All’inizio del II libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele rileva che la virtù etica (ἀρετή ἠθικὴ) trae il suo nome (ἦθος) da quello di abitudine (ἔθος), parola da cui differisce leggermente, e poi spiega che soltanto attraverso l’esercizio, possiamo acquisire l’abitudine e raggiungere la virtù. In tal modo viene evidenziato il carattere continuativo di una serie di azioni, che deve essere tradotto nel comportamento di una vita: “Una sola rondine non fa primavera” afferma, “così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità.” In questo passaggio si può cogliere quello che per Aristotele è il significato dell’ethos (ἦθος), termine che significa soggiorno o luogo abituale di dimora ed anche uso o costume (latino, mos-ris), motivo per cui noi lo traduciamo nella lingua italiana con “etico” o “morale”. L’abitualità ovvero la costanza di un comportamento di vita contraddistinguono quindi il “carattere” dell’uomo e l’obiettivo (“destino”) di felicità (εὐδαιμονία) da conseguire ovvero lo scopo finale dell’esistenza. Ora, vediamo come queste osservazioni di carattere generale si possano legare con le fasi alterne della vita ed i suoi imprevisti e con il destino particolare di ogni singolo individuo. A tale proposito osserva Aristotele: “Infatti nel corso della vita avvengono mutamenti e casi d’ogni genere, e accade che il più felice possa cadere in grandi disgrazie nella vecchiaia...” Quindi, s’interroga: “Dobbiamo dunque non stimare nessun uomo felice finché vive...?... Forse egli è dunque felice dopo che è morto?” E poi dà una risposta non conclusiva: “Si può stimar felice un uomo solo nella misura in cui egli è ormai fuori dai mali e dalle disgrazie, anche [se] ciò è suscettibile di discussione.” Di fronte all’imprevedibilità del divenire, il “futuro nascosto”, sembra dunque che possiamo esprimere solo un giudizio a posteriori, come dire post mortem, se un uomo ha avuto una vita felice. Non è però questa la conclusione di Aristotele, che pone ulteriori interrogativi: “È infatti evidente che, se noi seguiamo i casi della fortuna, troveremo spesso che una stessa persona ora è felice, ora invece infelice... o forse non è per nulla giusto andar dietro a questi casi della fortuna? Infatti non in essi risiede la felicità... mentre decisive per la felicità sono le attività virtuose.” In quest’ultimo passaggio è condensato il pensiero di Aristotele per una vita etica: vivere secondo virtù e tra queste la più nobile appare la giustizia (“né la stella della sera, né quella del mattino sono così meravigliose”).
Ora, qui, non si vuole né certo si può commentare l’intero discorso aristotelico sulle virtù etiche, che riguardano la condotta pratica, distinte da quelle dianoetiche, che riguardano la conoscenza (theoria), ma soltanto cogliere qualche sfumatura sul più intimo significato del termine “etico”, comparando l’etimologia individuata per esso da Aristotele (ἔθος, abitudine ) con quanto si può desumere dal finale del X libro della “Repubblica” di Platone, dove è raccontato il mito di Er e collegando poi il discorso alla sentenza di Eraclito: “ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων”. Intanto diciamo che nella lingua italiana tutta la costellazione semantica dei termini “abitudine”, “abito”, “habitat”, “abitare” etc. si raccoglie attorno al verbo latino “habeo”, che propriamente significa “avere”, “possedere”, “tenere con sé”. Ora il “tenere” è un “legare” tra loro quelli che noi distinguiamo come un “soggetto” e un “oggetto” in un rapporto duraturo e di continuità. Si può dire, inoltre, così a prima vista, che questo “avere” e “tenere” implica una “scelta”, in quanto se il legame appare “necessario”, una volta costituito o così almeno fino al suo scioglimento, non può negarsi che esso sia “libero” all’inizio del suo costituirsi, ove non sia stato “imposto” dall’esterno da una forza superiore, così però scivolando il rapporto dell’avere nella involontaria sottomissione ad un giogo. Sostanzialmente qui stiamo trattando del problema della libertà dell’uomo nella scelta della sua vita pratica ossia della libertà e responsabilità delle sue azioni. Eraclito aveva sentenziato che il destino è il carattere dell’uomo (“ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων”), parole oscure, che neppure l’interpretazione “greca” di Heidegger chiarisce: “Nell’uomo soggiorna il divino”. Notiamo in primis che entrambe le parole “destino” e “divino” designano una sorta di forza superiore ed in un certo senso costrittiva della volontà dell’uomo o della sua libertà. Entrambe le parole inoltre non rispecchiano a pieno il significato del greco daìmon, il dèmone che è figura intermedia ed intermediario tra i mortali e i divini, come indica Platone nel “Simposio” a proposito di Eros. Partecipa (μεταξὺ) il dèmone dell’incorruttibilità del divino ed al tempo stesso della corruttibilità del mortale, traendo la sua ragion d’essere da questo suo status d’intermediazione tra il “cielo” e la “terra”. Ora, seguendo il filo narrativo del mito di Er, apprendiamo che il dèmone non è altro che un modello o paradigma inanimato (un divino eterno privo di “animalità”), che acquista vita mortale (si anima) legandosi ad un’anima immortale. Possiamo dire, usando una metafora, che il dèmone è l’abito, il “costume” (ἦθος) divino dell’uomo, un “abito” che secondo Aristotele l’uomo va confezionando e perfezionando nella sua vita, mentre per Platone più suggestivamente è un “abito” preconfezionato, un “modello” divino già bello e pronto, raccolto dalle ginocchia di Làchesi e donato in sorte alle anime onde trascorrere il ciclo della loro vita mortale.
A questo proposito va evidenziato che la scelta del proprio dèmone, per Platone è compiuta dall’anima dell’essere mortale: “Non un dèmone (δαίμων) sceglierà voi, ma voi sceglierete il vostro dèmone!... La responsabilità è di chi fa la scelta, la divinità è innocente.” E questa soluzione della responsabilità della propria vita è valida anche per Aristotele, che però non smentisce l’origine divina della virtù etica: “Di qui nasce anche la questione se la felicità si acquista mediante studio o per consuetudine, o con qualche altro tipo di esercizio, ovvero derivi da un dono divino o addirittura dal caso. Se dunque c’è qualche altra cosa che sia dono degli dèi agli uomini, è ragionevole che anche la felicità sia un dono divino, tanto più che essa è il più grande dei beni umani. Ma questo potrà essere argomento più appropriato di un’altra ricerca; d’altra parte è manifesto che, se anche non è un dono inviato dagli dèi ma nasce dalla virtù e da un certo tipo di apprendimento o di esercizio, la felicità appartiene alle realtà più divine, giacché il premio ed il fine della virtù è, manifestamente, un bene altissimo, cioè una realtà divina e beata.” (Etica Nicomachea, I (A) 1009b) “Faber est suae quisque fortunae” ci ricorda una sentenza romana, a cui però deve accostarsi quella stoica celebre di Seneca: “Volentem fata ducunt, nolentem trahunt.” Se il futuro nasconde il nostro destino (il “luogo” dove siamo diretti), esso comunque ne lascia intravedere il volto enigmatico e confuso, perché ci viene incontro ogni giorno dal nostro passato, ossia “questa nostra vita”. In questo senso, possiamo completare a modo nostro il proverbio aristotelico: “Una rondine non fa primavera, ma ne annuncia l’arrivo.”
‘Kde domov muj’? ‘Dov’è la mia patria?’ Non è un inno di guerra, non auspica la rovina di nessuno, canta senza retorica il paesaggio della Boemia con i suoi colli e pendii, le pianure e le betulle, i pascoli e i tigli ombrosi, i piccoli ruscelli. Canta il paese dove siamo a casa nostra, è stato bello difendere questa terra, bello amare la nostra patria (Milena Jesenskà)
Copenaghen
Bruxelles Louiza
“Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è come una prodigiosa marionetta realizzata dalla divinità, per gioco o per uno scopo serio, questo non lo sappiamo." (Platone, Leggi, 1, 644e)
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IL FUTURO NASCOSTO
All’inizio del II libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele rileva che la virtù etica (ἀρετή ἠθικὴ) trae il suo nome (ἦθος) da quello di abitudine (ἔθος), parola da cui differisce leggermente, e poi spiega che soltanto attraverso l’esercizio, possiamo acquisire l’abitudine e raggiungere la virtù. In tal modo viene evidenziato il carattere continuativo di una serie di azioni, che deve essere tradotto nel comportamento di una vita: “Una sola rondine non fa primavera” afferma, “così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità.”
In questo passaggio si può cogliere quello che per Aristotele è il significato dell’ethos (ἦθος), termine che significa soggiorno o luogo abituale di dimora ed anche uso o costume (latino, mos-ris), motivo per cui noi lo traduciamo nella lingua italiana con “etico” o “morale”.
L’abitualità ovvero la costanza di un comportamento di vita contraddistinguono quindi il “carattere” dell’uomo e l’obiettivo (“destino”) di felicità (εὐδαιμονία) da conseguire ovvero lo scopo finale dell’esistenza.
Ora, vediamo come queste osservazioni di carattere generale si possano legare con le fasi alterne della vita ed i suoi imprevisti e con il destino particolare di ogni singolo individuo. A tale proposito osserva Aristotele: “Infatti nel corso della vita avvengono mutamenti e casi d’ogni genere, e accade che il più felice possa cadere in grandi disgrazie nella vecchiaia...” Quindi, s’interroga: “Dobbiamo dunque non stimare nessun uomo felice finché vive...?... Forse egli è dunque felice dopo che è morto?” E poi dà una risposta non conclusiva: “Si può stimar felice un uomo solo nella misura in cui egli è ormai fuori dai mali e dalle disgrazie, anche [se] ciò è suscettibile di discussione.”
Di fronte all’imprevedibilità del divenire, il “futuro nascosto”, sembra dunque che possiamo esprimere solo un giudizio a posteriori, come dire post mortem, se un uomo ha avuto una vita felice. Non è però questa la conclusione di Aristotele, che pone ulteriori interrogativi: “È infatti evidente che, se noi seguiamo i casi della fortuna, troveremo spesso che una stessa persona ora è felice, ora invece infelice... o forse non è per nulla giusto andar dietro a questi casi della fortuna? Infatti non in essi risiede la felicità... mentre decisive per la felicità sono le attività virtuose.”
In quest’ultimo passaggio è condensato il pensiero di Aristotele per una vita etica: vivere secondo virtù e tra queste la più nobile appare la giustizia (“né la stella della sera, né quella del mattino sono così meravigliose”).
Ora, qui, non si vuole né certo si può commentare l’intero discorso aristotelico sulle virtù etiche, che riguardano la condotta pratica, distinte da quelle dianoetiche, che riguardano la conoscenza (theoria), ma soltanto cogliere qualche sfumatura sul più intimo significato del termine “etico”, comparando l’etimologia individuata per esso da Aristotele (ἔθος, abitudine ) con quanto si può desumere dal finale del X libro della “Repubblica” di Platone, dove è raccontato il mito di Er e collegando poi il discorso alla sentenza di Eraclito: “ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων”.
Intanto diciamo che nella lingua italiana tutta la costellazione semantica dei termini “abitudine”, “abito”, “habitat”, “abitare” etc. si raccoglie attorno al verbo latino “habeo”, che propriamente significa “avere”, “possedere”, “tenere con sé”. Ora il “tenere” è un “legare” tra loro quelli che noi distinguiamo come un “soggetto” e un “oggetto” in un rapporto duraturo e di continuità. Si può dire, inoltre, così a prima vista, che questo “avere” e “tenere” implica una “scelta”, in quanto se il legame appare “necessario”, una volta costituito o così almeno fino al suo scioglimento, non può negarsi che esso sia “libero” all’inizio del suo costituirsi, ove non sia stato “imposto” dall’esterno da una forza superiore, così però scivolando il rapporto dell’avere nella involontaria sottomissione ad un giogo. Sostanzialmente qui stiamo trattando del problema della libertà dell’uomo nella scelta della sua vita pratica ossia della libertà e responsabilità delle sue azioni.
Eraclito aveva sentenziato che il destino è il carattere dell’uomo (“ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων”), parole oscure, che neppure l’interpretazione “greca” di Heidegger chiarisce: “Nell’uomo soggiorna il divino”. Notiamo in primis che entrambe le parole “destino” e “divino” designano una sorta di forza superiore ed in un certo senso costrittiva della volontà dell’uomo o della sua libertà. Entrambe le parole inoltre non rispecchiano a pieno il significato del greco daìmon, il dèmone che è figura intermedia ed intermediario tra i mortali e i divini, come indica Platone nel “Simposio” a proposito di Eros. Partecipa (μεταξὺ) il dèmone dell’incorruttibilità del divino ed al tempo stesso della corruttibilità del mortale, traendo la sua ragion d’essere da questo suo status d’intermediazione tra il “cielo” e la “terra”. Ora, seguendo il filo narrativo del mito di Er, apprendiamo che il dèmone non è altro che un modello o paradigma inanimato (un divino eterno privo di “animalità”), che acquista vita mortale (si anima) legandosi ad un’anima immortale. Possiamo dire, usando una metafora, che il dèmone è l’abito, il “costume” (ἦθος) divino dell’uomo, un “abito” che secondo Aristotele l’uomo va confezionando e perfezionando nella sua vita, mentre per Platone più suggestivamente è un “abito” preconfezionato, un “modello” divino già bello e pronto, raccolto dalle ginocchia di Làchesi e donato in sorte alle anime onde trascorrere il ciclo della loro vita mortale.
A questo proposito va evidenziato che la scelta del proprio dèmone, per Platone è compiuta dall’anima dell’essere mortale: “Non un dèmone (δαίμων) sceglierà voi, ma voi sceglierete il vostro dèmone!... La responsabilità è di chi fa la scelta, la divinità è innocente.” E questa soluzione della responsabilità della propria vita è valida anche per Aristotele, che però non smentisce l’origine divina della virtù etica: “Di qui nasce anche la questione se la felicità si acquista mediante studio o per consuetudine, o con qualche altro tipo di esercizio, ovvero derivi da un dono divino o addirittura dal caso. Se dunque c’è qualche altra cosa che sia dono degli dèi agli uomini, è ragionevole che anche la felicità sia un dono divino, tanto più che essa è il più grande dei beni umani. Ma questo potrà essere argomento più appropriato di un’altra ricerca; d’altra parte è manifesto che, se anche non è un dono inviato dagli dèi ma nasce dalla virtù e da un certo tipo di apprendimento o di esercizio, la felicità appartiene alle realtà più divine, giacché il premio ed il fine della virtù è, manifestamente, un bene altissimo, cioè una realtà divina e beata.” (Etica Nicomachea, I (A) 1009b)
“Faber est suae quisque fortunae” ci ricorda una sentenza romana, a cui però deve accostarsi quella stoica celebre di Seneca: “Volentem fata ducunt, nolentem trahunt.”
Se il futuro nasconde il nostro destino (il “luogo” dove siamo diretti), esso comunque ne lascia intravedere il volto enigmatico e confuso, perché ci viene incontro ogni giorno dal nostro passato, ossia “questa nostra vita”. In questo senso, possiamo completare a modo nostro il proverbio aristotelico: “Una rondine non fa primavera, ma ne annuncia l’arrivo.”
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