronte lasciate sul luogo dell’omicidio, il campanello di casa, il DNA sulla vittima dello stupro, il riscontro con la sagoma della telecamera, il controllo degli orari, si conclusero presto. Nell’intervista rilasciata alla stampa e ai media, sulla soluzione del caso, il portavoce della polizia, dopo aver illustrato i dettagli dell’operazione, commentò che per le testimonianze nella cerchia di amici e conoscenti dell’assassino, gli investigatori avevano incontrato e dovuto abbattere un muro di omertà. Gabriele D’Orsi aveva spedito il dossier alla vedova Ruffo, ottenendo una generosa ricompensa, superiore alla sua parcella.
Era un lunedì dei primi di agosto, una mattina presto, quando Villar prese il trenino per Ostia Lido, e poi raggiunse a piedi un vicino stabilimento balneare, presumendo di trovarlo vuoto. Infatti, era il primo cliente, prese un ombrellone in riva al mare e si distese sulla sdraio, guardando all’orizzonte, immerso nei suoi pensieri. Uno o due minuti dopo, una giovane donna bionda in bikini, indicando il posto al bagnino, che le aprì l’ombrellone, venne a stendersi sulla sdraio accanto alla sua. Quando il giovane si voltò a guardarla, lei disse: “Buon giorno, sono Paola.” “Buon giorno” rispose lui. Lei rise: “Sono il magistrato titolare dell’inchiesta sull’omicidio Roll, stamattina ho fatto fatica a seguirla, sono in macchina.” Ecco, chiarito subito l’approccio, sarebbe stato strano, diversamente. “Sì, ho collaborato con mio zio dell’Agenzia D’Orsi,” rispose prontamente Villar. La giovane donna si stese comoda con il braccio sinistro dietro il capo, il cappello di paglia, gli occhiali da sole. Villar si alzò: “Vado a fare la mia solita nuotata mattutina dei giorni feriali.” “No, l’acqua è fredda” disse lei. Mentre stava entrando in acqua, lo rincorse con la voce: “Come ti chiami?” Lui si voltò: “Villar” disse, e si tuffò. La donna si alzò dalla sdraio e andò via.

Silvio Minieri ha detto...

INSEGUIMENTO TRA I GHIACCI
Estate 2001

1.God natt
Ho aperto gli occhi e ho guardato fuori della grande finestra la luce bianca del giorno, mi sono tirato su, rimanendo seduto, la schiena appoggiata alla spalliera in legno. Sulla parete di fronte l’orologio a muro segnava le dodici, mancava qualche minuto. Ero disteso in un letto più lungo del solito, manca circa mezzo metro, per toccare con i piedi il bordo inferiore. Che strano! La camera era nuda e spoglia, come se fosse quella di un ospedale, il comodino di legno, anche il letto era di legno, di fronte un tavolino con sedia e uno scaffale sul muro con alcuni libri, a sinistra un armadietto a due ante chiuso. Sul quadrante dell’orologio, la lancetta dei minuti si stava allineando su mezzogiorno preciso. Guardai verso la porta, che in quel momento si aprì, vidi entrare un uomo e una donna: erano biondi, capelli biondo chiari, gli occhi azzurri, indossavano pantaloni blu e camicia celeste a maniche corte. L’uomo si fermò davanti alla porta con le braccia conserte, la donna si avvicinò al mio letto, girò tutt’intorno, si fermò accanto a me, dalla parte dove non c’era il comodino, si chinò leggermente e con la mano mi fece un chiaro gesto di scostarmi dalla spalliera. Ubbidii. Mi sfilò il cuscino di sotto, lo tenne in aria, rigirandolo e tastandolo con le mani, quindi me lo ridiede. Mi voltai e lo rimisi a posto, poi tornai a guardarla, lei mi fece cenno di scendere dal letto. Sollevai la coperta e scesi dal letto, restando in piedi e mettendo le braccia conserte, perché sentivo freddo, nel mio leggero pigiama celeste. Aveva tolto via la coperta e stava per sollevare il materasso, poi vide che mostravo di aver freddo e guardò verso il compagno che stava alla porta. Quello si mosse per andare verso l’armadietto alla parete, ma lei lasciò cadere subito il materasso e gli fece cenno di fermarsi: “Nei, Olav!” pronunciò a voce alta. Quindi andò all’armadietto e tirò fuori un maglione grigio, lo spiegò, lo scosse, infine me lo portò e si fermò ad osservarmi. Restai con il maglione in mano e la guardai, mi fece cenno di indossarlo, esitai, mi fece nuovamente cenno d’indossarlo, aspettando che le ubbidissi. Era un ordine. Infilai il maglione, mentre lei si rimise a perquisire il letto. Quando ebbe finito, ritornò da me, mi guardò i piedi nudi, e mi fece cenno d’indossare le pantofole. Stavo quasi per fare un’obiezione, ma il suo gesto deciso nuovamente ripetuto, m’indusse ad ubbidire. Poi sempre a gesti secchi, mi intimò di andare alla finestra. Ubbidii. Lei girò attorno al letto, lo disfece, guardò attentamente le lenzuola e le palpò. Quindi andò a esplorare lo scaffale di libri, che sfogliò con attenzione. Sembrava avesse finito, allora mi mossi verso il letto. La donna si voltò e mi ingiunse di fermarmi, accompagnando il gesto della mano con l’ordine: “Stoppe!” quindi si portò di nuovo vicino al letto, rifacendolo con cura. Aveva finito. Mi guardò: “Kom igjen!” E fece il gesto, che indicava di avvicinarmi. Eseguii l’ordine, ero di fronte a lei, mi fissò in silenzio per alcuni istanti, con un’espressione gelida nei suoi occhi azzurri, quindi disse, indicando il letto:“Nå sovner!” Restai immobile, lei mi diede un’ultima occhiata, ma non disse altro, voltò le spalle e si avviò alla porta: “Her går vi, Olav.” D’istinto la seguii di un passo, subito si voltò, protestai debolmente: “Breakfast?” Guardai l’orologio al muro: “Lunch?” La donna mi guardò: “Kaffe i morgen klokka åtte.” Si voltò a dare un’occhiata all’orologio al muro, quindi disse: “Breakfast domani ore otto.” Rimasi di stucco, lei indicò il letto: “Nå sovner! Dormire!” Mi voltai verso il letto e guardai la luce bianca del giorno fuori della finestra, sentii alle mie spalle che andavano via. Che cosa accadeva? Vivevo come in un’atmosfera di sogno.

Silvio Minieri ha detto...

Andai alla finestra e guardai fuori, sembrava un’alba, si vedeva un campo coperto di neve, fiancheggiato ai lati da due fabbricati bassi a un piano, un panorama bianco. Ora vedevo l’immagine di un ghiacciaio, in alto una sagoma incerta, un’ombra che andava su a balzi di corsa, io inseguivo arrampicandomi affannosamente sulla neve, poi un velo nero e la visione svanì. Sarà stata una sensazione, ma sentii come una fitta localizzarsi sul gluteo sinistro, e feci scivolare la mano sotto il pigiama, tastandomi la parte. Con il dito indice localizzai come un puntino, il segno di una puntura, poi levando la mano, e accostandola al naso, avvertii come un odore di alcool o qualcosa di simile. Mi avevano fatto una puntura, ma quando, dove? Mi sentivo in uno stato vaporoso, non ricordavo nulla, soltanto quella visione bianca svanita, la sagoma di un umano o animale, che fugge, un orso? Io inseguo, perché? Restai a guardare a lungo il bianco panorama e l’orizzonte sfumato del cielo grigio chiaro. D’improvviso capii, la bianca notte artica. Non era mezzogiorno, guardai l’orologio, era l’una del mattino, l’ora di dormire. Mi avvicinai al letto ed esitai ad alzare il piumone, mi sembrava come di compiere un gesto scomposto, il violare un sistema d’ordine. Ero indeciso, sentivo caldo, mi sfilai il maglione. Perché aveva fatto il letto con tanta cura? Una guardiana, mi venne questo temine in mente, non ti fa il letto, soprattutto con tanta cura.
Pensavo a questa stranezza, poi ebbi come un’illuminazione, dovuta al particolare della dicitura in caratteri gialli sul taschino della camicia e i bordi delle maniche: “Politiet”. Polizia! Aveva controllato le microspie nascoste! Stavo per prendere il cuscino e scuoterlo, come aveva fatto lei prima, ma mi fermai in tempo, presi il maglione e andai ad appoggiarlo sulla sedia del tavolino accanto allo scaffale dei libri. Ritornai al letto e con mosse disinvolte, alzai il piumone e mi coricai, restando disteso supino le braccia incrociate in alto, le mani dietro la nuca, il capo leggermente sollevato sul cuscino. Fissai il soffitto e vidi il segnale antifumo, era una telecamera camuffata. Spiavano il prigioniero, perché? Normale vigilanza, chiusi gli occhi e mi girai su un fianco, per dormire: “God natt!”

Silvio Minieri ha detto...

2. Våkn opp!
L’eco di un grido, aprii gli occhi e guardai l’orologio a muro: erano le sette del mattino, fuori la luce bianca del giorno artico. Sentii distintamente: “Våkn opp!” Lanciai su il piumone e balzai giù dal letto: “Sveglia!” Una musica cominciò a diffondersi prima piano, poi più forte, aumentando il ritmo, che in crescendo finì per diventare marziale. Mi avvicinai ai vetri della finestra e vidi un gruppetto di uomini e donne in tuta blu, mentre uscivano correndo sul campo di neve, poi in fila indiana iniziarono uno jogging mattutino. Erano una decina, guidati da una donna molto alta, a occhio quasi due metri, le spalle larghe, la capigliatura nera lunga legata a coda di cavallo. Dopo un po', si fermarono, schierandosi su due file e iniziarono una serie di esercizi ginnici, seguendo gli ordini ritmati dell’altoparlante: “En to! En to! En to tre og fire!” Cominciai ad imitarli, alzando e abbassando braccia e gambe, piegando il busto e sollevandolo, girandomi a destra e sinistra. “En to! En to! En to tre og fire!” Ormai eseguivo gli esercizi all’unisono con gli ordini: ”Uno due! Uno due! Uno due tre e quattro!” Poi la voce che gridava gli ordini tacque, ma la musica marziale proseguì, e quando finì, la ginnastica ebbe termine. Quelli di fuori rientravano, anch’io mi ritirai e raggiunsi l’angolo della stanza, dietro cui c’era la doccia, il lavandino e il wc. Il primo getto d’acqua della doccia fu gelido, ma subito dopo divenne tiepido e quindi caldo. Alla fine indossai l’accappatoio e mi asciugai, sul lavandino c’era il kit per la barba e gli altri accessori. Quando ebbi finito i lavaggi, con indosso l’accappatoio, ritornai alla finestra, come in attesa di un seguito della ginnastica. E poco dopo vidi il gruppetto di uomini e donne tutti nudi uscire di corsa e lanciarsi sulla neve, si rotolarono, quindi si rialzarono, rovesciandosi secchiate d’acqua fredda addosso, infine rientrarono.
Ora, finalmente, ero completamente sveglio e cosciente, ricordavo tutto di me e di quello che mi era accaduto in quegli ultimi giorni, comprendevo anche la mia smemoratezza e lo stato vaporoso e di sogno della sera precedente. Vedevo tutto molto chiaro, guardai il letto, mi avvicinai e lo rifeci, con cura stropicciando il cuscino e riassestandolo come aveva fatto la bionda agente di polizia la sera precedente. Le microspie? Volevano registrare delle mie dichiarazioni, mentre parlavo con loro? Le telecamere erano anche in alcune prese d’aria, che vedevo in alto sulle pareti. Bussarono alla porta, sentii uno scatto, mi avvicinai, la porta si aprì: “Breakfast”. Era un inserviente di fattezze magrebine con un carrello, mi passò un vassoio e mi versò un caffè caldo in un grande bicchiere di carta. Si spostò, la guardia che lo seguiva aspettò che rientrassi e chiuse la porta, era anziano con la pancia, grigio. Il vassoio fu ritirato mezz’ora dopo, con la stessa procedura, la porta di nuovo chiusa. Ed ora?

Silvio Minieri ha detto...

Avevo indossato la tuta arancione, che stava nell’armadietto, ero un detenuto, sono andato allo scaffale dei libri. Erano tutti titoli norvegesi, svedesi, danesi. C’erano anche libri in lingua inglese, Shakespeare, The Bible e toh! Dante, The Divine Comedy. Presi il volume, l’aprii, e dopo una sommaria sfogliata di pagine, mi fermai al secondo Canto dell’Inferno, la quinta terzina:
Thou sayest, that of Silvius the parent,
While yet corruptible, unto the world
Immortal went, and was there bodily.
Tu dici che il genitore di Silvio,
Quand’era ancora mortale, si recò
Nel mondo dei morti, in carne ed ossa.
The parent of Silvius, ero turbato. Come spiegava la Nota dell’edizione inglese, si trattava di Enea, fondatore dell’Impero Romano, e citava la fonte, Eneide, B6. Ma come si spiegava il mio turbamento? Era la prova che la fantasia si fa realtà, e la realtà fantasia, e Dante lo sapeva, e mi mandava il suo messaggio, da una lontananza di otto secoli, ma ancora vivo ed attuale. Non ero io il testimone vivente, che viveva l’attimo dantesco, nella sua dimensione di presente attuale, quello in atto? Non ero io di Silvio il parente? Il genitore. Silvio era la mia creatura. Ed io ero là e ora guardavo la mia vita scorrere al presente come in uno specchio.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
E come? Non ricordavo perfettamente a memoria la terzina? Dante dice “Silvïo”, mette la dieresi sulla “i”, per ragioni metriche, separa la sillaba in due, per formare l’endecasillabo. Il traduttore inglese scrive il latino “Silvius”, il nome stesso della mia creatura, un orso bianco. Come? L’orso bianco, una mia creatura? Silvius.
Erano i miei pensieri, pensieri strani, che respingevo negli angoli più reconditi della mia coscienza, in modo che le microspie non potessero registrarli. Ma che dico? Non le microspie, certo, per chi tace, ma le telecamere possono rivelare, attraverso lo studio dei gesti e delle espressioni del viso, i pensieri indecifrabili. E come? Ogni parola, ogni gesto rivela una persona, non lo dico io. E quindi? Leggevo Dante. E allora? La quinta terzina del canto dell’Inferno. E allora? Che cosa ero venuto a fare a Kvaløng? Avevo preso l’aereo da Roma a Oslo, e dalla capitale ad Hammerfest, la città più a nord del mondo, così dicono i norvegesi. E poi, mi ero sistemato nel villaggio di Kvaløng, una ventina di chilometri a sud della città, da dove partono le escursioni per il ghiacciaio più settentrionale di Norvegia. E nel Parco Nazionale, avevo visto l’orso bianco, e l’avevo inseguito sulla neve, sconfinando nella zona proibita ai turisti, non avevo notato il cartello: “Forbudt å komme inn”, “Vietato entrare”. E poi lo svanire della coscienza, il risveglio nel cuore della notte bianca, la scena kafkiana, il sonno e il risveglio. Våkn opp! Ora ricordavo tutto, ma che cosa era accaduto?

Silvio Minieri ha detto...

3. Forferdelse
Bussarono alla porta, mi avvicinai, sentii uno scatto, poi la porta si aprì, e nel riquadro apparvero i due “politiet” della sera prima, l’uomo teneva una borsa. Arretrai, loro entrarono. “Alle dieci visita console italiano, signore Dementis,” disse la giovane, che conosceva la lingua italiana. L’uomo, quello che si chiamava Olav, questo lo ricordavo, mi diede la borsa. Girarono le spalle e se ne andarono. Nella borsa c’erano i miei indumenti e gli effetti personali, mancava il mio bloc-notes, maledizione! Piano, amico, le telecamere rivelano il tuo gesto di stizza. Ma che m’importa!
Avevo appena finito di rivestirmi, quando bussarono nuovamente alla porta, mi avvicinai, sentii lo scatto, quindi entrò il diplomatico, l’agente che l’accompagnava rimase sulla soglia. “Raffaelli,” si presentò, tendendomi la mano. “Dementis” dissi, mentre gli stringevo la mano. Il console era un uomo sui quarant’anni, capelli ricci scuri, indossava una giacca a vento blu scuro, su un completo grigio a righe, camicia bianca e cravatta intonata al colore, nella mano sinistra un cappello di pelliccia.
Fu molto affabile: “Sono stato avvertito, ieri sera, del suo fermo giudiziario, signor Dementis, e stamattina ho preso il primo aereo per Hammerfest. La nostra sede consolare è a Tromso. Adesso andiamo nell’ufficio del Giudice, dove renderà la sua dichiarazione.” Raffaelli tacque e mi guardò, attendeva una replica. E che cosa dovevo dichiarare? “Va bene,” dissi. “È pronto, signor Dementis?” Il console mi guardava, aveva un’aria attenta, quasi a voler cogliere nella mia espressione i segni di quello che non dicevo. Allargai le braccia: “Un fermo giudiziario! Correvo dietro l’orso bianco.” Mi sembrò di vedere una severità nel suo sguardo, esitò, quindi disse: “Andiamo, signor Dementis.” Uscimmo dalla stanza, non era una cella, ma nemmeno una camera d’albergo. L’agente ci scortò nel corridoio, attraversammo l’ampio atrio e passammo nell’altra ala dell’edificio, fino all’ufficio del comandante della caserma.

Silvio Minieri ha detto...

Il capitano sedeva dietro la scrivania, rimanemmo in piedi, fece cenno al console di sedersi, poi si voltò verso di me e fece un gesto indicando l’altra sedia: “Sitt ned.” Sedetti. Aprì un fascicolo, prese alcuni fogli, li guardò, sollevò la testa: “Signore Felice Dementis” disse, rivolgendosi verso di me. “Ja, herre” risposi. Mostrò i fogli al console e diede alcune spiegazioni in norvegese al diplomatico, mio accompagnatore. Quindi mi diede un primo foglio, mentre Raffaelli mi diceva: “Il verbale di contravvenzione.” Lessi la cifra e firmai in calce: “Cinquemila corone.” Il capitano mi allungò un secondo foglio: “Le spese giudiziarie del fermo e pernottamento in caserma” disse Raffaelli. Erano tremila corone. Firmai. C’era un terzo foglio. Il comandante lo teneva in mano e mi guardava, quindi disse qualcosa in norvegese a Raffaelli. “È il verbale di fermo giudiziario, vuole fare una dichiarazione?” Il diplomatico tacque e mi guardò. “Fermo per quale accusa?” domandai. Raffaelli aspettò alcuni momenti, guardò il capitano, che teneva fissa la sua attenzione su di me. Il diplomatico si decise: “Signor Dementis, ieri pomeriggio, lei è stato sorpreso da una pattuglia nei pressi del lago Naess, da dove si stava allontanando, correndo in alto verso il ghiacciaio. Per fermarlo, hanno dovuto usare la tele-anestesia.” Vidi la scena: mentre correvo, con una cerbottana, mi avevano sparato una siringa caricata con sostanze anestetiche. Non capivo, il diplomatico taceva e mi guardava, anche il capitano mi guardava, attendeva una risposta. Io non correvo dietro all’orso bianco, correvo dietro a Silvius, la mia creatura fuggita al Nord, per sparire per sempre, dovevo fermarla. Ma come riassumere la mia vicenda inverosimile? Ero da manicomio, un demente, dovevo dire di essere incuriosito dall’orso bianco. E come no? Correre dietro all’orso bianco, un’altra follia! “Signor Dementis” la voce del console mi scosse dai miei pensieri. “Signor Dementis,” disse con tono grave, “ieri, sulla riva del lago Naess, è stato ucciso un ragazzo, tredici anni appena, un colpo di fucile, giaceva riverso accanto alla motoslitta.” Guardai il diplomatico, poi guardai il capitano, non avevo parole, ero costernato: “Sono costernato!” dissi. “Forferdet” tradusse Raffaelli per il comandante della polizia. Mi alzai in piedi, il console subito mi fece cenno di sedere. Il capitano mi osservava, l’espressione impenetrabile, mi allungò il foglio, firmai automaticamente. “Devo nominare un avvocato,” dissi. “Avrà bisogno anche di un interprete,” aggiunse Raffaelli. Il capitano aveva fatto un cenno, un agente si era avvicinato alla scrivania, il comandante indicò una busta, era un pacchetto: “Un giornalista scrittore” disse guardandomi. Dovetti firmare il verbale di sequestro del bloc-notes, che custodiva la mia storia. Diamine! Aveva parlato in italiano. Quasi un segnale, la procedura era terminata, venivo accompagnato nell’Ufficio del Giudice di Hammerfest, che doveva confermare il mio arresto, quindi la prigione. Ma io che c’entravo? Ero innocente, io non avevo ucciso nessuno! Ero un tipo strano? Sì, magari, ero uno strano, un estraniato, un incompreso, non un assassino. Però, e raggelai, Silvius!

Silvio Minieri ha detto...

4. Frihet
Ero salito su un’autoradio della polizia, nel sedile dietro, lo sportello con la sicura che si apre solo dall’esterno, l’agente di scorta seduto accanto, alla guida una ragazza bionda, a fianco il console Raffaelli. Uscimmo dal villaggio, prendendo una strada che costeggiava dall’alto il fiordo, una vista spettacolare. Eravamo quasi arrivati ad Hammerfest, quando la radio gracchiò, l’autista prese il microfono e disse qualcosa, poi la voce alla radio continuò a risuonare, una parlata incomprensibile. D’improvviso, Raffaelli si voltò verso di me, aveva un’espressione di viva sorpresa: “Ma perché non si è spiegato subito?” Non risposi. “Al Comando in caserma, poteva spiegare che non c’entrava nulla, protestare la sua innocenza.” Non sapevo che cosa dire. “Signor Dementis?” interrogò e attese. “Ero confuso,” dissi. Intanto l’agente alla guida aveva accostato l’autovettura al marciapiede, eravamo alla periferia della città, si fermò. Si voltò, parlò prima al console, poi al suo collega. Si consultarono, alla fine, la ragazza riprese il microfono e domandò qualcosa. Raffaelli si voltò: “Hanno trovato il cadavere del maggiore Haugen, ha ucciso il figlio disabile, sindrome di down, poi si è suicidato, sparandosi con il suo fucile alla testa. Era nel bosco, abbastanza vicino al lago Naess.” Sentii risuonare nelle mie orecchie il secco rumore di uno sparo, vidi una motoslitta che correva nella neve fermarsi di botto e rovesciarsi. “No!” Urlai. Tutti e tre si voltarono verso di me e mi fissarono meravigliati. Tacevamo.
La voce alla radio disse qualcosa, la ragazza si voltò ad ascoltare, quindi informò il console, e chiesta conferma al collega, rimise in moto e partì. Raffaelli mi spiegò che il giudice da Hammerfest si stava recando sul posto, a Kvaløng, ma noi non potevamo tornare indietro, dovevamo passare prima per il suo ufficio, per la notifica dell’annullamento del fermo giudiziario, e la convalida di sequestro del block-notes. “E perché?” Raffaelli alzò le spalle. “È obbligatorio. Per legge, deve essere tradotto in norvegese, una formalità procedurale. Ma non si preoccupi, signor Dementis, glielo farò recapitare presto.” Sorrideva. “Grazie” dissi. Ero comunque preoccupato.

Silvio Minieri ha detto...

“Frihet”, Libertà. Era la dicitura in stampatello blu scuro tracciata di traverso sul foglio della mia liberazione. Per ottenere copia del documento, pagai centoventi corone, spese di segreteria. Avevo reso una dichiarazione, davanti a un giudice sostituto del titolare, di essere completamente estraneo ai fatti e di non aver avuto nessuna percezione o cognizione dell’accaduto, nella circostanza, mi trovavo sul ghiacciaio. Non ero neppure un testimone, non mi furono fatte ulteriori contestazioni. Il giudice emise il decreto di proscioglimento e immediata liberazione. Ero libero, potevo lasciare il territorio del Regno di Norvegia. All’uscita del Tribunale, gli agenti salutarono alla visiera, salirono sull’automobile di servizio e partirono. Raffaelli aveva chiamato un taxi per andare in aeroporto: “Alle due c’è il volo per Tromso. Mi congratulo per la sua liberazione, signor Dementis.” Si apprestava a congedarsi. “Devo ringraziarla, senza il suo aiuto, non avrei saputo proprio che cosa fare,” dissi. “Siamo al servizio dei connazionali, se ha ancora bisogno di assistenza, io sono a Tromso.” Era arrivato il taxi, il diplomatico si congedò. E ora, Dementis?
Poco prima di lasciarmi, i “politiet” mi avevano consegnato un modulo e una busta con l’indirizzo della caserma di Kvaløng prestampato. Era scritto in lingua inglese e norvegese, era possibile fare un reclamo. Il block-notes? Non era di loro competenza. Il trattamento ricevuto corrispondeva a un hotel a tre stelle, apprezzavo i libri e gli accessori bagni, ripensai alla ragazza bionda che aveva disfatto e fatto il letto. Andai all’ufficio postale, scrissi in italiano sull’apposito spazio: “Nessuna lamentela, il trattamento di polizia è stato corretto.” Firmai: “Felice Dementis”. Non era necessario affrancare la busta, la chiusi e la consegnai allo sportello.
Qualche giorno prima, avevo notato all’ufficio turistico la locandina che pubblicizzava brevi crociere per Nordkapp, Capo Nord. Mi recai al box, ad acquistare il biglietto, per l’indomani. Dovevo ancora regolare i conti con Silvius, la mia creatura in fuga. Avevo temuto che… ero ancora spaventato e incredulo. La partenza della nave, per la crociera di due giorni, era fissata alle sei del mattino, rientrai in hotel.

Silvio Minieri ha detto...

5. Ingvild
Quando scesi, alle cinque e trenta del mattino, il taxi aspettava puntuale, una breve corsa, ottanta corone, e arrivai al pontile d’imbarco. La partenza era prevista alle sei, e avvenne puntualmente, rimasi sul ponte a guardare la costa che si allontanava, una leggera foschia. Navigammo attraverso i fiordi, e quando fummo in mare aperto, scrutai all’orizzonte, dove il sole rimaneva seminascosto. Cercavo di vedere la sagoma della mia creatura, che avevo inseguito due giorni prima, sul ghiacciaio, vicino al lago Naess, dove era accaduto quell’orrendo episodio. E se… il sospetto mi aveva accompagnato sin dall’inizio, quando ancora non capivo che cosa era successo, ma avevo come un presagio, e anche quando seppi, non ero ancora del tutto convinto. Ecco perché avevo risposto in quella maniera confusa al console Raffaelli, quando mi raccontava i dettagli dell’episodio, che mi scagionava. Però, il mio urlo, rabbrividii. Si può essere così costernati, per un fatto sia pure grave e improvviso, a cui siamo estranei? Comunque ero stato liberato, e se ancora sospettavano qualcosa, magari una testimonianza taciuta, non esistevano prove, non era vero. E il block-notes? Ahi! Io, Felice Dementis, avevo trascritto sul mio taccuino le righe finali del “Frankenstein” di Mary Shelley: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!” Guardai le onde del mare e scrutai per scorgere lastre di ghiaccio, mi sembrava come se qualche ombra dal ponte dovesse balzare in mare. Si era levato un vento gelido, scesi nel salone per la prima colazione.
“Un giornalista scrittore” aveva detto il capitano della caserma di Kvaløng, lo sguardo indagatore, impenetrabile, verosimilmente dubitava, come ognuno di noi dubita alla lettura se il racconto sia reale o fantastico. È sempre fantastico, ma anche un po' reale. E se è una cronaca vera, o vuole essere tale, è sempre un po' colorita dalla fantasia del cronista. “Un giornalista scrittore”: ecco, avevo decifrato a modo mio il pensiero, che stava dietro quelle parole, un dubbio e la sua logica conseguenza. È innocente o colpevole? Se è innocente, è sempre un po' colpevole, e se è colpevole, è sempre un po' innocente. Ecco la mia logica, la logica di un felice demente, a voler parafrasare il mio nome e cognome. Forse era meglio farlo modificare. E come?
Mancavano pochi minuti alle nove, quando la nave attraccò al piccolo molo del porto di Havøysund. Alcuni passeggeri in attesa s’imbarcarono, si vedevano poche case di quel villaggio. Ripartimmo dopo un quarto d’ora circa, per Honningsvåg, il comune di NordKapp, il punto più settentrionale della Norvegia. Avevo preso il binocolo e scrutavo il mare, la mia ombra, Silvius, dovevo vederlo apparire: “Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e andrò verso l’estremità più settentrionale della terra.” La mia attenzione era costante, fissavo le onde del mare glaciale artico, in attesa della mia creatura, della sua apparizione. La nave cominciò a entrare in un fiordo, mi scostai dal parapetto del ponte, alcuni passeggeri, tutti biondi scandinavi, mi stavano vicino, una ragazza si stava allontanando di spalle: “Ingvild!” chiamò uno di loro. Lei si voltò, era la polietet, la riconobbi subito.

Silvio Minieri ha detto...

6. Vi går ned
Arrivammo ad Honningsvåg, “Mine herrer, vi går ned”, era la voce dell’altoparlante. “Signori, si scende.” Una fermata di tre ore, per una escursione fino a Capo Nord. Mi confusi nel gruppo, in attesa di sbarcare, e devo dire che cercavo con gli occhi la politiet bionda, quella che parlava italiano. Associavo la sua figura a quella del capitano, doveva avergli tradotto qualche brano dei miei appunti sul block-notes. Ma erano associazioni di idee molto labili, in quella caserma si conoscevano tutti molto bene, andavano a farsi la sauna insieme, e poi si rotolavano nudi nella neve, quei vichinghi, avevo come un senso di pudore, volevo rimanere estraneo al gruppo, come tale ero stato, nel mio ruolo di detenuto e di straniero. Devo dire che quando l’uomo prima aveva chiamato Ingvild, la ragazza si era voltata, fissando subito lo sguardo su di me, non verso i suoi amici. Al momento, sono rimasto un po' sorpreso, e lei ha continuato a fissarmi, poi si è avvicinata verso di noi, rispondendo all’amico. Dopo, ripensandoci, ho capito che mi doveva aver notato da un pezzo, infatti il gruppo era da un po' fermo accanto a me, e quando si è voltata, è stato naturale che voleva essere riconosciuta. O mi fissava, perché non si ricordava bene? Uno straniero arrestato da loro, appena due giorni prima, perché sospettato di omicidio. No, ero inconfondibile. E allora? Avevano i miei appunti, non ero tranquillo. Cercavo la polietet con gli occhi, guardandomi intorno, mentre ci apprestavamo a scendere, ma non riuscivo a individuarla. Chissà dov’era andata a finire! La fila spingeva per scendere, mi mossi, sentii qualcosa di morbido premermi alle spalle, era una donna. Mi voltai appena, e quando fummo a terra, mi spostai di lato per vedere chi era quella che premeva da dietro. Eccola là! Sembrava ridesse, anzi si mise a ridere, quando avanzò di un passo ed esclamò: “Italiano!”. Sorrisi debolmente, ero un po’ sorpreso, ma anche un po' intimidito. “Dementis,” dissi. Rideva: “Dementis” ripeté “italiano sei libero.” Non sapevo che cosa dire, il suo sorriso s’indebolì: “Mi piace molto Italia.” Un’ombra attraversò il suo viso. “Venga a trovarmi, Roma, Napoli, il sole, il mare,” dissi e mi voltai verso le acque fredde dell’Artico, quasi a misurare la distanza da quel mare freddo e il Mediterraneo. Poi la guardai, l’ombra dal suo volto era scomparsa, si era illuminata. “Ciao,” disse e di colpo si allontanò verso il suo gruppo. Vidi mentre si mischiava agli altri, notai che aveva affiancato una sua amica più alta di lei, capelli neri, mi sembrava di averla già vista. Ero rimasto fermo, non mi sembrava che dovessi proseguire nella loro direzione. Istintivamente, mi voltai verso il mare e la nave, quindi mi mossi per ritornare a bordo, avevo rinunciato all’escursione. “Mi piace molto Italia”. E gli italiani? Io sapevo di Axel Munthe. Voi sapete del medico svedese e della villa di San Michele ad Anacapri? Napoli e il suo golfo, luoghi di paradiso, per un uomo del nord, ma anche per una donna. Risalii sulla scala e fui sul ponte, quindi andai in cabina, volevo prendere il taccuino, ma per scrivere che cosa? Le novità? Un incerto rendez-vous da venire, un promemoria. No, avevo tutto chiaro in mente, tutto. Risalii sul ponte e mi affacciai a guardare il mare, scrutando lontano, ma non vedevo il sole coricato sull’orizzonte, nascosto dalla foschia. Per un attimo, l’ombra della creatura, la sagoma indistinta, si profilò davanti al mio sguardo perduto, ma subito svanì, sorgeva un’altra immagine dal cuore, Ingvild.

Silvio Minieri ha detto...

7. Nyhetene
Guardai l’orologio erano le due, scesi in fretta nel salone ristorante, era quasi deserto. Andai al self-service, piatti a base di zuppe, salse e tartine di pesce con verdure, birra, dolce alla frutta. Con il vassoio in mano, attraversavo lo spazio vuoto al centro della sala, passando accanto al tavolino sparecchiato, presso cui sedeva una donna da sola. Alzò lo sguardo verso di me e sorrise: “Buon appetito.” Mi fermai di colpo, lei fece un cenno, come un invito. “Grazie,” dissi, e posando il vassoio, mi sedetti al suo tavolino.
“Pranzo molto norvegese, piatti di pesce, le piacciono?” disse. “Mi accontento.” Le offrii la birra, coprì con la mano il suo bicchiere: “No, grazie.” Era in crociera anche lei? Sì, la Hurtigruten, il sevizio traghetti, non era la prima volta, ormai conosceva i posti, la navigazione diventava monotona. “Certo, la novità,” dissi. “Sì, ma lei non si annoia, guarda sempre il mare, non si stanca?” Ecco, ancora una volta una spiegazione impossibile da dare, sorridevo, senza rispondere. Che cosa dovevo dire? “Lei è salito ad Hammerfest, l’ho notata subito.” Guardai il giornale, che teneva piegato di lato sul sedile accanto, una copia del “VG, Verdens Gang”, e su cui aveva lanciato un’occhiata furtiva. “Mi ha riconosciuto?” domandai. Indicò il quotidiano, ero diventato una notizia, nyhetene. “Avrà fatto una brutta esperienza!” commentò. Allargai le braccia, finii il boccone: “Quando gli dèi esaudiscono le nostre preghiere, allora ci vogliono punire.” Alzò la mano, un gesto interlocutorio: “Oscar Wilde” dissi. Avevo sentito citare l’aforisma in un film visto da poco ed ora lo riproponevo forse a sproposito. Elogiai l’intervento del console Raffaelli. “Ah, Vincenzo!” commentò.
Era un’italiana di Norvegia? No, era un’italiana di Germania, si chiamava Ulma Giuliani ed era la direttrice del centro culturale italiano di Brema, questa era la seconda volta che faceva la crociera fino a Capo Nord. Nel salone era entrato un barboncino bianco, che corse verso di noi, immediatamente richiamato dalla padrona: “Atma, komm her.” Guardai la donna, i capelli bianchi, gli occhi blu, il vestito bianco, elegante, stava insieme a un gruppo di scandinavi. “È tedesca,” disse Ulma. “Schopenhauer,” dissi. “Tutti i barboncini tedeschi si chiamano Atma,” aggiunsi. “Quasi tutti,” commentò Ulma. Avevo finito il pranzo, domandai se gradiva un aquavit, disse di no. Mi alzai, presi il vassoio e lo andai a posare sull’apposito carrello, quindi andai al bar, dove l’addetto mi invitò a servirmi da solo. Tornai al tavolino, mi sedetti, portando il calice di aqua vitae, il nome derivava dal latino, dissi. Ulma osservava i miei gesti, il brindisi: “Skål!” bevvi. Quando posai il calice, indicai il giornale, lì accanto: “È specificato il mio nome?” Domandai. Ulma prese il giornale: “Felice Dementis.” Indicò un articolo, sotto la fotografia del luogo del crimine, vicino al lago Naess. Mi tendeva il giornale, lo presi, diedi un’occhiata e lo restituii subito: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Mi guardò, l’espressione più sorpresa che divertita. Si sentì la sirena della partenza, ci alzammo e all’uscita del salone ci separammo. La nave aveva ripreso a navigare in direzione est, verso Kjollefjord, mi aveva detto Ulma.

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8. Snøgås
La sera siamo arrivati Berlevåg, il centro abitato più settentrionale della Norvegia continentale, diceva l’opuscolo illustrativo della crociera in lingua inglese. Sul ponte scrutavo il mare, guardavo il sole appena nascosto sulla linea dell’orizzonte, la notte bianca artica, istintivamente guardai a sinistra verso ovest. Perché? La mia creatura, l’ombra in fuga che io ero venuto ad inseguire all’estremo nord, Silvius, dov’era? Stavamo navigando lungo il tratto di costa norvegese, geograficamente a nord del territorio finlandese, verso est. Che cosa cercavo di vedere sulla distesa azzurra del mare artico, chi doveva comparire, sulle lastre di ghiaccio? Soffiava un forte vento uno spruzzo d’acqua gelida mi colpì sul volto, calcai il cappuccio di lana in testa, rimasi ancora un po' sul ponte, poi mi ritirai in cabina e andai a dormire.
Era fermo sulla soglia della porta, vedevo la sua ombra in controluce, nella penombra della stanza, aveva un’aria triste, lo sapevo anche se non vedevo l’espressione del suo viso, forse ero io triste e riflettevo sull’ombra la mia tristezza. In quel momento una sagoma femminile scura si è sollevata dal letto, dove era distesa accanto a me. Io non riuscivo a muovermi, ero immobile, guardai verso la soglia della porta, e mi sembrò di vedere come una fuga improvvisa, mi voltai e allungai il braccio da quel lato, quasi a cercare la sagoma scura accanto a me, ora confusa e dissolta nel buio. Aprii gli occhi e vidi la luce bianca della notte artica filtrare dall’oblò nella cabina. E allora, mi girai dall’altra parte, chiusi gli occhi e mi riaddormentai.

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La mattina dopo, quando salii sul ponte, notai un traffico insolito, a bordo c’era un via vai di carico e scarico merci. Eravamo giunti al capolinea, Kirkenes, ai confini con la Russia. La nave rimase in porto fino a mezzogiorno, poi riprendemmo a navigare, ritornando indietro verso ovest, mi sembrava di tornare in un luogo, per il quale vivevo un’attesa, un qualcosa da venire, ma che cosa? Chi era venuto a visitarmi nella notte? E perché quell’ombra, la mia creatura, era triste ed era fuggita via? Con chi dormivo nel sogno, la dolce amata concubina? Guardavo il mare e mi sembrava di riconoscere i panorami dell’andata. Un uccello con il becco rosso venne a posarsi sulla ringhiera del ponte, nero il piumaggio del dorso, bianco quello anteriore. “Una pulcinella di mare”, disse Ulma, passandomi accanto, in compagnia di un ufficiale di bordo, che fermatosi ricambiò il mio leggero cenno di saluto, portando la mano alla visiera. Sorridente, disse: “Italiano”. Ricambiai il sorriso, poi entrambi ripresero la loro passeggiata. Chissà se quell’ufficiale vestito di bianco conosceva la mia vicenda?
In verità, la mia verità, la verità della mia vicenda interiore non era conoscibile, e la lettura dei miei appunti sul block-notes potevano ingannare. Il comandante della caserma, Ingvild. Acciderboli! E una volta tradotti, non sarebbero stati conosciuti anche dagli altri? Chi? Raffaelli. E Ulma, no? Il suo amico Vincenzo. Accidenti!
Io Dementis avevo soffiato lo spirito della vita a una creatura, poi fuggita nel grande nord sulle zattere di ghiaccio, e dovevo partire per il polo artico e andarla a prendere, prima che potesse compiere gesti irreparabili. Questo il senso del mio scritto, dove era esposto il programma di viaggio e certe mie visioni di boschi innevati. Chi correva tra gli alberi nella neve invernale? Era un mio forte desiderio raggiungere quell’ombra fuggente. Ma ora sopravveniva un nuovo sentimento che calmava le mie angosce, come il sorgere di una nuova alba di vita.
A sera eravamo a Berlevag, dormii poco quella notte, sentivo come un’impazienza di arrivare. All’alba verso le cinque, nella luce bianca del giorno artico senza fine, ero già sul ponte, mezz’ora dopo attraccammo nel porto di Honningsvag. Nessuna escursione, la nave ripartiva dopo quindici minuti. Guardai verso le case del villaggio, poi fissai la banchina dove alcuni passeggeri si apprestavano a salire a bordo, Ingvild non c’era. E come avrebbe potuto esserci? Ecco! Vidi, là in alto, volare ad ali spiegate un uccello dallo splendido piumaggio bianco, era snøgås, l’oca delle nevi.

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9. Kom til meg
Quando partimmo, rimasi a guardare la terra ferma e il villaggio delle case che si allontanavano, sentivo come un senso di lacerazione, di distacco da una persona cara che lasciamo, era lì che l’avevo vista l’ultima volta, ma ora non ricordavo nemmeno più il suo volto, era come un rimpianto, ma anche di colpo una fiamma.
Dopo quattro ore di navigazione, siamo arrivato ad Hammerfest, e mentre sbarcavo mi è sembrato di vedere Ulma sul ponte, ma più come un’ombra che m’inquietava, come se le avessi lasciato un sospetto, con una battuta infelice, quella da lei non colta della moglie sepolta in giardino. Ebbi come un senso di agro umorismo: insomma, questa storia che vivevo era una storia d’amore oppure di spie? L’interrogativo però si mostrava alla mia coscienza come un voltafaccia, un tradimento a un mio più intimo e indefinito sentimento, un desiderio di avvenire.
Giunsi in albergo, intenzionato a lasciare la camera subito e partire, avevo già il biglietto aereo per Oslo, il volo del pomeriggio. Al bancone, l’addetto mi fece un cenno e mi porse una busta, credevo fosse il conto, invece era un biglietto con su scritto: “Kom til meg, Ingvild”, più sotto era segnato l’ indirizzo. Mostrai il biglietto al receptionist, indicando l’indirizzo. L’uomo lesse, alzò la testa, mi guardò, e fece un gesto con la mano, indicando fuori a sinistra. Sembrava ci fosse del sarcasmo in quello sguardo o era una mia impressione? Fuori a sinistra c’erano i taxi, salii è mostrai l’indirizzo al tassista, partimmo. “Come to me” avevo tradotto in inglese, stavo imparando la lingua norvegese, somiglia all’inglese. “Vieni da me” e io stavo andando da lei. Quando scesi dal taxi, mi venne incontro una donna alta con i capelli scuri, era la sua amica, mi stava aspettando, si chiamava Dagrun ed era una politisersjant, sergente di polizia. Era quella che avevo intravisto nel cortile gelato della caserma e sulla nave, era la compagna di Ingvild. Sono rimasto con lo un giorno, e poi un altro giorno, tre giorni, Dagrun aveva ripreso servizio, restai un’altra settimana. Adesso, stavamo più tempo da soli, io e Ingvild.
Un giorno, stavamo passeggiando vicino al porto, mi domandò perché ero fuggito sul ghiacciaio, quel giorno. Non stavo fuggendo, inseguivo un’ombra, l’orso bianco, rise. Ti ho proprio centrato, disse. Era stata lei, ah! Era preoccupata quella prima sera, quando era venuta ad aggiustare il letto, voleva capire come stava in salute il prigioniero. La preda, dissi. Solo una volta avevo visto due abbracciarsi e baciarsi in strada, lì in quella terra di biondi vichinghi, erano due barboni anziani, lui doveva essere ubriaco, e forse anche lei, barcollavano.
Quando mi accompagnò all’aeroporto, ci salutammo prima dei varchi di sicurezza. Kom til meg, dissi prima di lasciarla.

FINE PRIMA PARTE

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IL FIORE DELLA CONSOLAZIONE
Castelgandolfo, Estate 2001

1. Dahl
Eravamo a fine agosto, quando lo conobbi, e mi risultò subito simpatico, nel senso che destò nel mio animo un sentimento di συμπάϑεια, la corrente emotiva, per cui tra consimili si partecipa delle medesime affezioni dell’animo. E a suscitare questi stati emotivi e percezioni non fu la condizione in cui ci trovavamo un po' tutti noi, o forse questa fu una concausa minore, ma devo riconoscere la qualità era propria dell’uomo, quella infelice allegria, che traspariva dai suoi modi e i suoi gesti.
“Salve, sono Joe,” disse venendomi incontro, “Joe Henry Thomas”, aggiunse, mentre ci stringevamo la mano, e anch’io mi presentai: “Francesco Demontis, sono felice di conoscerti.” In verità, mi ero preparato l’espressione, ed ero felice di poter dichiarare finalmente il mio nuovo nome, non più “Felice”, ma “Francesco” e la modifica del cognome in Demontis, avevo ottenuto il cambiamento all’anagrafe da pochi giorni. Thomas era uno psichiatra di San Francisco, che mia moglie, sciogliendo il nostro rapporto coniugale, si apprestava a sposare. Venendo a Roma, era stata lei a chiedermi di combinare l’incontro con Thomas e i suoi, Dorothy, la figlia adolescente di Thomas, e il suo fidanzato Mathews, e io avevo accettato volentieri.
A fine giugno ero rientrato a Roma dalla Norvegia, e all’inizio ero ancora un po' confuso dagli avvenimenti, lì tra i ghiacci, in quel paesaggio artico, in cui ero stato trascinato dal mio dovere di neutralizzare le folli gesta della mia creatura, il segnale preciso ricevuto della sua fuga all’estremo nord, come nel racconto di Mary Shelley, quando alla fine la creatura degenere, creata dal dottor Frankenstein, scrive una lettera al suo creatore: “Non temere che io sia lo strumento di futuri misfatti. Il mio compito è quasi completo. Non occorre né la tua morte né quella di altri uomini per portare a termine la catena della mia esistenza e per attuare ciò che deve essere fatto, ma c’è bisogno della mia. Non pensare che avrò esitazione nel compiere questo sacrificio. Lascerò il tuo vascello sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, e mi dirigerò verso l’estremità più settentrionale della terra. Lì metterò assieme la mia pira funebre e morirò. Contaminato dai delitti e straziato dai più amari rimorsi, dove posso trovare rimorso se non nella morte? Addio! Ti lascio e tu sei l’ultimo uomo che questi occhi vedranno. Addio Frankenstein!”

Silvio Minieri ha detto...

Ma non era questa creatura assassina un personaggio immaginario creato dalla fantasia letteraria di Mary Shelley? Sì, certo. E quindi la creatura, a cui avevo dato il nome di Silvius, non era anch’essa un personaggio immaginario, creato dalla mia fantasia? Era verosimile, nel senso che potevo esserne sicuro, soltanto dopo averne seguito le tracce e accertato che si trattasse di un fantasma generato dalla mia fantasia e non un essere realmente esistente.
Per spiegare questo enigma, mi figurai un interrogatorio con il capitano Dahl, il comandante della caserma di Kvaløng, di cui ero stato ospite obbligato per una notte, forse per quel mio sospetto che egli avesse letto i miei appunti sul block-notes sequestrato. Sulla questione Ingvild era stata evasiva, ma aveva negato recisamente di avere letto i miei appunti, sapeva parlare l’italiano, ma non era tanto brava a leggerlo, comunque era una cosa senza importanza. Che cosa?
“Una sua folle creatura fugge all’estremo nord, cioè viene qui da noi, lei la insegue sul ghiacciaio, proprio in occasione di uno sciagurato omicidio, in cui l’agente Larsen la sorprende fuori del parco protetto, mentre si allontana di corsa, ed è costretta a bloccarla, scoccando un dardo-siringa contenente un farmaco anestetico, un vero colpo da maestro, una parola di lode alla mia collaboratrice. Chi è questa folle creatura? ” Il capitano Dahl ha parlato, ha concluso con un interrogativo, io che cosa rispondo? “È un essere probabilmente immaginario, di cui stavo cercando verosimili tracce, per accertare se fosse una realtà o fantasia, desiderio direi quasi, ma non ho potuto perché sono stato bloccato.” “Come desiderio? E chi ha bloccato questo suo desiderio di realtà?” Dahl mi guarda, il suo sguardo è ironico, colgo una vena di compassione in quello sguardo. “L’agente Larsen” dico. “Ha fatto il suo dovere!” ribatte risoluto. Dahl si alza, il colloquio tra il comandante della caserma di polizia di Kvaløng e il signor Dementis, questo deficitario cittadino italiano, è terminato. Così io, nuovo fresco Demontis, mi figuro il colloquio.

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2. Thomas
Avevo cominciato a parlare di Thomas, uno psichiatra di San Francisco, e sono finito a parlare di Dahl, un militare norvegese. Se voi conoscete Thomas, siete perduti, vi ha conquistato, non potete più liberarvi da quell’incanto, l’insieme estremo di tormento e quiete, il contenuto passionale della vita, il suo pathos profondo. Riesco a capire perché mia moglie, Gabriela Sanchez, si deve essere innamorata di lui, non appena l’ha conosciuto, quattro anni fa. Non poteva accadere diversamente, io non avevo nessuna recriminazione da fare per quanto era accaduto, o non accaduto, tra noi due, una vita insieme solo intravista, mai vissuta. Pochi mesi, poi lei parte per la California, Silicon Valley, e torna quattro anni dopo, prossima al suo nuovo matrimonio. Auguri, Gabriela Sanchez, auguri di cuore, io spero che Thomas con te sia felice, almeno sia riuscito o riuscirà veramente a guarire dal suo inconsolabile passato.
Dodici anni fa, nel terremoto di Loma Prieta, il violento sisma che aveva scosso la Baia di San Francisco, era caduto anche un pezzo del Golden Gate Bridge, Thomas aveva perduto la moglie e due figli, si erano salvati soltanto lui e Dorothy. L’evento era stato non solo tragico, ma particolarmente terribile, orrendo, inesplicabile. All’arrivo dei soccorsi, erano stati estratti vivi dalle macerie prima la moglie Mabel e i due bambini, Katrin e Daniel. Improvvisamente, uno dei soccorritori si era avventato contro la donna e l’aveva pugnalata a morte. Nel parapiglia creatosi, per bloccare l’assassino, erano cadute travi, pietre e altri cumuli di macerie, uccidendo e seppellendo i due piccoli. In una fase successiva erano sti estratti vivi anche Thomas e Dorothy. Nessuno era riuscito a spiegare il gesto criminale, le motivazioni che avevano spinto l’assassino ad agire, si era parlato di un disadattato mischiatosi ai soccorritori, un giovane con disturbi psichici, ma questo non gli aveva evitato la sedia elettrica.
Quando ebbe finito di raccontarmi la storia, Gabriela Sanchez mi guardò in volto, era uno sguardo femminile di piena dedizione, so definirlo soltanto in questo modo, si distolse subito e corse da Thomas. Stava con Dorothy, affacciato alla ringhiera del lungolago, si voltò verso Gabriela, che andava da lui, poi guardò nella mia direzione. Mi avvicinai e fissai le acque azzurre del lago, indicai al gruppo in alto a destra la collina di Castelgandolfo: “Quelle sono le ville pontificie,” dissi. Thomas approvava con la testa. I ragazzi si erano messi la mano sulla fronte, per non essere abbagliati dal sole, e poter distinguere meglio le cupole argentate delle ville. Gabriela li aveva imitati. Indicai a Thomas le villette sparse sul pendio alle nostre spalle: “Qui è venuto ad abitare anche Antony Quinn,” dissi. Thomas sorrise e guardò compiaciuto, poi si volse ad osservare tutt’intornio il paesaggio splendente di sole, la superficie liscia e azzurra dell’acqua del lago: “Incantevole!” esclamò. Si era fatta ora di pranzo.
Andammo al ristorante e ci sedemmo tutti a tavola, al centro il cameriere aveva messo un vaso di fiori, papaveri bianchi, per volere di Gabriela Sanchez, che aveva fatto le prenotazioni, pagava in dollari. Secondo gli antichi, i papaveri erano i fiori dell’oblio e del sonno: “Il fiore della consolazione cresce nel giardino del tempo,” disse Thomas. Io lo guardai leggermente sorpreso. Ricambiò lo sguardo e aggiunse: “È un proverbio italiano, non è così?” Confermai di sì, anche se non lo sapevo.

Silvio Minieri ha detto...

3. Gyldent bur
Ingvid e Dagrun arrivarono qualche giorno dopo la partenza di Thomas e Gabriela. La mia ex-moglie aveva calcolato i tempi giusti per quella prima e ultima visita con Thomas. Non mi aveva detto nulla, ma sono convinto che conoscesse la mia storia, parlo del mio arresto in Norvegia e chissà che cosa altro avrà pensato. Sapeva soltanto che aspettavo visite per i primi giorni di settembre.
Con le mie amiche andammo a Napoli e Capri, salimmo la scala fenicia e giungemmo fino alla villa di San Michele ad Anacapri, visitammo la costiera amalfitana, Ravello, Amalfi, Positano, Sorrento. Furono due settimane di sole e di mare, poi rientrammo a Napoli. Dagrun ci lasciò, per rientrare in Norvegia, io e Ingvild ci imbarcammo per la Sicilia. A fine mese, siamo ritornati a Roma, Ingvild ripartì, mi avrebbe fatto sapere com’era andata, non eravamo sicuri di essere soltanto in due.
L’avviso mi era stato recapitato già alla fine di maggio, ed io l’avevo trovato al mio rientro dalla Norvegia. Agli inizi di ottobre, l’Ufficio Tecnico del Comune di Roma doveva compiere dei lavori nella zona del Parco dell’Appia Antica, la parte confinante con l’Ardeatina, dove vi sono alcune villette sparse, tra cui la mia. Siamo ancora in un pezzo della campagna romana, l’area sud-est della capitale, destinata però ad essere urbanizzata. Bisognava accertare se vi fosse una falda acquifera o anche dei resti archeologici, quindi erano necessari degli scavi, con i previsti rimborsi.
Quando il geometra con la squadra dei tecnici si presentò quella mattina, per gli accertamenti sul terreno del mio giardino, mi sentii colto di sorpresa, anche se mi ricordai subito dopo dell’avviso ricevuto. Ero comunque leggermente inquieto, forse per tutto quell’accavallarsi di avvenimenti venuti a sconvolgere la mia vita, una certa regolarità di vita, da quattro anni di vita a questa parte, dopo il mio matrimonio con Gabriela Sanchez e la sua partenza per l’America avvenuta qualche mese dopo.

Silvio Minieri ha detto...

Tutto era cominciato con la mia sconsiderata partenza per la Norvegia, cioè no, per quel viaggio all’estremo nord, non come meta turistica, ma come un folle immaginoso piano della mia mente, allora turbata dalla creatura, Silvius, le sue gesta criminose, la sua fuga su zattere di ghiaccio, una vera idea fissa la mia. Poi l’episodio traumatico, era stata un’avventura che poteva rivelarsi molto spiacevole, ma era andata a lieto fine, complice quella crociera nell’Artico. Mi ricordai di Ulma: “Uno ammazza la moglie, la seppellisce in giardino, la polizia italiana non lo scopre, scappa in Norvegia, non ammazza nessuno e la polizia lo arresta.” Rividi quella sua espressione sorpresa e non divertita, come mi ero aspettato. O era stata una mia impressione? Il ricordo sbiadiva. Gli operai avevano circoscritto con un nastro la parte del giardino dove scavare, io rientrai in casa per andare a riprendere l’avviso che avevo ricevuto dal Comune, datato maggio. Che stupido! pensai, i lavori erano programmati già prima del mio viaggio, e dal mio inconscio emergeva una battuta per ridere, che poteva rivelarsi una frase sospetta. Ingvild, pensavo ad Ingvild, le mie fantasie svanivano, la realtà era lei, Ingvild. In giardino, il geometra era andato via, era arrivato un altro operaio, Moretti, che doveva sistemare dei sensori. I lavori finirono presto, non avevano trovato nulla di particolare, il terreno era solido, se ne andarono. Sarebbero tornati all’indomani, per risistemare il giardino, e infatti vennero. Alla fine, alla chiusura dei lavori, il geometra mi diede alcuni fogli da firmare, i lavori per quanto riguardava me, erano conclusi, proseguivano altrove nella zona.
Erano ancora le belle giornate di ottobre, ero in attesa, avevo l’ultimo modello del telefono cellulare, ma le comunicazioni con il nord Europa erano difficoltose, infine arrivò la cartolina con l’annuncio, il test era positivo. Volai a Kvaløng, ci sposammo la settimana dopo ad Hammerfest, Dagrun era la testimone della sposa, il mio testimone fu Chioke Bernstein, un avvocato tedesco di origine africana, marito di una collega di Ingvild. Alla fine del banchetto, il capitano Dahl tenne un breve discorso e concluse consegnandoci il regalo di nozze, a nome di tutta la sua caserma. Era una piccola ygyldent bur, gabbia dorata, ci avrebbe sicuramente portato fortuna. Il giorno dopo siamo ripartiti per l’Italia e siamo venuti a Roma ad abitare nella nostra villetta all’Ardeatino. Alla fine di maggio è nato il mio erede, Silvio Demontis. A metà giugno, Ingvild è partita con il neonato per Kvaløng, io la raggiungerò tra qualche giorno, devo aspettare notizie dal mio agente finanziario, in Svizzera, ultimamente i miei affari non vanno troppo bene, ma sono fiducioso.

Silvio Minieri ha detto...

LA GABBIA D’ORO

1. Assalonne
Roma, autunno 2020.
È una bellissima domenica di metà novembre, sono arrivato qui nel primo pomeriggio dall’Ardeatina e all’altezza dell’ospedale Santa Lucia, ho girato per viale Londra e sono andato a parcheggiare in fondo, accanto al cancello del Parco dell’Appia Antica. Oltre ai complessi edilizi residenziali, vi sono alcuni edifici in vetrocemento, sede di uffici comunali e di alcune aziende private. Sino alla fine degli anni Novanta, era tutta campagna, sfuggita all’insediamento urbanistico, tranne alcune villette sparse. In verità, si trattava di un casale oggi in rovina e alcuni rustici, di cui sono rimasti i ruderi, e di una villetta con una dependance, “Villa del Sogno”, che non esiste più. Sono notizie che ho accertato presso gli uffici del catasto. Nelle tre schede in mio possesso, si parla di villette sparse, qualcuna c’è ancora, ma un po' più distante.
Ho varcato il cancello d’ingresso e ho preso per il vialetto di sinistra. Nel grande spiazzo erboso, dove ci sono delle panche in legno e un’area giochi con scivoli e altalene, si aggirano diverse famiglie con bambini e piccoli gruppi di due o tre persone. Si godono la giornata di sole novembrino, una vera oasi di verde in questa zona e in questi tempi, gente fortunata o forse no, i destini individuali non sempre collimano con affermazioni generali. Qui c’era “Villa del Sogno”, qui abitava il destinatario del plico, spedito dal Consolato italiano di Tromsø, il block-notes, con gli appunti su Silvius Frankenstein. Si trattava di Francesco Demontis, deceduto in Roma, il 18 giugno 2001. Ho controllato e ho rintracciato la notizia del decesso sui giornali dell’epoca, una violenta esplosione, provocata dalla fuoriuscita di gas da una bombola della cucina, aveva completamente distrutto la casa, un cadavere carbonizzato, ritenuto quello del Demontis, era stato ritrovato sotto le macerie, nessun’altra vittima.
Ho proseguito sul viale, sentivo arrivare delle voci e grida di gioco giù dal pendio, dove si vedono i muri del casale abbandonato, cintato dal nastro bianco rosso, con il cartello annunciante i lavori di ristrutturazione. Ho proseguito e sulla sinistra, mi sono affacciato dove, un poco più in basso, ho visto alcuni ragazzi che stavano giocando a pallavolo su un campetto in cemento.

Silvio Minieri ha detto...

Sono il titolare dell’ufficio recapito posta destinatari sconosciuti, con sede a Roma, in viale dell’Aeronautica, all’Eur. Lavoro molto in contatto con il Ministero delle Poste, di cui peraltro sono ancora un dipendente, anche se in aspettativa. Dieci anni fa, ho rilevato quest’ufficio, che allora era integrato nel Ministero come sede distaccata. Due anni fa, è stato privatizzato e io sono diventato socio unico e titolare della società costituita per la gestione degli affari commerciali. In ufficio ci perviene tutta la posta non recapitata, per i motivi più vari, per l’area dell’Italia centrale, in particolare per il Lazio e Roma Capitale. Le sedi di Milano, Napoli e Palermo, sono ancora uffici pubblici. Da qualche tempo ho una segretaria che mi assiste e gestisce i fattorini, assunti con contratti a temine, per le ricerche e consegne della posta in arrivo nel nostro ufficio. Lorella Perrotta, la mia segretaria, è una giovane impiegata, raccomandatami dal collega Gregorio di via Arenula, Dirigente delle Poste distaccato presso il Ministero della Giustizia. Non ho avuto problemi ad assumerla, si è dimostrata molto al di sopra delle mie aspettative. Era l’impiegata giusta per il mio ufficio, e Gregorio lo sapeva. Quando ho ricevuto la telefonata di un plico in arrivo dalla Svizzera, l’ho incaricata di andare di persona nel negozio di antiquariato di Assalonne, per il ritiro. Erano le cinque del pomeriggio, lei doveva smontare dal suo turno di lavoro: “Lorella, devi andare nel negozio di antiquariato, in via dell’Arco dei Cenci, alle spalle del Ministero, in via Arenula. Devi farti consegnare dal titolare del negozio un plico arrivato oggi, contiene degli appunti: “Il fiore della consolazione”. È andata subito.
Quando la ragazza si è presentata nel negozio, il titolare Assalonne, un vecchio di oltre ottant’anni, con folti capelli bianchi e una lunga barba, si è allungato verso di lei, per ascoltare meglio la richiesta: “Il fiore della consolazione”. Allora, si è rialzato e Lorella ha visto che andava nel retro del negozio, nell’attesa si è messa a guardare gli oggetti esposti in vetrina, aveva notato una graziosa gabbietta dorata per uccelli. Nel retro, intanto, Assalonne aveva spostato con cura lo scaffale semovente, nell’angolo un uomo aspettava nell’ombra. “Frankenstein” ha sillabato lentamente il vecchio, e dopo una pausa di silenzio, piegandosi verso l’uomo in ombra, ha sussurrato di nuovo con tono grave, scandendo bene le sillabe: “Frankenstein”.

Silvio Minieri ha detto...

2. Monika Müller
Lucerna, dicembre 2020.
Il commissario Trinkler mi ha accolto nella sua casa con grande cordialità. Parla abbastanza bene la lingua italiana, e mi racconta il suo tempo presente. Sposato, sui sessant’anni, è prossimo alla pensione, ha mandato l’unica figlia a studiare a Roma, e vent’anni prima, per qualche tempo, si era occupato di un dossier, “Frank & Enstein”, a cui non aveva mai spesso di pensare. Ora sembrava essere arrivato al capolinea dell’inchiesta, la svolta era arrivata con la scoperta delle ultime tre schede, avvenuta nel corso dell’indagine sulla morte di una donna, Monika Müller, rinvenuta cadavere nella sua casa, “Dream Villa”, di Krattigen sul lago di Thun. Nel computer della donna erano stati ritrovati i tre file, tramite cui Trinkler era giunto a identificare la persona di Francesco Demontis. Quel riferimento a Frankenstein era la chiara metafora di una confessione e le righe finali di Gyldent bur confermavano il sospetto: “A metà giugno, Ingvild è partita con il neonato per Kvaløng, io la raggiungerò tra qualche giorno, devo aspettare notizie dal mio agente finanziario, in Svizzera, ultimamente i miei affari non vanno troppo bene, ma sono fiducioso.”
“Il caso risale a oltre vent’anni fa. Ero a Berna e facevo parte della polizia federale, l’ufficio che si occupava del crimine organizzato. All’epoca, ricordo che fui investito dell’inchiesta su una società finanziaria, con sede ad Altdorf, di cui risultava titolare una coppia tedesca di München: Frank Durer e Marlene Enstein. Avevano più che altro rapporti con la Germania e l’Austria, ma anche con l’Italia settentrionale, la Lombardia e il Veneto. Allora, ebbi il sospetto che investivano capitali sul traffico di armi clandestine, provenienti dall’area balcanica e slava. Era un sospetto, non riuscivo a trovare le prove, finché non scoprii, grazie alla collaborazione con la polizia tedesca, la vera identità di Marlene Enstein. Era di Monaco di Baviera, ma si chiamava Monika Müller. Frank Durer, invece, non sono mai riuscito a identificarlo.”
Il commissario Trinkler sembra voler continuare, ma ha come un ripensamento: “Ah, io ormai sono vecchio, anche se non mollo, ho affidato il caso della morte di Monika Müller a un mio collaboratore più giovane, il commissario Gunther Bachmann, e sono convinto che presto troverà la soluzione. Il commissario Bachmann è sicuro che Frank Durer sia Francesco Demontis, e anch’io. Ma sappiamo che Demontis è morto, e un morto non può resuscitare ed essere implicato nella morte di un vivo. Se poi vogliamo credere al ritorno dei fantasmi…”

Silvio Minieri ha detto...

L’autorità giudiziaria svizzera aveva fatto richiesta di una rogatoria internazionale, ma aveva ricevuto notizia della morte del Demontis, avvenuta in Roma quasi vent’anni prima. Trinkler aveva richiesto altre notizie su Demontis, e la mia agenzia era stata incaricata dal Ministero di mettergli a disposizione i documenti in nostro possesso. Per farlo, avevo necessità di un riferimento e ottenni da Lucerna il plico contenente le tre schede del “fiore della consolazione”. In tal modo ho potuto recuperare dal magazzino la posta destinata al Demontis, il block-notes ricevuto dalla Norvegia, e l’ho inviato a Trinkler, arricchendo il dossier “Frankenstein”.
Sollecitato dal Ministero a compiere ulteriori accertamenti sulla vicenda, ho incaricato la mia segretaria di fare delle ricerche anagrafiche, e Lorella Perrotta è riuscita a ricomporre l’intero quadro familiare dello scomparso e le circostanze della sua vita. Francesco Demontis era figlio di Ciro Demendis (Napoli, 1930-1996) e Guglielmina Voigt (Salisburgo, 1928-vivente), titolari di un’industria di marmellata, la “Ciro Conserve”, quattro figli, Carlo 1957, Giuseppe 1958, Elisa 1963, Felice 1965, tutti viventi, tranne Felice. All’anagrafe di Napoli, Felice era stato registrato Dementis, l’impiegato aveva così interpretato l’accento teutonico della madre. (Immagino la scena: – Felice Tementis, ha detto? – Sì, Tementis. – Forse Demendis, signora? – Sì, Tementis. L’impiegato ha sott’occhio il registro degli altri Demendis, ma alla fine si confonde e scrive Dementis. La dentale “di”, preceduta da una nasale, non scivola, a volte, nella “t”, anche nell’accento napoletano?) Nel 1997, Felice sposa Gabriela Sanchez, da cui di fatto si separa subito. Nel 2001, dopo la sua avventura norvegese, Felice Dementis aveva chiesto e ottenuto la variazione anagrafica in Francesco Demontis, quindi sposa Ingvild Larsen e poi muore nella esplosione di “Villa del Sogno”. Un’amica di famiglia, Dragun Olsen, firma il verbale di riconoscimento della salma. Ingvild Larsen era tornata in Italia, a Roma, dove aveva sposato Antonio Passerini, suo medico curante, ai tempi del primo soggiorno romano. E adesso abitava con il marito e i tre figli nel quartiere “Trieste”, a Roma. Ero pronto, ho ricevuto un’informale autorizzazione e sono andato a Lucerna. Trinkler mi ha ricevuto in casa sua, ero Vincenzo Olmi, un impiegato delle poste italiane, che andava a colloquio con un conoscente svizzero.

Silvio Minieri ha detto...

3. Voigt
“Es ist ein Dummkopf, der immer noch Fruchtmarmelade macht, Voigt macht es für Sie.” Il tono del commissario Trinkler è leggermente pungente, mi guarda e traduce in italiano lo slogan pubblicitario: “È uno sciocco chi fa ancora la marmellata di frutta, Voigt la fa per te.” Nella stanza è entrata la signora Lucy, sono stato invitato a pranzo, non posso sottrarmi, ricambierò volentieri a Roma.
A tavola, parliamo di Friederike, la figlia dei coniugi Trinkler, convitata assente, architetto, ha studiato alle Università di Roma e Palermo, dove si è sposata con un medico chirurgo. Lucy Kern, la moglie di Trinkler, ha insegnato Lingua tedesca e Lettere classiche nel Liceo di Basilea. In quest’occasione di convivio, ha preparato maccheroni al formaggio, carne d’anatra e fagiano, beviamo vino rosso Riesling e Pinot nero, tutti alimenti e bevande, di cui tesso le lodi mentre mangio e bevo.
Frau Kern parla del ritratto più famoso delle pitture pompeiane, quello della giovane donna raffigurata nel medaglione, e che si è voluta identificare per Saffo, dovendosi trattare di una scrittrice, per lo stile sulle labbra e la tavoletta di cera tra le mani, l’aria ispirata della pensatrice. Il dipinto è conservato nel Museo archeologico di Napoli. Quando il discorso scivola sulle ville pompeiane, interviene Trinkler e dice qualcosa in lingua tedesca direttamente alla moglie. Dallo scambio di battute afferro solo “Dream Villa”, quest’ultima parola pronunciata con tono brusco. Poi Frau Lucy riprende il discorso in italiano e parla del Tablinium di Terentius Neo e la moglie. L’affresco ritrae due letterati, infatti lui ha in mano un papiro, lei uno stilo e la tavoletta cerata. Sto per intervenire, ma Frau Lucy prosegue, dicendo che l’uomo però ha più l’aria di un mercante, esita cercando la parola giusta, dice Bäcker, guarda il marito appena, ma l’uomo tace, dico Kaufmann, scuote la testa, esita ancora, infine ispirata quasi grida: “panettiere”. Dalla cucina, si è affacciato il cameriere, un filippino, forse attirato dalla voce di Frau Kern, che egli ha interpretato come un richiamo, avanza e si appresta a sparecchiare. Il commissario Trinkler conclude il discorso sull’affresco del Tablinium di Terentius Neo, dicendo che la figura femminile rappresenta die Buchhalterin, la contabile dell’azienda familiare, quella che registra i conti. Si tratta degli instrumenta scriptoria conclude Frau Kern, riferendosi al papiro, la tavoletta e lo stilo. Non si tratta di Ipazia, penso, ma non lo dico, perché alla padrona di casa tocca l’ultima parola, come si conviene, e quindi ci alziamo da tavola.
La moglie si assenta, e Trinkler riprende il discorso su Voigt, dove l’aveva lasciato. La sua inchiesta sulla “Frank & Enstein”, per identificare Frank Durer, conduceva a Salzburg, ma lì aveva trovato ostacoli nelle autorità austriache. La “Voigt & Söhne” era un’importante azienda commerciale di frutta, le autorità austriache non avevano collaborato e neppure quelle italiane, dove la società aveva la sede principale. Ma con l’anello mancante, Francesco Demontis, tutto appariva chiaro. Di fatto, Frank Durer era rimasto un fantasma, per un’inchiesta ormai chiusa. Il procuratore aveva incriminato Monika Müller, ma era stata assolta in giudizio dalle accuse di traffico illecito di armi da guerra, soltanto una lieve condanna per le false generalità. Monika Müller, una donna di grande fascino, originaria della Baviera, aveva soggiornato a lungo a Berlino, una città dove esiste un giardino del peccato, e Monika era un fiore di quel giardino. Della sua morte, ora, si sarebbe occupato il commissario Bachmann, l’affare Demontis risaliva a vent’anni prima, e non poteva ricondursi a quest’ultimo caso, senza tracce recenti. Trinkler era convinto di un’altra verità.

Silvio Minieri ha detto...

EPILOGO
Lorella Perrotta si è sposata, l’altro giorno, in una chiesa dell’Aventino, con Silvio Passerini, e poi gli sposi sono partiti in viaggio di nozze per i Caraibi. Due anni fa, la giovane donna era diventata titolare dell’Agenzia postale di Vincenzo Olmi, morto nella primavera del 2021, vittima dell’epidemia che infestava l’Italia e il mondo. I due giovani si erano conosciuti durante gli accertamenti da lei compiuti per l’affare Demontis. Lorella Perrotta era la nipote di Assalonne, e il vecchio antiquario ha regalato agli sposi la gabbia d’oro, che aveva tenuto per tanti anni in vetrina. Ingvild Larsen ha riconosciuto l’antico dono di nozze, ma non ha fatto nessuna domanda. Mentre l’automobile degli sposi si allontanava, alla fine della cerimonia, ha visto balenare un’ombra, un gabbiano si era levato in volo dal Lungotevere.

Silvio Minieri ha detto...

DREAM VILLA
CONGETTURE SULLA MORTE DI MONIKA MÜLLER
A lettura terminata della storia della “Gabbia d’oro”, alcuni interrogativi rimangono in sospeso e anche determinati luoghi del racconto restano in ombra. La narrazione deve ritenersi compiuta, sigillata com’è da un “Epilogo”, che alla fine eccede anche la misura del tempo. L’artificio di quel ricordare il futuro – il testo è stato licenziato, con la pubblicazione sul Blog, a novembre 2020 – sembra non voler concedere ulteriori chances al racconto. Non resta che commentare la storia così come appare compiuta, e pertanto queste mie note non sono un continuum della narrazione, ma devono essere intese soltanto come un giudizio critico. E qualsiasi variazione non può certo influenzare il corso degli avvenimenti così come descritti nel loro contenuto di fiction e i problemi che al termine della narrazione rimangono aperti.
Il racconto “La gabbia d’oro” si rendeva necessario per la frase di chiusura di “Il fiore della consolazione”, quella che aveva appunto colpito l’attenzione del commissario della polizia elvetica Trinckler. Nella congiunzione narrativa tra le due parti di una storia con trama unica, la distanza temporale tra gli accadimenti non si avverte e neppure stride il salto nel futuro. È il senso della storia quello che interessa ricercare, anche se spesso certe storie non sembrano avere un senso.
Vorrei spiegare quest’ultima frase, citando Borges, che si esprime nel senso detto, in uno dei suoi saggi danteschi: “Il carnefice pietoso”. Scrive l’autore argentino: “Dante (nessuno lo ignora) pone Francesca nell’Inferno e ascolta con infinita compassione la storia della sua colpa. Come attenuare questa discordia, come giustificarla?” Egli intravede quattro congetture, noi saltiamo la prima: “La seconda equipara, secondo la dottrina di Jung, le invenzioni letterarie alle invenzioni oniriche. Dante, che ora è un nostro sogno, sognò la pena di Francesca e sognò la propria compassione. Osserva Schopenhauer che nei sogni può stupirci ciò che sentiamo e vediamo, anche se ha la sua radice, in ultima istanza, in noi; Dante, in tal maniera, potrebbe essersi impietosito di quanto aveva inventato o sognato. Converrebbe dire anche che Francesca è una mera proiezione del poeta, come del resto è lo stesso Dante nella sua veste di viaggiatore infernale. Sospetto tuttavia che questa congettura sia fallace, perché una cosa è attribuire ai libri e ai sogni un’origine comune, un altro tollerare nei libri la sconnessione e l’irresponsabilità dei sogni.”
Una storia, per essere una storia, vera o finta che sia, deve avere un suo senso, una trama, una ratio. Poesia, ovvero una creazione di sogno, e ragione, ricerca di senso, diciamo la sintassi o se si preferisce la grammatica del sogno, non vanno d’accordo, dobbiamo per forza ricercare un’interpretazione. Il sogno è un simbolo, dice Jung, rimanda a qualcosa d’altro, dietro la sua apparente confusione di immagini. E allora sulla figura di Monika Müller (una controfigura di Marlene Dietrich?), in mancanza di un testo che ci narri la sua storia, avanziamo anche noi delle congetture.

Silvio Minieri ha detto...

Abbiamo evocato il fascino dell’angelo azzurro, poteva sfuggire a un fascino simile, quello di Monika Müller, il commissario Trinkler? È invecchiato, lascia la soluzione del caso della sua morte oscura al più giovane commissario Gunther Bachmann. Si è comunque fatto una sua opinione della vicenda, forse la verità, “un’altra verità” dice il mio testo. Quale? Io dovrei conoscerla, è tutto un mio sogno, ma confesso non ho sognato quest’ultimo particolare o forse l’ho sognato, ma non lo dico, non voglio influenzare il lettore, il mio è solo un sogno, non la realtà, posso però inserirlo ex post, ripeto come congettura, per non lasciare una trama sconnessa o quanto meno incompiuta. In mancanza di una verità a disposizione, si può congetturare allora che il non scoprire il responsabile della morte di Monika Müller è una responsabilità da attribuire a Bachmann, il successore di Trinkler nell’inchiesta.
Ma che stiamo dicendo? Non siamo noi i censori della polizia elvetica, è un compito che non ci spetta, siamo finiti fuori i confini del nostro Stato. Occupiamoci dei nostri connazionali: Francesco Demontis, l’unico che apparirebbe implicato in questa vicenda, è morto oltre vent’anni fa. E se non fosse così? Se non fosse così, si aprirebbe un altro scenario, tutta quella storia dei lavori nel giardino e l’esplosione di “Villa del Sogno”, nella lingua di Hollywood, “Dream Villa”, lo screzio del commissario con Frau Lucy Kern a pranzo, che senso hanno? Eppure, se non fosse così, non cambierebbe nulla sulla morte di Monika Müller, Trinkler è stato esplicito, ha un’altra verità, l’ha detto dopo aver escluso dall’affare Demontis, quel fantasma inseguito per vent’anni sotto l’identità di Frank Durer. E se Trinkler si sbagliasse? Non è un nostro problema. La polizia svizzera esclude dall’inchiesta il fantasma di un deceduto e noi che facciamo? Inseguiamo e diamo corpo alle ombre? “Nel retro, intanto, Assalonne aveva spostato con cura lo scaffale semovente, nell’angolo un uomo aspettava nell’ombra. “Frankenstein” ha sillabato lentamente il vecchio, e dopo una pausa di silenzio, piegandosi verso l’uomo in ombra, ha sussurrato di nuovo con tono grave, scandendo bene le sillabe: “Frankenstein”. Così il testo della “Gabbia d’oro”.
Ma chi è che racconta queste cose? Presumibilmente Olmi, un pensiero di Vincenzo Olmi, è stato lui a ricevere la telefonata dalla polizia svizzera, è stato lui che ha mandato Lorella ad avvisare Assalonne. Chi è Olmi? Un fantasma. È morto nel 2021, nel corso della terza ondata del virus, quella di primavera. Ricordate? Sì, ricordiamo, anche noi abbiamo imparato a ricordare il futuro. Sulla soglia della porta carraia, “l’Attimo”, si scontrano e cozzano tra loro due strade, due lunghe lugubri strade, una che porta in avanti, infinitamente in avanti, l’altra infinitamente indietro. Una volta giunti su quella soglia (e ci giungiamo continuamente, ecco perché una volta giunti nell’attimo, scopriamo di esserci già da sempre stati, eternamente), basta voltarsi indietro, e nello specchio del passato, ricordare il futuro. Vincenzo Olmi è morto e non può raccontarci chi veramente ci fosse dietro quella sua maschera professionale, probabilmente falsa, di impiegato delle poste, titolare di un’agenzia postale privatizzata. Ha però lasciato un’erede, Lorella Perrotta, nipote del biblico Assalonne, novella sposa di Silvio Passerini (Silvio Demontis ha assunto il cognome del genitore d’adozione). È lei, Lorella, la depositaria di una verità tutta da vivere e da scrivere, più di Olmi, più di Ingvild Larsen, più di Assalonne, è lei la proprietaria, ora, della “gabbia d’oro”, di quello che il prezioso antico regalo di nozze custodisce e che forse un giorno, per chi avrà desiderio di ascoltarlo, sarà ancora raccontato.

Silvio Minieri ha detto...

I DUE CANI GEMELLI

Uno
Cominciava ad imbrunire, quando mi avvicinai alla strada ultima, che conduceva alla Villa di Nazàr. Sulla via Cristoforo Colombo, in prossimità dell’Eur, il taxi aveva girato a sinistra, per via dell’Acqua Perfetta, in direzione dell’Ardeatina Antica. La strada correva tra due lati di campagna aperta. Subito però giungemmo in vista di un complesso edilizio residenziale. Il conducente girò a sinistra, percorrendo una strada a ferro di cavallo, poi imboccò una discesa e quindi una strada in salita, lasciandosi le ultime case del complesso residenziale alle spalle. In alto, su un leggero rilievo collinare, nel verde, si distingueva la facciata color tramonto (un rosa tendente all’oro) di una villa. Finì l’asfalto e la strada si restrinse in un tratturo abbastanza breve, perché presto raggiungemmo lo spiazzo davanti al cancello di una casa. Devo dire che all’inizio del tratturo vi era una sbarra sollevata, indicante che quella strada circondata da un parco era una strada privata.
Congedai il tassista pagandogli il doppio della tariffa segnata dal tassametro, per rimborsarlo, come mi chiese con umile sorriso, anche della corsa di rientro. In segno di gratitudine, prima di ripartire, attese che il cancello a cui avevo suonato si aprisse. Entrai. Davanti alla soglia d’ingresso della casa a due piani, compreso il piano terra, mi attendeva sorridente, nella luce che imbruniva, Nazàr.
Nazàr è il presidente della società di costruzione d’imbarcazioni marittime “Tirrenavig Spa”, di cui sono socio e mi aveva invitato per quel fine settimana a casa sua, dopo che i nostri rapporti, consolidatisi in numerose sedute del Consiglio d’amministrazione della Società, si erano andati stringendo negli ultimi tempi, avviandomi a diventare io uno dei soci con quota maggioritaria.
Notai subito che ai lati dei gradini di marmo, situati davanti al portone, vi erano due sculture in pietra. Raffiguravano due cani uguali, accucciati nella stessa posa sulle zampe posteriori, con un’espressione teneramente viva, soprattutto degli occhi. L’ospite notò subito la mia attenzione per le due sculture e mi fece strada, varcando per primo l’ingresso, dopo avermi salutato con gentilezza: “Buona sera, Anastasio, benvenuto.” “Ero convinto che i due animali di pietra fossero leoni” dissi. “Da lontano ci si può ingannare.” “Evidentemente” si limitò a commentare il padrone di casa, assumendo come poco prima, quando avevo fissato l’attenzione sui due cani di pietra, un’aria stranamente perplessa, subito dissoltasi nella sua successiva premura per l’ospite.
Eravamo entrati in un salone, che come mi attendevo era lussuosamente arredato: un ampio tappeto al centro, dove era situata una tavola in legno massiccio, finemente scolpita nelle rifiniture. Le sedie imbottite e ricoperte di stoffe pregiate erano tutte con la spalliera rigorosamente dorata. In alto, dal soffitto pendeva un lampadario con ricchissimi cristalli; tutt’intorno erano sistemati mobili di antiquariato e sulla parete di fondo una cristalliera, con l’argenteria in esposizione. Guardai i dipinti che raffiguravano nobili e dame rinascimentali ed anche alcune scene di caccia ottocentesche. Non mancavano armature medievali. Nazàr mi guidò nelle altre stanze del piano terra, tutte arredate nello stesso stile, poi tornammo in salone, dove poco dopo scendendo la scala in legno d’angolo ci raggiunse la padrona di casa, Zobeide.

Silvio Minieri ha detto...

“Buona sera, Anastasio, benvenuto” mi disse con estrema dolcezza nella voce, la sua voce mollemente orientale. Era una donna araba altissima, che indossava un ampio abito damascato e preziosi gioielli. I grossi orecchini d’oro a cerchio e la grossa collana contribuivano a dare della donna un’idea quasi zingaresca. Era imponente e non dovetti chinarmi molto per il mio baciamano. “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” dissi, rialzando il capo.
“Zobeide l’accompagnerà di sopra” disse Nazàr. Era comparsa Felicia, una ragazzina di una quindicina d’anni, ma già completamente sviluppata, che raccolse la mia borsa e ci seguì al primo piano. Diedi uno sguardo in fondo al corridoio, lungo il quale si affacciavano da ambo i lati le stanze, e notai che finiva svoltando a destra presumibilmente verso un altro corridoio. Istintivamente mi mossi in quella direzione, ritenendo che lì si trovasse la stanza assegnatami, ma fui colto alle spalle dalla voce di Zobeide: “No, da questa parte, Anastasio. Venga.”
La ragazzina aprì una porta sulla destra della scala e ci precedette su un pianerottolo, da dove una scala di pietra conduceva ad un ulteriore piano superiore, che non avevo notato guardando la facciata, essendo troppo a ridosso dell’edificio, quando l’avevo osservata da vicino e troppo in basso, quando l’avevo osservata da lontano. Il piano superiore era più stretto, ma anche lì le stanze davano su entrambi i lati. Zobeide mi guidò nella visita delle stanze, quattro, quasi tutte uguali, lasciandomi scegliere. Indicai una stanza, la cui finestra dava su un lato del parco, folto di verde attorno ad un ampio spazio, dove erano situate alcune altalene e giochi per bimbi.
“Ad occidente” commentò Zobeide.
“Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.”
La ragazzina depose la borsa, quindi entrambe mi salutarono, lasciandomi solo. Raggiunsi un bagno cieco in fondo al corridoio, sebbene la mia stanza fosse dotata di un bagno interno, con due finestre, molto luminoso. Restai un attimo fermo al buio, quasi il momento di una breve riflessione su quello che mi accadeva. Poi premetti un interruttore e subito dopo un altro vicino al primo. La stanza da bagno s’illuminò e contemporaneamente si mise in moto l’aspiratore, con un rumore che sembrava uno sciabordare d’acqua. Più tardi raggiunsi i miei ospiti nel salone del piano terra.

Silvio Minieri ha detto...

Prima di cena parlammo d’affari con Nazàr seduti su due poltroncine di un salotto d’angolo. Venne anche Roberta, la sorella più grande della quindicenne Felicia, che ci servì un aperitivo bianco alcolico, freddo, probabilmente vodka al gusto di melone.
Zobeide era assente. Penso che si trattenesse in cucina con le due giovani serventi ed una terza servente, Amina, anch’essa giovane, ma dall’età imprecisabile e dalle fattezze orientali, con cui Zobeide si esprimeva in arabo (o turco?). Amina mi aveva donato, su istruzione della padrona di casa, un’ampolla di profumo.
“Danke sehr!” esclamai.
“Bitte” rispose con voce flebile Amina.
Nazàr aveva commentato che la tradizione balcanica ottomana e l’impronta mussulmana di Amina non ne avevano impedito l’apertura alla cultura viennese tedesca. E aggiunse che la giovane era nata a Magonza da emigrati turchi ed aveva vissuto fino a qualche anno prima a Vienna, dove loro l’avevano conosciuta in un ristorante in cui lavorava, e poi invitata ed accolta in Italia. Amina era molto affezionata a Zobeide. Iinfatti, durante la cena, sedette per tutto il tempo a fianco della signora, mentre le altre due ragazze andavano e venivano dalla cucina, anch’esse accolte a tavola, alla sinistra di Nazàr. Era una famiglia senza discendenti, per questo credo che le ragazze fossero trattate dalla coppia di coniugi come figli.
Finita la cena, uscimmo tutti e cinque nel giardino, davanti alla casa. Prima di abbandonare la sala, mi parve però di sentire dei rumori sul piano superiore e pensai che forse Zobeide o Nazàr tenessero in casa un qualche animale, forse un gatto. Dopo una breve passeggiata, piegammo a destra nel parco, dirigendoci verso lo spiazzo, adibito ad area giochi, che avevo notato guardando dalla finestra, dove mi ero sistemato. Le ragazze ci precedettero ed io scoprii con sorpresa che altri ragazzini e adulti erano lì presenti, chiacchierando e giocando tra loro. Notai pure un cane, che si avvicinò a Nazàr e fu accolto con familiarità dal suo padrone.
Presto capii che quel piccolo gruppo di famiglie veniva dalle case del quartiere residenziale, posto a ridosso del leggero rilievo collinare, sulla cui sommità era posta la villa di Nazàr. Infatti dalla prospettiva, in cui eravamo ora, notai che alcune costruzioni del complesso di fabbricati s’inoltravano nel verde, risultando più vicine dal lato di fianco della villa, rispetto a quello anteriore da dove le case e la strade del quartiere apparivano molto più distanti. Ebbi anche modo di rendermi conto come Felicia e Roberta fossero le figlie di un uomo, che si mostrava abbastanza in confidenza con Nazàr, ma che nei confronti del presidente della società di navigazione mostrava anche segni di una certa riverenza.
Pensavo che alla fine le ragazze sarebbero andate con il padre, ma poi, quando ci separammo, movendoci per rientrare nelle opposte direzioni, notai che esse seguirono noi. Mi voltai a guardare il gruppo che si allontanava e vidi che l’ultimo bambino seguiva i grandi scomparendo sul sentiero nascosto nel verde del parco. Il cane di Nazàr, Fischio, venne con noi.
Davanti al cancello dissi a Nazàr che desideravo ancora passeggiare. Premurosamente il mio ospite si offrì di prestarmi la sua automobile, indicando l’autorimessa a lato della villa e scusandosi di non potermi accompagnare ancora, per non lasciar sole Zobeide e le giovani. Risposi che avrei fatto due passi fino alle case del quartiere lì di fronte e che quindi preferivo andare a piedi.
“Bene, Anastasio” disse Nazàr “prendi le chiavi di casa e quelle del cancello. Quando torni, se vedi la luce del salone ancora accesa, bussa pure.” Zobeide estrasse le sue chiavi dalla borsa e indicandomi qual era quella del cancello e quale quella di casa, me le consegnò.”
“Grazie, Zobeide” dissi “buona notte.” “Buona notte, Nazàr” dissi poi rivolgendomi al marito. “Buona notte, Anastasio” mi risposero quasi in coro i coniugi. Anche Felicia e Roberta mi augurarono la buona notte. Salutai le fanciulle con la mano e mi allontanai sul tratturo, in direzione della strada.

Silvio Minieri ha detto...

Raggiunsi ben presto le stradine del piccolo quartiere residenziale. Incontrai soltanto qualche rara persona, che portava al guinzaglio il cane per la passeggiata serale e qualche minuscolo gruppo di giovani, che si attardavano davanti alle abitazioni, scherzando tra loro. Ogni tanto passava qualche automobile o un motorino. Il quartiere era ben illuminato e ricco di verde, su cui ad intermittenza piovevano spruzzi d’acqua di piccoli impianti d’irrigazione automatica.
Da uno spiazzo, dove le case erano più rade, potevo guardare verso l’altura, dove si trovava la villa del mio ospite ed amico Nazàr. Mi fermai a contemplare la sagoma della costruzione disegnata nel buio della sera, contro un cielo notturno chiaro. A piano terra ed al primo piano notai delle luci accese. Guardai più in alto, dove intuii il secondo piano un po’ arretrato sul corpo centrale della costruzione, ormai completamente in ombra. Fissai la facciata della villa, pensai a quell’attimo di disorientamento che mi aveva preso all’arrivo lì nel buio del bagno cieco, in quell’ambiente un po’ troppo scontato per essere autentico, ma che pure ora a distanza mi appariva regolare e calmo nel silenzio e riposo del quartiere residenziale da dove guardavo. E capii perché.
Avevo colto l’armonia del paesaggio, la sua anima. Quando dico anima mi riferisco a qualcosa di psichico e quindi per me di sensibile, sperimentabile cioè con i sensi. Coglievo l’anima attraverso la visione delle luci della sera delle case e delle strade, l’eco delle ultime voci isolate ed il silenzio più generale del riposo del quartiere, il profumo delle erbe dei prati e dei giardini, i sapori nell’aria fragrante di essenze dei ciclamini e degli oleandri, l’umidità nelle cortecce degli alberi e tra i rami delle piante. L’anima del paesaggio risiedeva nello scorrere dei fari di luci delle automobili di passaggio, nell’odore di gomma delle frenate, nell’eco delle voci di un televisore acceso, nel respiro dell’aria ronzante consumata dal calore dei lampioni, nel freddo dei pali di ferro dei segnali stradali. L’anima era là fuori, nelle cose viventi, nel loro spirito, lo spirito del mondo.
E quell’anima accentrante del quartiere notturno, immerso nel verde della campagna, recava nella sua armonia anche la villa di Nazàr, non più isolata, come mi era ingannevolmente parso al mio arrivo all’imbrunire, ma parte di quel contesto da me contemplato nell’ora del silenzio e del riposo. Riflettevo che per questo ora non mi appariva più per nulla sorprendente la umana contiguità tra i componenti delle famiglie nell’area giochi del parco della villa di Nazàr ed i coniugi apparentemente anomali ed estranei alla cultura dei luoghi.
L’anima, lo spirito, pensavo. Mi mossi e raggiunsi la via dell’Acqua Perfetta, che incominciai a percorrere lungo il suo tracciato rettilineo. Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità. Ah, Cartesio!
Respiravo l’aria della campagna, ma ben presto, superato un semaforo, scattato dal rosso al verde, mi sono trovato tra altre abitazioni, a ridosso della via Cristoforo Colombo. L’illusione della campagna, tornai indietro. Qualche autovettura giungeva alle mie spalle a velocità sostenuta sul rettilineo, allontanandosi in direzione dell’ultimo abitato residenziale. Qualche altra giungeva in senso contrario. Erano divenute sempre più rare e la loro corsa nella notte sempre più veloce.

Silvio Minieri ha detto...

Sulla mia sinistra, da un basso cespuglio apparve una piccola ombra: era un gatto. Mosse indeciso qualche passo al mio fianco, poi mi sorpassò con svelti passi vellutati, forse per evitare quella improvvisa presenza umana sorta nella notte del suo territorio. Sentii un’autovettura giungere alle mie spalle, proprio nel momento in cui il gatto, sceso dal marciapiede, con veloci balzi felini si mise a correre, per attraversare la strada. Guardai sbigottito quello che prevedevo: l’appuntamento mortale dell’animale. L’autovettura frenò e investì il gatto, sobbalzando mentre passava sul corpo del felino; quindi sbandò paurosamente, si mise di traverso e finì la sua corsa contro il marciapiede di sinistra, alcuni metri davanti a me, che mi ero fermato ad osservare la sagoma del gatto esanime al centro di via dell’Acqua Perfetta. L’autista aprì la portiera e usci dall’autovettura, portandosi le mani ai capelli. Un’automobile sopraggiunse sulla corsia dell’investimento, frenò, aggirò lentamente la forma animale immobile sulla strada e andò a parcheggiare più avanti. Gli occupanti scesero, si resero conto dell’episodio, risalirono a bordo e ripartirono. Un altro automezzo giunse dalla direzione opposta, rallentò, superò l’automobile investitrice ferma di traverso contro il marciapiede, poi gradualmente riprese la sua corsa.
Pensavo che l’ostacolo dell’animale doveva essere rimosso dal centro della strada, mentre ne compativo la cattiva sorte. Dall’automobile ferma era scesa la ragazza seduta accanto al guidatore, che cercava di riprendersi dallo shock, camminando avanti e indietro e riportandosi le mani nei capelli. La ragazza in jeans bevve alcuni lunghi sorsi d’acqua da una bottiglia, avendo presumibilmente la gola secca. Non passavano automobili. Il giovane autista risalì a bordo, mise in moto e riportò l’autovettura sulla giusta carreggiata, parcheggiando. Poi scese e si avvicinò in direzione dell’animale immobile al centro della strada. Io guardavo quella forma esanime. Ero triste. Pensavo che l’investitore volesse spostare la carcassa.
Quello si chinò. La presenza umana provocò una reazione. L’animale, fino ad allora esanime, sollevò la testa e drizzò le orecchie. L’altro si ritrasse, rialzandosi sorpreso. Io sussultai. Non era morto, dunque. Forse aveva una debole ripresa. Sussultai di nuovo, quando incredulo vidi il gatto rialzarsi di colpo e con uno scatto felino raggiungere il marciapiede opposto. L’investitore osservò sconcertato il gatto che tentò per tre volte, ogni volta ricadendo penosamente all’indietro, di saltare con un unico balzo, su un muretto abbastanza alto, che delimitava il marciapiede, riuscendovi al quarto tentativo. Poi si acquattò in cima e restò nuovamente immobile. Il guidatore vide la strada libera, voltò le spalle, raggiunse l’autovettura ed assieme alla sua compagna ripartì. Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio.
Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata di ritorno verso la villa di Nazàr.

Silvio Minieri ha detto...

Due
Mi fermai dove le case del complesso residenziale si diradavano e guardai verso l’altura, dove si scorgeva la villa di Nazàr. Le luci della facciata rivelavano la sagoma dell’edificio. Le finestre apparivano buie, ma un lieve chiarore traspariva dal lato sinistro. Mi ricordai del corridoio del primo piano, che svoltava in quell’angolo, dove volevo dirigermi, ma da cui Zobeide mi aveva distolto in maniera decisa. Guardai meglio e mi resi conto che, a piano terra, una luce del salone d’ingresso, non quella sfavillante del lampadario, doveva essere accesa, perché una luminosità smorzata filtrava dalla piccola vetrata smerigliata del timpano a forma triangolare, situato al di sopra del portone d’ingresso.
Le voci che d’intorno echeggiavano nel silenzio mi riportarono alle sere mediterranee della mia adolescenza a Lamìa, il piccolo centro sul mare, oltre cento chilometri a nord di Atene, dove a quell’ora d’estate si tenevano grandi tavolate all’aperto. Ricordai le abbondanti cene a base di pollo e patate e melone, la birra leggera e alla fine il bicchierino di liquore all’anice, Spiridione sempre alticcio col suo sorriso un po’ inebetito, il vociare dei commensali, il disordine e la confusione. Il passato mi aveva assalito improvvisamente, forse giungendo sulle ali di quel soffio d’oriente, ispiratomi da Zobeide ed Amina, qui in questa terra romana, dove da quel lembo di mediterraneo noi vediamo la sera coricarsi il sole.
Mi riscossi e guardai di nuovo la villa, poi mossi verso di essa. Quando, varcato il cancello d’ingresso, entrai nello spiazzo prospiciente la facciata della casa, sostai un attimo a contemplarne le luci e il silenzio, quindi raggiunsi il portone, infilai la chiave nella toppa e senza fare troppo rumore, aprii e mi infilai all’interno. Notai che era la luce posta in alto all’ingresso del salone ad illuminare la vetrata del timpano e parte del salone. Non la spensi, ma deciso mi avviai verso la scala. Poi notai una rivista sul tavolinetto del salottino d’angolo, tornai a prenderla e salii fino al secondo piano, in camera mia.
Guardai attraverso la finestra le luci del quartiere di fronte e la macchia scura del parco. Quando mi coricai, lasciai la serranda alzata, ma accesi il lume sul comodino e con le spalle appoggiate al cuscino, rialzato sulla spalliera del letto, cominciai a sfogliare la rivista, senza portare troppa attenzione ai titoli degli articoli che scorrevo. Uno di essi però mi colpì: “Il racconto del capitano Borletto”.
Questo capitano veniva presentato come un valoroso ufficiale d’artiglieria, che in missione di pace in Bosnia era saltato su una mina, ricadendo esanime al suolo. Raccolto dai suoi soldati, era stato portato nella sede del Comando delle truppe alleate e deposto su un letto dell’infermeria. Lì il maggiore medico lo aveva visitato e dichiarato clinicamente morto, stilando il relativo certificato. Il corpo del capitano Borletto era stato allora ripulito del sangue e della polvere, che al momento dell’esplosione lo avevano insudiciato, poi era stato disteso e lavato con getti d’acqua da una pompa manovrata dal sergente dell’infermeria, quindi rivestito con l’uniforme. La salma era poi stata composta nella camera ardente, allestita nella sala riunioni della palazzina comando e lì vegliata da un picchetto di soldati.

Silvio Minieri ha detto...

Dall’Italia sarebbero venute all’indomani le autorità militari e di governo per rendere omaggio al valoroso ufficiale, mentre dalla provincia di Novara, trasportati da un aereo militare, già erano partiti i genitori e gli altri più stretti parenti.
Dopo la lunga veglia funebre e l’omaggio delle autorità, il giorno dopo, la salma era stata sistemata nella bara. La mamma continuava a contemplare il volto del giovane figlio capitano, i cui tratti non apparivano ancora irrigiditi dalla morte. Ma erano arrivati gli addetti al trasporto funebre ed avevano deposto un velo bianco sulla salma, lasciando scoperto soltanto il viso. La donna immobile e piegata sul figlio era stata lasciata sola. Improvvisamente sentirono un grido e tutti quelli che sostavano fuori la sala si affrettarono all’interno. La donna si agitava chiamandoli, poi svenne, dicendo: “È vivo!”
Pensai come l’enormità di quel racconto in un’altra sera non mi avrebbe molto interessato, ma in quella circostanza m’incuriosiva il seguito. In breve gli astanti si erano resi conto che il capitano Borletto, con movimenti impercettibili, si andava riprendendo da una morte apparente. Fu subito riportato in infermeria e disteso su un letto. Due ore dopo aveva leggermente sollevato le palpebre, sembrava come si risvegliasse da un lungo sonno.
Il caso Borletto sarebbe finito qui e sarebbe stato catalogato come una delle tante morti apparenti andate a buon fine, se non fosse stato appunto per il racconto che il “risorto”, come era stato definito dal maggiore medico che aveva certificato l’evento della morte, aveva fatto alla stampa della sua esperienza.
Raccontava il capitano Borletto che, dopo la sua morte, egli era giunto sulla sponda di un fiume, dove un vecchio (“un vecchio bianco per antico pelo”, pensai) lo aveva traghettato assieme ad altre anime di defunti all’altra riva. Erano giunti sulla spiaggia di Errandìa, dove attendevano una moltitudine di anime. Borletto si rendeva conto che la grande massa si andava concentrando in un punto, dove si affollavano i più. Allora egli si era seduto a terra ed aveva atteso che la ressa diminuisse. Però, al sopraggiungere di altre anime dall’altra riva, si era rialzato ed un po’ alla volta aveva cercato di portarsi verso il luogo dove confluivano gli altri. In questa attitudine era stato sorpreso dalla voce di un’anima, che aveva riconosciuto: era il generale Cavatore. Questo alto ufficiale si era suicidato da circa un mese per motivi rimasti inspiegabili ed era stato conosciuto un anno prima da Borletto, quando entrambi prestavano servizio alla Divisione corazzata di Borgo Mantovano.
“Lei, signor Generale!” aveva esclamato Borletto.
Il defunto generale aveva assentito ed aveva spiegato al capitano che a lui suicida toccava restare ancora diverse settimane su quella spiaggia, prima di essere sottoposto al giudizio, che decideva della sorte dei defunti e che veniva pronunciato dai giudici divini esattamente in quel punto dove si andavano affollando la maggior parte delle anime.
“Ma lei, Borletto, riceverà presto il suo verdetto, perché la sua morte, come la sua vita, è stata limpida.”
“Grazie, signor Generale!” aveva risposto Borletto.
“Avrei preferito rimanere giovane e capitano come te” aveva replicato Cavatore e si era andato a confondere tra gli altri.

Silvio Minieri ha detto...

Presto Borletto raggiunse il punto dove le anime venivano giudicate e vide come davanti a due varchi, uno che conduceva al Cielo e l’altro alla Terra, era assisa, fra cinque giudici alla sinistra e cinque alla destra, la dea Necessità, che ad ogni anima assegnava il suo destino.
Quando i giudici videro l’anima di Borletto, gli dissero di aspettare lì e vedere tutto quello che accadeva, perché lui sarebbe ritornato in vita e doveva raccontare agli altri uomini quello che li attendeva dopo la morte.
Le anime di coloro che si erano comportati bene nella loro vita venivano assegnate alla porta del Cielo, dove avrebbero assunto, a seconda delle loro azioni compiute la forma di colomba, aquila, angelo, essere divino, luce astrale. Le anime dei malvagi invece dovevano ritornare sotto forma di animali sulla Terra, come bufali, zebre, asini, cani, rane, in ragione della condotta tenuta da ognuno da vivo.
Borletto raccontava come le anime che si reincarnavano in bestie dovevano attendere i secoli loro assegnati, per tornare poi ad essere giudicate da Necessità ed assumere forme animali più elevate come gazzella, cavallo, giraffa, fino a quando potevano anch’esse rientrare tra gli spiriti purificati e varcare la porta del Cielo.
Chiusi la rivista, la posai sul comodino, spensi la luce del lume. Nel buio, pensai allo spirito del gatto investito, alle luci serali del quartiere di fronte, alle ombre del parco, alla villa di Nazàr in cui mi trovavo, prendevo sonno.
Aprii gli occhi nel buio e vidi esattamente la scena: mia moglie, seduta a cavalcioni sulla mazza di una scopa, libratasi nel vano della finestra, si stagliava nella luce notturna. Rimasi rigido ed immobile, percorso da un terrore gelido. La strega volò nella notte. Non avevo il coraggio di voltarmi sul fianco, per vedere se la mia consorte fosse distesa nel letto accanto a me (dove sentivo che non c’era) e scoprire che la mia era stata una visione da sogno. Respirai lievemente ed abbassai le palpebre con leggera apprensione. Vidi il Parco di Fontana d’acqua: era il parco della villa di Nazàr, dove tre streghe consumavano il loro sabba notturno. Ma a questa visione si sovrappose il ricordo del giorno precedente, quando durante il mio pomeridiano riposo su quel letto ero stato raggiunto da una telefonata. Sentii una voce bisbigliare nel ricevitore: “Cerco Leila”. Si sollevò una nuvola di fumo nel parco. Aguzzai lo sguardo e vidi l’oscena massa biancastra di un corpo nudo di donna che danzava tendendo le mani al cielo. Era Gàliska, la più indecente delle Vestali della Notte. Non vidi Ulna, la magra ed altissima donna dai capelli gialli e grigi, con gli occhiali, che aveva bisbigliato al telefono, chiedendomi di mia moglie Leila, la terza componente del terzetto delle streghe del Parco di Fontana d’acqua.

Silvio Minieri ha detto...

Fu quella però una ben strana notte. Sentivo delle voci giungere dal piano di sotto, per cui cautamente mi sollevai sul letto e tesi l’orecchio. Udii distintamente declamare, come se qualcuno recitasse un brano teatrale. Misi i piedi a terra e mi alzai. Uscii dalla stanza, percorsi il corridoio e scesi cautamente la scala, raggiungendo il piano di sotto. Vidi la luce filtrare dall’angolo dove mi ero diretto al mio arrivo, quando ne ero stato subito distolto da Zobeide. Raggiunsi l’angolo e con il cuore in gola sporsi il capo. “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in se stessi e compiono l’organizzazione del loro regno. La loro conservazione, secondo il lato della loro esistenza libera che si manifesta nella forma dell’accidentalità, è la storia; secondo il lato…” Ritrassi il capo. Avevo la gola secca. Attraverso la porta spalancata di un salone illuminato a giorno da un lampadario sfavillante, avevo intravisto la sagoma di Nazàr, in smoking, mentre declamava il brano finale della “Fenomenologia dello Spirito”. Mi colpiva quello sguardo spiritato, che mi rendeva irriconoscibile Nazàr; ero sconcertato da quella strana luce che brillava nel celeste dei suoi occhi. Mi riaffacciai. Nazàr, questo suo strano sosia, continuava la recita: “…della loro organizzazione concettuale, invece, tale conservazione è la scienza del sapere fenomenico; tutt’e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto…” Mi ritirai e rapido risalii le scale e mi infilai nel letto, colto dall’improvviso ed assurdo timore che Nazàr mi avesse scoperto e seguito. Chiusi gli occhi.

Silvio Minieri ha detto...

Tre
La luce del giorno mi svegliò. Mi lavai e vestii con calma, poi scesi nel salone, dove notai che era apparecchiata un’abbondante colazione. Entrò Zobeide vestita con un elegante completo, formato da pantaloni e giacca color crema, che le donava una presenza moderna e raffinata. La donna m’invitò a sedere con un gesto della mano. “Buon giorno, Anastasio” mi disse con un sorriso suo amabile. “Buon giorno, Zobeide” risposi, restituendo il sorriso. Comparvero Felicia ed Amina. Dopo essersi informata se avevo dormito bene, Zobeide mi disse che il marito era uscito, per andare a comperare i giornali. Entrò un giovane sui vent’anni, salutò, poi si rivolse a Felicia e la invitò ad andare fuori con lui. Uscirono, mentre Zobeide ed Amina si fermarono a tenermi compagnia in silenzio, mentre facevo colazione. Ogni tanto la ragazza bisbigliava qualche parola a Zobeide, che rispondeva a cenni o assentendo col capo. Formulai alcune osservazioni sulla luminosità che al mattino il salone rivelava per la sua posizione ad oriente. Zobeide assentì, Amina parlottò ancora. Infine la moglie di Nazàr mi disse che potevo approfittare della biblioteca, se non desideravo uscire nel parco. Il marito sarebbe stato comunque presto di ritorno. Quando mi alzai dal tavolo, Zobeide uscì, seguita da Amina. Guardai l’alta figura in controluce sulla soglia dell’ingresso illuminato dal sole. Decisi di risalire in camera, per raccogliere alcune mie carte.
Al primo piano, indugiai sul corridoio centrale, poi mi diressi vero l’angolo, lo superai e percorsi il corridoio laterale, che all’arrivo mi era stato inibito da Zobeide. Le porte delle stanze sul corridoio erano tutte chiuse. Giunsi in fondo e tornai indietro, con l’animo attraversato da un vago sentimento di clandestinità. Sentii il rumore di una porta che si apriva, mi voltai e vidi Nazàr, che usciva e richiudeva la porta dietro di sé, senza affatto mostrare di aver notato la mia presenza. Restai fermo e l’osservai mentre si attardava nell’operazione di chiusura, poi una volta effettuata l’operazione, quasi come se fosse stato colto da un ripensamento, riaprì la porta, senza voltarsi verso di me. Mi mossi e mi allontanai, girai l’angolo e con una certa inquietudine nell’animo salii la scala ed entrai nella mia camera, dirigendomi verso la finestra. Guardai giù nel parco attraverso il vetro: Nazàr sopraggiungeva a cavallo. Aveva l’espressione accigliata o almeno così mi sembrava. Uscii e di corsa scesi la scala. Al primo piano sostai un attimo indeciso, poi proseguii rapido per il piano terra. Dopo aver attraversato di corsa il salone, dove sul tavolo era già stata sparecchiata la colazione di poco prima, mi affacciai trafelato all’ingresso.
Nazàr scendeva da cavallo e stringendo le briglie con la destra, avanzò verso di me. Si era avvicinato il giovane ventenne, che era uscito prima con Felicia, raccolse le briglie, guidando poi il cavallo verso il recinto, posto in fondo al viale di destra della villa. Nazàr mi salutò con un largo sorriso, ma dovette cogliere l’inquietudine della mia espressione ed i miei trasparenti seppure muti interrogativi. Divenne serio ed assunse un’espressione austera. Sull’ingresso, dove aspettavo immobile, mi mise una mano sulla spalla; io lo lasciai passare e lo seguii nel salone. Nazàr si voltò e disse: “Aspettami in biblioteca, Anastasio. Mi cambio e vengo subito.” “No, Nazàr…” dissi. Fece un gesto con la mano dall’alto verso il basso, come a voler ricacciare indietro il mio tentativo d’interruzione, quindi si diresse verso la sua stanza a piano terra. Restai immobile al centro del salone, poi andai in biblioteca.

Silvio Minieri ha detto...

Fui distratto dal ricco ed elegante arredamento della sala. Tutt’intorno alla parete erano sistemati scaffali colmi di ordinate file di libri rilegati in pelle e con incisioni dorate. La maggior parte trattava argomenti di filosofia e letteratura, ma vi erano anche sezioni di diritto, storia ed economia. Vi erano trattati antichi e manoscritti sicuramente rari. Scelsi un testo di Avicenna, di cui lessi il titolo sul dorso nei caratteri d’oro: “Liber sufficientiae”. Allungai una mano, presi il volume e cominciai a sfogliarlo. Lessi che Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà, il grande scienziato, filosofo, astronomo e poeta persiano, conosciuto col nome di Avicenna nell’Occidente latino, in questo trattato, aveva suddiviso con criterio enciclopedico l’aristotelismo in quattro parti sistematiche: logica, fisica, matematica e metafisica. Pensai all’Occidente latino e alla sua contrapposizione con l’Oriente e riandai con la mente ai miei voli tra Roma e Montpellier, dove aveva sede una società di costruzioni navali affiliata alla “Tirrenavig Spa”. A sera, tornando in aereo dalla costa francese verso Roma, attraverso il vetro dell’oblò del finestrino, potevo osservare le ombre della notte sotto di noi, in cui brillavano le teorie di luci delle città e cittadine sorvolate. Voltando lo sguardo indietro verso il lontano occidente, si distingueva la linea rossa contro il cielo chiaro, che indicava come l’adagiarsi del sole poteva essere inseguito all’infinito. Allora il mio animo si riempiva di una grande carica di nostalgia e fu quello stesso sentimento che mi colse lì, nella biblioteca di Nazàr, quel mattino, mentre consultavo l’opera filosofica di Avicenna, il grande cultore di scienza medica, autore del celebre Canone della Medicina, tradotto integralmente nel Medio Evo da Gerardo da Cremona.
Sfogliai il libro nella parte iniziale e lessi parte di un brano virgolettato, parole di Abu’ Ali al-Husayn ibn Sinà dunque: “In ogni problema che esaminavo, stabilivo fermamente le premesse del sillogismo che vi si riferiva, e le disponevo in rapporto alla conoscenza acquisita; poi esaminavo che cosa potesse risultare dalle premesse, e ne osservavo le condizioni fino al momento in cui la vera soluzione del problema diventava indubitabile. Ogni volta che mi trovavo imbarazzato rispetto a un problema, o ero incapace di stabilire il termine medio di un sillogismo, andavo alla moschea, pregavo, supplicavo il Creatore dell’universo di rivelarmi quello che mi era nascosto, e di facilitarmi quello che mi era difficile. Poi, la notte, tornavo a casa, posavo la lampada davanti a me, mi rimettevo a scrivere; ogni volta che il sonno mi vinceva, o quando ero stanco, bevevo con misura una coppa di vino, aspettando il ritorno della mia energia; poi mi rimettevo a leggere; e quando cedevo un poco al sonno, vedevo in sogno proprio lo stesso problema, in modo che più di una volta la soluzione delle questioni mi si svelò in sogno:”

Silvio Minieri ha detto...

“Anastasio!” Fui interrotto nella lettura da Nazàr, entrato in biblioteca e scivolato silenziosamente al mio fianco. Alzai il capo, sorpreso, ma non turbato. Ci sedemmo al grande tavolo in legno massiccio, al centro della sala ricoperta quasi interamente da grandi tappeti, che rendevano felpati i passi. Eravamo l’uno di fronte all’altro. Io avevo chiuso il testo di Avicenna, leggermente accarezzando il dorso e la copertina in pelle del volume e guardavo Nazàr.
“È una storia, Anastasio, che risale a molti anni fa, oltre quattrocento direi, se non di più, molto di più, cinquecento forse, sì cinquecento. Contare gli anni ormai per me non conta, non conta più.”
Nazàr tacque, poi riprese il racconto: “Vivevo nel 1500 circa della nostra era assieme alla mia famiglia in Egitto, ad Al Qahirah: io allora ero molto piccolo. Mio padre veniva da Al Iskandariyah, dove la sua famiglia commerciava in fave, granoturco, cipolle, patate, uova di coccodrillo, zucchero di canna. Per quest’attività commerciale, egli spesso veniva ad Al Qahirah, dove una volta conobbe nel negozio di un barbiere mia madre Fatima. Mia madre era una giovane bellissima ed era la figlia maggiore del barbiere Abdul Serendib, che aveva altre tre figlie femmine. Mio padre regalò al barbiere due cammelli, cinquanta sacchi di sesamo ed oltre settecento uova di coccodrillo ed ottenne in moglie mia madre. Siccome era molto innamorato e mia madre non voleva lasciare la sua famiglia, mio padre si trasferì ad Al Qairah, dove costruì una casa accanto al negozio del barbiere e visse poi assieme a mia madre, sperando di avere molti figli. Ma dopo la mia nascita, mia madre morì e mio padre non ottenne più altri figli da lei. Io fui allevato dalle zie…”
Nazàr s’interruppe. Guardava molto lontano in un punto indefinito alle mie spalle. Restò in silenzio ed io non ebbi il coraggio di fare delle domande.
“Ma non sapevo allora” riprese d’un tratto “come il mio destino fosse diverso dai miei simili. Tutto era legato alle origini di mia madre e, in un certo senso, anche di mio padre. Mia madre, sebbene fosse figlia di un barbiere, anche se in quella società il barbiere era una professione di tutto rispetto, era di nobili natali, essendo una discendente diretta per parte di madre, mia nonna materna cioè, della dinastia dei Fatimiti, che furono storicamente i fondatori di Al Qairah.
Ebbene, Anastasio, lei sa come i Fatimiti siano stati gli avversari degli Abbasidi, una dinastia che nel mondo mussulmano aveva dominato a Bagadad, soprattutto ai tempi di massimo splendore del califfo Harun-al-Rashid. Fu quella, Anastasio, l’epoca d’oro della scienza araba, quando i miei avi introdussero in Europa i numeri indiani e fecero conoscere il movimento degli astri: al-manakh.”
Nazàr tacque. Si voltò verso la libreria ed andò ad estrarre da una fila un volume, che aveva una copertina rilegata di colore granata, con un titolo in caratteri d’oro. “L’almanacco è il calendario che registra le effemeridi degli astri” disse. Notai che il libro che aveva in mano non era però L’almanacco, ma la “Fenomenologia dello Spirito” di G.W. Friedrich Hegel. Guardai gli occhi celesti di Nazàr.

Silvio Minieri ha detto...

“Io sono coevo dei miei avi e coevo dei discendenti dei miei avi” disse Nazàr. Io, Anastasio, ero un po’ disorientato. “Mio padre” continuò il mio ospite e socio d’affari “era un discendente di Harun-al-Rashid. Un genio aveva condotto la principessa Safia, figlia naturale del Califfo, direttamente da Bagdad ad Al Iskandariyah, dove Safia aveva avuto sedici figli, tra cui un ascendente diretto di Aziz Alì Nazàr, bisnonno di mio padre.”
“Ma come…” dissi. Nazàr mi bloccò con la mano e pose l’interrogativo da me suggerito: “Ma come, come” sottolineò “da questo intreccio degli spiriti è venuta fuori la mia infinita eternità?” Tacque. “Come?” interrogò subito dopo.
Seguii leggermente distratto alcune sue spiegazioni. Ero interessato dal movimento delle sue mani, che avevano deposto sulla scrivania il libro di Hegel.
“Io, fatimita e abbasida, ero due ed uno ed uno e due: due in uno e uno in due, nella mia infinita eternità.” Nazàr riprese la “Fenomenologia dello Spirito” e sembrò voler sfogliare distrattamente il libro. “Come?” domandai.
“Alla morte di mia madre, che avvenne esattamente nell’anno 1517, quando i Mamelucchi…” “I Mamelucchi erano Circassi slavi…” intervenni.
Assentì col capo e continuò: “Quando i Mamelucchi, questi Circassi slavi, che dal 1250, portati dagli Ayyubids, avevano dominato l’Egitto, furono sconfitti dai Turchi ed il mio paese fu annesso all’impero ottomano. Mia madre morì in circostanze tragiche: fu uccisa dai conquistatori, annebbiati dall’odio e dall’odore del sangue. Fu legata nuda a quattro cammelli, che partirono in quattro direzioni opposte, straziandone il corpo, trascinato nella polvere della terra. Il suo torso privo di entrambi gli arti superiori, fu trascinato verso nord, dove la gamba destra legata al cammello più veloce dei due rimasti si staccò per prima ed il resto del corpo ormai privo di vita rotolò verso nord-ovest. Il mio destino era segnato: l’Occidente.”
“Che orrore, Nazàr!” esclamai.
L’ospite mi guardò in viso, investigando tra le pieghe della mia espressione, per coglierne i segni della sincerità.
“La morte di mia madre è il mito del grande Pan rivolto ad Oriente” disse Nazàr. “Le membra smembrate del dio si spargono in ogni dove del grande Tutto.”
“E questa sua infinita eternità?” domandai.
Di nuovo Nazàr mi guardò con sguardo indagatore.
In quel momento pensai che non erano stupefacenti le storie che Nazàr mi andava raccontando, ma stupefacente ed incredibile mi appariva, al di là dei suoi racconti, quella sua indubbia ubiquità.”
“Nel 1258, l’impero abbaside” riprese paziente il mio ospite “ricevette un colpo mortale e Bagdad fu invasa dai Mongoli. Gli Sciiti, intanto, sotto il califfato degli Abbasidi, rappresentavano una minoranza politica e religiosa. Un loro capo religioso, Ubaydullah, il quale asseriva di essere discendente di Fatima, la figlia del profeta, fondò la dinastia fatimita, che resistette dal 909 al 1171. Essi si mossero lungo le rotte del Nord Africa e sottomisero l’Egitto, stabilendo la loro capitale…”

Silvio Minieri ha detto...

“Ad Al Qairah” completai. “Certo, certo, Anastasio” approvò Nazàr.
Ero leggermente stanco della tortuosità dei racconti di Nazàr, il quale sembrò avermi letto nel pensiero: “Sono vecchio di cinquecento anni circa, perché le grandi Madri dell’Essere mi hanno preservato dal Nulla della morte e dell’oblio e sono Due in Uno perché posseggo un’anima in due corpi uguali.”
Ecco, il mistero sembrava svelato e svelato in maniera semplice e chiara, ma il carattere apodittico delle due affermazioni di Nazàr sembrava d’altro canto avere complicato l’enigma, invece di scioglierlo.
“Nazàr…” mormorai e guardavo il testo di Hegel, che ora egli aveva di nuovo posato sul ripiano della scrivania. “Nazàr… l’altro Nazàr… il suo fratello gemello… il suo sosia…” continuai a mormorare incerto.
“Non l’altro Nazàr, non il fratello gemello né il sosia. No, Anastasio, no: Io!”
“E non potete…”
“Collidere?” Nazàr scuoteva la testa.
“Resta un enigma questa realtà di una sola anima in due corpi” dissi.
“Ne racconto l’origine. È il racconto, il Mito, che spiega il mistero, appunto narrandolo, non la Ragione che il racconto rifiuta, perché non ordinato nei suoi schemi. Non le sembra, Anastasio?”
“Mi sembra” ammisi.
“Quando io nacqui, mia madre partorì un altro bambino insieme con me, che non era mio gemello né monozigota né eterozigota …”
“… come il barbiere suo padre subito capì” intervenni con un candido sorriso, che non seppi frenare.
“Certo!” rispose Nazàr, restituendomi il candore del sorriso. “Le ho già detto, Anastasio, che nella società araba la professione di barbiere era di tutto rispetto ed inoltre…” Si mosse verso la libreria e tolse da una scansia un altro volume, non rilegato, ma con la copertina lucida in brossura. Mi mostrò il testo, di cui lessi il titolo: “L’uomo differito”. Subito però ripose il libro ed io non feci in tempo a leggere il nome dell’autore. “È uno scrittore moderno, nostro contemporaneo, uno di quelli che ha compreso l’archetipo della professione del barbiere, forse derivandola dal celebre medico zurighese…” Bussarono alla porta. Nazàr s’interruppe. Fece capolino Felicia, che sorridente chiese della signora Zobeide. Il mio ospite sembrò riflettere un istante, poi congedò la ragazza con un eloquente e fermo gesto.
“Dicevo… il barbiere… ah!… il gemello né monozigota né eterozigota, come mio padre, pur non essendo versato in scienze esoteriche, subito comprese. In breve, la storia andò così, come ho ricostruito dai racconti sempre reticenti delle mie zie...”
Nazàr tacque. Eravamo ora seduti l’uno di fronte all’altro. Il mio interlocutore riprese il suo racconto: “Mio padre, come sembra avesse confidato a qualcuna delle mie zie, nel periodo che precedette il mio concepimento, giaceva ogni notte con mia madre da tre a quattro volte a notte e qualche volta anche più, fino a sette. Come le ho già detto, Anastasio, mio padre era molto innamorato di mia madre e non era mai sazio di congiungersi con lei. Ma questa intensa attività amorosa era possibile al barbiere mio padre, pur di costituzione monolitica come il calcare indistruttibile della pietra di Aqaba, solo col recupero di un sonno altrettanto duro come il sasso ed impossibile da interrompere fino al suo naturale soddisfacimento.

Silvio Minieri ha detto...

Eppure una notte il barbiere mio padre si svegliò, a dire di mia zia per ordine del Profeta che lo aveva visitato in sogno, e scoprì che la moglie non giaceva accanto a lui. Alzatosi e seguite le tracce scese in giardino, dove rimase ad attendere nella notte. Più tardi alla luce lunare vide quattro schiavi mori di statura gigantesca uscire dalla porta di una casa vicina, da cui poco dopo uscì con aria furtiva Fatima mia madre. Prima che la moglie lo scoprisse, mio padre riguadagnò rapidamente la camera nuziale e s’infilò nel letto, dove fingendo di dormire attese l’arrivo di mia madre, che non si accorse quindi di nulla.
La notte seguente, mio padre coprì cinque volte mia madre e poi, a notte fonda ormai, finse di addormentarsi. Subito dopo sentì sul suo viso il respiro di mia madre, che spiava il sonno del coniuge. Con cautela poi mia madre si alzò e abbandonò la stanza. Mio padre si alzò dopo di lei e la seguì in giardino, da dove la vide allontanarsi ed entrare nella porta della casa vicina. Dopo alcune ore, mentre albeggiava, mio padre rivide la scena dei quattro mori giganteschi e di mia madre, che abbandonavano furtivamente la casa vicina.
Allora, furente d’ira, con urlo raccapricciante si precipitò sui quattro infedeli, agitando la sua scimitarra e costringendoli ad inginocchiarsi li decapitò uno per volta in un baleno. Poi si abbatté su mia madre stesa ai suoi piedi che implorava pietà tra i singhiozzi, ma al momento di giustiziarla, quando aveva già levato in alto la scimitarra, apparve un genio che gl’impose di arrestarsi, affinché la discendenza già concepita non perisse con lei ed io, Anastasio, ebbi salva la vita.”
Nazàr tacque. Molto di quel racconto favoloso mi lasciò impressionato. Pensavo all’orrendo supplizio a cui Fatima, madre di Nazàr, era stata sottoposta dai Mamelucchi e confusamente pensai che il racconto dell’adulterio multiplo si ricollegava a quella storia.
“Capisce il mio calvario?” disse Nazàr, fissandomi negli occhi col suo sguardo celeste, di cui riconobbi la luce, che nella notte mi aveva colpito con un leggero brivido. Poi Nazàr continuò:
“Soltanto…” si fermò. Raggiunse un angolo della biblioteca, dove era sistemato un mobile di mogano, di cui aprì un’anta, rivelando un frigorifero mascherato nel legno. Prese una bottiglia di champagne, la stappò e riempì due calici; poi me ne porse uno e riprese a parlare: “Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.”
“Schiller” dissi e raccolsi il calice, che Nazàr mi tendeva. Brindammo ed accostammo le coppe alle labbra.
L’infinità spumeggiante, l’età plurisecolare del mio ospite, il racconto fantastico ed arabo, il calvario, l’indubbia dimidiazione di Nazàr mi inducevano a cercare spiegazioni razionali. Riflettei sulla citazione della Fenomenologia e mi ritrovai a ragionare sull’etimologia dei termini. “Il Calvario è il luogo detto il Gòlgota, che in aramaico significa “Luogo del cranio”, perché privo di vegetazione, come un cranio calvo, un teschio” dissi e bevvi lo champagne.

Silvio Minieri ha detto...

Più tardi andammo a pranzo, quindi io mi ritirai in camera per riposare. Ricordo soltanto la luce dorata del sole che inondava la stanza, quando ogni tanto aprivo gli occhi nel torpore del mio leggero riposo pomeridiano ed allora più che con la mente, ma con l’emozione del ricordo ritrovavo la perduta intimità di un’altra stanza, anch’essa inondata dalla luce d’oro del sole, che iniziava ad inclinare il suo asse volto all’occaso.
Al vespro prendemmo il tè tutti insieme: io, Nazàr, Zobeide e le tre giovinette. Parlammo poco. Dal piano superiore giungeva a noi il suono di una musica da concerto sinfonico. Io tendevo ad alzare gli occhi verso il soffitto ed in quella attitudine mi sentivo raggiungere dallo sguardo orientale ed obliquo di Zobeide ed alcune visioni irrequiete e bislacche venivano a turbare i miei pensieri sui due corpi dell’unico Nazàr, le due anime, dicevo io, se l’anima è la vita del corpo.
Il Cuore, il cuore del mondo. Mi ritirai in biblioteca. Presi un libro di saggistica letteraria ed iniziai a sfogliarlo. Finii per essere assorbito dalla lettura di un saggio sul Cuore della Terra. Quando mi raggiunse Nazàr, avevo quasi finito. Lessi il nome dell’autore: Anastasio Zoitakis.
Era sera. Io e il padrone di casa uscimmo seguiti da Fischio, che subito corse ad annusare l’erba del prato ed altri escrementi di cane. Mi voltai verso la facciata della villa e vidi affacciarsi nel riquadro illuminato della finestra il Nazàr dagli occhi celesti che ci guardava. Alzai il braccio destro e mossi distintamente la mano per un gesto di saluto. Mi sembrò che stringesse un calice nella mano destra e che lo sollevasse nella mia direzione, come risposta al cenno di saluto. Toccai con un leggero colpo della mano sinistra il gomito del Nazàr accanto a me, quasi un invito a prendere atto della indubbia evidenza della circostanza e mi rigirai verso di lui, spiandolo negli occhi celesti. Era il suo sguardo. Ed allora mi piacque recitare il passo conclusivo della Fenomenologia di Hegel, così compendiandolo: “La via che conduce alla meta – al sapere assoluto, cioè allo Spirito che si sa come Spirito – è il ricordo degli spiriti così come essi sono in sé stessi e compiono l’organizzazione del loro regno.” Saltai la frase e conclusi: “… tutti e due insieme, cioè la Storia compresa concettualmente, formano il ricordo e il Calvario dello Spirito assoluto, formano la realtà, la verità e la certezza del suo trono, senza il quale esso sarebbe la solitudine priva di vita. Soltanto dal calice di questo regno degli spiriti / spumeggia fino a lui la sua infinità.”
Il Venerdì Santo dello Spirito, il Calvario. Mentre recitavo, Nazàr si era leggermente voltato verso la finestra ed aveva compiuto con il braccio sinistro un gesto, come ad indicare all’altro di ritirarsi. Sorrisi. Insieme ci incamminammo in direzione del parco, seguiti da Fischio, e raggiungemmo quindi il circolo illuminato dello spiazzo adibito ad area giochi. Parlavamo d’affari, in attesa della cena. D’intorno qualche abitante dei luoghi, passeggiava nei viali del parco. Più volte Nazàr dovette richiamare Fischio, il muso teso, le orecchie dritte in avvistamento di quadrupedi suoi simili. I cani e le stelle, Nazàr.
“Domani, partiremo presto, Anastasio” disse l’ospite. Decidemmo di rientrare.

Silvio Minieri ha detto...

Quattro
Fui svegliato da leggeri colpi alla porta. Sentii Zobeide sussurrare: “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio.” Dovetti concentrare l’attenzione, per immaginare il passo leggero con cui la padrona di casa si doveva essere allontanata. In fretta mi alzai e lavai. Poco dopo ero nel salone per prendere il caffè, che Felicia e Roberta mi servirono sotto l’occhio attento di Zobeide. Nazàr era già pronto per accompagnarmi alla stazione ferroviaria di Roma “Ardeatina”. Era uscito per fare manovra con l’automobile. Pensai che la sveglia era stata fissata alle cinque e trenta; probabilmente la padrona di casa aveva sussurrato la formula della sveglia tre volte: alle cinque e trenta, alle cinque e trentacinque ed alle cinque e quaranta. Tre volte. Omne trinum perfectum est. La sera precedente avevo pronunziato questa frase, ma adesso non ricordavo bene la circostanza. Mi soccorse l’immagine della sera prima (ma non era notte?) di Amina che, subito commentando il mio motto in latino, mi sembrava avesse sussurrato: “Alle guten Dinge sind drei”. Ma perché ed a quale proposito? Giovane turca viennese. Ora l’immagine mi tornò nitida.
Proprio in quel momento però, nell’incerta luce della notte che schiariva, Zobeide disse: “Vada, Anastasio, è giorno.” Mi avvicinai alla donna, lei mi abbracciò leggermente, congiungendo le mani sulla mia nuca ed io la baciai sulle guance; al di sopra della sua spalla sinistra notai Nazàr che scendeva i gradini superiori della scala d’angolo. Mi sciolsi da quell’abbraccio orientale. Festose mi baciarono Felicia e Roberta. Amina si tenne in disparte.
Uscii e salii sull’automobile, le donne ci salutarono dalla soglia, partimmo. Percorremmo veloci le strade deserte e da via dell’Acqua Perfetta sbucammo in via Ardeatina. Alle guten Dinge sind drei. Ripensai al ricordo notturno. Dal salone avevo visto l’unità, composta dai due Nazàr, uscire ed allontanarsi in giardino. Risalivo perplesso la scala ed in cima mi fermai a riflettere. Mi voltai e vidi, al centro della sala, Zobeide di spalle fissare immobile la porta, da dove il mio sdoppiato padrone di casa era uscito, in compagnia del suo animato e vivente sé stesso. Scesi rapido i gradini e le toccai una spalla. La donna si voltò ed io domandai: “Quale dei due ama, Zobeide?” La donna mi sfiorò le labbra con un bacio leggero e bisbigliò: “I due, Anastasio” Si era ritratta ed aveva portato l’indice dritto sulle labbra chiuse. Omne trinum perfectum est, mormorai. Alle guten Dinge sind drei, sentii sussurrare alle spalle. Mi voltai. In un angolo in penombra, Amina aveva portato l’indice dritto sulle labbra serrate.

Silvio Minieri ha detto...

Abbassai il finestrino dell’automobile ed io e Nazàr gradimmo la frizzante aria fresca dell’alba, la cui bianca luce aveva congedato dappertutto le ultime ombre.
“È il cuore del giorno al suo sorgere, Nazàr” dissi.
“Quando tutto si riduce all’Uno” rispose.
Avevamo raggiunto la piccola stazione ferroviaria, in via delle Torri del Rivolo. Nazàr parcheggiò. Io raccolsi la borsa e scendemmo. Nel piccolo atrio non c’era nessuno. La biglietteria era chiusa. Raggiungemmo la banchina dell’unico binario. Tra poco dalla nostra sinistra sarebbe giunto il treno, che mi avrebbe portato fino a Gaeta, su quel tratto della ferrovia Roma-Napoli.
Cominciammo a passeggiare. “Anastasio, noi viviamo il luogo del tempo, in cui domina la razionalità scientifica dell’Occidente” disse.
Io risposi con un discorso sul Cuore. Il cuore, Nazàr, il nostro cuore, che batte all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità. Noi non abbiamo un cuore diviso. I palpiti del nostro cuore diviso e sanguinante sono i palpiti del Cuore diviso e sanguinante, il cui ritmo ci giunge dalle più abissali profondità dell’Universo, dalle sue infinite e siderali lontananze.
Tentennava Nazàr. Il mio discorso era confuso e poco convincente. Tu dici, Anastasio, che il nostro Cuore nel battere all’unisono con il Cuore della Terra è irripetibile nella sua Unicità? Che cosa significa questo? È Unico il nostro cuore o il Cuore della Terra? Non risposi. Sentimmo suonare un campanello. Era il segnale di arrivo del treno. I miei pensieri erano confusi, cominciavo a dubitare di essi; mi assalì un senso di scoramento e di scetticismo. La dualità di Nazàr cominciò a presentarsi nella mia mente come una notturna allucinazione, sfumata nella chiara luce del giorno, dove ogni cosa appariva nella sua ordinata singolarità. Anche Nazàr era un “singolo”. Sì, le cose singole, Nazàr singolo. Ma… Ma… io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione che il Nazàr fermo davanti a me, nella piccola stazione ferroviaria di Roma Ardeatina, era l’individua espressione della tutto avvolgente onnicomprensività del Cuore.”
Era giunto il treno. Salii e salutai Nazàr. Mi aveva detto, come frase di saluto e congedo, con sorriso indulgente: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.”
Mi sedetti vicino al finestrino. Si chiusero le porte ed il treno cominciò ad avviarsi. Parte il treno, parte, Nazàr fermo sulla banchina a salutare con la mano. Scossi la testa. No, Nazàr, i ragionamenti, i discorsi, la Ragione sono lontani dal Cuore, ma anche da questa abissale lontananza, da questa inesauribile ed incolmabile lontananza il Cuore sa comprendere. È il sapere del Cuore, la sapienza del Cuore, Nazàr. Il treno s’inoltrò nella campagna. Era giorno. Avevo il viso incollato al vetro del finestrino ed ora vidi la scena distintamente. I due cani gemelli si avvicinarono di corsa, Zobeide sussultò nel vederli arrivare; ma di fronte allo sguardo umido di desiderio dei due animali insieme sopraggiunti, il fremito di timore si confuse nella tenerezza. Nello sfondo, sull’altura, unica la villa di Nazar.

Silvio Minieri ha detto...

POSTILLA

LO SQUARCIO DEL CIELO
“Io sono certo che se quel giorno il velo del cielo azzurro altissimo si fosse di colpo squarciato sulle nostre teste rivelando la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità, il prodigio dell’Evento non mi avrebbe distolto dalla mia convinzione.”
Ho estrapolato la frase dal testo, ricavata dal paragrafo finale del racconto “I due cani gemelli”, in quanto pur decontestualizzata, ha un significato suo proprio, che merita di essere commentato. Descrive l’immagine di un lampo visibile in pieno giorno, una visione pittorica di carattere biblico. Infatti, l’espressione del cielo che si squarcia corrisponde più a una visione immaginaria, che non a un fenomeno fisico osservabile a occhio nudo, come il lampo, o astrofisico, come il lampo gamma, una sorte di esplosione interstellare della durata di qualche nano secondo, che ci giunge dalle profondità dell’Universo a distanza di miliardi di anni luce. E con quest’ultima immagine apocalittica abbiamo aggiornato al progresso scientifico attuale la visione che l’iconografia religiosa presenta del Signore sul trono dei cieli.
In verità, io l’espressione l’avevo ripresa dallo scritto di un filosofo, il quale a sua volta l’aveva ripresa dal linguaggio religioso, per confrontare il suo pensiero razionale con l’irrazionalità propria di una visione reale dello squarciarsi del cielo, come dire la fine dei tempi. E dell’immagine abbiamo discusso, adesso veniamo alla mia espressione, dove lo squarciarsi del cielo rivela “la presenza incomprensibile e lontana dei molteplici divini, ivi dimoranti in eterna contemplazione dell’irripetibile spettacolo dell’Essere, incorruttibile nella sua Unicità.” Che significa questo? Chi sono i divini che dalle loro dimore contemplano eternamente l’irripetibile spettacolo dell’Essere? Che senso ha questo mio dire?
Intanto, diamo subito una risposta razionale: si tratta del problema logico-filosofico dell’unità del molteplice, una pluralità di singoli unificati nell’insieme. E così abbiamo tolto ogni suggestione alla visione fantastica o forse pensiamo di averlo fatto. Quindi, per meglio comprendere chi sono i divini, a cui l’espressione decontestualizzata si riferisce, usiamo la parola greca, i theoi, gli astri del cielo. Ma sono pietre volanti nello spazio o palle di fuoco vaganti nelle loro infinità siderali! Questo non toglie che hanno un’anima, infatti si muovono, e solo apparentemente sembrano fissi. Gli antichi diedero loro questo nome, perché come ci ricorda Platone nel “Cratilo”, il termine deriva dal verbo “thein”, che vuole appunto dire “correre”. Ma dove vanno? Forse questo loro andare è un correre irripetibile, e pertanto uno spettacolo unico, ricordiamoci che la nostra galassia, la Via Lattea, viaggia verso Andromeda e gli astrofisici pare che abbiano calcolato una collisione tra cinque miliardi di anni. Ecco, allora, lo squarciarsi del cielo!

Silvio Minieri ha detto...

No, sono nozioni scientifiche. Diciamo che per ogni singolo la sua nascita e la sua morte, siamo esseri mortali, significa l’inizio e la fine del mondo. In questa prospettiva, guardare i puntini luminosi del cielo notturno, visione non più attuale dato l’inquinamento luminoso, significa immaginare i divini nelle loro dimore in eterna contemplazione dello spettacolo dell’Essere. Gli scienziati si domandano che cosa o chi o quale spettacolo vi sia dietro oppure oltre le stelle, e nel porsi queste domande smettono di essere scienziati e diventano filosofi. Noi ci domandiamo, oggi, nel senso di adesso, mentre scrivo o fra un po' quando altri legge, nell’ora (momento), noi ci domandiamo, per esempio, chi o che cosa ci sia dietro il virus, tanto per rimanere nell’attualità politica, e nel fare questa domanda noi smettiamo di essere scienziati, la nostra scienza consiste nell’aver sentito dire, e diventiamo filosofi o presunti tali. È tutto? No, c’è Nazar, anzi due Nazar, Anastasio, Zobeide, Felicia, Roberta, Amina, la turco viennese, che parla un ottimo tedesco, o così sembra, la villa di Nazar, i cani di pietra, Fischio, il gatto morto, anzi no, risorgente con sette spiriti, l’anima del mondo, no, no, sarebbe stato meglio far correre la storia, invece di prevaricare come autore nel testo, con Cartesio, Hegel, Platone, Shakespeare, e tutta quella letteratura, che poi andava a nascondersi dietro ad insostenibili dialoghi, tipo: “Buona sera, Anastasio, benvenuto” “Sono lieto di conoscerla, Zobeide” “Zobeide l’accompagnerà di sopra” “No, da questa parte, Anastasio. Venga.” “Grazie, Zobeide, buona notte.” “Buona notte, Nazàr” “Buona notte, Anastasio” “Ad occidente” commentò Zobeide. “Non mi sveglierà il sole” risposi “ma la sua luce chiara.” “Sono le cinque e quaranta, Anastasio. È la sveglia.” Mi sollevai di colpo e rimasi seduto sul letto. Risposi: “Grazie, Zobeide. Sono sveglio” “Vada, Anastasio, è giorno.” È stata l’insostenibilità di questi convenevoli anodini e altre insignificanze a fare scivolare il racconto dei fatti sull’orlo di pensieri irrazionali, il cuore? Pascal, ecco, ci mancava il filosofo del cuore, che si domandava, perché nell’infinità cosmica, si era venuto a trovare in quel luogo e in quel tempo. Viene da rispondere che altrove sarebbe stato lo stesso, ma sembra una risposta sciocca. Toglie tutta l’inquietudine esistenziale che vibra nella domanda, per chi ha spazio e tempo di farsi la domanda. Perché io qui ed ora? E ogni voce dell’essere? È l’eco delle musiche angeliche che ci rimanda l’iconografia medievale, gli angeli che sospingono le sfere celesti. “L’universo è pieno di Iddii” scriveva il neoplatonico Proclo, il concerto musicale delle particelle elementari diceva Einstein, quelle generate dal vibrare delle stringhe dell’Universo. Sono i palpiti che registra il cuore della terra, i regesta (storia) del Tempo.

Silvio Minieri ha detto...

POSTFAZIONE
La ripubblicazione di questo racconto lungo meritava un breve Prologo, che viene comunque sostituito dalle poche righe di questa Postfazione. Il quadro iniziale è una descrizione un po' insistita del paesaggio del parco e della villa, della strada e delle case, che tendeva a rappresentare il pensiero condensabile in una espressione: “l’anima vivente delle cose”, che riflette l’unità dell’anima del mondo, un pensiero ricavato da Hillman, come ogni altro riferimento alla filosofia del cuore. Ho aggiunto la considerazione su Cartesio, per dare ragione dell’unità infranta, in verità una prospettiva risalente a Platone, quella della differenziazione e del dualismo tra mondo sensibile e intellegibile, materia e spirito: “Chi aveva ucciso l’anima delle cose? mi domandavo. Cartesio, mi rispondevo, con il suo taglio chirurgico dell’anima, da lui scissa in res cogitans e res exstensa. L’anima, uscita dal mondo, da allora si è rifugiata nella nostra interiorità.” L’episodio del gatto era la descrizione di una scena di cui fui testimone una sera, accaduta come l’ho descritta, compresa la felice conclusione per il felino: “Osservavo il gatto immobile nel suo riposo sul muretto, la forma indistinta nel buio. Il disordine improvviso dell’anima della notte sembrava essersi ristabilito. Diedi un’ultima occhiata al mio amico, raggomitolato in salvo sul muretto e ripresi la mia passeggiata.”
Il sogno della resurrezione del capitano Borletto è un breve rifacimento in chiave moderna del Mito di Er che conclude il X e ultimo Libro della “Repubblica”. Nel sogno delle tre streghe, forse era meno identificabile il riferimento al “Macbeth” di Shakespeare. E aggiungo che Leila è la protagonista di “Malombra” del Fogazzaro, un romanzo sul tema ottocentesco dello spiritismo, che avevo riletto al tempo della stesura del racconto. Il sogno di Anastasio forse è troppo vaporoso, come appunto dovrebbe essere la materia dei sogni, e non se ne dà spiegazione, per evitare di allungare il discorso, che è sempre lo stesso: la trasfigurazione nel fantastico del reale, non il sabba, ma un più banale e quotidiano incontro tra comari, forse un po' bisbetiche. Ecco perché il commento inserito nel testo sarebbe risultato riduttivo.
Al contrario, riconosco ridondante e prolisso il racconto inverosimile di Nazàr, ma non il suo sdoppiamento, trattandosi del suo gemello, scoperto nella notte da Anastasio in una insolita recita di Hegel, peraltro ripresa il giorno dopo in biblioteca da Nazàr. Sono squarci, le citazioni della “Fenomenologia dello Spirito”, che tendono a rompere l’atmosfera orientale, ispirata alle “Mille e una notte”, che il nome di Zobeide richiama, compreso il paradossale e fantastico racconto di vicende con riferimenti storici, ambientate al Cairo e ad Alessandria d’Egitto dei secoli passati.
Il reale e il fantastico, la ragione e il cuore, un contrasto che lascia spazio alla fantasia nel week-end romano dell’ospite a casa del socio in affari Nazàr, concluso però con il richiamo alla realtà: “Riprendendo la vita dei nostri giorni feriali, non sragioniamo, Anastasio.” Ma l’ultimo sigillo è affidato all’immagine della visione di Zobeide e al sopraggiungere dei due cani gemelli, sullo sfondo della villa di Nazàr.